NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 25 giugno 2017

Vittorio Veneto La vera vittoria della Grande guerra che molti vogliono «dimenticare»

Per anni celebrata, fu poi offuscata dalla retorica della Resistenza e del 25 aprile Eppure fu una affermazione tutta italiana, anche se gli alleati (e molti storici anglosassoni) hanno cercato di sminuirla
di Massimo De Leonardis
In entrambe le guerre mondiali, le ostilità terminarono in Italia prima che nel resto dell'Europa: il 4 novembre 1918 invece dell'11, il 2 maggio 1945 invece dell'8. Ancora fino all'inizio degli anni '60 del secolo scorso, il 4 novembre era certamente una festa di popolo, la più sentita del calendario civile. A scuola si studiavano il Risorgimento e la Grande guerra fin troppo agiograficamente.
Già allora però il 4 novembre non aveva più la denominazione originaria del 1922, «anniversario della vittoria», dal 1949 era la «festa dell'unità nazionale»; oggi è «festa dell'unità nazionale e giornata delle Forze armate». Nulla da dire sui due concetti, ma è evidente l'offuscamento della vittoria, l'unica che l'Italia unitaria possa vantare e potrebbe rivendicare (certo sarebbe pretendere troppo ricordare quelle nelle guerre di Etiopia e di Libia). Altre retoriche sono prevalse: quelle della Resistenza partigiana festeggiata il 25 aprile e della Costituzione «più bella del mondo». Così si celebra una sconfitta, perché partorì la Repubblica e fece rinascere la democrazia, mentre si sorvola sulla vittoria, poiché si ritiene, erroneamente, che quella guerra vittoriosa abbia portato al fascismo.


In entrambe le guerre mondiali, il fronte italiano fu però considerato secondario. Nella Grande guerra l'opinione prevalente all'estero era che lo sforzo militare italiano fosse stato per nulla essenziale ai fini della vittoria finale. Di ciò il Comando supremo italiano era consapevole già nei giorni stessi dell'armistizio, come risulta dal messaggio che il generale Armando Diaz inviò il 4 novembre 1918 al presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando: «Vi sono tentativi di svalutazione dei risultati della nostra vittoria». Anche per l'ignoranza delle opere in lingua italiana, tale pregiudizio è rimasto poi in gran parte della storiografia straniera, compresa la migliore, che ricorda più facilmente la sconfitta di Caporetto della vittoria di Vittorio Veneto. Un esempio di ciò è la peraltro eccellente opera di Paul Kennedy Ascesa e declino delle grandi potenze, che scrive infatti a proposito dell'Italia: «La sua vittoria finale nel 1918, come la sconfitta finale e la disgregazione dell'impero asburgico, dipesero essenzialmente da iniziative e decisioni prese altrove», salvo poi contraddirsi più avanti, ove parla di «splendide vittorie (stavolta senza virgolette) in Siria, Bulgaria e Italia».
Vediamo i fatti. La battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave, seguendo quelle del novembre 1917 di arresto dell'avanzata nemica dopo la sconfitta di Caporetto, e del giugno 1918, detta anche battaglia del solstizio, che bloccò l'ultima offensiva austriaca, fu combattuta tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.
Dall'estate gli alleati dell'Italia sollecitavano un'offensiva sul nostro fronte, ma il generale Diaz aveva respinto le pressioni, richiedendo anche un consistente concorso di truppe americane, che venne però rifiutato. Il 26 settembre riprese l'offensiva dell'Intesa sul fronte occidentale, il 29 la Bulgaria firmò l'armistizio di Salonicco uscendo dalla guerra e il 4 ottobre anche gli Imperi centrali fecero i primi sondaggi per una cessazione delle ostilità. Era evidente il rischio che la guerra finisse senza che l'Italia avesse conseguito una vittoria, con la possibile messa in discussione dei territori promessi dal Patto di Londra del 26 aprile 1915. Il presidente del Consiglio Orlando incalzò Diaz perché attaccasse, dichiarando di preferire «all'inazione la sconfitta» e ventilandone la sostituzione con il generale Gaetano Giardino.
Un piano d'attacco fu preparato dal colonnello Ugo Cavallero, capo dell'Ufficio operazioni del Comando supremo e futuro Capo di Stato maggiore generale dal dicembre 1940 al gennaio 1943, e rivisto dal generale Enrico Caviglia, comandante dell'8a Armata. L'ordine definitivo delle operazioni fu comunicato il 21 ottobre. Si fronteggiavano circa (i dati precisi divergono alquanto) un milione di uomini da entrambe le parti: 58 divisioni di fanteria austro-ungariche con 7.000 pezzi d'artiglieria, divise in due gruppi di armate, comandati sulla linea del Piave dal generale Svetozar Borevic von Bojna (soprannominato «il leone dell'Isonzo») e in Trentino dall'Arciduca Giuseppe (fino al 26 ottobre), contro 4 divisioni di cavalleria e 57 di fanteria dell'Intesa (51 italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 di fuoriusciti cecoslovacchi, più un reggimento americano) con 7.700 pezzi di artiglieria. La 10a Armata italo-britannica era comandata da Lord Cavan e la 12a franco-italiana da Jean César Graziani. La costituzione di due armate miste sotto il comando di generali stranieri era strategicamente inutile e motivata da ragioni politico-diplomatiche; fu criticata da Caviglia e Giardino e diede poi modo ai nostri alleati di enfatizzare il loro ruolo, tanto più che fu l'Armata di Lord Cavan ad attuare il primo sfondamento decisivo. Va comunque ricordato che come pegno della solidarietà inter-alleata nel giugno 1918 era stato inviato in Francia (dove già si trovavano 79.000 truppe ausiliarie italiane) il II Corpo d'Armata del Generale Alberico Albricci, forte di 25.000 uomini.
Prima ad attaccare nella zona del Monte Grappa, all'alba del 24 ottobre, fu la 4a Armata del generale Giardino che incontrò la tenace resistenza del nemico. Lo stesso giorno, sul Piave mentre i reparti italiani non riuscivano a passare il fiume anche a causa della piena, Lord Cavan occupò l'isola delle Grave di Papadopoli e l'isola Maggiore, in mezzo al corso d'acqua. Il 26 Giardino, che non aveva conseguito alcun risultato, sospese l'offensiva e il giorno successivo gli austriaci contrattaccarono con efficacia. Nella giornata del 27 reparti italiani, francesi e inglesi traversarono il Piave e Caviglia decise di sfruttare le teste di ponte create. Il 28 e il 29 la situazione sul Grappa restava bloccata, anche con contrattacchi austriaci, e si decise di sospendere l'offensiva italiana in attesa degli sviluppi sul Piave. Qui Caviglia esortò le sue truppe al massimo sforzo dichiarando che entro le successive ventiquattro ore la battaglia sarebbe stata decisa e dal suo esito sarebbe dipesa la storia d'Italia «forse per un secolo».
Nel frattempo da Vienna l'Imperatore Carlo aveva chiesto al Presidente americano Wilson un armistizio e una pace separata. Mentre le truppe di prima linea si battevano ancora tenacemente, nelle retrovie l'evoluzione della situazione politica all'interno dell'Impero diede luogo a defezioni e ammutinamenti dei reparti non austriaci e cominciò la ritirata dell'Esercito imperiale. Un ufficiale italiano descrisse la difesa austriaca come «un budino con crosta» (una crème brûlée), rotta la quale si incontrava poca resistenza. A metà del 30 ottobre gli italiani entrarono a Vittorio Veneto. Nel 1866 i comuni di Ceneda e Serravalle erano stati uniti in quello di «Vittorio» in onore di Vittorio Emanuele II; l'appellativo «Veneto», usato abitualmente soprattutto dopo la battaglia, fu ufficializzato nel 1923. Il 1° novembre tra i generali Viktor Weber von Webenau e Pietro Badoglio, Sottocapo di Stato Maggiore, iniziarono le trattative di armistizio, che fu firmato a Padova nella Villa Giusti del Giardino alle 18.20 del 3, con effetto dalle 15 del giorno successivo. Il quartier generale austriaco aveva già ordinato di cessare i combattimenti nella notte sul 3, aggiungendo confusione alla situazione già compromessa e gli italiani approfittarono dell'intervallo di tempo per avanzare, facendo il massimo numero di prigionieri ed impadronendosi di materiali nemici. Sempre il 3, furono conquistate le città «irredente», Trento e Trieste, senza incontrare resistenza. Nelle dieci giornate di combattimenti gli italiani (e i loro alleati) ebbero circa 37.000 tra morti, feriti e dispersi; gli austriaci circa 30.000 tra morti e feriti e, naturalmente, un altissimo numero di prigionieri, catturati soprattutto negli ultimi tre giorni.
Come si diceva all'inizio, la «battaglia di Vittorio Veneto» è stata oggetto di vari giudizi, talvolta sprezzanti e non privi di errori, pure da storici britannici di chiara fama come John Keegan e A. J. P. Taylor. Un dissacratore come Indro Montanelli ha scritto che Vittorio Veneto non fu una vera battaglia, ma «una ritirata che abbiamo disordinato e confuso». Giuseppe Prezzolini a sua volta scrisse di «una battaglia ideale» alla quale «è mancato il nemico» e che l'Esercito austro-ungarico perse «per ragioni morali». Soprattutto gli inglesi esaltarono oltremodo la brillante azione di Lord Cavan, che invece le fonti ufficiali italiane ridussero alle sue giuste proporzioni. Erich Ludendorff, già quartiermastro generale dell'Esercito tedesco, che pure a fine settembre aveva consigliato al Kaiser di sollecitare un armistizio, anch'egli influenzato da un punto di vista nazionale, attribuì grandi conseguenze alla sconfitta austriaca, affermando, con poca credibilità, che senza di essa la Germania avrebbe potuto resistere fino alla primavera 1919, ottenendo così migliori condizioni.
La Grande guerra non conobbe brillanti strateghi e grandi vittorie; sia sul fronte italiano sia su quello italo-austriaco prevalse la guerra di trincea e di attrito. Diversa fu la situazione sul fronte orientale tra Russia e Imperi centrali. Si può senz'altro ammettere che il cedimento austriaco fu dovuto più a cause interne politiche, la crisi dello Stato multinazionale, ed economiche, la grave penuria di generi alimentari, che a una brillante strategia militare italiana. Tuttavia ciò non può portare a sminuire la vittoria; il Regno d'Italia dimostrò di saper risorgere da una grave sconfitta, resistere e passare al contrattacco fino alla vittoria.

