NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 31 dicembre 2010

Il fiuto politico del Re che costruì la patria


Difetti e meriti di Vittorio Emanuele II, un monarca all’altezza delle sue ambizioni


Anche spogliato degli abbellimenti tipici della retorica dinastica risorgimentale, del resto non più in voga ormai da lungo tempo, il primo monarca dell’Italia unita resta un personaggio notevole.
Lo può constatare chiunque legga il catalogo della mostra Vittorio Emanuele II. Il re galantuomo, (Fabbrica delle Idee) allestita dalla Fondazione DnArt presso il Castello reale di Racconigi. 
Un volume, con prefazione di Giovanni Minoli, che contiene molte belle immagini, ma anche diversi saggi su Casa Savoia, sulla figura del sovrano, sulle complesse vicende che condussero il nostro Paese a conquistare l'indipendenza e l'unità, 150 anni or sono.

martedì 28 dicembre 2010

Anniversario della scomparsa di Re Vittorio Emanuele III


Una bella immagine del Re riportata sulla copertina del settimanale OGGI in occasione della scomparsa in esilio del Sovrano.
La riportiamo nel 63° anniversario della scomparsa .

www.reumberto.it/oggi48.htm

mercoledì 22 dicembre 2010

www.reumberto.it bilancio di un anno.


L'anno scorso, il 21 Dicembre, il sito si è trasferito pressoché completamente sul nuovo dominio. Nell'occasione vi è stato anche un uso più razionale e sistematico del counter di shinystat.
Il bilancio è decisamente superiore a quello che avevamo ritenuto abituale negli anni precedenti. Ve ne era il sospetto per la verità, ma il counter messo unicamente sulla prima pagina non poteva che dare statistiche inferiori a quelle reali.
Dopo un anno esatto posiamo dire che il sito ha ricevuto 12.500 visite e sono state lette poco più di 50.000 pagine.

Questi numeri sono circa 4 volte superiori a quelli di cui si aveva conoscenza precedentemente.
Ne siamo ovviamente contenti perché questo quantifica un affetto verso S.M il Re Umberto II che non si riduce con il passare del tempo e perché il nostro sforzo di strappare all'oblio la sua voce viene premiato dai visitatori.

Ci auguriamo per il 2011 di poter continuare nel nostro sforzo magari migliorando ancora.
Grazie a tutti!

Il webmaster del sito e lo staff di monarchicinrete.

martedì 14 dicembre 2010

Aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II


In questa giornata in cui i parlamentari della repubblica hanno dato, da una parte e dall'altra, una così buona prova di se medesimi, è stato pubblicato sul sito dedicato a Re Umberto II un messaggio del 1966 ai parlamentari aderenti all'Unione Monarchica Italiana.
Buona lettura!

venerdì 10 dicembre 2010

Le stupidaggini dei mazziniani


Unità d’Italia: i mazziniani criticano la data del 17 marzo.
Secondo l’Associazione mazziniana (Ami) è una data troppo legata alla monarchia.



Nemmeno Mazzini ne aveva pensate di simili riconoscendo che la forza unificatrice della Monarchia aveva potuto quello che non avevano potuto i suoi tentativi di insurrezione che si risolsero sempre in autentici massacri di patrioti in buona fede.
Ma, come evidente, non c'è limite al peggio: i suoi emuli riescono a completare le sue mancanze anche a distanza di 150 anni.

lunedì 29 novembre 2010

Interessante ed inatteso confronto

Dalla rete ogni tanto appaiono delle riflessioni, le meno prevedibili, che però colgono aspetti importanti .
L'articolo che viene linkato offre una di queste riflessioni, condita con altre considerazioni che non riflettono il pensiero dei membri dello Staff del blog.


Due uomini a confronto

Buona lettura!

sabato 27 novembre 2010

STORIA DI CASA SAVOIA IN UNA MOSTRA PER 150° UNITA' ITALIA

(ANSA) - AOSTA, 27 NOV - Nell'ambito degli eventi organizzati per il 150/o Anniversario dell'Unita' d'Italia, la mostra itinerante 'Casa Savoia e l'Unita' d'Italia' fa tappa a Verres, nella bassa Valle d'Aosta, presentando un dettagliato spaccato della vita della famiglia reale.

La mostra e' allestita dall'8 dicembre al 15 febbraio 2011 nel Salone Le Murasse ed e' visitabile ad ingresso gratuito dal mercoledi' alla domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 19. Il percorso espositivo e' suddiviso in sei sezioni: 'La Valle d'Aosta e Casa Savoia'; 'Re Umberto II e la Regina Maria Jose'; 'Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena'; 'Re Umberto I e la Regina Margherita'; 'Re Vittorio Emanuele II e l'Unita' d'Italia'; 'Re Carlo Alberto, Statuto Albertino, gli Ordini Cavallereschi di Casa Savoia'.

In esposizione vi sono numerosi cimeli appartenuti ai Re e alle Regine d'Italia raccolti dalla Fondazione Principe di Venezia, presieduta dal Principe Emanuele Filiberto di Savoia e da alcuni collezionisti privati. Tra fotografie, onorificenze, gioielli, busti, porcellane, quadri, armi, lettere, abiti, stampe, dipinti, ritratti e svariati monili di uso quotidiano, spiccano: i famosi monogrammi di diamanti della Regina Margherita e della Regina Elena disegnati dalla Gioielleria Musy di Torino; il Manto di Corte della Regina Margherita portato al Quirinale nel 1891 in occasione del Primo Congresso Internazionale che sanci' l'ingresso dell'Italia nel novero delle Grandi Potenze; e molti documenti storici legati ai passi salienti del Risorgimento. (ANSA).

venerdì 26 novembre 2010

Commemorazione di Sua Maestà la Regina Elena



La moglie del Re
di Giovanni Artieri

La Corona non impedì ad Elena di Savoia di essere una madre esemplare e di condurre una tranquilla vita borghese.

Per indicare Elena, Vittorio Emanuele III diceva più spesso «mia moglie», che « la Regina ». Fu notato da molti, durante il lungo regno; anzi questa predilezione verbale servì ad appoggiare la tesi di coloro, nella Corte, che legati ai ricordi di splendore dei tempi di Umberto e Margherita guardavano con occhio sempre devoto e deferente, ma non scevro di una punta critica, la moglie del Re. Per quanti anni si discusse, molto sottovoce ma non tanto che tutta Italia non udisse, sulla regalità e non regalità di Elena. Quanti paragoni, aneddoti, pettegolezzi, furono ammucchiati, tra i rasi e i tendaggi dei salotti del primo Novecento, attorno a quest'argomento.

Margherita, accantonata nella vedovanza dal regicidio del 29 luglio 1900, aveva lasciato dietro di sé un lungo, meraviglioso strascico luminoso di festa, di magnificenze, di prodigalità, di mecenatismo artistico e culturale. Era una cometa splendente, seguita. nel suo arco celeste dai ritmi e dalle armonie dei versi di Carducci, dalle immaginose righe di Gabriele d'Annunzio cronista mondano. Era difficile « tenere » quello stile, e chi ne rievocava i fasti sapeva di esercitare solamente una nostalgia a vuoto; perché i tempi erano cambiati e col regno nuovo si entrava in un altro e diverso clima, quello che venne detto il clima borghese, della grigia e decorosa civiltà « giolittiana ».
Dei resto lo stesso cammino preso dalle ricerche e trattative per il matrimonio del Principe di Napoli aveva condotto non al trovamento di un'alleanza politica, di una principessa capace di rappresentare qualche cosa nello svolgimento della storia d'Europa, ma - e proprio per volere di Vittorio Emanuele quello, puro e semplice, di una fidanzata di una moglie. La distinzione può apparire sottile, ma non è meno valida; dai suoi limiti, del resto, la regina Elena non uscì mai, salvo rarissimi e fugacissimi momenti.

La sola politica, se così può chiamarsi, effettuata da lei, fu quella di dare una consistenza normale e borghese alla espressione « Famiglia Reale ». Coloro che avevano vissuto i tempi di Margherita le rimproveravano dì aver tolto le iniziali maiuscole a quelle due parole; anzi, di aver soppresso l'aggettivo e fatto della Famiglia Reale, la famiglia del Re: come quella di un funzionario o impiegato, se pure esemplare, dello Stato italiano.

Si pensi, in riassunto, agli inizi dei rapporti tra Elena e Vittorio. A quel loro fidanzamento a Cettigne, dove il Principe di Napoli s'era recato quasi solo a scovare quella magnifica bellezza, e proprio nello stile e nello spirito di quei tempi, in cui quando un giovanotto voleva ammogliarsi sceglieva la futura sposa in provincia, dove non erano ancora arrivate le influenze corruttrici della città, dove non si conosceva cosa fosse una chanteuse e non si adoperava il rossetto per le labbra, opus diaboli.

Anche come avvenne la cerimonia: non diversamente che in casa di un capo-divisione di Ministero, sebbene fosse invitato tutto il popolo della capitale del Montenegro, nella breve piazza dinanzi al konak del babbo dì Elena, il vecchio e valoroso gospodaro Nicola Petrovich, circondato dalla famiglia, dai ministri e dignitari, avendo a lato Vittorio Emanuele e la figliuola. Nessuno si impressioni per la presenza di quei ministri e dignitari coi quali, a detta di Edoardo Scarfoglio, il gospodaro Nicola giocava a carte, seduto sul gradini del palazzetto, nei caldi crepuscoli di estate. Si conoscono le parole pronunciate in occasione del fidanzamento dal vecchio principe montenegrino: «Sua Maestà il Re d'Italia ha dato licenza a Sua Altezza Reale il Principe di Napoli, suo figlio, di fidanzarsi con mia figlia Elena. Il Principe mi chiese la sua mano ed lo gliel'ho accordata. Viva Sua Maestà il Re Umberto I».

Queste furono le pubblicazioni di matrimonio secondo l'uso montenegrino, uguale sia per i principi che per i pastori della Montagna Nera.

Per rispettare questa tradizione, anzi, l'Agenzia Stefani ritardò la trasmissione del telegramma, fino a che il principe Nicola non ebbe parlato. Poco prima della scena sul balcone, nel salone del konak, che poi era una stanza non molto grande, addobbata con mobili di noce e di quercia fabbricati da un ebanista di Bari, Vittorio Emanuele aveva chiesto al gospodaro la mano di Elena, formalmente, parlandogli in italiano. Nicola gli aveva risposto in serbo e poi l'aveva abbracciato e così aveva fatto la moglie, Milena Vucotic'. Quindi la minore delle sorelle di Elena, Vera, di nove anni, aveva offerto un mazzo di fiori alla fidanzata, recitando una poesiola.

