NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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mercoledì 27 luglio 2022

La storia dell’Arma dei Carabinieri al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, fino al 10 settembre



Al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri è aperta al pubblico fino al 10 settembre, la mostra “Arte Sabauda e Carabinieri Reali”

La mostra racconta la storia dell’Arma dei Carabinieri dalla sua fondazione – segnata dalle Regie Patenti di Vittorio Emanuele I del 13 luglio 1814 – fino al 1946, anno del referendum che sancì il passaggio da Monarchia a Repubblica e di cui è in mostra un’urna elettorale accanto all’uniforme appartenuta all’ultimo Comandante dei Corazzieri Reali, Giovanni Riario Sforza, da cui Umberto II si congedò partendo per l’esilio.

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fonte: zipnews.it

giovedì 3 ottobre 2019

Giovanni Burocchi, l’eroico Carabiniere Reale che morì obbedendo agli ordini


di Emilio Del Bel Belluz.

Un tempo a Villanova di Motta, in provincia di Treviso, dove abitavo, avevo conosciuto il Signor Antonio, una persona molto distinta che aveva indossato con orgoglio la divisa di carabiniere reale e mi parlava spesso della sua vita militare. Questo avveniva nella vecchia osteria di mio padre, dove ogni tanto mi trovavo a far compagnia al genitore. L’uomo aveva simpatia per me e i suoi racconti mi affascinavano. 
Leggevo nei suoi occhi una commozione vera, specialmente quando mi parlava del Re che aveva conosciuto, Vittorio Emanuele III, il Re soldato. I suoi racconti mi sono tornati in mente in questi giorni perché ho trovato alcune righe che mi aveva trascritto su un foglio dedicate all’Arma dei Carabinieri. 
“ Valore e disciplina”, “Disciplina e Dovere”, “ Usi ad obbedir tacendo e tacendo morir ”: questo è lo spirito dei Carabinieri. Antonio per farmi comprendere questo, mi raccontò la storia eroica di un Regio Carabiniere: Giovanni Burocchi, che si era immolato alla patria, rimanendo fedele al suo giuramento al Re. Aveva combattuto nella Grande Guerra e dopo aver compiuto il suo dovere di soldato, era ritornato a casa sano e salvo. 
Era nato nel 1881 da una famiglia di contadini marchigiani, originario di Penna San Giovanni in provincia di Macerata. Si arruolò nei Carabinieri Regi nel 1901, destinato alla Legione di Ancona. Giovanni si distinse negli anni meritandosi il rispetto dei suoi superiori. L’amore per la Patria era dentro di lui ben radicato. 
In questi giorni si è ricordata la presa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio, si è scritto molto, e anche molto si è polemizzato. Quest’anno, Trieste ha onorato Gabriele D’Annunzio con un monumento. Il 1° ottobre del 1919 il carabiniere Reale, della Legione Ancona, Giovanni Burrrocchi e il Carabinere Altobordo De Luca ricevettero l’incarico dal comando di scortare il mercantile Presidente Becker che era diretto nella città croata di Sebenico con un carico di derrate alimentari. 
Durante la traversata, alcuni ufficiali dell’intendenza militare di Ancona, che si erano imbarcati con falsi documenti, con le armi in pugno costrinsero il comandante dell’imbarcazione a dirigersi verso il porto di Fiume. Nonostante avesse le armi puntate addosso, il Carabiniere Burocchi ordinò al suo collega di non consegnare il moschetto ed eroicamente volle rimanere al suo posto. 
Il 3 ottobre 1919 il piroscafo Presidente Beker arrivò a Fiume, due Arditi del 22° Reparto d’Assalto salirono a bordo con l’intento di costringere i due Carabineri Reali a non intralciare le operazioni di scarico della merce. 
Dopo una colluttazione, furono sparati alcuni proiettili che colpirono al petto il fedele servitore del Re che ligio al suo dovere non intendeva disobbedire agli ordini. Al petto fu colpito a morte il Carabiniere Giovanni Burocchi. 

Il Re Vittorio Emanuele III, venuto a conoscenza dell’ eroica morte del suo fedele Carabiniere Reale, volle conferirgli motu proprio la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: 

“Fulgido esempio di incomparabile fermezza e del più elevato sentimento del dovere, di scorta con un solo compagno ad una nave mercantile che in seguito ad audace colpo di mano era stata costretta a cambiar rotta replicatamente fatto segno, quale capo servizio, ad intimazioni e minacce anche armata mano, con contegno calmo deciso ed eroico si dichiarò disposto ad affrontare, come affrontò di fatti, anche la morte piuttosto che venir meno alla ricevuta consegna”.

