NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.
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sabato 18 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale - III parte

 


LA MORTE DI MAFALDA

Il 1° maggio si sparse fulminea, al Quirinale, la notizia della morte in prigionia, nel tragico campo di concentramento di Buchenwald, della principessa Mafalda. La ra­dio confermò la notizia. I telefoni al palazzo reale squillavano inin­terrottamente: chi sperava, chi si disperava, ed era come un bran­colare nel buio.

Il Luogotenente quel giorno par­ve invecchiato di dieci anni, poiché era molto affezionato alla sorella. Per ventiquattr'ore si continuò in quell'angosciosa attesa dl smentite e di conferme, che, specie da Na­poli, venivano richieste con insi­stenza. La morte era entrata or­mai nella quieta dimora dei vecchi sovrani.

Sembra che la regina Elena ab­bia appreso la perdita della figlia a mezzo radio, svenendo. Il terzo giorno, tramite il Vaticano, la no­tizia fu definitivamente conferma­ta. Tutta la famiglia reale s'era sempre illusa che la principessa fosse ancora viva, per quanto privi di sue notizie dal 1943 ed allarmati dal modo con il quale era stata "prelevata" dai tedeschi.

Non appena Il Luogotenente eb­be conferma della morte della so­rella, si recò a Napoli con i propri ufficiali d'ordinanza. La scena che avvenne, quando Umberto s'incon­trò coni genitori, fu quanto di più drammatico si possa immaginare. La regina, scorgendo il figlio, si accasciò, e un pianto disperato la tenne smarrita per vario tempo. Si temette per la sua ragione, un occhio le s'indebolì fin quasi a spe­gnersi. Vittorio Emanuele III, spet­trale nella sua rigidità silenziosa, non riusciva a pronunciare una sola parola. In quella grande villa ove i vecchi sovrani erano allog­giati, e che guardava sul golfo partenopeo avvolto quel giorno dal sole e all'azzurro, la regina con­tinuava a piangere, in una spasmo­dica tensione.

Il funerale di Mafalda ebbe luogo nella Cappella Paolina, presenti tutti gli ambasciatori accreditati presso la Corte, ed alcuni membri del governo e personalità politi­che, compreso, V. E. Orlando.

La cerimonia ebbe luogo la mat­tina del 9 maggio alle ore 10. Tutte le principesse reali residenti a Ro­ma erano invitate. Il Luogotenente entrò nella cappella dando il brac­cio alla duchessa di Genova. Do­veva intervenire alla cerimonia la principessa Adelaide Massimo Savoia-Genova, ma dopo mezz'ora di attesa il Luogotenente decise di far iniziare la funzione. Dopo al­cuni giorni si seppe che il mastro delle cerimonie di servizio aveva dimenticato d'invitarla.

La funzione non fu molto lunga, ma molto triste. Aleggiava su tutti lo spirito della infelice principessa. I giornali di allora, occupatissimi nelle polemiche dei partiti l'un, contro l'altro armati, non ebbero una parola di rimpianto per lei, morta fra atroci sofferenze; anzi. Non mancò qualche foglio che irrise al dolore della disperata madre.

Solamente più tardi, dietro inte­ressamento di donna Carlotta Or­lando e del marchese Carlo Grazianl, che era stato devotissimo alla scomparsa, fu fatta conoscere all'opinione pubblica la verità sul­la fine di Mafalda nell'inferno di Buchenwald. I registri, che erano stati messi nella portineria del Quirinale, si riempirono allora ra­pidamente di firme.

All'improvviso, intanto, ai primi di maggio, voci confuse e contrad­dittorie si sparsero a mezzo della radio, e raccolte dai giornali con versioni legate ai differenti colori politici: la principessa di Piemon­te era tornata in Italia dalla Sviz­zera, attraversando la frontiera a piedi, sola.