sabato 24 giugno 2017

Marcia su Roma, i retroscena rivelati dallo storico Francesco Perfetti





Ci era sfuggito su "Il Giornale". Non ci è sfuggita su "Il Secolo d'Italia" 

Sul Giornale un lungo articolo dello storico Francesco Perfetti  ricostruisce con equilibro una pagina importante come la Marcia su Roma del 28 ottobre del  1922, evidenziando tattica, strategie, retroscena di un capitolo del passato su cui tanti si è scritto e da diversa angolatura. Perfetti, docente alla Luiss, storico del fascismo e direttore  di Nuova Storia Contemporanea, la rivista fondata da Renzo De Felice, di cui lo storico è stato allievo, descrive la cornice politica dell’evento. «Nel tardo pomeriggio del 30 ottobre 1922 verso le 19,30 Mussolini salì le scale del Quirinale per sottoporre a Vittorio Emanuele III il suo primo ministero. Era un governo di coalizione non molto diverso da quelli che lo avevano preceduto. Ne facevano parte tre fascisti, un nazionalista, due popolari, due democratici, un demo sociale, un liberale, un indipendente e due militari. Anche la prassi adottata per la soluzione della crisi non era stata stravolta da un punto di vista formale. Eppure qualche cosa era cambiato (…) Il baricentro del sistema politico si spostava verso destra, dando inizio a una pagina nuova della storia d’Italia». 

Due giorni prima della formazione del primo governo Mussolini, il 28 ottobre, c’era stata quella «marcia su Roma» che, in seguito, il fascismo avrebbe elevato a mito fondante della cosiddetta «rivoluzione fascista», scrive Perfetti che considera l’avvenimento il punto culminante di una crisi istituzionale iniziata già all’indomani della Prima guerra mondiale e «culminata con le agitazioni sociali e le occupazioni di fabbriche e campagne che avevano fatto balenare lo spauracchio di una sovietizzazione. Erano nati i fasci di combattimento, poi si era sviluppato lo squadrismo, infine c’era stata la trasformazione del fascismo da rurale a urbano e da movimento a partito. Si erano susseguite le crisi di governo e si era registrato un attivismo delle squadre fasciste a Ferrara e a Bologna che, in seguito, avrebbe fatto parlare di «prove generali» della marcia su Roma. Le cose stavano altrimenti anche se Italo Balbo, all’indomani dei fatti di Bologna, annotò nel diario: «si marcia verso l’epigono rivoluzionario del fascismo che non può essere altro che la conquista del potere». Certo, l’obiettivo di Mussolini era la conquista del potere, ma la sua vera strategia, più che nel progetto insurrezionale, stava neltessere una «tela di ragno» politico-parlamentare».