Un solo accento di magnificenza in questa sommessa gioia borghese: l'astuccio di marocchino rosso, molto piatto e inciso dello stemma d'oro dei Savoia, che Vittorio estrasse da una tasca interna del suo dolman, aprì con un gesto rapido e porse alla giovane Elena brillava uno dei più bei colliers di diamanti dell'oreficeria fiorentina di quel tempo. L'aveva scelto, per il figlio, lo stesso re Umberto che dì gioielli si intendeva.

Vittorio abitava in un palazzetto a lato del konak, usciva ogni mattina a caccia con un aiutante di campo e un ufficiale del minuscolo esercito montenegrino, accompagnato da giganteschi perianiki, cioè soldati pratici dei luoghi e dei terreni più ricchi di selvaggina.

Spesso era Danilo, il fratello di Elena ad accompagnarlo, per sfoggiare prodezze particolari, come, per esempio, di spaccare un capriolo in due con un sol colpo di scimitarra. Ma Vittorio, per quanto lo consentiva il carattere positivo, sembrava gradire quelle lunghe passeggiate per i monti col fucile spalla solo per il piacere di ritornare a colazione al palazzo, e presentare a Elena un fascetto di fiori di campo. Un'abitudine tenera che non perdette mai, come vedremo, sino agli ultimi giorni della sua vita.

Quasi ogni giorno verso le quattro Vittorio e la fidanzata, con altre persone della famiglia uscivano a cavallo, andavano a trottare dalle parti del Belvedere, sulla strada del lago di Scutari, dinanzi a un panorama vasto e silenzioso. E' questa la sola menzione di Elena come amazzone, che troviamo nelle cronache del tempo.

Naturalmente in quelle settimane felici del fidanzamento montenegrino, ballarono anche; furono, come tutti i fidanzati borghesi di allora, «coppia fissa». Il 31 agosto del 1896, in vista della partenza di Vittorio per l'Italia, venne dal padre di Elena organizzata una festa nel konak. Fu quella la prima volta che la giovane ballò, oltre a un certo numero di polke, il valzer viennese, e naturalmente con lui. Suonarono il Wienerblut di Strauss e, malgrado la disparità di statura, il fidanzato fu bravo.

Dice la cronaca del giornale di Cettigne, Glas Crnogorca (La voce del Montenegro), dal quale traggo queste notizie, che i fidanzati, alla fine del loro giro, non vennero salutati da battimani, perché quest'uso non esisteva nel Paese, ma furono salutati da alte grida di giubilo e il gospodaro Nicola si affrettò a stringere la destra del Principe italiano come si fa dopo un esploit sportivo. Fu ballata la quadriglia. Vittorio ed Elena avevano di fronte il Presidente del Consiglio Bozo Petrovich e una signora montenegrina in costume nazionale. Non si sa come sbagliarono una figura e ne derivò un allegro parapiglia. Fu allora che la giovinetta Elena mostrò molto spirito osservando che nelle quadriglie nelle quali non si sbaglia, ci s'annoia certamente».

Nella vita coniugale di Vittorio e di Elena la pioggia è quasi sempre presente. All'arrivo a Bari, per la cerimonia dell'abiura dalla confessione ortodossa prima del matrimonio, e poi a Roma, pioggia a dirotto. Elena ha 23 anni, Vittorio 27. Essi sono soli, malgrado la folla, le autorità, i soldati, i generali, gli ammiragli, ì parenti. Come saranno soli quarantasette anni dopo, dal 1943 sino alla morte di Vittorio. Elena è triste, sofferente. Quando scese nella cripta della Cattedrale di San Nicola, dal soffitto bassissimo ma splendida di luci, e vi si inginocchiò, Vittorio le era accanto. Il Gran Priore lesse l'atto d'abiura e il nuovo credo della fidanzata. Ella rispose con fermezza: « Credo », ma guardò dalla parte dì lui, del Principe, che la fissava. Non le sorrise, perché Vittorio Emanuele non sapeva né ridere né sorridere, ma le strinse la mano e la prese sotto il braccio, dopo la cerimonia e la firma dell'atto. Poi la lasciò per precederla a Roma, poiché non sarebbe stato corretto viaggiare insieme mentre ancora non erano sposati.

A Roma si svolsero ì riti e le cerimonie spettacolose descritte nelle cronache e nei libri. E furono finalmente soli alla Meridiana di Palazzo Pitti, a Firenze, dove Vittorio era tenente generale, comandante di divisione. Qui le recapitarono la copia di una pagina di D'Annunzio che voleva essere un madrigale magnificente. Diceva: « Ella resuscita nello spirito dei poeti l'immagine della Vittoria che si dislaccia i sandali, e se la memoria dei suoi studi classici soccorre il poeta nell'attimo dell'entusiasmo, ripeterò i versi dell'Ifigenia in Tauride:


O Vittoria molto veneranda
accompagna tutta la mia vita e
non cessare di coronarla... »


Elena mostrò a Vittorio questo singolare autografo osservando ch'era difficile rassomigliare alla Vittoria che si dislaccia i sandali perché la figura manca completamente della testa.

Slava, Elena poteva apprendere facilmente e parlare lingue e dialetti. Così durante trent'anni ella fu l'interprete e traduttrice di suo marito per la lingua russa, per il serbo e per il greco moderno. Riguardava e ritagliava i giornali indirizzati al Re d'Italia da Pietroburgo, da Belgrado, da Atene. Ma imparò per amore di lui anche il dialetto piemontese, sebbene non correntemente e completamente. Quest'è una testimonianza del re Umberto I che notò, una volta, come il Principe si rivolgesse a Elena in piemontese e questa capisse perfettamente ciò che le si chiedeva.

Per quattro anni quello di Vittorio ed Elena fu un idillio coniugale bellissimo, affettuosissimo, ma sterile. Nessuna nube era comparsa all'orizzonte degli sposi, ma questo non bastava all'aspettativa di tutti. Si diceva, persino, che l'amore di Vittorio per la moglie fosse arrivato al punto da mangiare a tavola il borsch alla russa e la castradina di Cettigne, cucinati da lei stessa con le sue mani. Questo potette, probabilmente, avvenire durante il soggiorno all'isola di Montecristo (tra il 1897 e il 1898, in periodi diversi) nell'isolamento selvaggio di quel bellissimo luogo nel quale un padiglione in muratura (riparato in gran parte e per suo gusto dal principe Vittorio, al quale la moglie dava mano senza paura di imbrattarsi di calcina), non offriva certamente i comodi fastosi del Quirinale o dei Palazzo della Consulta.

Di un episodio, tuttavia, si ha notizia, che può rassomigliare, se non ad un dissenso fra coniugi, ad un disappunto, ad un nervosismo. E' curiosissimo. Il gran gusto di Elena e di Vittorio furono, com'è noto, i viaggi di mare a bordo dello Yela o del più grande e sicuro yacht a vapore Savoia.

Nel 1899, col Savoia, i principi raggiunsero le alte latitudini dell'Europa. Andarono a Pietroburgo e di qui a Oslo (ma allora si chiamava Cristiania) dove incontrarono la nave Stella Polare al comando di Luigi, Duca degli Abruzzi, diretta al Polo Nord. Comandante in seconda della spedizione era il tenente di vascello Umberto Cagni, al quale la principessa Elena consegnò un singolare messaggio della fidanzata, la signorina Maria Nasi, nipote del generale Nasi, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II. Consisteva in uno dei primi rulli fonografici » comparsi in Italia. E sul rullo era incisa la voce della giovinetta.

Il comandante Cagni ricambiò il saluto con lo stesso mezzo. Evidentemente i due fidanzati s'erano muniti di un fonografo incisore. Elena, dunque, al suo ritorno in Italia (abitava a Napoli, nel Palazzo Reale di Capodimonte), consegnò alla signorina Nasi il saluto del valoroso esploratore.

Questa patetica storia era, evidentemente, a conoscenza di Vittorio, che pensò di far qualche cosa di simile anche lui. Ed ecco che un giorno dice alla moglie di ascoltare attentamente, perché dall'altra stanza gli sembrava di udire delle voci care e familiari. Elena ascoltò e balzò in piedi per la gioia. Erano le voci di suo padre Nicola e della madre Milena che la chiamavano per nome: « Yela, Yela... », e le dicevano tante cose affettuose.

Elena si precipitò alla porta. Ma, di là, trovò la tromba di un grammofono e il rullo che girava lentamente sotto l'ago. Non era uno scherzo ma un tratto di tenerezza di suo marito. Pure la delusione fu più forte d'ogni consolazione. E quella fu la sola nube tra loro presto dispersa.

Le biografie della Regina mettono in rilievo, come un tratto tipico della sua personalità umana, l'amore materno. Riteniamo ovvio ripeterci qui e ripetere ciò che abbiamo narrato altrove. Ma non ometteremo una osservazione tipica della donna che, tutta dedicata alla sua missione di moglie e di madre, deplora dolcemente di aver rinunciato a qualche sua precipua ambizione o qualità. Così anche Elena lamentò, ricevendo nel 1902 lo scrittore Alberto Lumbroso e sua moglie: « Da giovane ho suonato con passione il violino..., ma poi... ho preso marito... ». Tutta dedita al mondo familiare, questa limitazione era del resto nella sua natura. Estensivamente ella pensava l'Italia intera come una famiglia nella quale i bambini e i malati avessero il posto di maggior rilievo. Era un modo, anche questo, e quanto cristianamente e regalmente valido, di considerare la sua missione di Sovrana. Una verità, d'altra parte, perfettamente intesa dall'immensa maggioranza del Paese quando si trattò di esprimere un giudizio su di lei, morta in esilio e nella mediocre clinica di Montpellier. Si vide, allora, come la Regina borghese (la moglie del Re che non esitava spesso a mettere il grembiale bianco e guidare le cameriere e il personale di casa; che badava personalmente alle minuzie di un ricevimento, come avvenne per le nozze di Mafalda a Racconigi e che, durante la prima guerra mondiale, fu davvero infermiera della Croce Rossa, nel Quirinale trasformato in Ospedale da campo n. 1) fosse amata dal popolo grosso, quello che guarda ai grandi temi della vita dei potenti e sa cogliere la verità dei caratteri e discernere dalla retorica encomiastica la nuda verità.