Sarebbe stato invero difficile ri­conoscere in quella giovane donna, senza cappello, con gli occhiali neri, il sacco sulle spalle, le grosse scarpe chiodate, la consorte di Um­berto di Savoia. Raggiunto Il ca­stello di Sarre, in Val d'Aosta, vi si chiuse nel più ermetico silenzio, e fece bene perché non lontano fi­schiavano ancora le pallottole del­le ultime pattuglie tedesche in riti­rata: e guai se fosse stata ricono­sciuta. Certo, se gli addetti alla Corte della principessa in Svizze­ra avessero avuto più spirito orga­nizzativo, avrebbero potuto pren­dere accordi con numerosi italiani residenti in territorio elvetico che si erano offerti di scortare Maria José in Italia, al momento della liberazione. Ma ciò non fu fatto.

MARIA JOSÉ A TORINO

Primi a presentarsi al castello di Sarre furono gli americani, a mezzo del maggiore F. P., del servizio segreto, il quale passando da Tori­no aveva fatto salire sulla propria jeep un'amica della principessa, la contessa A., correndo il rischio, du­rante il viaggio, di finire entrambi nelle mani delle retroguardie tedesche.

Scesero nel cortile del castello, e la contessa, pratica del luogo, cercò subito di avviarsi verso l'appartamento della principessa. Ma venne fermata dal prof. N., che aveva accompagnato Maria José dalla Svizzera, e che sia nella tema di pericoli, sia per eccessiva pru­denza, negava la presenza al ca­stello dell'augusta ospite. Interven­ne il maggiore americano, il quale si fece riconoscere, e dichiarò: «Esigo che la. contessa venga po­sta immediatamente a contatto con la principessa.

Maria José, nel proprio apparta­mento, seduta al pianoforte stava suonando uno dei suoi brani favoriti. S'alzò stupita ed andò incon­tro commossa alla prima persona amica che vedeva dopo il suo ritorno in Italia. Ella era completamente all'oscuro del movimento monarchico partigiano, e di quanto accadeva in quei giorni a Torino. Ignorava gli ostacoli che ave­vano Impedito al principe di Piemonte un immediato viaggio al Nord per incontrarla, come sareb­be stato suo vivo desiderio; ed ignorava pure tutte le formalità, poste dagli alleati, e a chiunque, per viaggi in aereo ed in automo­bile. Ella aveva vissuto nel castello in una francescana semplicità, cibandosi di erbaggi e di qualche uo­va del pollaio del guardiano, sal­vato per miracolo dalla razzia dei tedeschi. Il burro veniva portato clandestinamente, di notte, da una balla, ma la mensa era così sprov­vista che non fu possibile tratte­nere a colazione né la contessa né il maggiore americano.

Comunque, i risultati dell'incon­tro furono che la principessa sa­rebbe rimasta a Sarre fino a quan­do le vie non fossero state sgom­brate dalle retroguardie tedesche, poi una vettura americana sarebbe andata a prenderla per condurla a Racconigi, nel castello reale, in at­tesa di trasferirsi a Roma.

La principessa il 28 maggio rag­giunse Racconigi, recandosi poi ogni giorno a Torino ove ricevette, oltre i comandanti alleati, le auto­rità italiane che meglio si erano comportate sotto la dominazione tedesca.

Ma come apparve Torino ai suoi occhi! La città era mutilata. i ne­gozi spogli, senza vetrine; al po­sto. dei vetri tavole di legno, buio nell'interno, e fuori un'atmosfera di disordine, d'incubo, di prepo­tenza. Ciò che più impressionava.