La tattica di Mussolini

Mussolini «coltivava il proposito di conquistare il potere per via parlamentare percorrendo la strada accidentata delle trattative con tutti i possibili partner di governo. Molti mesi furono da lui occupati a tessere una fitta tela di ragno con i politici più in vista della vecchia Italia liberale, da Orlando a Nitti, da Salandra a Giolitti fino a Facta, mentre, sullo sfondo, pesavano come strumento di pressione le iniziative del fascismo estremistico. Nella sua biografia mussoliniana Renzo De Felice ha ricostruito con grande finezza questo aspetto «diplomatico» della conquista del potere facendo vedere come la vera e propria «marcia su Roma» abbia finito per svolgersi su un tessuto la cui trama era stata pazientemente composta con grande abilità da Mussolini», scrive Perfetti sul Giornale. «Quando si giunse al 24 ottobre 1922, alla grande adunata fascista al San Carlo di Napoli, tutto l’ordito era stato tessuto sul piano diplomatico. Il giorno precedente, anzi, Mussolini, di passaggio a Roma, si era incontrato con Salandra cui aveva esposto la richiesta di cinque ministeri per un eventuale ingresso dei fascisti al governo. Per il capo del fascismo l’approccio con Salandra era importante sia perché questi avrebbe potuto determinare una crisi immediata di governo attraverso le dimissioni del suo uomo di fiducia nella compagine ministeriale sia perché egli avrebbe, comunque, rappresentato un ostacolo per una eventuale e paventata ricandidatura di Giolitti. Ciò conferma che la conquista del potere da parte di Mussolini venne programmata minuziosamente sul piano politico e che la «marcia su Roma», il suo lato militare, ne fu, in realtà, un aspetto accessorio se pur importante, forse anche fondamentale, sul terreno psicologico ed emotivo».
Pareto. “Dite a Mussolini: o ora o mai più”
«In occasione dell’apertura dell’adunata napoletana, cui presenziarono fra gli altri il prefetto e Benedetto Croce, a Mussolini venne consegnata una lettera che Vilfredo Pareto aveva mandato a Giovanni Preziosi. Il grande sociologo ed economista, il solitario di Cèligny, ricordava come i socialisti a suo tempo si fossero lasciati sfuggire l’occasione, mai più ripresentatasi, di prendere il potere e concludeva: «Dite a Mussolini: o ora o mai più».L’esortazione era superflua. Il giorno successivo, Michele Bianchi, rivolto ai congressisti, pronunciò una frase rimasta celebre: «Insomma, fascisti, a Napoli piove. Che ci state a fare?». Era l’annuncio della mobilitazione. Mentre il convegno napoletano proseguiva, Mussolini si spostò a Milano prendendo contatti con esponenti del mondo industriale, mentre iniziava un carosello di frenetici colloqui tra esponenti politici della vecchia classe dirigente liberale, fascisti, nazionalisti: Giolitti, Orlando, De Vecchi, Salandra, Federzoni, Facta. La situazione precipitò tra il 27 e il 28 ottobre: la «marcia su Roma» divenne una realtà con le colonne di squadristi dirette verso la capitale, la proclamazione dello stato d’assedio revocato subito da Vittorio Emanuele III, le dimissioni del governo Facta, l’incarico a Salandra e la sua successiva rinuncia e, infine, la mattina del 29 ottobre, il telegramma del Re a Mussolini con l’invito a formare il nuovo governo».

Vittorio Emanuele III non aveva voluto far intervenire l’esercito per fermare le colonne dei fascisti dirette verso la capitale. Era stata una scelta difficile ma ponderata. Il Re aveva voluto evitare il rischio, se non di una guerra civile, dello spargimento di sangue fraterno, tanto più che era consapevole delle simpatie di larghi settori delle forze armate nei confronti del fascismo. Del resto –  continuiamo a leggere nella ricostruzione di Perfetti –  i generali che egli aveva interpellato, da Diaz a Pecori Giraldi fino al grande ammiraglio Thaon de Revel, si erano tutti espressi, più o meno, allo stesso modo: «Maestà, l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». E, poi, c’era stata una svolta rassicurante per il futuro delle istituzioni. Grazie alla intermediazione di uno dei capi del movimento nazionalista, Luigi Federzoni, i fascisti avevano assicurato che non sarebbe stato toccato il quadro istituzionale esistente. A quel punto le «camicie azzurre», che si erano mobilitate contro i fascisti in difesa «della Patria e del Re», avevano cambiato fronte e si erano schierati a fianco delle «camicie nere» e, insieme, avevano sfilato davanti al Quirinale. Mussolini era così giunto al potere con una «rivoluzione» che, in realtà, era stata poco più di una grande manifestazione di piazza e che era stata, poi, riassorbita nei canali della consueta prassi istituzionale. Non a caso, il futuro Duce aveva potuto costituire un governo di coalizione, che, in qualche misura, si riallacciava alla tradizione parlamentare dell’Italia liberale».


http://www.secoloditalia.it/2017/06/marcia-su-roma-i-retroscena-rivelati-dallo-storico-francesco-perfetti/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=nl

venerdì 23 giugno 2017

Potrebbe tornare la Monarchia in Georgia?


Così pensa il patriarca Ilia II°

Di Paolo Brambilla - Trendiest

Il parlamentare Eka Beselia ha confermato la notizia e ha aggiunto che l'iniziativa del Patriarca della Chiesa Ortodossa Georgiana è un'idea notevole

Il presidente del Parlamento georgiano, Irakli Kobakhidze, ha incontrato lunedì il patriarca monarchico Ilia II° per discutere l'eventuale ripristino della monarchia nella piccola repubblica che si trova al confine tra l'Europa e l'Asia. In effetti durante la conferenza stampa il parlamentare Eka Beselia ha confermato la notizia e ha aggiunto che l'iniziativa del Patriarca della Chiesa Ortodossa Georgiana è un'idea notevole, anche se ancora da valutare e da far comprendere alla popolazione. Del resto il presidente del Parlamento georgiano, Irakli Kobakhidze, ha affermato che una monarchia potrebbe portare stabilità nella politica georgiana e in generale alla Georgia. Inoltre altri membri del parlamento hanno parlato con calore del restauro della monarchia; ad esempio mr. Volski ha detto alla stampa: "La monarchia porterebbe cambiamenti positivi alla Georgia".

IL REGNO DI GEORGIA
Il Regno di Georgia, conosciuto anche come l'Impero georgiano, era una monarchia medievale che è nata nell'anno 1008 e terminata nel 1490. Ad oggi pare ci siano due pretendenti al trono georgiano: David Bagration Mukhrani della dinastia Bagrationi e Nugzar Bagration-Gruzinsky della Casa di Gruzinsky. Non è chiaro quale rappresentante dei due rami diventerebbe re di Georgia se la monarchia fosse restaurata oggi. Ma c'è anche chi sostiene che il ramo Mukhranski non possa rappresentare la nobiltà georgiana né assumere il titolo di re, mentre esiste un legittimo erede al trono del regno georgiano unito, cioè il Principe Nugzar Bagrationi-Gruzinski.
La realtà è che probabilmente né David Bagration Mukhrani né Nugzar Bagration-Gruzinsky hanno buone probabilità di cingere la corona di ​​futuro re in Georgia. Le vere aspettative, o speranze monarchiche, posano più sul figlio di David, figlio anche della figlia di Nugzar, il che finalmente unirebbe i due rami. Comunque il figlio ha oggi solo sette anni...