Gli hobbies della Regina, nel suo amore di moglie, coincidevano sempre con quelli del Re: la pesca, la fotografia, le collezioni. Se Vittorio collezionava monete, Elena collezionò, in magnifici album, francobolli. Non si sa, oggi, dove siano finiti. Così egli non amava la musica e lei vi rinunciò; come, evidentemente per non urtare i gusti di Vittorio, smise di scrivere poesie morali, di valore discutibile ma interessanti come documenti. Ne scrisse una, tradotta anche in latino dal senatore Giuseppe Albini, pubblicata dapprima - nel 1904 - nella rivista russa Nedelia con lo pseudonimo di « La farfalla azzurra », poi in tedesco sulla rivista berlinese Das Aussere, firmata «Elena, Regina d'Italia», e infine tradotta in italiano dal Corriere della Sera che l'ebbe dal suo corrispondente berlinese e la stampò nel numero del 17 luglio del 1905. E' un dialogo tra un Principe e una Principessa, ispirato dagli orrori della guerra.

Nel 1946, nel villino Yela, ad Alessandria d'Egitto, già esuli, già percossi dalla sventura nel trono perduto per loro e per i discendenti, nella figliuola Mafalda morta tragicamente nella prigionia di Buchenwald, nel figlio ed erede Umberto, costretto a sua volta all'esilio, Elena e Vittorio celebrarono le loro nozze d'oro. 1896-1946: cinquant'anni di amore inalterato. Elena era stata per cinquant'anni moglie e per quarantasei Regina d'Italia. In lei, nella sua vita, le due missioni umane quasi si confondevano. Come moglie e come Regina aveva obbedito al concetto un po' grigio, un po' arido, un po' burocratico che il Re borghese s'era fatto del suo compito.

Così quando dal Quirinale, donati i Palazzi Reali allo Stato e all'Opera combattenti, Elena passò alla Villa Savoia, sulla via Salaria, fu più contenta, più a suo agio. Ella era, nella palazzina circondata dal grande parco, più vicina alla sua famiglia, che non nella grandiosità papale del Quirinale, dove l'ambiente dettava altri modi di vivere. A Villa Savoia, come alle Cascine Vecchie e al Gombo di San Rossore, come a Sant'Anna di Valdieri e, anche, a Racconigi, le capitava persino di chiamare ad alta voce una cameriera da una stanza all'altra, da un pianerottolo all'altro o di sentirsi rispondere da un corazziere o da un maggiordomo «Maestà, la Tale non c'è...».

Sapeva leggere nei conti, come Napoleone. A Giovanna, non ancora Regina di Bulgaria, insegnò l'uso della macchina per lavori a maglia e gliene comprò una. A Jolanda insegnava a cucire a macchina già nell'età di sei anni. Così faceva venire in casa una sartina per comporre, scomporre, adattare i suoi vestiti e quelli delle Principesse. Immutabilmente la vita della sua casa fu governata dalla costellazione della Modestia: fisse l'ora dei pasti, le ore di svago, l'ora del risveglio. A Villa Savoia, quando ancora tutta la famiglia era riunita, cioè prima dei successivi matrimoni dei figli, s'attendeva in uno dei salottini del pianterreno che il Re ritornasse dal Quirinale, come il papà dall'ufficio. Al suo ingresso lei, Elena, per prima si levava in piedi e gli moveva incontro; Umberto osservava la posizione di «attenti», militarmente, e poi tutti andavano a tavola. Chiacchiere, risate, qualche interruzione vagamente polemica di Jolanda, la più vivace, o di Umberto, il più informato; al caffé passavano nel salotto. Venivano spesso amici: insegnanti di lingue, parenti di Elena, che aveva alloggiate le sorelle sulla vicina via Panama.

Né il fascismo, col tono di grandezza che voleva imprimere al cerimoniale, riuscì a mutare la vita borghese della moglie del Re: anzi le offrì, con la cerimonia della raccolta dell'oro per la guerra d'Etiopia, l'occasione di scrivere, per accompagnare la sua cara fede nuziale del 1896, quella nobile lettera al «Signor Presidente» che procurò a Mussolini un'arrabbiatura perché, imperterrita, la Regina rifiutava di chiamarlo Duce.

Fu imperterrita anche nella semplicità, nella carità, nella fedeltà. Si pensi che ancora nel 1924 non conosceva la ondulazione artificiale dei capelli, ciò che si dice la «permanente». La iniziò a questo la regina Vittoria di Spagna, moglie di Alfonso XIII, ch'ella visitò a Madrid. Appena a Roma Elena chiamò a Villa Savoia il parrucchiere Alberto Egly, che aveva applicato quel procedimento alla chioma della contessa Guglielmina di Campello, dama di Corte. In questo tempo i suoi capelli erano nerissimi. Il parrucchiere credeva fermamente che la Regina si tingesse, Superando l'esitazione, ne chiese a Elena: «Vostra Maestà si tinge i capelli?». «Neanche per sogno», disse Elena «tocchi tocchi pure».

Quel giorno stesso l'Egly e un suo nipote ritornarono a Villa Savoia con tutti gli ordigni necessari alla «permanente» e mentre la Regina si trovava sotto il casco, entrarono a curiosare il Re e il principe ereditario Umberto Naturalmente Vittorio Emanuele III chiese le più circostanziate informazioni sugli apparecchi, sulla tecnica della pettinatura, dell'ondulazione. Ma quando la Regina, molto riccioluta, fu pronta e tentava di passarsi tra i capelli un pettine di avorio, Vittorio Emanuele le disse, non senza sorridere a bocca chiusa: «Rassomigli a Ras Tafari...», cioè al futuro imperatore Ailè Selassiè d'Etiopia. Ma Elena ribatté : «Adesso mando a ondulare anche te...», e risero tutti. Quanto alla carità di Elena, praticata tutta la vita, senza ripetere ciò ch'è ampiamente detto nelle biografie e nelle apologie, basti ricordare i suoi interventi a favore degli ebrei e ciò ch'ella fece (premendo sulla mano del Re come moglie, stavolta) a favore di noti e ignoti, dal suo medico professor Striccoli a tutti coloro che potevano raggiungerla e comunicare con lei. Basti ricordare, inoltre, l'assistenza personale e continua alle opere (per encefalitici, per madri povere, per tubercolotici, per ex combattenti) che recavano il suo nome e stavano sotto il suo patronato.

E per la fedeltà al suo compito umano, colei che venne chiamata anche la Regina Ciclamino, per il colore preferito, per la profumata modestia della persona che fu tra le più splendide tra le donne d'Europa, ricorderemo un gesto abitudinario, quotidiano e se si vuole anche un po' grigio di Vittorio Emanuele, durante l'esilio di Alessandria.

Il 24 ottobre 1946, nel cinquantenario del matrimonio, il Re esule uscì dalla villetta di Smuha, col suo. aiutante di campo Torella di Romagnano, ma non si avviò subito verso il mare. Indugiò tra i muri delle altre ville, tra praticelli e siepi, e si mise a raccogliere un mazzettino di ranuncoli, margherite, fiori di capperi, orchidee selvatiche; fiori da niente, fiori senza padrone. Era ciò che faceva ogni giorno, solitamente al ritorno dalle sue passeggiate, dalle sue melanconiche partite di pesca, dalle rare escursioni tra gli antiquari della città. «Oggi», disse Vittorio, «è il giorno delle mie nozze d'oro con Elena. Bisogna raccogliere un bel po' di fiori». Poi stette soprappensiero. E disse ancora, come parlando a se stesso: «Cinquant'anni con Elena, mia moglie».

Giovanni Artieri

martedì 23 novembre 2010

Il contributo dei monarchici alla costituzione repubblicana

Ci permettiamo di estrapolare uno stralcio da un interessantissimo documento pubblicato dal sito www.legnostorto.com , Nascita dell'articolo 1 della costituzione.
Vi sono riportati diversi contributi interpretativi e concettuali al rapporto tra popolo e sua sovranità.
Argomento particolarmente significativo di questi tempi di incombenti ribaltoni.

Il documento, di Bartolomeo Di Monaco merita di essere letto per intero:

http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=30482&Itemid=26

Peccato che la lucidità dell'Onorevole Roberto Lucifero non si sia potuta applicare ad un nuovo Statuto!


Lucifero ripropone in questa sede — come ne aveva fatto esplicita riserva — quella che fu la sua tesi in sede di Sottocommissione. Afferma che sovrano è il popolo, che tale resta permanentemente; la sovranità risiede nel popolo e in esso sempre rimane. Vi possono essere degli organi delegati che per elezione popolare esercitano la sovranità in nome del popolo; ma la sovranità è del popolo e resta del popolo. Dire pertanto che la sovranità emana o promana dal popolo dà — a suo avviso — la sensazione, che può essere domani interpretazione giuridica, che il popolo, con l’atto con cui ha eletto coloro che eserciteranno la sovranità in suo nome, si spoglia di questa sovranità, investendone i suoi delegati. Ciò gli sembra antidemocratico e — sia concesso dirlo a lui monarchico — soprattutto antirepubblicano; poiché proprio il far risiedere la sovranità nel popolo, dovrebbe costituire la distinzione fondamentale fra repubblica e monarchia.”

“Lucifero. [...] C’è un altro punto sul quale vorrei richiamare la vostra attenzione ed è la questione della sovranità.
Tengo a dichiarare che non è che non conosca certe moderne teorie, quali quella del Jellinek e C., secondo le quali la sovranità è dello Stato; ma io dico che uno Stato democratico deve ristabilire il principio che la sovranità è dei cittadini e quindi del popolo. Ed allora è necessario dirlo chiaramente nella Costituzione.
Due volte ho già proposto in sede di Sottocommissione e di Commissione che l’articolo primo fosse modificato, laddove si dice che la sovranità emana dal popolo.
Anche l’onorevole Conti una sera disse che gli sapeva di profumo questa emanazione di sovranità. A me sa anche di qualche altra cosa. Io temo questa sovranità che emana. Emanare ha un senso di moto; poi l’emanazione non torna più indietro, e sappiamo dove si va a finire con queste sovranità delegate.
Signori miei, io non l’ho voluta, voi l’avete voluta, ed ormai c’è questa Repubblica. La caratteristica fondamentale che distingue la Repubblica dalla Monarchia è che mentre nella Monarchia la sovranità risiede nel Sovrano, nella Repubblica la sovranità risiede nel popolo. Visto che si sta facendo la Repubblica, facciamola repubblicana!
Io riproporrò l’emendamento; ma diciamolo chiaramente che la sovranità risiede nel popolo.”