In contrasto stridente con l'anarchia regnante nella città, era che tutti i servizi pubblici funziona­vano perfettamente. Non si vedeva né un carabiniere, né una guardia di città: solamente la polizia parti­giana, con mitra e fazzoletto rosso. Il palazzo reale era sede del co­mando Inglese: Il palazzo Chiablese, diviso dal palazzo reale da un sottopassaggio, era stato completa­mente distrutto. Ci volle perciò molto coraggio da parte della mar­chesa A. nel convincere la princi­pessa dl Piemonte a fermarsi a Torino. Presi contatti con le auto­rità alleate, Maria José visitò l'ospedale di Malta ov'erano ricove­rati I patrioti feriti. distribuì pac­chi dono ai degenti, si recò al Santuario della Consolata, e, ap­preso che fra i partigiani esistevano anche bande monarchiche, comandante "Gabriele", capo della divisione: “Monferrato, "Fracassi" che era andato spesso a Roma attraversando le linee tedesche, Silvio Geuna e tanti altri che si erano comportati valorosamente. La principessa aveva portato con sé pochissima roba, indossava quasi sempre un tailleur leggero di blu, una camicetta di foulard nero, sandali di pelle marrone scamosciata e dal tacco bassissimo e cappello. Era Sempre la donna che tanti italiani avevano applaudito, anche se nel suo viso vi era molta tristezza tanto che la sua dama ebbe lo slancio di andarle incontro per mostrale la propria devozione. soprattutto per esserle vicina e sorreggerla in     quel particolare. Solo due giorni prima che lasciasse Torino, venne da Roma, con l'apparecchio del Luogotenente, la signorina Sofia Jaccarino, devota amica, e la gioia di ri­vederla in Maria José fu grande. Il 16 giugno 1945 giunse dalla capitale il conte Cesare Spalletti Trivelli, gentiluomo della princi­pessa: ripartirono su un aereo mi­litare messo a disposizione dagli alleati, un D.C.3.

L'apparecchio atterrò all'aeropor­to già del Littorio. Sul campo era ad attendere Maria José il Luogotenente.

L’incontro fu commovente, i presenti poterono notare con quale e quanta effusione i due coniugi si abbracciarono.

i giornali non parlarono affatto, neppure quelli di destra, dell'arri­vo della principessa nella capitale. Maria José si stabili al Quirinale nel proprio appartamento pri­vato, composto di camere molto piccole, che aprivano le finestre sul cortile interno. Un salotto mo­dernissimo, con comode poltrone di grossa tela di canapa. color naturale, un tavolino a due piani di spesso vetro, con sopra l'immanca­bile libretto degli appunti; varie collane di pietra dura colorata; la scatola delle sigarette: in un an­golo il pianoforte. Una porta del salotto dava sulla piccola antica­mera ove arrivava l’ascensore. In collegamento con l'appartamento per le udienze, al piano superiore. Modernamente attrezzata era la camera da letto, con un sommier basso e largo, dalla coperta di da­masco. Alle pareti, scaffali di libri. La camera da letto- comunicava con il guardaroba, dai capaci ar­madi, regno della signorina Hélène, cameriera privata belga al ser­vizio di Maria José fin dai primissimi anni.

In quel piccolo appartamento la principessa ricevette le persone più intime. Per una scaletta angu­sta, dai logori scalini in travertino, l'appartamento comunicava con quello del Luogotenente.

GIUNGONO I REDUCI

In quel periodo Maria José avrebbe voluto riprendere la propria vita attiva visitando cliniche e ospedali, in un ambiente più favorevolmente preparato dalle visi­te frequenti delle duchesse di Genova e di Ancona: ma dovette ri­nunciarvi, data la situazione. Dovette pure rinunciare ai con­certi, che tanto gradiva (la cosa le fu proibita dal generale Infante) limitandosi a vedere sempre le stesse persone intime, come la signora Jaccarino, che spesse volte era trattenuta a pranzo, e le signo­rine di Cossilla e Miranda. Finalmente, qualche settimana più tardi, dalla Svizzera ritornaro­no i principi: Umberto andò loro incontro all'aeroporto, riabbracciandoli felice. Essi presero allog­gio nell'appartamento alla "Mani­ca lunga" già occupato dalla Regina Elena.

La domenica seguente, dopo la Messa (alla quale avevano parte­cipato gli addetti alle varie Corti residenti al Quirinale) Maria José presentò le principessine Maria Pia e Gabriella, mentre il Luogotenen­te presentava il principe Vittorio Emanuele con queste semplici pa­role: “Mio figlio.