UNA TENDENZA DA NON SOTTOVALUTARE
Al di là degli aspetti dinastici o dei facili gossip internazionali, va però considerato con attenzione il fatto che i cittadini che si dichiarano monarchici in Georgia oggi costituiscono un enorme gruppo politico. Nel 2013 è stato condotto un sondaggio fra la popolazione per valutare un'eventuale propensione alla forma monarchica nello Stato: il 78,9% degli intervistati ha considerato con favore il passaggio alla monarchia rispetto all'attuale repubblica.


http://www.affaritaliani.it/costume/potrebbe-tornare-la-monarchia-in-georgia-cosi-pensa-il-patriarca-ilia-ii-486311.html?refresh_ce

giovedì 22 giugno 2017

UMBERTO II "O' REY"

Capita che ad un mercatino dell'antiquariato, davanti ad un ritratto autografo dell'allora Principe di Piemonte, due persone si riconoscano una per essere una scrittrice biografa di Casa Savoia e l'altra, più modestamente, componente uno staff di persone che seguono dei siti dedicati a Re Umberto ed alla Monarchia.
Il risultato è che il nostro blog può in anteprima annunciarvi l'uscita di un nuovo libro su Re Umberto II che promette essere molto interessante e che di sicuro non mancherà nelle nostre biblioteche.
Il nostro saluto alla Signora Enrica Magnani Bosio!
A presto rivederci!



Il 13 giugno 1946 un S.M.95 si alzò dall’aeroporto di Ciampino e, dopo aver tracciato - così vuole la leggenda - un nodo di Savoia nel cielo di Roma, si allontanò verso ovest, portando in esilio Umberto II, Luogotenente del Regno per due anni e Re d’Italia per trentacinque giorni, dopo il risultato del Referendum che vide la vittoria della Repubblica. 
Almeno una metà degli italiani di allora vide partire il Re con profondo rimpianto, con la netta sensazione che fosse stata commessa un’enorme ingiustizia. Bello, elegantissimo, raffinato, noto in tutta Europa come il Prince Charmant, Umberto II, fu il quarto e ultimo Re d’Italia: venti anni di dittatura, una guerra rovinosa, l’8 settembre, la fine del conflitto, il breve regno, l’esilio ordirono la trama di una vita che si trasformò in un’amara vicenda umana e privata, intrecciandosi con gli avvenimenti che concorsero a creare l’Italia di oggi. 
Nel gioco delle parti regnò brevemente su un paese devastato e pagò, per colpe non sue, cercando con coraggiosa determinazione e grande umiltà di tutelare la Monarchia. 
Visse con riservatezza e discrezione, secondo un codice morale e religioso assoluto, gli anni dell’esilio in Portogallo - dove divenne per tutti O’ Rey, il Re - lacerato da un’indicibile nostalgia per la Patria che aveva dovuto lasciare, senza peraltro mai abdicare. 
Partendo salvò l’Italia da una sanguinosa e inutile guerra fratricida: gli italiani, di allora e di oggi, gli devono molto ma forse ancora non lo sanno. 
“Non credo sia certo intenzione di questa aggiornata e pregevole nuova fatica/piacere editoriale della Magnani Bosio raccontare quello che “avrebbe” potuto essere Umberto II come Re d’Italia dopo il 2 giugno 1946. 
Piuttosto far conoscere l’Uomo Umberto di Savoia. Conoscerlo e, giunti alla fine di ricerche e pagine scritte dalla competente e abile biografa della Casa Reale italiana, quasi sicuramente, rimpiangerlo. Principale merito di questo volume, nella ampia ma spesso incompleta letteratura già esistente sul Re Umberto, è proprio quello infatti di restituirci la conoscenza su un Principe giovane (coraggioso e affascinante, a giudicare dalle testimonianze dirette qui raccolte) che si trovò sulle spalle colpe non sue e, insieme, il peso di salvare e perpetuare i destini di una Casata con quasi mille anni di storia.” Grand’Ufficiale On. Dott. Riccardo Garosci Ispettore Nazionale dell’Istituto per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon (Roma)

Formato chiuso cm 21x15. Interno composto da 236 pagine. ISBN: 978-88-956289-7-4 Prezzo di copertina: euro 15,00

domenica 18 giugno 2017

L'80° Genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Vrana, 16 Giugno: Re Simeone e la Regina Margherita con figli, nuore, genero, nipoti e la sorella Principessa Maria Luisa.


In un comunicato era stato annunciato che non erano invitati i Sovrani e i Principi regnanti nelle 10 Monarchie europee a motivo della impossibilità di organizzare il cerimoniale e la sicurezza. 
Pertanto erano invitati, oltre alla Regina Madre di Spagna, solo le Case Reali (non regnanti) dei Paesi dell'Europa Sud Orientale.


Il francobollo delle Poste Bulgare dedicato a Re Simeone II per la ricorrenza.

venerdì 16 giugno 2017

Intervista all'Ambasciatore Camillo Zuccoli


Esce oggi in Bulgaria, in occasione dell'80° genetliaco di Re Simeone II un film documentario a lui dedicato.
Nel Film vi sono interviste a personalità bulgare ed europee.
Pubblichiamo il testo di quella all'Amb. Camillo Zuccoli, dal 2007 Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Bulgaria.


Eccellenza, Signor Ambasciatore, quali ricordi conserva dei giorni, nel 1996, del rientro di Sua Maestà il Re Simeone II in Patria?

La ringrazio di essere venuto nella mia Ambasciata per questa intervista e, anzitutto, desidero dirle il mio apprezzamento per il film che avete realizzato lo scorso anno su Re Ferdinando, che ho visto con grande interesse perché racconta la vita e l’opera di Re Ferdinando in termini di verità e di giustizia, e per questo le rinnovo i miei complimenti.
Sono italiano - gli Ambasciatori dell’Ordine di Malta appartengono a tante nazionalità -  ed io, la mia famiglia così come milioni di italiani, siamo legati da affetto e devozione alla nostra Famiglia Reale, a Casa Savoia.

Ecco i motivi dei miei sentimenti per la Regina Giovanna, sorella del nostro Re Umberto e mamma di Re Simeone.

Una figura molto amata in Italia negli anni trascorsi prima del matrimonio con Re Boris e poi, purtroppo, nel lungo esilio quando tante volte tornava tra noi.

Queste sono state le ragioni affettive che mi hanno portato a Sofia il 24 maggio 1996 per essere presente al ritorno – dopo 49 anni e 10 mesi – di Re Simeone II.

Una esperienza emotivamente molto forte e indimenticabile.

Non immaginavo cosa stesse per accadere, non conoscevo la situazione bulgara come potrei dire di conoscerla oggi dopo tanti anni che sono Ambasciatore. Quello che accadde, che tutti i bulgari ricordano perfettamente, fu un evento di portata storica: il Re ritornava nella sua Patria alla quale aveva dedicato ogni giorno della sua vita nei 50 anni di esilio.

Mi trovai in mezzo ad una immensa folla, una manifestazione spontanea di Popolo che, in festa, dava il bentornato al suo Re.

Quello che vidi, che tutti videro, fu riportato con molto rilievo dai giornali il giorno dopo; ricordo un grande articolo sul "Corriere della Sera" del celebre giornalista italiano Indro Montanelli; ma tutta la stampa internazionale, da "Le Monde" a tanti altri, diede risalto a quel ritorno del Re.