Lettera ad un giornale in lingua italiana pubblicato negli USA


Guardate cosa scrive un Italo americano al giornale America Oggi!

http://www.americaoggi.info/2010/11/22/21709-repubblica-italia-forse-meglio-la-monarchia

lunedì 15 novembre 2010

giovedì 4 novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II


E' stato aggiornato il sito dedicato a Sua Maestà il Re Umberto II.
Una bella intervista/programma al Re in esilio fatta da Nino Bolla.
Buona lettura!

www.reumberto.it/bolla1957.htm

giovedì 28 ottobre 2010

Il flop di Woodcock sui Savoia? Un milione in fumo


di Redazione

E ora, di fronte cifre del genere, si possono solo fare stime. Quanto detto ieri alla Camera dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, in risposta all’interrogazione del deputato Pdl Manlio Contento, ha squarciato il velo che solitamente copre le spese delle procure. Ieri il Parlamento e l’Italia intera hanno potuto infatti scoprire che il pm Henry John Woodcock (nella foto) per indagare Vittorio Emanuele di Savoia e altre cinque persone (che sono andati a giudizio con accuse che andavano dalla concussione all’associazione a delinquere) ha speso oltre un milione di euro. Per la precisione 1.063.983 euro. Tanto è costata a quella giustizia che piange miseria l’inchiesta del procuratore fan delle intercettazioni. Inchiesta che se da un lato ha potuto godere dell’attenzione dei media, dall’altro non ha avuto molta fortuna davanti alla corte, che ha così ribattuto al costoso impianto accusatorio di origine woodcockiana: «Il fatto non sussiste». Ora, dicevamo, possiamo solo fare stime dei danni che le avventurose inchieste del procuratore hanno arrecato alle casse pubbliche. Perché, ha spiegato Caliendo, quello su Vittorio Emanuele era solo un troncone di una inchiesta che ne comprendeva altri quattro. Per esempio la vicenda di Fabrizio Corona, un altro best-seller mediatico di Woodcock, ha dato origine a sette procedimenti distinti. «Quindi - sottolinea Caliendo - è molto difficile determinare i costi delle varie inchieste». Si possono solo fare delle stime. Se si trova il coraggio...

lunedì 25 ottobre 2010

Mussolini e il Re: vent’anni di "cordiale" odio reciproco




Segnaliamo l'articolo del Prof. Francesco Perfetti su "Il Giornale"

Nel saggio di Paolo Colombo il primo studio sistematico sulla diarchia. Il fascismo non era monarchico. E la monarchia non era fascista. Il Duce nel lungo periodo pensava di sbarazzarsi della corte sabauda

La consegna al Governo italiano della parte della collezione delle monete del Re Vittorio Emanuele III rimasta in possesso di Re Umberto II

Il Marchese Fausto Solaro del Borgo ha reso pubbliche le modalità con le quali avvenne nel 1983, suo tramite, la consegna al Governo italiano della parte della collezione delle monete del Re Vittorio Emanuele III rimasta in possesso di Re Umberto II.

(Pubblicato grazie alla cortesia dell'Amb. Camillo Zuccoli)



FEBBRAIO 1983:
In occasione di uno dei miei incontri con S.M. il Re Umberto II a Ginevra, nel febbraio del 1982, il Re mi accennò al problema delle monete della collezione donata da Suo Padre, il Re Vittorio Emanuele III, al Popolo Italiano (con lettera al Presidente del Consiglio, On. Alcide De Gasperi, scritta a Napoli il 9 maggio 1946), rimaste in Suo possesso dopo la morte del Genitore. Si trattava di due cassette contenenti i pezzi più preziosi, in quanto più antichi, che il vecchio Re, partendo per l’esilio in Egitto, portò con se (rilasciandone regolare ricevuta alla Presidenza del Consiglio) al fine di riordinarne la catalogazione. Queste monete si trovavano ad Alessandria d’Egitto al momento della morte del Re Vittorio Emanuele III, avvenuta il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima della entrata in vigore della nuova Costituzione che prevedeva l’avocazione dei beni dell’ex Sovrano. Esse rappresentavano l’unico bene patrimoniale importante su cui la Famiglia Reale, che rischiava di restare senza mezzi di sostentamento, potesse contare sicché fu deciso di non procedere alla restituzione.
Il Re Umberto mi precisò che intendeva affidare a me l’incarico di concordare con il Governo Italiano la restituzione delle due cassette conservate nel caveau del Credit Suisse di Losanna, che doveva essere effettuata in via riservata senza coinvolgere alcuno dei Suoi Consiglieri e Familiari, tutti ancora contrari a restituire un bene di così rilevante importanza patrimoniale al Paese che aveva espropriato l’intero patrimonio del Sovrano.
All’inizio dell’estate 1982, in occasione della mia visita a Cascais del 27 luglio, fu deciso che avrei avviato in autunno i contatti con il Governo Italiano per individuare le procedure per la restituzione. L’aggravamento della malattia del Re ai primi di agosto e il Suo ricovero a Londra provocò, come tutti ricorderanno, un’ondata di simpatia per il Malato in esilio, sicché da molte parti si invocava un provvedimento del Parlamento che consentisse ad Umberto II di morire in Italia. In relazione a ciò, con la signorilità, la sensibilità e la bontà che hanno sempre caratterizzato le Sue azioni, il Re mi invitò ad astenermi dall’avanzare proposte di restituzione delle monete, perché non voleva che un tale Suo spontaneo gesto venisse interpretato come una forma di “do ut des”.
Nei mesi dell’autunno 1982 non parlammo della questione nei nostri incontri alla clinica londinese, se non saltuariamente, sempre sentendomi confermare la preoccupazione per una possibile interpretazione che il gesto fosse legato all’ipotetico rientro in Italia. Da parte mia continuavo a notare un peggioramento delle condizioni di salute del Re con il rischio conseguente che, con la Sua scomparsa, le monete per le quali non avevo disposizioni scritte non venissero, dagli Eredi, più restituite all’Italia. Il 23 gennaio 1983, in occasione di una delle mie visite alla London Clinic, presi il coraggio a due mani e feci capire al Re che, date le circostanze ed i rischi connessi ad ulteriori rinvii, occorreva procedere e quindi aprire il negoziato con il Governo.
L’amor di Patria e la grande delicatezza del Re Umberto II si manifestarono ancora una volta quando volle suggerirmi di contattare, per un consiglio sulla procedura da seguire, il Sen. Giovanni Spadolini, all’epoca Ministro della Difesa del Governo Fanfani, dicendomi “Ė il presidente del partito repubblicano, ma sono certo che, da uomo di cultura, metterà da parte in questa occasione le sue idee politiche”. Mi diede anche la precisa disposizione che unica condizione da porre era che nessuna notizia in merito alla riconsegna fosse data prima della Sua morte. Tornato a Roma, tramite un’amica che lo conosceva molto bene, chiesi un incontro con il Ministro della Difesa. Il Sen. Spadolini, per incontrarmi, mi fece chiedere di che cosa intendevo parlargli e, saputolo, mi fece dire che “non vedeva la ragione perché ci si rivolgesse a lui per una questione che riguardava Casa Savoia”. Chiusa questa porta, non avendo rapporti con il mondo politico, mi rivolsi all’amico Marcello Sacchetti che mi propose di incontrare l’On. Nicola Signorello, Ministro del Turismo e Spettacolo. Eravamo intanto arrivati al 18 febbraio e l’On. Signorello, che mi ricevette subito, udito quello di cui si trattava mi disse che ne avrebbe parlato in via confidenziale con il Presidente del Consiglio Sen. Fanfani che doveva incontrare, di lì a poco, in Consiglio dei Ministri. Questo avveniva intorno alle ore 16 del venerdì 18 febbraio.
Descrivo sinteticamente la cronologia degli avvenimenti che portarono al rientro in Italia delle monete mancanti alla collezione donata al Popolo Italiano dal Re Vittorio Emanuele III.

Sabato 19 febbraio.

- Ore 9,00: mi chiama al telefono il Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pregandomi di recarmi a Palazzo Chigi.
- Ore 10,30: incontro il Prof. Nocilla, il quale mi comunica di aver avuto incarico dal Presidente Fanfani di chiedermi chiarimenti su quanto a lui comunicato, il pomeriggio precedente, dal Ministro Signorello. Dopo avermi ascoltato mi chiese - essendo completamente all’oscuro su quanto concerneva la donazione del Re Vittorio Emanuele III che risaliva al 1946 - qualche ora di tempo per aggiornarsi sulla pratica.
- Ore 15,00: seconda convocazione a Palazzo Chigi da parte del Prof. Nocilla, il quale nel frattempo aveva trovato gli incartamenti originali della donazione, compresa la ricevuta con la quale il Re Vittorio Emanuele dichiarava di portare con se le due cassette per l’aggiornamento della catalogazione, sicché potemmo finalmente affrontare nei dettagli l’esame della procedura da seguire per la riconsegna. Durante il colloquio mi chiese di allontanarsi per andare a riferire al Presidente Fanfani che, indisposto, era a letto nell’ appartamento di Palazzo Chigi riservato al Presidente del Consiglio.
- dopo circa mezz’ora il Prof. Nocilla mi informa che il Presidente Fanfani, pur febbricitante, era sceso nel suo studio e desiderava parlare con me.
- Ore 16: il Presidente, che da anni era in rapporti molto amichevoli con mio Padre Alfredo, mi accoglie nel suo ufficio con grande cordialità, esprimendo tutta la sua ammirazione per il gesto che il Re morente intendeva fare nei confronti del Popolo Italiano e, dopo essersi fatto esporre in dettaglio la situazione, con la mia richiesta di riservatezza sul mantenimento della quale mi diede la sua personale assicurazione, mi comunicò che intendeva assentarsi e mi pregava di attendere il suo rientro.
- Intorno alle 17 il Presidente Fanfani rientra a Palazzo Chigi e mi informa che il Presidente della Repubblica Pertini, dal quale si era nel frattempo recato, anche lui riconoscente per il gesto di Umberto II, aveva disposto che la riconsegna delle monete avvenisse nel più breve tempo possibile, mettendo a mia disposizione l’aereo presidenziale per il loro trasporto a Roma.
- Da questo momento in poi, seduto davanti alla sua scrivania, ho l’occasione di sperimentare l’efficienza dell’uomo Fanfani:
 Siamo ormai nel tardo pomeriggio, ed il Presidente del Consiglio chiama alla Farnesina l’Ambasciatore Malfatti, Segretario Generale del Ministero Affari Esteri, il quale arriva nel giro di un quarto d’ora.
 Nel frattempo concorda con il Prof. Nocilla le modalità legali per la consegna da farsi, a Losanna, attraverso l’Ambasciatore d’Italia a Berna.
 Chiede che l’Ambasciatore a Berna, Rinieri Paulucci di Calboli Barone, venga convocato a Roma e, a seguito dell’osservazione dell’Amb. Malfatti che si poteva parlargli per telefono, saputo che io lo conoscevo bene, lo chiama direttamente e, senza fornirgli spiegazioni, gli da disposizioni di recarsi a Losanna con il suo Cancelliere il martedì successivo per incontrarsi con me e fare quanto gli avrei indicato.
 Concorda con i presenti, per salvaguardare le disposizioni di massima segretezza dell’intera operazione, fino alla morte di Umberto II, di rivolgersi ai Carabinieri: il Presidente Fanfani chiama al telefono il Comandante Generale dell’Arma e gli chiede di organizzare il deposito a Roma.
- Intorno alle 19,30 mi congedo dal Presidente Fanfani assicurandogli che avrei fatto il possibile per concludere l’operazione entro il martedì successivo e ricordo bene che lo stesso, avendo appreso da me delle gravissime condizioni in cui versava il Re Umberto, mi disse “Caro Solaro, faccia in modo che il tutto avvenga prima della morte di Umberto II e si ricordi che, se questo non dovesse avvenire, sarà solo colpa sua”.
- Dopo aver definito meglio con il Prof. Nocilla gli aspetti legali da osservare, e predisposta una bozza di verbale di riconsegna, lascio Palazzo Chigi intorno alle 22. Viene deciso che, per garantire la massima regolarità, non avendo io alcun mandato scritto del Re, la parte formale sarebbe stata svolta da mio Padre nella sua qualità di Procuratore Generale di Umberto II, ed anche perché, non volendo coinvolgere l’Amministratore del Sovrano, era l’unico ad avere accesso al caveau del Credit Suisse dove si trovavano le cassette.