Anche dopo il ritorno dei ragaz­zi, la vita della Principessa dl Piemonte non mutò. Austera, senza  visite ufficiali La risposta era sempre la stessa quando si chiedeva il perché di questo assenteismo: Durante la Luogotenenza non ò contemplata la figura della moglie ..

Maria José approfondì la pro­pria conoscenza della lingua rus­sa, che aveva cominciato a studia­re durante il soggiorno svizzero. Correvano allora voci di un'azione della principessa negli ambienti di Corte, in favore di una Reggenza: ma nulla avvalora questa Ipotesi alla luce dei fatti. È invece esatta una serie di visite misteriose al Quirinale fatte da una signora, attivissima propagandista del par­tito d'Azione; visite che sfuggiva­no al controllo del pur vigilantis­simo Infante, e che provocarono commenti e pettegolezzi spiacevoli, non soltanto a Roma, originando appunto le voci di una Reggenza.

La principessa voleva ad ogni costo offrire la propria attività per opere benefiche. Ne parlò al professor Castellani, ricevette la con­tessa Vicino Pallavicino allo scopo di aprire un laboratorio per aiutare le famiglie dei prigionieri e dei reduci: interessò donna Carlotta Orlando Carabelli, interessò pure la stessa signora De Gasperi, ed in­sistette sulla necessità di fondi per aiutare tanti derelitti. Infine, ascoltato il comm. Paci, incaricato della beneficenza privata dei principi di Piemonte e che ormai aveva dato si può dire tutto, la principessa si reco dal Luogotenente ed ottenne la somma che occorreva, consegnandola alla signora De Gasperi. Quando la signora Gillet, del posto di ristoro della P.C.A. della stazione Termini, si recò dalla principessa in visita dl omaggio ed espose i desideri dei reduci. Maria José si rivolse ed ottenne dal ministro Lucifero la somma da mettere a disposizione della P.C.A. Ad ogni reduce, a nome di casa reale, fu­rono date lire 200.

Occorre ricordare che allora ar­rivavano dai ventimila ai trenta­mila reduci al giorno. Arrivavano stanchi, laceri, affamati: e molte volte il piccolo peculio che erano riusciti a raggranellare nei lunghi mesi di prigionia veniva loro ru­bato durante il viaggio. In generale conservavano ancor viva la fede monarchica. E fu un grave errore da parte monarchica, spe­cie dell'ammiraglio Garofalo, il non capire l'importanza che aveva que­sta massa di giovani. Ma la rispo­sta era sempre la stessa: «La mo­narchia non può farsi della récla­me, deve reggersi da sé, non deve ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda

Così, dieci ufficiali reduci dal­la prigionia in Germania che si re­carono a Napoli per ossequiare Vittorio Emanuele III urtarono inutilmente contro questo muro di silenzio, cui faceva da scolta il fedele ma troppo formalistico ge­nerale Puntoni. I reduci vennero a Roma, ove non solo furono ricevuti direttamente dal Luogotenente, ma, date le loro condizioni, vennero anche ospitati per vari giorni al Quirinale. E se Umberto avesse avuto una maggiore disponibilità economica, avrebbe aiutato un nu­mero ancor maggiore di persone. Il conte Augusto Premoll potreb­be del resto dire con cognizione di causa quante volte ebbe l'inca­rico dal Luogotenente di vendere quadri e mobili di valore, onde ri­fornire la cassa della beneficenza che era sempre vuota.

La stessa colpevole negligenza da parte della burocrazia di Corte si dovette osservare allorché si trattò dei prigionieri di ritorno dalla Russia.

Il primo convoglio giunse a Ro­ma il 15 novembre del 1945 alle ore 7. Il giorno prima colonnello dei granatieri A., reduce dalla pri­gionia in Egitto, si presentò diret­tamente all'ufficiale di ordinanza del Luogotenente, capitano Avalle, chiese udienza per motivi urgen­tissimi, e venne subito ricevuto.