Quel giorno camminai per ore in mezzo ai bulgari che lo acclamavano e, dentro di me, pensavo a cosa il Re, con accanto la Regina Margherita, stesse vivendo nel suo cuore, nel suo animo.

Credo che, nel XX Secolo, sia stato un evento quasi unico, insieme alle calorose accoglienze, in Romania, quando tornò Re Michele.

          Le ho detto i motivi della mia presenza allora e quali sono i miei ricordi oggi.

I motivi di un italiano che, legato alla propria Dinastia, per questi sentimenti, per questo affetto ha voluto essere presente e condividere con i bulgari quel giorno storico quando è stata ricucita una ferita non provocata dalla libera volontà del Popolo bulgaro ma generata dalla violenza, dalla forza imposta da armi straniere e, poi, da un regime che è durato 45 anni i cui risultati sono evidenti a tutti, in Bulgaria e negli altri Paesi sottomessi.

Sappiamo della lunga tradizione di relazioni tra l’Ordine di Malta e la nostra Famiglia Reale. Che cosa ci può dire di queste relazioni e in cosa consistevano?

Come lei sa, l’Ordine di Malta ha quasi mille anni - nel 2048 saranno mille anni dalla fondazione - e nella sua storia vi sono sempre stati, tra i suoi protagonisti e i suoi membri, Sovrani e Principi delle Case Reali cristiane d’Europa.

Sia in Italia sia in altri Paesi europei, i Sovrani sono stati membri dell’Ordine di Malta per una ragione molto semplice: l’Ordine di Malta ha una missione umanitaria, di carattere ospedaliero, sociale, assistenziale, e Principi e Re hanno avuto sempre una sensibilità molto particolare, come cristiani, come cattolici e come Principi, verso i temi umanitari e sociali.

Per queste ragioni, in Italia e negli altri Paesi  europei, sono sempre stati membri attivi dell’Ordine e, con il loro prestigio e il loro impegno, hanno dato un forte impulso alle attività dell’Ordine.

In Bulgaria è avvenuta la stessa cosa nel senso che Re Ferdinando, il costruttore della Bulgaria moderna - dico così perché basta girare per le Città bulgare e guardare i bei palazzi e giardini...tutti portano il pensiero a Re Ferdinando -  era un membro dell’Ordine come la Regina Giovanna che era anche Terziaria Francescana perché legata a San Francesco d'Assisi, la Città dove sposò il Re Boris.

Dunque è una tradizione che unisce le Case Reali cristiane all’Ordine di Malta e questa tradizione si rinnova continuamente: nel 2006, quando il nostro compianto Gran Maestro Frà Andrew Bertie venne in visita di Stato a Sofia, Re Simeone entrò nell’Ordine di Malta con il più alto rango riservato ai Sovrani e ai Capi delle Case Reali cristiane.

Nell’Ordine vi sono anche la Regina Margherita e i Principi Kubrat e Kostantin e, dunque, nelle generazioni si tramanda questa bella tradizione di essere membri attivi dell’Ordine di Malta perché si condividono le sue finalità, cioè aiutare chi ha bisogno che è la radice della nostra missione da mille anni.

Noi siamo cristiani ma siamo, ovviamente, aperti a tutte le esigenze umanitarie che ci sono nel Mondo senza mai domandare, a chi possiamo aiutare, di che fede è, di che idea politica è, di che condizione economica è.

La nostra mano è tesa, senza distinzioni, a tutti coloro che hanno bisogno.

L’aiuto e il sostegno dei Sovrani e dei Principi sono importanti perché incoraggiano e danno un impulso ulteriore alle nostre attività.

Il 1 gennaio 2007 la Bulgaria è stata accolta come membro con tutti i diritti nell’Unione Europea. Che cosa è successo prima di questo atto importante per l’Europa e per la Bulgaria?

Le dirò non la mia opinione personale ma l’opinione condivisa dagli osservatori della politica bulgara a livello nazionale e internazionale.

La Bulgaria ha un passato glorioso, tra i più antichi e importanti d’Europa se pensiamo che 1200 anni orsono era già un Regno che accreditava Ambasciatori all’estero quando quasi tutti gli Stati attuali non esistevano; quindi la storia bulgara è qualche cosa di veramente molto significativo nella vita dell’Europa.

Ma all’Europa di oggi, alla famiglia dei popoli europei, mancava un elemento fondamentale: la Bulgaria.

Quello che ha fatto Re Simeone, quando è stato eletto Primo Ministro, è riconosciuto da tutti: con la sua autorevolezza, con l'esempio di una vita intera dedicata al servizio del suo Paese e del Popolo bulgaro, ha aperto alla Bulgaria le porte dell’Europa.

Non voglio avventurarmi ad immaginare la situazione e i suoi sviluppi, con gli eventi che abbiamo vissuto in questi dieci anni, se non ci fosse stato lui.

I fatti sono che, grazie al suo impegno e alla sua credibilità internazionale, le porte dei Paesi europei si sono spalancate.

Tecnicamente la Bulgaria aveva problemi non ancora risolti ma a volte, come abbiamo visto in altre occasioni della storia europea, ad esempio la riunificazione tedesca,  i problemi devono essere superati con il coraggio e con la volontà di gettare – come si dice – il cuore oltre l’ostacolo.

Questo è stato possibile alla Bulgaria -  e anche alla Romania, che, come noto, era legata al "destino" della Bulgaria - perché gli impegni, i propositi e le assicurazioni di Simeone Primo Ministro, in tutte le capitali europee, hanno avuto un peso decisivo.

Fa piacere constatare che questo viene riconosciuto: a gennaio ho assistito, qui a Sofia, ad una celebrazione per i 10 anni dell’ingresso della Bulgaria nella Unione Europea e sono stato contento di ascoltare dal Presidente Plevneliev – allora era ancora in carica –  davanti ad una platea di ambasciatori, ministri, parlamentari, giornalisti, dire queste parole:  “Maestà, la Bulgaria le deve l'ingresso nell’Unione Europea”.

E il Re, con la generosità e la sensibilità che tutti conosciamo,  ha risposto : “È stato un lavoro di squadra”.

È certamente vero, ma nelle Capitali europee il valore aggiunto del suo prestigio e della sua credibilità ha consentito di fare un salto di qualità e di superare i problemi esistenti con una decisione politica che è stata molto importante e molto positiva,  per la Bulgaria e per l’Europa.

Cosa sarebbe avvenuto, con la lunga crisi economica e sociale di questi anni che ha colpito quasi tutti i Paesi, se la Bulgaria non fosse entrata nell’Unione?

Con i “se”  non si fa la storia; contano i fatti e i fatti sono questi: il 25 aprile 2005 Re Simeone ha firmato l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, il 1° gennaio 2007 esso si è realizzato e porta un solo nome, quello di Simeone II.