Domenica 20 febbraio.

Il Presidente Fanfani mi fa pervenire una lettera indirizzata a mio Padre, quale Procuratore Generale del Re, confermando l’accettazione delle monete ed esprimendo la riconoscenza del Governo e del Paese per il gesto del Sovrano morente.

Martedì 22.

Alle nove mi incontro all’Hotel Palace di Losanna con l’Ambasciatore d’Italia a Berna, Rinieri Paulucci de Calboli Barone, che trovo abbastanza seccato per il modo in cui era stato trattato dal Presidente del Consiglio e, senza mezzi termini, mi dichiara che mai durante la sua carriera gli era stato chiesto di mettersi a disposizione di un “laico”, portando con se il Cancelliere Capo dell’Ambasciata, il sigillo e la ceralacca. Gli spiego tutto quanto era stato concordato a Roma ed i motivi, purtroppo molto tristi, che avevano richiesto l’adozione di una procedura di particolare urgenza con tempi brevissimi a disposizione.
Con lui e con il Cancelliere mi reco al Credit Suisse, dove incontriamo mio Padre e l’Avvocato dello Stato addetto alla Presidenza del Consiglio, Raffaele Tamiozzo, accompagnato dal Colonnello dei Carabinieri Giovanni Danese, arrivati da Roma con l’aereo presidenziale. La consegna non richiede molto tempo in quanto io avevo preteso ed ottenuto a Roma che le cassette venissero aperte solo dopo la morte del Re, in mia presenza.
Terminata l’apposizione dei sigilli ai due contenitori e la sottoscrizione del verbale da parte di mio Padre per la consegna, dell’Ambasciatore d’Italia per il ritiro, e dei due funzionari presenti, le cassette sono caricate sulla macchina dell’Ambasciata, vengono trasportate all’aeroporto di Ginevra e imbarcate sul DC9 presidenziale. All’arrivo a Ciampino le cassette vengono prese in consegna dal Colonnello Comandante della Legione Carabinieri di Roma e portate nella Caserma del Reparto Operativo di Via Garibaldi, dove concludono il loro periglioso peregrinare durato 37 anni da Roma ad Alessandria d’Egitto, a Cascais, a Ginevra e, finalmente, di nuovo a Roma.
Il 25 febbraio, vedendo avvicinarsi la fine, i Figli organizzarono il trasporto del Genitore in Svizzera all’Hôpital Cantonal di Ginevra, e il 13 marzo i medici mi permisero di entrare nella Sua stanza per comunicargli l’avvenuta riconsegna delle monete; ricordo le poche parole che riuscii ad udire “Grazie… è la più bella notizia che potevi darmi” che mi confermarono, ancora una volta, che gli unici pensieri di quell’Uomo in fin di vita erano per il Suo Paese.
Il Re Umberto II muore a Ginevra il 18 marzo 1983. La Sua ultima parola percepita è stata “Italia”.
Il 21 dello stesso mese il Governo Italiano emette un comunicato ufficiale con il quale, dando notizia dell’avvenuta consegna delle due cassette di monete, ricorda la generosità del gesto compiuto dal Re prima della Sua morte.
Il giorno 28 vengo convocato per l’apertura delle due cassette, che avviene alla presenza del Colonnello Ivo Sassi, Comandante della Legione Carabinieri di Roma, del Professor Damiano Nocilla, Capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Dottoressa Silvana Balbi de Caro, Direttrice del Museo Nazionale Romano, Museo delle Terme, e di altri Funzionari del Ministero degli Esteri e dell’Avvocatura dello Stato.
La storia non finisce ancora in quanto, una volta aperte le due cassette dalla Direttrice del Museo, Dottoressa Balbi de Caro, comincia l’esame delle monete seguendo il vecchio catalogo del Re Vittorio Emanuele III (Corpus Nummorum Italicorum) e, dove dovevano esservi delle monete d’oro, si trovavano solo delle bustine vuote. Dopo circa mezz’ora in cui, proseguendo nella ricerca, si continuavano a trovare bustine vuote, nell’imbarazzo generale, si decide di sospendere il trasferimento delle cassette dalla Caserma dei Carabinieri al Museo delle Terme, per riferire al Presidente del Consiglio. Io non potevo nemmeno considerare l’ipotesi che il Re Umberto avesse trattenuto le monete d’oro senza farmene cenno; comunque, dovevo arrendermi all’evidenza. Alcuni giorni dopo mi chiama personalmente al telefono il Presidente Fanfani, che aveva saputo del mio dramma da Nocilla, e mi informa che tutte le monete erano state trovate in una parte della cassetta dove, evidentemente, il Re Vittorio Emanuele le aveva raggruppate per la nuova catalogazione.
Finalmente, con la sottoscrizione di un ultimo verbale e con il trasferimento delle monete al Museo delle Terme, dove era conservato il resto della collezione donata dal Re Vittorio Emanuele III, finisce il mio coinvolgimento in una operazione fortemente voluta dal Re Umberto che mai aveva pensato di appropriarsi di quanto donato da Suo Padre al popolo italiano.
Una decina di giorni dopo ricevetti una telefonata da Palazzo Chigi: il Presidente del Consiglio Fanfani mi comunicava che, a seguito di una valutazione del complesso dei beni da me riportati in Italia per conto di un Signore a cui la Repubblica aveva confiscato tutto il patrimonio, era stato appurato che il loro valore superava i venti miliardi di lire. Alla mia domanda se si conosceva il valore dell’intera collezione, il Presidente Fanfani mi disse che lo stesso superava i cento miliardi (anno 1983).

mercoledì 20 ottobre 2010

Su www.reumberto.it il programma del circolo Rex



E' stato pubblicato sul sito dedicato a Re Umberto II il programma del ciclo di conferenze che si terrà nella Capitale a cura del benemerito circolo Rex.
Le conferenze verteranno sull'Unità d'Italia di cui ricorre il 150° aniversario.

www.reumberto.it/rex.htm

Commemorazione dell'incontro di Teano

MARTEDì 26 OTTOBRE 2010 - VAIRANO SCALO (CE)- Commemorazione del centocinquantesimo anniversario dello storico incontro fra il Re Vittorio Emanuele II e il generale Giuseppe Garibaldi.Le celebrazioni avranno luogo alle ore 10,00a Vairano Scalo (CE) presso il monumento sito in piazza Unità d'Italia e presso il cippo in via Abruzzi e termineranno presumibilmente alle ore 13,00.

sabato 16 ottobre 2010

UNA GRANDE NOTIZIA!

DAL SITO DELLE GUARDIE D'ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON
COMUNICATO STAMPA: IL MINISTRO LA RUSSA FA PROPRIA LA PROPOSTA DEL PRINCIPE VITTORIO EMANUELE DI RIPORTARE NEL PANTHEON LE SPOGLIE DEI RE D'ITALIA CHE RIPOSANO IN TERRA STRANIERA

Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, durante un convegno sull'unità d'Italia organizzato a Milano dal Consultore dell'Istituto G.d'O. Stefano di Martino, ha fatto propria la richiesta del Principe Vittorio Emanuele di Savoia per far rientrare le salme dei due Re e delle due Regine d'Italia che ancora riposano in terra straniera.
La Russa ha dichiarato: "Si tratta di un gesto di pietà, ma anche un gesto che rinsalda la comune appartenenza alla nostra storia italiana". Discuterà e sosterrà questa proposta durante il prossimo Consiglio dei Ministri.
Nel 1878 il Consiglio Comunale di Roma stabilì, all'unanimità, che la salma del Padre della Patria sarebbe stata collocata nel Pantheon, la seguirono quella del Re Umberto I e della Regina Margherita. La sepoltura nel Pantheon di Re Vittorio Emanuele III, di Re Umberto II, della Regina Elena e della Regina Maria José sarebbe un importante gesto di riconciliazione con la storia comune a cui tutti gli italiani appartengono, non una mera esaltazione del passato. Pertanto l'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon auspica che il Ministro della Difesa riesca a sensibilizzare il Governo, ponendo fine a questo ingiusto esilio dei morti che dura da troppi anni.

Roma, 16 ottobre 2010

contatti stampa:
Capitano di Vascello (ris.) dott. Ugo d'Atri
cell. 333.6252360

martedì 5 ottobre 2010

Articolo sul Corriere di Aldo Alessandro Mola

VITTORIO EMANUELE II E IL «BRUT FARDÈL», IL PESO DELLA CORONA, EREDITATO A 29 ANNI


I segreti di una dinastia (poco) italiana

L’ascesa dei Savoia tra alleanze di guerra e una rete sapiente di matrimoni europei

Tornare alla propria terra. Separarsene per sempre. Sono i dilemmi e i drammi di tanti; nei secoli li vissero anche i Savoia. Nel maggio 1814 al quarantacinquenne Vittorio Emanuele I non parve vero di tornare re dalla Sardegna a Torino. Restaurato sul trono pretese di cancellare vent’anni di storia. Nel 1796 l’Armata d’Italia di Napoleone Bonaparte aveva disfatto i generali del regno di Sardegna, sacrificati dall’Impero d’Austria. Due anni dopo Carlo Emanuele IV fu costretto ad isolarsi in Sardegna. Il Piemonte venne incorporato dalla Repubblica francese e poi da Napoleone I. Devotissimo, il re pensò che fosse una penitenza necessaria.



