NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 26 dicembre 2017

Le spoglie di un Re, maledette dall'antifascismo. Di Rino Camilleri

Qualche considerazione spontanea in seguito alla canea di commenti un po’ tanto inappropriati.


Don Bosco l’aveva sognato e glielo aveva mandato a dire. A Vittorio Emanuele II, mentre il parlamento subalpino decideva la soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dei beni ecclesiastici.
Prima i lutti a Corte (e ci furono, uno dietro l’altro), poi l’ammonimento: chi ruba a Dio non supera la quarta generazione. E infatti: Vittorio Emanuele II, prima generazione di Re d’Italia; Umberto I, seconda; Vittorio Emanuele III, terza; Umberto II, «Re di maggio», quarta; fine della dinastia reale. Don Bosco l’aveva detto.
Be’, di tempo ne è passato dalla sostituzione del Regno con la Repubblica. Ormai, almeno le salme potrebbero rientrare dall’esilio. A chi fanno paura?
Si dice che le bare che contengono le spoglie di Vittorio Emanuele III, morto ad Alessandria d’Egitto, e di sua moglie Elena di Montenegro, morta a Montpellier, siano state portate di soppiatto nel santuario di Vicoforte, in quel di Mondovì.
Insomma, adesso sono in Italia. Dopo settant’anni. Ma ecco i mugugni. I monarchici, la cui consistenza numerica non dovrebbe impensierire l’Italia laica, democratica e antifascista, dicono in pratica: che c’entra Vicoforte? I fans dei Savoia vogliono quelle salme nel Pantheon di Roma. E additano, a conferma, le esequie di Michele I (Mihai) ex Re di Romania: il feretro accolto in patria con tutti gli onori, esercito schierato e politici in prima fila, con percorso, su affusto di cannone, tra due ali di folla oceanica.
Eppure, anche la Romania è una repubblica da decenni. Perché l’Italia fa ancora storie per il rientro di due salme e queste devono essere infiltrate quasi di nascosto?

Azzardiamo un’ipotesi. In Italia, ancora oggi, se gli anarchici  mettono bombe alle porte di commissariati e caserme la notizia compare tra le brevi in quinta pagina.
Se i cosiddetti centri sociali devastano il centro storico, la notizia la trovate in cronaca locale. Se gli stessi occupano interi palazzi e vi smerciano «erba», la notizia non la trovate proprio. Ma se quattro gatti di estrema destra disturbano verbalmente un convegno pro-immigrazione e, dopo aver letto un comunicato, se ne vanno  disciplinatamente, ecco indetta una mobilitazione di tutte le forze politiche e sindacali per reagire alla intollerabile provocazione fascista. Se un giovane militare appende nella sua stanzetta una bandiera della marina prussiana si agita e sbraccia perfino il ministro della difesa, che minaccia sfracelli, destituzioni, rimozioni, punizioni severissime.
Se un pugno risicato di attivisti di Forza Nuova si mascherano da fantasmi e lanciano slogan al megafono contro il gruppo Repubblica - L’Espresso senza far danni né male a nessuno, l’indignazione nazional-popolare raggiunge l’acme e allarmate interrogazioni parlamentari si levano contro il terrificante rigurgito nazifascista. Morale: tutto ciò che è comunista o simil-comunista è tollerato, anzi, va benissimo. Mano ferrea e pronta repressione sul versante opposto, e pazienza se la risposta è spropositata. Questa è la situazione, e lo è dal Sessantotto. 

Ebbene, Vittorio Emanuele III è stato «di destra», perché non si è opposto a Mussolini o, almeno, non lo ha fatto fin da subito, fin dalla Marcia su Roma. Nell’immaginario egemone quel Re è stato complice del «male assoluto», cioè del fascismo, e in un’Italia in cui alte cariche istituzionali si sentono male, o almeno a disagio, quando passano dalla Stazione Ferroviaria di Milano o davanti all’Eur (realizzazioni del mai abbastanza deprecato Ventennio), il malessere o il disagio sarebbero replicati dalla presenza al Pantheon delle salme di Vittorio e Elena.
Non sia mai.
La domanda è però un’altra: perché i Savoia ci tengono tanto a tornare. pure da morti, in questo Paese?

Rino Camilleri