80° Genetliaco di Re Simeone II di Bulgaria


Ricorre oggi l'80° anniversario della nascita di 

Sua Maestà il Re
Simeone II di Bulgaria

Lo staff tutto si unisce al popolo di Bulgaria nel formulare i più fervidi auguri per la fausta ricorrenza.


giovedì 15 giugno 2017

VITTORIO VENETO. LA VERA VITTORIA DELLA GRANDE GUERRA CHE MOLTI VOGLIONO “DIMENTICARE


Per anni celebrata, fu poi offuscata dalla retorica della resistenza e del 25 aprile. Eppure fu una affermazione tutta italiana, anche se gli alleati (e molto storici anglosassoni) hanno cercato di sminuirla
Massimo De Leonardis
Mercoledì 14 giugno 2017 

In entrambe le guerre mondiali, le ostilità terminarono in Italia prima che nel resto dell'Europa: il 4 novembre 1918 invece dell'11, il 2 maggio 1945 invece dell'8. Ancora fino all'inizio degli anni '60 del secolo scorso, il 4 novembre era certamente una festa di popolo, la più sentita del calendario civile. A scuola si studiavano il Risorgimento e la Grande guerra fin troppo agiograficamente.
Già allora però il 4 novembre non aveva più la denominazione originaria del 1922, «anniversario della vittoria», dal 1949 era la «festa dell'unità nazionale»; oggi è «festa dell'unità nazionale e giornata delle Forze armate». Nulla da dire sui due concetti, ma è evidente l'offuscamento della vittoria, l'unica che l'Italia unitaria possa vantare e potrebbe rivendicare (certo sarebbe pretendere troppo ricordare quelle nelle guerre di Etiopia e di Libia). Altre retoriche sono prevalse: quelle della Resistenza partigiana festeggiata il 25 aprile e della Costituzione «più bella del mondo». Così si celebra una sconfitta, perché partorì la Repubblica e fece rinascere la democrazia, mentre si sorvola sulla vittoria, poiché si ritiene, erroneamente, che quella guerra vittoriosa abbia portato al fascismo.
In entrambe le guerre mondiali, il fronte italiano fu però considerato secondario. Nella Grande guerra l'opinione prevalente all'estero era che lo sforzo militare italiano fosse stato per nulla essenziale ai fini della vittoria finale. Di ciò il Comando supremo italiano era consapevole già nei giorni stessi dell'armistizio, come risulta dal messaggio che il generale Armando Diaz inviò il 4 novembre 1918 al presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando: «Vi sono tentativi di svalutazione dei risultati della nostra vittoria». Anche per l'ignoranza delle opere in lingua italiana, tale pregiudizio è rimasto poi in gran parte della storiografia straniera, compresa la migliore, che ricorda più facilmente la sconfitta di Caporetto della vittoria di Vittorio Veneto. Un esempio di ciò è la peraltro eccellente opera di Paul Kennedy Ascesa e declino delle grandi potenze, che scrive infatti a proposito dell'Italia: «La sua vittoria finale nel 1918, come la sconfitta finale e la disgregazione dell'impero asburgico, dipesero essenzialmente da iniziative e decisioni prese altrove», salvo poi contraddirsi più avanti, ove parla di «splendide vittorie (stavolta senza virgolette) in Siria, Bulgaria e Italia».
Vediamo i fatti. La battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave, seguendo quelle del novembre 1917 di arresto dell'avanzata nemica dopo la sconfitta di Caporetto, e del giugno 1918, detta anche battaglia del solstizio, che bloccò l'ultima offensiva austriaca, fu combattuta tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.
Dall'estate gli alleati dell'Italia sollecitavano un'offensiva sul nostro fronte, ma il generale Diaz aveva respinto le pressioni, richiedendo anche un consistente concorso di truppe americane, che venne però rifiutato. Il 26 settembre riprese l'offensiva dell'Intesa sul fronte occidentale, il 29 la Bulgaria firmò l'armistizio di Salonicco uscendo dalla guerra e il 4 ottobre anche gli Imperi centrali fecero i primi sondaggi per una cessazione delle ostilità. Era evidente il rischio che la guerra finisse senza che l'Italia avesse conseguito una vittoria, con la possibile messa in discussione dei territori promessi dal Patto di Londra del 26 aprile 1915. Il presidente del Consiglio Orlando incalzò Diaz perché attaccasse, dichiarando di preferire «all'inazione la sconfitta» e ventilandone la sostituzione con il generale Gaetano Giardino.
Un piano d'attacco fu preparato dal colonnello Ugo Cavallero, capo dell'Ufficio operazioni del Comando supremo e futuro Capo di Stato maggiore generale dal dicembre 1940 al gennaio 1943, e rivisto dal generale Enrico Caviglia, comandante dell'8a Armata. L'ordine definitivo delle operazioni fu comunicato il 21 ottobre. Si fronteggiavano circa (i dati precisi divergono alquanto) un milione di uomini da entrambe le parti: 58 divisioni di fanteria austro-ungariche con 7.000 pezzi d'artiglieria, divise in due gruppi di armate, comandati sulla linea del Piave dal generale Svetozar Borevic von Bojna (soprannominato «il leone dell'Isonzo») e in Trentino dall'Arciduca Giuseppe (fino al 26 ottobre), contro 4 divisioni di cavalleria e 57 di fanteria dell'Intesa (51 italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 di fuoriusciti cecoslovacchi, più un reggimento americano) con 7.700 pezzi di artiglieria. La 10a Armata italo-britannica era comandata da Lord Cavan e la 12a franco-italiana da Jean César Graziani. La costituzione di due armate miste sotto il comando di generali stranieri era strategicamente inutile e motivata da ragioni politico-diplomatiche; fu criticata da Caviglia e Giardino e diede poi modo ai nostri alleati di enfatizzare il loro ruolo, tanto più che fu l'Armata di Lord Cavan ad attuare il primo sfondamento decisivo. Va comunque ricordato che come pegno della solidarietà inter-alleata nel giugno 1918 era stato inviato in Francia (dove già si trovavano 79.000 truppe ausiliarie italiane) il II Corpo d'Armata del Generale Alberico Albricci, forte di 25.000 uomini.