Umberto lo abbracciò commos­so, conoscendolo fin da quando era con lui al 1° Granatieri. Il visitato­re espose chiaramente il motivo della sua visita: accogliere i redu­ci, assisterli, riceverli al Quirinale.

martedì 3 settembre 2024

A Mafalda, principessa e sorella italiana

 



 Alla Principessa Mafalda di Savoia nell' 80esimo anniversario del suo martirio nel campo di concentramento di Buchenwald. Omaggio ad una donna italiana.

Vi era un disegno

imperscrutabile, immenso

Mafalda ne custodiva il lume

fulgente, nel suo cuore.

Fiamme di virtù

furoreggiavano,

la sensibilità splendeva

nel grembo d’ogni suo pensiero,

amabili gesta

ornavano di semplicità

la sua indole caritatevole,

radiosa fino all’ultimo respiro.

Sempre forte nella Fede

strinse a sé ogni sospiro

mentre menti crudeli

si avventavano sull’anima sua,

ed il suo corpo inerme

non desiderava altro

che l’abbraccio

strappato con l’inganno

degli amori suoi più diletti.

Mai si affievolì la speranza,

è sempre figlia, moglie, madre

principessa d’Italia,

ben oltre quell’anelito che segnò

la fine dalla sua vita terrena

e fu l’inizio

del suo celeste viaggio.

Mai crudeltà umana

può sopprimere ideali supremi

né si avvizziscono virtù

donate da Dio,

mai disprezzo annienta

il nobile amor di Patria,

né la bontà sfiorisce

serrata nella morsa della sofferenza.

“Ricordatemi

non come una principessa

ma come una vostra sorella italiana”

sussurrò Mafalda,

senza smarrimento né timore

né titubanza,

erano parole scaturite

dalla grandezza del suo Spirito.

Le palpebre socchiuse

poi un ultimo sguardo

corse lontano,

mai tanta viltà le strappò

gli affetti più cari,

Ella li sentiva accanto!

Chi ha Fede confida nell’eterna Patria

ove sventola per sempre

il vessillo dell’amore.

Beatitudine l’accolse,

stille d’ogni suo sacrificio

divennero inestimabili gemme,

tesori di un altro regno

dove brillano le anime pure

forgiate

dalla misericordia

e dal coraggio.

 

Monia Pin

 

 


domenica 28 agosto 2022

Mafalda di Savoia, vttima innocente dei nazisti


Egr. Direttore,

fra le tante date storiche umanamente significative del calendario italiano, ritengo s’annoveri anche quella del 28 agosto 1944: in quella data, dopo quasi un anno di privazioni e torture fisiche e psicologiche, morì nel campo di concentramento nazista di Buchenwald la Principessa Mafalda di Savoia, Langravia d’Assia, figlia della Regina Elena.

Catturata dai nazisti con l’inganno a Roma il 22 settembre 1943, non curata adeguatamente per giorni dopo essere rimasta ferita in un bombardamento che coinvolse il campo, la Principessa morì, pregando i suoi compagni di sventura di ricordarla come una di loro.

Da sempre nemici di Casa Savoia, i nazisti la seppellirono a Weimar sotto una lapide che recitava “Una donna sconosciuta”, ma fu ritrovata, dopo ricerche impegnative, da cinque marinai di Gaeta e restituita alla memoria del mondo, testimone umile e silenziosa di atrocità che il mondo non avrebbe più dovuto sperimentare.