I segreti di una dinastia (poco) italiana



lunedì 4 ottobre 2010

Nuovo video di Monarchici in Rete, Re Simeone II

Dalle parole del Re Simeone II, Re dei Bulgari, figlio di Re Boris e della Regina Giovanna, il ricordo di suo nonno, il Re Vittorio Emanuele III, di suo padre e della Regina Elena.

venerdì 1 ottobre 2010

Vittorio Emanuele II, sotto i baffi un galantuomo


Vi segnalo sul sito della Stampa il seguente articolo:


La mostra «Vittorio Emanuele II: il re Galantuomo e il suo tempo», si aprirà domani nelle due sedi di Palazzo Reale di Torino e Castello di Racconigi per chiudere il 13 marzo 2011. Ripercorre l’epopea di uno dei Padri della Patria, a torto passato in secondo piano. Orario: 9-19,30 da martedì a domenica.

Aggiornamento del sito dedicato a Re Umberto II



E' stato aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II.
Aggiunto all'archivio un messaggio destinato al Popolo Sardo del 1974.
www.reumberto.it/saluti.htm

Buona lettura!

sabato 25 settembre 2010

"Porterò sempre nel cuore il vento e le onde di Cascais"


da www.ilgiornale.it


La principessa Maria Gabriella di Savoia, affascinata dai velieri, racconta la tradizione marinara dei Savoia ma anche le sue esperienze in mare. E ricorda il mitico "Iela"
di Michele Caracciolo di Brienza

Maria Gabriella di Savoia risiede da anni a Ginevra. Giustamente ritenuta la figlia più bella di re Umberto e della regina Maria Josè, è altissima, elegante in modo estremamente naturale e senza nessuna ostentazione. Ma anche disponibile e molto cortese. Nel suo salotto notiamo subito le fotografie in bianco e nero dei genitori nel giorno del loro matrimonio e le gouaches napoletane a ricordo della città che le diede i natali.
Qual è il suo rapporto con il mare?
«In Portogallo ho praticato spesso la vela perché da quelle parti c’è sempre un vento fortissimo, l’ideale. Andavo con alcuni amici portoghesi e, insieme, ci univamo ai Conti di Barcellona (Juan di Borbone, padre dell’attuale re di Spagna Juan Carlos, ndr). Loro erano appassionati di vela. Mi veniva sempre un po’ d’angoscia quando perdevo di vista l’orizzonte e poi ero trattata malissimo perché per via della mia altezza urtavo spesso il boma... Mi manca tanto il mare, so che va rispettato e amato. Qui a Ginevra mi manca soprattutto il rumore delle onde in sottofondo».
Crociere e traversate?
«Ne ho fatte diverse su alcuni grandi yacht, sia a vela sia a motore. Ancora ragazzina ero stata con mio padre nei Paesi scandinavi. Ci eravamo imbarcati ad Amsterdam e poi siamo andati in Norvegia, Svezia, Danimarca proseguendo per San Pietroburgo che allora si chiamava Leningrado. Poi siamo tornati via Tallinn, Riga, Danzica. Indimenticabile».
Quali erano gli intrattenimenti a bordo?
«Durante la crociera praticavo il tiro al piattello. Una volta mio padre prese il mio fucile e ricordo che durante la navigazione riuscì a colpire tutti i piattelli lanciati. La crociera fu molto interessante, i panorami erano fantastici. Ricordo che andammo al mercato del pesce vicino a Oslo. C’erano specie diverse da quelle che io vedevo in Portogallo. Già da piccola, 10-12 anni, ero affascinata dal mercato del pesce di Cascais e conoscevo le varie specie della costa portoghese».
È mai stata in Sardegna?
«Sì, tante volte. Con i Conti di Barcellona partimmo da Napoli per Ponza. Una traversata con tappa in Sardegna prima di finire in Corsica. Non c’era un soffio di vento e facevamo un nodo all’ora in barca a vela. Mi mettevo a prua dove c’è quella rete sospesa sulle onde e leggevo i libri di Pierre Teilhard de Chardin, un noto gesuita che mia madre patrocinava».
Casa Savoia è sempre stata legata alla tradizione marinara. Tanto che c’è anche un famoso nodo...
«Quel nodo arriva da Amedeo VI, il Conte Verde (1334-1383). All’epoca era chiamato “laccio d’amore” perché simbolicamente legava Amedeo VI a una delle sue damigelle. Lui aveva un bracciale con tanti “nodi Savoia” fatti con i capelli della sua amata. Da lì è cominciato l’uso».
Nell'archivio della Fondazione Umberto II e Maria José c’è un bellissimo disegno del panfilo Iela.
«Sì, è il panfilo di mio nonno, Vittorio Emanuele III. Lui e la regina Elena amavano il mare. Infatti, Iela vuol dire Elena in serbo. Lo presero poco prima che morisse Umberto I. I miei nonni erano in navigazione quando da Monza arrivò la notizia dell’attentato al mio bisnonno. Erano in Grecia e sbarcarono a Taranto per proseguire poi in treno fino Monza».
Qual è la barca più elegante su cui è salita?
«Senz’altro il Créole, un veliero dell’armatore greco Stavros Niarchos. I velieri hanno un fascino particolare. Ricordo che nel 1982 ero in Portogallo per stare qualche giorno con mio padre e vidi entrare nel Tago una flotta di straordinari quattro alberi. Saranno stati una dozzina. C’era l’Amerigo Vespucci. Ricordo anche le navi-scuola dell’Unione Sovietica e della Danimarca. Era una meraviglia. Era l’alba quando le imbarcazioni si apprestavano a entrare nell’estuario del Tago. Per via della foschia e delle vele spiegate sembrava un quadro di William Turner. Non ho più visto uno spettacolo così».

giovedì 23 settembre 2010

Il fatto non sussiste


Con questa motivazione Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, figlio del Re Umberto II è stato assolto da imputazioni che al più sprovveduto dei lettori sono sembrate ridicole fin dal primo momento.

La repubblica si è difesa bene.
Ha consentito il rientro dei Savoia, i vivi, ché i defunti sono ancora dov'erano, anche perché stava incombendo una salata multa per violazione dei diritti umani, ma nel contempo ha rovinato loro la reputazione facendo percepire come particolarmente "fuori posto" le sacrosante richieste di risarcimento che gli ex esiliati avevano appena chiesto.

Dovremmo gioire ed invece ci resta un retrogusto amaro.
La giustizia è stata usata per diffamare la Casa degli unici artefici reali dell'Unità d'Italia e del suo completamento.
Il figlio del Re tradotto in carcere come un malfattore qualsiasi.
A quanto ammontano i danni d'immagine creati dalla magistratura alla dignità di Casa Savoia?
E soprattutto chi li pagherà?
Il giudice Woodcock? La repubblica italiana?

Ed anche i costi di tutte queste indagini approdate al nulla?
Quelli li paghiamo noi italiani. Soltanto noi.

Ecco. Grazie a queste porcherie la repubblica è nata e grazie a queste porcherie la repubblica continua a non morire, perché vivere è un'altra cosa.
Niente paura dunque.
Come diceva Guareschi: La repubblica continua.

Purtroppo.
Aggiungiamo noi.

domenica 19 settembre 2010

I partiti monarchici dopo il 13 Giugno del 1946



Articolo pubblicato grazie alla benevolenza di S.E. Camillo Zuccoli, Ambasciatore del S.M.O.M. presso la Bulgaria.

La partenza improvvisa del Re quando invece sembrava certo che sarebbe restato a Roma almeno fino al 18 Giugno intanto che la Corte di Cassazione avrebbe deciso sul ricorso Selvaggi, resterà ancora per chissà quanto tempo un mistero.

Agli storici risolverlo per stabilire la verità di quanto accadde quel 13 Giugno 1946. Il Re la notte del 12 dormì nel suo appartamento privato in via Verona, dove verso le due fu raggiunto dal Ministro Falcone Lucifero che lo mise al corrente delle decisioni del Consiglio dei Ministri. Il Re era sveglio al lavoro alla sua scrivania. Lucifero gli propose tre soluzioni: 1) l'arresto dei Ministri ribelli; 2) far finta che nulla fosse accaduto; 3) protestare contro il colpo di Stato perpetrato da De Gasperi e partire in volontario esilio. 
Non conosciamo l'esito della discussione. Sappiamo che durante la prima parte della giornata del 13 tutti i consiglieri e amici del Re convocati al Quirinale furono contrari alla partenza. Tra questi Enzo Selvaggi, Alberto Bergamini, Roberto Lucifero, Manlio Lupinacci, Benedetto Siciliani, Luigi Filippo Benedettini, favorevole alla partenza solamente il Ministro Falcone Lucifero e forse non sapremo mai perché. Quella mattina ci fu una riunione nel grande salone di Casa Benedettini in via Maria Adelaide alla quale parteciparono il Gen. Augusto De Pignier, l'On. Nino Guglielmi, i giornalisti Nino Serventi, Roberto Trombetti e Massimo Di Massimo, il Prof. Umberto Mancuso, il Col. Enzo Avallone, il Gen. Ercole Ronco e molti altri di cui non ricordo il nome, c'erano anche i dirigenti delle sezioni periferiche dell'UMI romana (il Dott. Basile, le sorelle Marra e il battagliero e sempre presente De Micco), tutti contrari alla partenza del Re. Benedettini disse "Come si fa a lasciare un Regno quando più della metà degli Italiani ha votato Monarchia" aggiunse "I monarchici sono pronti a insorgere". 
Nel pomeriggio durante gli addii ci furono due forti interventi sullo scalone del Quirinale quando Enzo Selvaggi dopo aver abbracciato il Re implorò "Maestà non parta!" e Roberto Lucifero che con la sua imponente mole gridò forte in faccia al Sovrano "Non parta! Non parta!" Le cronache poi ci raccontano come si svolsero nel cortile i commiati dai più intimi collaboratori e dai corazzieri che schierati urlarono "Viva il Re!". Il mistero di questa improvvisa partenza continua quando si dovette affrontare la stesura del Messaggio agli Italiani. Qui le versioni sono discordanti: Falcone Lucifero nei suoi diari ricorda che fu lui a scrivere la versione definitiva del Messaggio. Altri raccontano di una riunione in casa di Alberto Bergamini in piazza del Popolo. Infine Benedetto Siciliani aggiunge la sua versione. Certo è che il Messaggio ebbe più di una stesura e alla fine fu divulgato quello che comprendeva l'energica protesta di fronte all'atto compiuto dal Consiglio dei Ministri.

Il Messaggio venne diffuso subito dopo la partenza del Re e lo stesso pomeriggio fu strillato nella Galleria Colonna di Roma dall'edizione della sera del Giornale d'Italia di cui era direttore Alberto Bergamini.