Prima ad attaccare nella zona del Monte Grappa, all'alba del 24 ottobre, fu la 4a Armata del generale Giardino che incontrò la tenace resistenza del nemico. Lo stesso giorno, sul Piave mentre i reparti italiani non riuscivano a passare il fiume anche a causa della piena, Lord Cavan occupò l'isola delle Grave di Papadopoli e l'isola Maggiore, in mezzo al corso d'acqua. Il 26 Giardino, che non aveva conseguito alcun risultato, sospese l'offensiva e il giorno successivo gli austriaci contrattaccarono con efficacia. Nella giornata del 27 reparti italiani, francesi e inglesi traversarono il Piave e Caviglia decise di sfruttare le teste di ponte create. Il 28 e il 29 la situazione sul Grappa restava bloccata, anche con contrattacchi austriaci, e si decise di sospendere l'offensiva italiana in attesa degli sviluppi sul Piave. Qui Caviglia esortò le sue truppe al massimo sforzo dichiarando che entro le successive ventiquattro ore la battaglia sarebbe stata decisa e dal suo esito sarebbe dipesa la storia d'Italia «forse per un secolo».
Nel frattempo da Vienna l'Imperatore Carlo aveva chiesto al Presidente americano Wilson un armistizio e una pace separata. Mentre le truppe di prima linea si battevano ancora tenacemente, nelle retrovie l'evoluzione della situazione politica all'interno dell'Impero diede luogo a defezioni e ammutinamenti dei reparti non austriaci e cominciò la ritirata dell'Esercito imperiale. Un ufficiale italiano descrisse la difesa austriaca come «un budino con crosta» (una crème brûlée), rotta la quale si incontrava poca resistenza. A metà del 30 ottobre gli italiani entrarono a Vittorio Veneto. Nel 1866 i comuni di Ceneda e Serravalle erano stati uniti in quello di «Vittorio» in onore di Vittorio Emanuele II; l'appellativo «Veneto», usato abitualmente soprattutto dopo la battaglia, fu ufficializzato nel 1923. Il 1° novembre tra i generali Viktor Weber von Webenau e Pietro Badoglio, Sottocapo di Stato Maggiore, iniziarono le trattative di armistizio, che fu firmato a Padova nella Villa Giusti del Giardino alle 18.20 del 3, con effetto dalle 15 del giorno successivo. Il quartier generale austriaco aveva già ordinato di cessare i combattimenti nella notte sul 3, aggiungendo confusione alla situazione già compromessa e gli italiani approfittarono dell'intervallo di tempo per avanzare, facendo il massimo numero di prigionieri ed impadronendosi di materiali nemici. Sempre il 3, furono conquistate le città «irredente», Trento e Trieste, senza incontrare resistenza. Nelle dieci giornate di combattimenti gli italiani (e i loro alleati) ebbero circa 37.000 tra morti, feriti e dispersi; gli austriaci circa 30.000 tra morti e feriti e, naturalmente, un altissimo numero di prigionieri, catturati soprattutto negli ultimi tre giorni.
Come si diceva all'inizio, la «battaglia di Vittorio Veneto» è stata oggetto di vari giudizi, talvolta sprezzanti e non privi di errori, pure da storici britannici di chiara fama come John Keegan e A. J. P. Taylor. Un dissacratore come Indro Montanelli ha scritto che Vittorio Veneto non fu una vera battaglia, ma «una ritirata che abbiamo disordinato e confuso». Giuseppe Prezzolini a sua volta scrisse di «una battaglia ideale» alla quale «è mancato il nemico» e che l'Esercito austro-ungarico perse «per ragioni morali». Soprattutto gli inglesi esaltarono oltremodo la brillante azione di Lord Cavan, che invece le fonti ufficiali italiane ridussero alle sue giuste proporzioni. Erich Ludendorff, già quartiermastro generale dell'Esercito tedesco, che pure a fine settembre aveva consigliato al Kaiser di sollecitare un armistizio, anch'egli influenzato da un punto di vista nazionale, attribuì grandi conseguenze alla sconfitta austriaca, affermando, con poca credibilità, che senza di essa la Germania avrebbe potuto resistere fino alla primavera 1919, ottenendo così migliori condizioni.
La Grande guerra non conobbe brillanti strateghi e grandi vittorie; sia sul fronte italiano sia su quello italo-austriaco prevalse la guerra di trincea e di attrito. Diversa fu la situazione sul fronte orientale tra Russia e Imperi centrali. Si può senz'altro ammettere che il cedimento austriaco fu dovuto più a cause interne politiche, la crisi dello Stato multinazionale, ed economiche, la grave penuria di generi alimentari, che a una brillante strategia militare italiana. Tuttavia ciò non può portare a sminuire la vittoria; il Regno d'Italia dimostrò di saper risorgere da una grave sconfitta, resistere e passare al contrattacco fino alla vittoria.