Dr. Alberto Casirati

Presidente Istituto della Reale Casa di Savoia (fondato nel 2002)



https://www.cancelloedarnonenews.it/mafalda-di-savoia-vittima-innocente-dei-nazisti/

venerdì 19 novembre 2021

A Vicoforte Elena von Hessen, nipote di Mafalda di Savoia

 

Elena Von Hessen ritratta nella galleria d'arte del nostro amico Piero Renna

L’Istituto nazionale per la guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon ha organizzato per sabato 27 novembre una giornata per la celebrazione di Re Vittorio Emanuele III, nel 152° anniversario della sua nascita e nel centenario della traslazione del Milite Ignoto al Sacello dell’Altare della Patria. Alle cerimonie prenderà parte anche Elena Von Hessen, nipote di Mafalda d’Assia, figlia del re tumulato al Santuario morta nel campo di concentramento di Buchenwald e ora sepolta vicino a Francoforte sul Meno.

 

Fonte: http://www.provinciagranda.it/monregalese/2021/11/17/news/a-vicoforte-elena-von-hessen-nipote-di-mafalda-di-savoia-7156/


martedì 20 novembre 2018

La principessa Mafalda di Savoia, a 116 anni dalla nascita


di Emilio Del Bel Belluz

Durante il periodo universitario un mio compagno mi fece dono di un fascicolo fotocopiato, creato per ricordare la morte della principessa Mafalda. Questo dono mi arrivava dal padre del mio amico, che era un generale. Il genitore aveva saputo del mio attaccamento ai Savoia, legame che non ho mai fatto venire meno. Nel fascicolo c’era scritto con un pennarello: “Per non dimenticare!“. 
Fu per me un dono prezioso, una strada che mi si aprì davanti. Incominciai ad amare questa donna così sfortunata, la figlia di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. 
Oggi sono trascorsi 116 anni dalla sua nascita. La nobildonna nacque a Roma il 19 novembre 1902, lo stesso mese in cui si ricordava il genetliaco del padre, il Re d’Italia. Una doppia festa per i Savoia. Il destino di questa principessa però non era scritto nel libro facile della vita, il destino fu per Lei crudele e terribile. 
Nell’opuscoletto ricevuto in dono, si scriveva: “S.A.R. la Principessa Mafalda di ritorno dalle esequie del cognato S.M. il Re Boris di Bulgaria, si trovava a Roma, quando il 22 settembre 1943 venne arrestata dai tedeschi quale ostaggio. Immediatamente con un aeroplano, accompagnata da una donna tedesca, che si rivelò tosto di facili costumi, venne trasportata a Berlino. Da qui, sempre accompagnata dalla stessa donna, con un’autovettura venne avviata verso una meta ignota: Le dissero verso suo marito, il Principe di Hessen; invece La condussero a Buchenwald. Qui venne rinchiusa in una baracca speciale, N.° 15, riservata ai prigionieri particolari. La baracca era posta, nel breve spazio esistente sulla sommità della collina, tra le grandi officine e le Caserme SS., mentre il campo dei prigionieri era un po’ discosto, sul pendio settentrionale” .
La Principessa fu rinchiusa in una baracca assieme ad una donna Maria Ruhanu, che era stata fatta prigioniera perché apparteneva a una setta che si era rifiutata di impugnare le armi: gli scrutatori della Bibbia. All’interno di questa stanza c’erano pochi mobili, un letto di ferro, con un saccone riempito di paglia di legno. Alla nobile italiana era dato lo stesso cibo che avevano le SS del campo. La donna trasferiva parte del cibo attraverso la grata ad altri prigionieri meno fortunati di lei. In quel periodo dimagrì notevolmente e non le fu mai dato del vestiario pulito, subendo grandi disagi. Il suo cuore batteva per i suoi quattro figli e per il marito che non sapevano dove lei si trovasse. Nel campo di concentramento vi era un padre francescano tedesco, Riccardo Steindhof che ebbe la possibilità di confessare la Principessa e darle la comunione. 
La tragedia però doveva ancora avvenire. Il 24 agosto del 1944 il campo di concentramento fu bombardato, e la prigioniera fu ferita gravemente. L’operazione per l’amputazione dell’avambraccio, già in cancrena, fu eseguita tardivamente, ben quattro giorni dopo, perché non fu permesso ad un medico prigioniero di operarla. Alla mattina del 29 agosto, la principessa morì senza aver ripreso conoscenza. Nel piccolo opuscolo si dice: “La stessa mattina, la salma completamente denudata venne portata nel crematorio. Fungeva da prosettore l’internato Padre Giuseppe Tyl, il quale vedendo una salma di donna con il braccio amputato, chiese ai portatori chi fosse. Gli risposero: “ La Principessa Italiana”. 
Il prosettore, volendo salvarla dal forno crematorio, chiese a un soldato SS se poteva prendere un feretro. Dopo aver insistito, gli fu concessa una cassa nera con fregi d’argento, dove egli stesso ricompose la salma. Il corpo della Principessa fu seppellito a Weimar, assieme a quelli di altri SS, nel reparto d’onore riservato ai caduti di guerra. La sua tomba rimase senza nome, finché, in seguito, dei marinai di Gaeta, posero una croce in legno e una lapide in marmo.