Il Re autenticò e sottoscrisse il Messaggio almeno due giorni dopo l'arrivo in Portogallo. Certamente il Sovrano si fidò interamente del suo Ministro. Ma il mistero non finisce qui! Molti anni dopo il 1946 durante il riordino dell'Archivio di Falcone Lucifero, Giovanni Semerano e Camillo Zuccoli trovarono la prima lettera che il Re indirizzava al suo Ministro dal Portogallo. Portava la data del 17 giugno 1946. La lettera fu subito mostrata al Ministro che non volle dare alcuna spiegazione su quanto il Re scriveva a proposito del "trucco" con il quale fu indotto a partire. Quale "trucco"? Chi ne fu l'artefice? Lucifero non lo ha mai spiegato. Tutti quel giorno dei 13 giugno furono colti di sorpresa ed espressero contrarietà alla partenza.

Nei giorni successivi ci fu tanta confusione tra i monarchici e molti movimenti e partiti si sciolsero o confluirono nell'Unione Monarchica che salvata da un affrettato scioglimento dal suo Vice Presidente Luigi Filippo Benedettini rimase a far fronte sul territorio alla prepotenza repubblicana. A Napoli accaddero i fatti più gravi. Furono uccisi dai reparti della Celere, la feroce polizia del Ministro Romita, nove giovani monarchici che manifestavano per la Monarchia. Con il nome del Re sulle labbra caddero, Guido Beninato, 18 anni. Ida Cavalieri, 20 anni. Felice Chirico, 19 anni. Gacatano D'Alessandro, 16 anni. Francesco D'Azzo, 21 anni. Vincenzo Di Guisa, 21 anni. Mario Fioretti, 24 anni. Michele Pappalardo, 22 anni. Carlo Russo, 14 anni. A Taranto fu bruciata la sede dell'UMI di corso Due Mari. Il giorno dopo i giovani del Fronte Monarchico Giovanile jonico e un gruppo di marinai della Regia Marina, in divisa, reagirono con un agguato teso ai comunisti. Questi all'uscita dall'Arsenale vennero aggrediti in piazza Garibaldi e molti di essi finirono all'ospedale. Numerosi gli interventi e le interrogazioni alla Camera dei Deputati. Furono sciolti tutti i raggruppamenti monarchici armati che erano diffusi al Nord e nella rinnovata Unione Monarchica Italiana alla cui Presidenza fu eletto l'Ammiraglio Giovanni Galati e alla Segreteria Generale Benedetto Siciliani, si riuscì nel tentativo di federare i vari movimenti dispersi. Ricordo i gruppi autonomisti del Piemonte, del Veneto, della Sicilia, quelli indipendenti della Campania e della Puglia e tutti i gruppi che da Roma condussero le campagne elettorali del 2 giugno 1946.

Questa operazione unitaria verso l'UMI fu merito di Benedetto Siciliani che fu il Segretario di uno dei periodi più importanti della vita associativa dell'Unione che per la prima volta ebbe un suo gruppo parlamentare di deputati e senatori.

Siciliani tenne diretti contatti con il Re in esilio inviando a Cintra ogni settimana una rassegna stampa alla quale collaboravano Nicola Torcia e Giovanni Semerano che erano gli esponenti nazionali del Fronte Monarchico Giovanile.

I principali partiti monarchici post-referendum furono: il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi, il Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli, il Partito Nazionale Cristiano di Agostino Padoan, il Partito Nazionale del Lavoro di Aldo Salerno, il Movimento Popolare Monarchico di Luigi Filippo Benedettini.

Di ognuno e di tutti quanti ebbero con la loro azione un ruolo attivo nel tentativo di restaurare la Monarchia è detto nella seconda parte del volume dove le schede in ordine alfabetico indicano i movimenti che a carattere nazionale operarono nei primi anni repubblicani.

Tra i leader monarchici che si recarono dal Re in Portogallo Luigi Filippo Benedettini lo raggiunse a Cintra alla fine del 1946, quando ancora la Famiglia Reale era in una situazione provvisoria e in grandi difficoltà economiche. Benedettini riuscì a parlare con il Re senza filtri e condizionamenti da Roma. L'intervista che ne usci fu pubblicata dalla Voce Monarchica e il contenuto era tutto diretto al riconoscimento dell'Unione Monarchica Italiana quale punto di riferimento di tutti i monarchici italiani.

L'altro importante incontro tra il Re e i leader monarchici avvenne l'8 marzo 1949 quando una delegazione del Partito Nazionale Monarchico guidata da Alfredo Covelli e composta da Ezio Coppa, Alberto Consiglio e Ida Marcello Materazzo si recò dal Re nell'imminenza delle elezioni in Sardegna. Successe il finimondo! Tutta la stampa nazionale, quotidiani e periodici, si dedicò all'avvenimento perché i messaggi rilasciati dal Re a Covelli erano una chiara indicazione di sostegno al Partito Nazionale Monarchico. Si disse che i messaggi erano un falso. Invece il Re si espresse in modo chiaro e la pattuglia dei monarchici che si riconosceva intorno ad Alfredo Covelli si senti ancor più di ricompattarsi con le liste di Stella e Corona.

La campagna elettorale divenne infuocata e protestarono i monarchici del Partito Liberale Italiano, dell'Uomo Qualunque e della Democrazia Cristiana. Il Ministro Falcone Lucifero non potendo «scomunicare" pubblicamente Alfredo Covelli, con il quale non ebbe mai buoni rapporti, interrogato dai giornalisti dichiarò che non era al corrente dell'incontro in Portogallo tra gli esponenti del PNM e il Re.

I primi anni post-referendurn videro i rapporti tra il Ministro della Real Casa Falcone Lucifero e gli esponenti monarchici in continua conflittualità. Sono noti i contrasti tra Lucifero ed Enzo Selvaggi (PD1), Alfredo Covelli (PNM), Luigi Filippo Benedettini (MPM), Aldo Salerno (PNL), Benedetto Siciliani (UMI). Soltanto dopo molti anni con la Presidenza dell'Unione Monarchica dell'Ammiraglio Adalberto Mariano si riconobbe a Falcone Lucifero la guida morale e materiale dell'UMI e il Ministro svolse questo suo ruolo da una stanza di Palazzo Tittoni (sede dell'UMI) appositamente arredata e che egli stesso teneva chiusa a chiave.

Qui di seguito l'elenco dei movimenti e partiti monarchici all'indomani del 13 giugno 1946 che a Roma si trovarono a doversi riorganizzare di fronte alla sorpresa dell'improvvisa partenza del Re. In questa indagine mi fermo al 1949. I dati riportati sono ricostruiti a memoria sulla scorta dei ricordi della partecipazione personale agli avvenimenti di quegli anni. Potranno essere una traccia per chi vorrà approfondire la materia.

ALLEANZA TRICOLORE ITALIANA. L' associazione sosteneva la corrente monarchica nella Democrazia Cristiana. Il suo Presidente Nazionale era il Maresciallo d'Italia Ettore Bastico, Vice Presidente il Prof. Gaetano Broschi, Segretario Nazionale il Dott. Attilio Crepas, che era il direttore del settimanale Brancaleone.

ASSOCIAZIONE NAZIONALE ITALIANA. Si richiamava alle origini dei nazionalismo italiano. Presieduta dalla Medaglia d'oro Ing. Fernando Berardíní era organizzata su tutto il territorio nazionale e si posizionava nel centro destra con una parte della sua maggioranza che si dichiarava apertamente monarchica.

CENTRO DEMOCRATICO. Fondato da Roberto Bencivenga partecipò nel Blocco della Libertà alla campagna elettorale per la Costituente del 2 giugno 1946. Dopo le elezioni il Centro confluirà nell'Uomo Qualunque a ingrossare le fila dei monarchici qualunquisti nel tentativo non riuscito di indurre Guglielmo Giannini a fare dell'UQ un partito monarchico.
CENTRO POLITICO ITALIANO. Movimento cattolico legittimista e monarchico fondato e diretto dall'Avv. Carlo D'Agostino che dirigeva anche il settimanale L'Alleanza Italiana. Partecipò alle diverse campagne elettorali di quegli anni con liste proprie o collegate con il Partito Nazionale Monarchico. Epocali le battaglie contro la Democrazia Cristiana e in una di queste arrivò a denunziare al Sant'Uffizio per eresia Alcide De Gasperi.

CONCENTRAZIONE DEMOCRATICO-LIBERALE. Fondata da Alberto Bergamini partecipò alla campagna elettorale del 2 giugno 1946 nel Blocco Nazionale della Libertà. Travagliata la vita di questo raggruppamento, si dimetteranno Alfredo Covelli che fondò il Partito Nazionale Monarchico e Emilio Patrissi che aderì all'Uomo Qualunque.

MOVIMENTO MONARCHICO ITALIANO. Fondato e diretto dal Conte Giorgio Asinari di San Marzano. Ebbe diverse esperienze elettorali: nel 1946 partecipò a Roma con una lista propria che prese circa 40.000 voti. Fu presente in tutte le successive campagne elettorali alleato con il Partito Nazionale Monarchico.

MOVIMENTO POPOLARE MONARCHICO. Fondato dall'On. Luigi Filippo Benedettini, deputato alla Costituente e Presidente dell'Unione Monarchica Italiana. Direttore del settimanale La Voce Monarchica. Il Movimento fu attivo fino alle amministrative del 1960 quando Benedettini fu eletto anche Consigliere Comunale di Roma. Al Movimento Popolare Monarchico aderirono l'On. Giuseppe Fanelli, il Dott. Aldo Maroi direttore del settimanale «L'Idea Monarchica", l'On. Vincenzo Cicerone, e moltissimi esponenti monarchici di ogni parte d'Italia.

PARTITO DEMOCRATICO ITALIANO. Fondato da Enzo Selvaggi fu capofila nel Blocco Nazionale della Libertà, assieme alla Concentrazione Nazionale DemocraticoLiberale e il Centro Democratico; il PDI e gli alleati ottennero alla Costituente 16 parlamentari, Roberto Bencivenga,Tullio Benedetti,Alberto Bergamini, Gustavo Fabbri, Enzo Selvaggi, Francesco Marinaro, Luigi Filippo Benedettini, Giuseppe Buonocore, Carlo Colonna di Pallano, Alfredo Covelli, Vincenzo Cicerone, Giuseppe Ayroldi Carissimo, Pasquale Lagravinese, Francesco Caroleo, Roberto Lucifero, Orazio Condorelli. Dopo la partenza del Re da Roma il PDI che fu il principale punto di riferimento dei monarchici dalla lotta clandestina della Liberazione alle campagne elettorali del 2 giugno 1946, entrò in crisi fino al suo scioglimento. I principali esponenti emigrarono chi nell'Uomo Qualunque e chi nel Partito Liberale dove Enzo Selvaggi si ritrovò con Roberto Lucifero allora divenuto Segretario Generale eletto a dicembre dei 1947 durante il IV Congresso Nazionale.