mercoledì 14 giugno 2017

Libertà di associazione: un principio non negoziabile

di Aldo A. Mola

Che cosa è l'“opinione pubblica”? Chi ha il potere di valutarla? Nessuno. Neppure l'Istat. I “sondaggi”? Non esiste alcuna “opinione pubblica certificata”. Circolano “opinioni”, sempre meno fondate su riflessione, valutazioni critiche, “giudizi”; prevalentemente basate su impressioni, suggestioni, sensazioni fugaci e pre-giudizi, gli “idola tribus” deplorati da Francis Bacon secoli orsono. Dall'“opinione pubblica” per secoli sono dipese le sorti di milioni di persone: gli schiavi, le donne (per millenni “esseri inferiori”, senz'anima, incapaci di stare in giudizio), gli “eretici”, i dissidenti, i “diversi”, finiti sotto la scure, impiccati o arsi sulle fascine della cosiddetta “opinione pubblica”, usata dai regimi per annientare le opposizioni. L'“opinione” cambia secondo i luoghi e, al loro interno, secondo i tempi. Ricordiamo, per esempio, il famoso “comune senso del pudore”, sulla cui base vennero emesse migliaia di sentenze rispondenti a “umori” di quanti se ne ammantavano anziché della maggioranza dei cittadini.
Nell'Italia odierna da un canto si inneggia al multiculturalismo (fallito in Paesi dalla tradizione identitaria molto più robusta della nostra, a cominciare dalla Gran Bretagna), dall'altra ci si appiglia a pregiudizi arcaici per rimettere in circolazione fantasmi artificiosi, incubi tanto inconsistenti quanto perniciosi.
Ora, mentre non abbiamo una legge elettorale decente, il Prodotto interno lordo varia di giorno in giorno (unica certezza è l'aumento del debito pubblico), il governo barcolla, “grida manzoniane” vietano la vendita di alcolici qui e là in una città come Torino (che cessò di essere sabauda 75 anni orsono) quasi fosse impossibile portarseli a spasso: siamo al culmine del ridicolo. In quest'Italia due disegni di legge (Ddl) mirano a condannare sotto pene gravissime l'iniziazione e/o l'affiliazione di pubblici impiegati (magistrati, militari, personale civile...) a “logge massoniche” senza alcuna distinzione tra (eventuali) logge segrete (la cui esistenza rimane da provare) e “ordinarie”, che però lo Stato non riconosce e quindi non conosce. Poiché questi Ddl (n. 4328, primo firmatario l'on. Mattiello; e il n. 4422, primo firmatario l’on. Fava) intaccano i cardini della Costituzione, anzi un principio non negoziabile della civiltà giuridica, quale il diritto di associazione, è bene occuparsene: dall'Alpi alle Piramidi...
Entrambi quei disegni di legge insinuano la condanna storica e attuale della massoneria, classificata come “organizzazione, pur legale, che fondi il proprio sodalizio associativo su vincoli di obbedienza tali da inquinare, anche soltanto nella percezione pubblica che se ne possa avere, l'imparzialità di giudizio e la libertà d'animo che il cittadino deve potersi aspettare”. Essi danno per scontata l'incompatibilità delle “associazioni massoniche o similari” con l'ordine costituzionale, senza però addurre fatti e documenti comprovanti il loro pre-giudizio. Poiché la storia insegna che il pur minimo attentato ai diritti di libertà costituisce un precedente pericoloso, il primo passo su una china rovinosa, bisogna essere subito chiari.
È superfluo ricordare quanti e quanto illustri siano stati anche in Italia uomini politici, militari, giuristi, scienziati, artisti e personalità dai più disparati profili iniziati all'Ordine della massoneria. Essi furono (e sono) l'aspetto “locale” di una storia universale che abbraccia tutte le democrazie “occidentali”, sia repubblicane (come gli Stati Uniti d'America e la Francia, il cui presidente, François Hollande, visitando la sede del Grande Oriente, proclamò l'indivisibilità tra la storia del suo Paese e la Massoneria) sia monarchiche (dalla Gran Bretagna a quelle scandinave). Lasciando il passato remoto e prossimo dov'è, va osservato che, ove mai adottati, i disegni di legge in discorso metterebbero in discussione la libertà dei pubblici dipendenti di iscrizione non solo alle logge ma anche a partiti e sindacati, in presenza di un regime che non ha regolamentato né la loro disciplina interna né quella dei loro rappresentanti nel Parlamento nazionale, sicché per molti aspetti rimangono “società segrete”.
Non solo. I requisiti dai Disegni di legge attribuiti alle logge si attagliano perfettamente all'associazionismo religioso (non solo ma anche, e in molti casi, cattolico), nel cui ambito vigono osservanze che, appunto, prevedono “vincoli gerarchici, solidaristici e di obbedienza”. La prelatura personale dell'Opus Dei è solo una tra le molte... Basta scorrere gli Statuti di tanti Ordini e di Congregazioni.
Il disegno di legge Fava si spinge oltre il Mattiello, giacché pretende di introdurre una disciplina abnorme persino ai danni dei parlamentari. Questi, come noto, rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato, un principio istituito con il mai troppo elogiato Statuto Albertino del 1848, esteso al Regno d'Italia e vigente sino al 31 dicembre 1947. Ora si pretenderebbe che, entro tre mesi dalla loro proclamazione, i parlamentari depositino presso l'ufficio di presidenza della loro Camera “una dichiarazione, anche negativa, sull'eventuale appartenenza a qualunque titolo ad associazioni massoniche o similari, precisandone la denominazione”. E ai circoli filatelici o numismatici? O a un circolo filosofico? O una delle molte “religioni” incluse o meno dalle “intese” per l'erogazione dell'8 per mille?
Siamo daccapo alla caccia alle streghe, per ora solo contro la massoneria: nome comune di cosa, perché esso non è tutelato in un Paese che manca di una legge seria sulle associazioni.
In Italia nel corso dell'intero Settecento la Massoneria fu vietata dai sovrani e scomunicata dai papi. Dopo la breve stagione napoleonica le logge furono nuovamente vietate e i massoni ferocemente perseguitati. Visto che stiamo celebrando duecento anni dalla nascita di Francesco De Sanctis (1817-1883), giustamente ricordato quale forgiatore della coscienza civile (e citato a casaccio dal Ministro della Pubblica Istruzione: esempio insigne di sciatteria culturale), ricordiamo che egli fu anche e orgogliosamente massone, come Michele Coppino, Giosue Carducci e altri artefici della Nuova Italia.
Col fascismo la massoneria fu nuovamente perseguitata, come accadde nei Paesi del “socialismo reale” sino al crollo del comunismo sovietico e in quelli fondamentalisti (islamici e Oltre Tevere...). Ma la condanna politico-religiosa della massoneria fatalmente portò con sé anche quella delle “associazioni similari”. Nel 1938, appena tredici anni dopo la messa al bando del Grande Oriente e della Gran Loggia d'Italia, il Rotary Club italiano fu costretto ad auto-sciogliersi prima di essere spazzato via dal governo Mussolini che aveva ormai imboccato la strada dell'alleanza ideologico-militare con Hitler, che sin dal “Mein Kampf” aveva messo i massoni tra gli Ordini incompatibili con il nazionalsocialismo. Eppure dalla nascita i Rotary Club italiani raccoglievano le figure eminenti della società. Il Re stesso ne era presidente onorario. Il principe Umberto era socio onorario del Club di Cuneo, presieduto da Luigi Burgo, industriale geniale e umanista. Non solo, ma il fondatore del Rotary, Paul Harris, non era neppure massone, a differenza dell'ideatore dei Lions Club.
Tutto questo vuol dire in sintesi che la pre-politica o Politica vien prima della “politichetta” dei partiti: sulla Politica, che è il caposaldo della civiltà, non sono possibili né mediazioni, né pateracchi. L'unica alternativa, diversamente, rimane l'“espatrio”: il destino che toccò nei secoli a quanti vennero condannati dalla “pubblica opinione”: Dante Alighieri, il “ghibellin fuggiasco” condannato a morte nella sua Firenze; Machiavelli, torturato; Guicciardini, costretto al silenzio; Leopardi, Carducci...
Malgrado il “regime” (ne parlammo più volte con Marco Pannella) sia al collasso, vi sono priorità. La libertà di pensiero e di associazione anche nella Costituzione viene prima dei partiti. Fa parte dei principi che non possono essere messi in discussione, se non da settari che cercano la pagliuzza nell'occhio altrui senza vedere la trave che li accieca e ne ispira l'odio verso gli uomini liberi.
Espatriare, infine, non significa rinnegare l'Italia: vuol dire, anzi, rivendicarla quale fondamento dell'Universalità, della civiltà greco-romana dalla quale tutto discende: il Bello e il Diritto, dopo la Religione degli Ebrei e i Colori degli Egizi. L'Uomo libero ha per patria il mondo.


Aldo A. Mola

martedì 13 giugno 2017

CIRCOLO DI CULTURA ED EDUCAZIONE POLITICA “ REX”



Comunicato  stampa :

Lunedì  12  giugno, in  Roma, presieduto  dall’ing. Giglio, si  è riunito il Comitato Direttivo del  Circolo  REX che ha  esaminato  ed approvato  il  consuntivo  dell’annata  2016-2017, visti anche i risultati positivi  della  vendita  del  volume  “La  guerra  1915-1918“ con  la  prolusione  di  Gioacchino  Volpe e gli interventi  di  Ugo  D’Andrea, Enzo  Avallone, Vittorio  Tur e Roberto Lucifero. 

Il Comitato ha  espresso poi  un  particolare  ringraziamento  a  tutti  gli  oratori intervenuti ed ai siti che hanno  pubblicato la notizia delle  manifestazioni, dandone  anche i resoconti ed i testi. E’  stato  anche  impostato  il  programma  della  prima  parte del 70°  ciclo  di  attività  2017-2018, che inizierà  la domenica  29  ottobre, proseguendo  il  12  e  26  novembre  ed  il  3  dicembre,  nel  corso  del  quale  saranno  ricordati, nel  quadro  del  centenario  della  Grande  Guerra,  il  grande  invalido Carlo  Delcroix,  ed  il  Maresciallo  d’Italia  Armando  Diaz, che, nuovo  Capo  di  Stato  Maggiore Generale, portò alla decisiva resistenza del Piave ed alla conclusione  vittoriosa.


Ufficio  Stampa  REX