Il fascicolo che mi fu donato era stato scritto dal Dott. Fausto Pecorari.

domenica 26 agosto 2018

La morte di Mafalda di Savoia Assia, una tragedia italiana


di Aldo A. Mola

Il 28 agosto 1944 la principessa Mafalda di Savoia (“Muti”, in famiglia), consorte di Filippo Landgravio d'Assia, morì dopo una tardiva amputazione del braccio sinistro, ustionato sino all'osso,  per fermare la cancrena generata dagli spezzoni di bombe anglo-americane che l'avevano ferita. L'intervento ebbe luogo nell'ambulatorio improvvisato nel postribolo del campo di concentramento di Buchenwald. Il 24 precedente migliaia di fortezze volanti partite da basi remote bombardarono a tappeto le Officine Gustloff e i dintorni. Churchill, in visita a Napoli, voleva dare una lezione alla Germania, già piegata dalla sconfitta inflittale dai sovietici a Kursk. Nessuno immaginava che al bordo del campo vivesse la figlia di Vittorio Emanuele III, catturata a Roma il 22 settembre 1943 per ordine di Hitler e lì detenuta dal 8 ottobre. “Povera foglia frale...” la Principessa lasciò  la vita terrena.

Riscoprire la tragedia di  Mafalda di Savoia-Assia  significa compiere un passo avanti nella conciliazione della memoria storica, con quanto può derivarne nella vita quotidiana. Più serenità, più responsabilità. Ne scrisse l'imperiese Renato Barneschi in “Frau von Weber”  nel 1982 (poi, Bompiani, 2006), seguito dal bel saggio sulla “Regina della Carità”, come Elena venne definita. Il 18 marzo 1983 morì a Ginevra Umberto II, iniquamente condannato all’esilio perpetuo dalla Repubblica italiana: una condotta abbietta nei confronti del Re Gentiluomo, che volle con sé nel feretro il regio sigillo. Deposto nell’Abbazia di Altacomba, antico sepolcreto della Casa, a quel modo  il Re mandò il suo ultimo messaggio agli italiani: dovevano e debbono farsi carico della propria storia, tutta.
Il mònito non fu raccolto.  Eppure basta rievocare di Mafalda di Savoia-Assia per chiudere finalmente la sterile polemica retrospettiva contro la Casa, che sin da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, sul trono dal 1831, legò le sue sorti alla lotta per indipendenza, unità e libertà degli italiani. Pagando molto.  Nella carne. Ne fu esempio lo stesso Carlo Alberto, che il 23 marzo 1849, la sera della battaglia di Novara abdicò e partì per il Portogallo, ove si spense, consunto, il 28 luglio, appena cinquantunenne. Al protomedico Alessandro Riberi, mandatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II, bisbigliò quasi scusandosi: “Le voglio bene, ma muoio”. Suo  nipote, Umberto I, fu assassinato a Monza il 29 luglio 1900, poco dopo aver insediato il governo liberal-progressista guidato dall'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato. E quindi fu la volta di Vittorio Emanuele III, che abdicò e partì per l'Egitto il 9 maggio 1946, e, di lì a poco, di suo figlio, Umberto II, appunto, che lasciò la Patria per il Portogallo il 13 giugno 1946. Senza ritorno.