lunedì 30 aprile 2018

Pastrengo 30 Aprile 1848
















30 Aprile 1848, che giornata a Pastrengo e che spettacolo superbo vedere S.M. il Re Carlo Alberto alla testa dei suoi 280 Reali Carabinieri a cavallo in uniforme da parata insieme al Primo Ministro Cesare Balbo e al Ministro della guerra Antonio Franzini seguire da vicino i movimenti delle truppe, il Principe Ereditario Vittorio Emanuele alla testa della fanteria come il fratello S.A.R. Ferdinando di Savoia Genova, perché a quell'epoca l'armiamoci e partite non era concepibile. 
Avanzò troppo S.M. il Re , tanto che l'avanguardia della sua scorta si trovò improvvisamente esposta ad una furibonda fucileria, per un attimo si sbandarono rischiando di lasciare S.M. esposto, immediata però la reazione del Maggiore Alessandro Negri di Sanfront che guidò una furibonda carica di cavalleria alla quale partecipò S.M. stesso con tutta la sua guardia travolgendo il nemico. In breve il nemico, pressato ovunque, ripiegava in disordine oltre l'Adige. 
Gli storici ancora discutono sul fatto che non si inseguì subito il nemico in rotta, errore che non mancammo di pagare ma non quel giorno, la giornata era nostra con poche perdite mentre gli Austriaci lasciarono sul campo 1200 uomini fra morti e feriti e 500 prigionieri. 
Non era che la Prima Guerra d'Indipendenza, la prima di molte spallate all'Impero Austro-ungarico.

di Giuseppe Arrigo Salomone


martedì 27 settembre 2011

PALERMO, 16 – 22 SETTEMBRE 1866, I CARABINIERI DURANTE LA “RIVOLUZIONE DEL SETTE E MEZZO”.

Palermo, 18 settembre 2011. Si tratta della insurrezione di Palermo detta del “Sette e mezzo” (perché durata sette giorni e mezzo) dal 16 al 22 settembre 1866 contro la monarchia Sabauda per la tentata restaurazione della monarchia Borbonica.
In questi giorno ricorre il 145° anniversario della “Rivoluzione del sette e mezzo” in cui rimasero uccisi 42 Carabinieri. Dal 16 al 22 settembre 1866, a Palermo e in Provincia, vi fu una sollevazione popolare che passò alla storia per la sua durata di sette giorni e mezzo.
Fu una violenta dimostrazione e battaglia antisabauda, avvenuta al termine della Terza guerra d’Indipendenza, organizzata da partigiani borbonici, garibaldini delusi, réduci dell’esercito meridionale.
Tra le cause vi fu la crescente miseria della popolazione, la vessazione dei funzionari statali sabaudi, che consideravano quasi barbari i siciliani e vessatorie tasse introdotte.
Quasi 4.000 rivoltosi assalirono Prefettura, Caserma e altri palazzi pubblici.
La città restò in mano agli insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi, come Monreale e Misilmeri: fu stimato che in totale i rivoluzionari armati fossero circa 35.000 in provincia di Palermo. Dovettero intervenire le forze armate mentre le navi della Marina Militare bombardarono la città: intervenirono oltre 40.000 militari. Alla fine furono oltre 200 le perdite da parte dello Stato, tra cui 42 Carabinieri, mentre non si conosce il numerodei civili uccisi o giustiziati.
Nel 1866 il Corpo dei Carabinieri nell’Isola era costituito in unica Legione, con competenza territoriale che si estendeva per tutta la Sicilia – comandata dal Colonnello dei Carabinieri Reali Edoardo Sannazzaro di Giarolle – ed era suddivisa nelle Divisioni di Palermo, Caltanissetta e Messina.
La Divisione di Palermo aveva in organico 793 uomini ripartiti nelle compagnie di “Palermo-Interna”, “Palermo-Esterna”, Trapani e in 87 Stazioni.
Nei primi mesi del 1866, la sconfitta di Custoza e il disastro di Lissa avevano scosso l’opinione pubblica e in Sicilia si aggiungeva un certo sentimento di delusione verso il Governo di Torino.
Di tale malcontento ne approfittarono alcuni sobillatori e gruppi di malavitosi che si fecero promotori dei moti popolari di Palermo, con la speranza che l’insurrezione si sarebbe estesa nelle altre province siciliane.
Nella notte del 15 settembre 1866 i rivoltosi iniziarono ad affluire a Palermo con l’intenzione di impossessarsi della città e travolgere le poche truppe di Presidio e di annientare i Carabinieri che, come
sempre, si distinsero per coraggio e zelo.
Il “Giornale di Sicilia” del 24 settembre 1866 scriveva: “A Misilmeri si commisero atrocità senza esempio e senza riscontro negli annali della più efferata barbaria”.
Il 20 settembre, diffusasi la notizia della rivolta a Palermo, i contadini di Misilmeri, guidati dai banditi Domenico Giordano e Giovanbattista Plescia insorsero, assaltando la Caserma dei Carabinieri i quali si rifiutarono di trattare con i ribelli, allora iniziò un combattimento che durò 24 ore . I carabinieri, bloccati da tutte le parte ed avendo consumato le munizioni, issarono – in segno di resa – una bandiera bianca.
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http://www.mnews.it/2011/09/18/palermo-16-22-settembre-1866-i-carabinieri-durante-la-rivoluzione-del-sette-e-mezzo/