PARTITO NAZIONALE CRISTIANO. Nell'attivo circolo monarchico di via Principessa Clotilde a Roma "La Bussola" , l'Avv. Agostino Padoan fondò nell'agosto del 1946 il Partito Nazionale Cristiano. Numerose le adesioni iniziali tra cui si ricordano quelle dell'Avv, Luigi Zuppante, del giornalista Pasquale Pennisi, dell'Avv. AntonioAngelini Rota, del Prof. Stefano Tinella, del Conte Enrico Pocci, dei Prof. Camillo Pulcinelli e del Col Aroldo Vinciguerra. Il PNC ebbe breve vita e nel maggio del 1947 confluì nel Partito Nazionale del Lavoro.

PARTITO NAZIONALE DEL LAVORO. Questo nuovo Partito sorse a Roma il 14 agosto 1946 fondato da Aldo Salerno con le adesioni iniziali del Prof Umberto Mancuso, dei Gen. Carlo Vecchiarelli, del Comm. Mario Monastero, e della Contessa Vittorina Paoletti.

Nel 1947 dopo l'ingresso nel PNL dell'On. Luigi Filippo Benedettini, che assunse la Presidenza furono definite le nuove cariche: Vice Presidente On. Nino Guglielmi, Segretario Generale Aldo Salerno, Vice Segretari Mario Mazzuoli, Col. Enzo Avallone, Roberto Trombetti, Gen. Ercole Ronco. Dirigenti Nazionali: Vittorina Paoletti (Mov. Femm.), Giacomo Spica (Mov. Giov) Umberto Mancuso e Nino Serventi.

Il PNL pubblicava tre settimanali "Azione Monarchica" diretto da Aldo Salemo, "La Voce Monarchica" diretto da Luigi Filippo Benedettini e "La Fiamma Monarchica" diretto da Aldo Maroi.

Nel 1948 il Partito confluirà, nel Partito Nazionale Monarchico, mentre l'On. Benedettini costituirà il Movimento Popolare Monarchico.

PARTITO NAZIONALE MONARCHICO. Fondato da Alfredo Covelli che ne fu il Segretario Generale dall'inizio alla fine quando dopo decenni di gloriosa attività dentro e fuori dal Parlamento il Partito si sciolse nell'abbraccio mortale con il Movimento Sociale Italiano. All'inizio della sua attività mentre dalla sede nazionale di via Quattro Fontane si organizzava su tutto il territorio nazionale inglobando numerosi movimenti monarchici, dalla sede romana di via della Croce il PNM si sviluppava per l'impegno e l'impulso promosso dal suo Segretario Federale Avv. Niccolò Basile e dal suo Movimento Giovanile che invece aveva sede in via Pier Luigi da Palestrina diretto da Giovanni Semerano e dai suoi Vice Carmelo Lo Voi, Enrico Boscardi e Mario Pucci.

In quegli anni post-referendum i giovani monarchici erano numerosissimi e attivissimi. Li guidava Nicola Torcia contemporaneamente Segretario Generale del Movimento Giovanile del Partito Nazionale Monarchico e del Fronte Monarchico Giovanile che prima di aderire all'UMI era un'organizzazione indipendente.

UNIONE MONARCHICA ITALIANA. La più antica e prestigiosa associazione monarchica dopo il referendum istituzionale si trovò a vivere una fase di crisi interna. Da una parte l'On. Luigi Filippo Benedettini riuscì a evitare lo scioglimento dell'Unione richiesto dai fautori dei Partito Nazionale Monarchico e dall'altra il nuovo Segretario Generale Benedetto Siciliani riuscì a riorganizzare l'UMI convocando i Congressi Nazionali che lo avrebbero visto più volte rieletto assieme ai Presidenti Amm. Giovanni Galati e Marchese Giuliano Capranica del Grillo. L'UMI costituì per la prima volta un Gruppo Parlamentare Monarchico al quale aderirono deputati e senatori monarchici appartenenti a diversi partiti. Non vi è dubbio che l'UMI ha vissuto due momenti di particolare interesse, quello della Segreteria Siciliani che fu il più denso e vivace di contenuti politici e quello della Segreteria Semerano, che dopo la morte dei Re Umberto II sollevò la questione dinastica con l'indicazione di SAR il Duca Amedeo d'Aosta legittimo successore del Re defunto. La Sede dell'UMI è oggi a Roma in via Riccardo Grazioli Lante, 15.Al XII Congresso sono stati eletti Presidente Onorario Dott. Comm. Giovanni Semerano, Presidente Nazionale Avv. Gian Nicola Amoretti, Vice Presidente Nazionale Comm. Camillo Zuccoli, Segretario Generale Comm. Sergio Boschiero, Vice Segretario Generale Cav. Ettore Laugeni.

NOTE

Tra i numerosi movimenti monarchici che operarono in ogni parte d'Italia segnalo: a Torino il GRUPPO MONARCHICO INDIPENDENTE LA MOLE. Fondatore e animatore dei Gruppo fu il Col. Enzo Fedeli. La Mole ha sempre appoggiato i partiti monarchici, prima il Partito Monarchico Nazionale (Stella e Corona) e poi il Partito Monarchico Popolare (Leoni e Corona).

A Livorno il GRUPPO SINDACALISTA NAZIONALE MONARCHICO di cui fondatore e Segretario Generale fu Giulio Mariotti sindacalista che si proponeva la collaborazione di classe tra i lavoratori e gli imprenditori.

A Taranto il FRONTE MONARCHICO GIOVANILE JONICO fondato e diretto da Giovanni Semerano con la collaborazione di un comitato di cui facevano parte Giuseppe Grassi, Francesco Gravina, Franco Greco, Valentino Stola, Francesco MarzuW, Gianna Colorma, Liliana Di Todaro, Giovanna Gennarini, Marianna Greco, Luigi Calvaruso e per la Provincia Angelo Fortunato, Roberto Caprara, Sergio Zucconi. il Fronte che aderì all'Unione Monarchica Italiana di cui era Presidente Regionale l'Avv. Nicola Giordano e Presidente di Taranto l'imprenditore Mario Boccuni, (dirigente femminile la Contessa Concetta Lanfranchi), appoggiò alle elezioni amministrative la lista Taras del Partito Liberale Italiano di cui era Presidente l'Avv. Silvio Di Palma. Il Fronte disponeva di due periodici "L'Eco Monarchica" e "L'Ora Monarchica"e del Notiziario Fert.

Brevemente ricordo i movimenti monarchici che proliferarono durante gli anni cinquanta, il Partito Monarchico Popolare del Comandante Achille Lauro, il Fronte di Unità Monarchica degli Onorevoli Gianfranco Alliata e Leone Marchesano, i Lazzaroni del Re di Massimo Di Massimo, il Movimento di Democrazia Liberale del Gen. Giuseppe Bertone, il Movimento Monarchico Europeo di Renato Marmiroli, il Movimento Monarchico Italiano dell'On. Antonio Cremisini, il Movimento Monarchico di Ernesto Mannucci, il Partito Monarchico Italiano dell'On. Nino Guglielmi, l'Unione Combattenti Italiani del Gen. Giovanni Messe, il Gruppo di Ricostruzione Liberale degli Onorevoli Giuseppe Perrone Capano e Agilulfo Caramia.

LA STAMPA PERIODICA MONARCHICA

ALLEANZA MONARCHICA, mensile diretto da Carlo D'Agostino.

ATTI DELLA CONSULTA, periodico della Consulta dei Senatori dei Regno a cura di Agostino Padoan.

AZIONE MONARCHICA, settimanale diretto da Aldo Salerno e poi condiretto da Nicola Torcia e Giovanni Semerano quando il settimanale divenne espressione della corrente antifascista nel Partito Nazionale Monarchico.

BRANCALEONE, setti~e diretto da Attilio Crepas.

FERT, bollettino d'informazione del Fronte Monarchico Giovanile jonico.

FERT agenzia stampa fondata da Mario Pucci. Oggi è il mensile dell'Unione Monarchica Italiana diretto da Sergio Boschiero con la collaborazione di Antonio Parisi ed Ettore Laugeni.

FIAMMA MONARCHICA, mensile diretto da Aldo Maroi.

FRONTE EST settimanale diretto da Alfredo Linussa.

IL CONSERVATORE mensile diretto da Massimo Di Massimo.

IL CORRIERE DELLA NAZIONE quotidiano dei Partito Nazionale Monarchico.

IL GIORNALE D'ITALIA quotidiano della sera diretto da Alberto Bergamini.

IL GOVERNO settimanale diretto da Roberto Cantalupo.

IL MEZZOGIORNO quotidiano, di proprietà di Alfredo Covelli.

IL MONARCHICO periodico diretto da Emesto Mannucci.

IL POPOLO DI ROMA quotidiano diretto da Eduardo Stoffi.

IL RISORGIMENTO LIBERALE quotidiano diretto da Manlio Lupinacci.

IL ROMA quotidiano di proprietà di Achille Lauro.

IRPE agenzia stampa quotidiana diretta da Franz Ferretti.

ITALIA MONARCHICA settimanale diretto da Alfredo Covelli e Pasquale Pennisi.

ITALIA NOSTRA settimanale diretto da Gaspare Buffa, organo della corrente monarchica nella Democrazia Cristiana.

ITALIA NUOVA quotidiano diretto da Enzo Selvaggi.

ITALIA SABAUDA periodico diretto da Nino Bolla.

L'AZZURRO settimanale diretto da Fcrnando Ciarrapico.

LA DESTRA settimanale diretto da Donato Marinaro e Livio Caburi.

LA MANDRAGOLA mensile diretto da Massimo Di Massimo

LA MOLE mensile diretto da Enzo Fedeli.

LA MONARCHIA mensile diretto da Giovanni Semerano.

LA NOSTRA BANDIERA periodico diretto da Francesco Guglielmetti.

LA NOSTRA VOCE periodico diretto da Michele Formentini.

LA PATRIA quotidiano di proprietà di Achille Lauro.

LA RIVOLTA NAZIONALE periodico diretto da Nino Guglielimi.

LA VOCE MONARCHICA settimanale di Luigi Filippo Benedettinì.

LA QUIRINETTA settimanale diretto da Ugo Guerra e Gustavo d'Arpe.

L'ECO MONARCHICA periodico diretto da Giovanni Semerano.

L'IDEA periodico diretto da Eugenio Cutolo.

L'IDEA MONARCHICA settimanale diretto da Aldo Maroi.

L'INTRANSIGENTE settimanale diretto da Aldo Salerno e Massimo Di Massimo.

L'ORA MONARCHICA settimanale diretto da Silvio Di Palma.

di Giovanni Semerano