Vicende dimenticate, deformate da letture faziose, con cesure,  censure  e ampie zone d’ombra.
Fra le molte rimane ingiustificabile il lungo oblio riservato a Mafalda. La sua vicenda basta da sola a dire quanto una livorosa  polemistica  non vuol sentire né ammettere: nel dramma della seconda guerra mondiale Casa Savoia fu tutt’uno con le famiglie italiane anche nella sofferenza e   nel lutto.
Un anno prima della tragica morte, il 28 agosto 1943, Mafalda  era partita da Roma per raggiungere la sorella, Giovanna, consorte dello zar dei bulgari, Boris III, che rientrato da un tempestoso incontro con Hitler, ammalò d’improvviso (probabilmente avvelenato perché non approvava le misure contro gli ebrei e intendeva sganciare il proprio paese dall'alleanza con i tedeschi) ed era ormai agonizzante. Suo marito, sposato nel Castello di Racconigi il 23 settembre 1925, dopo l’attentato del 20 luglio 1944 al Fuehrer  era  in stato d’arresto. Il viaggio di rientro in Italia per la principessa Mafalda fu un'odissea. Alla stazione di Sinaia, in Romania, venne informata della svolta in atto in Italia (proclamazione dell'armistizio, trasferimento della Casa Reale e del governo in Puglia) e invitata a rimanere. Proseguì per raggiungere i figli, a Roma, forte del suo rango. L'aereo predisposto per il suo trasferimento da Budapest a Bari atterrò a Pescara. Da lì raggiunse fortunosamente Roma. Mafalda si riteneva al sicuro proprio per il rango di Prinzissin, che agli occhi dei nazisti, ferocemente antimonarchici, era invece un'aggravante, come ricorda Frédéric Le Moal nella biografia di Vittorio Emanuele III (Gorizia, LEG). Mentre il figlio maggiore, Maurizio, già in Germania, era a portata  di mano di Hitler,  la regina Elena lasciando Roma ne aveva affidato molto fiduciosamente i figli minori, Enrico, Otto ed Elisabetta, al sostituto segretario di Stato della Santa Sede, Giambattista Montini, che però presto li allontanò perché, accampò, sopraggiungevano nipoti suoi.
Pertanto anche i principini d’Assia finirono a loro volta in Germania. Nella Città Eterna caduta sotto il controllo di Kappler,  Mafalda finì in un tunnel  senza uscite. Si fidò dei germanici sino a recarsi alla loro ambasciata ove (le era stato assicurato) sarebbe stata chiamata al telefono  dal consorte Filippo. Lì, invece, venne arrestata (22 settembre 1943).  Nel campo di  Buchenwald, che aveva per insegna “A ciascuno il suo”, Fu assegnata  alla  stanza 9 della baracca 15. 
Come centinaia di migliaia di connazionali ignari della sorte dei loro cari (dispersi, prigionieri,...), i sovrani, il principe ereditario Umberto e tutti i suoi famigliari e amici rimasero in angosciosa attesa di notizie della principessa, prigioniera in mani studiatamente crudeli. Della sua atroce fine dettero notizia i  giornali,  con commenti ingenerosi e inopportuni,  il 14 aprile 1945. Scrissero crudamente  che Mafalda di Savoia-Assia era morta per le ferite riportate nel bombardamento del lager in cui era rinchiusa. L’aiutante di campo di Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno, ne informò subito il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, affinché  i sovrani “non leggessero la tremenda notizia sui giornali”. Puntoni ne riferì subito al Re. Nel Diario annotò che il sovrano “come sempre (...) non lasci(ò) trapelare alcun turbamento” e continuò la conversazione in corso con Brunoro De Buzzaccarini. Solo un quarto d’ora dopo, Vittorio Emanuele III  s’appartò per riferirne alla Regina. Ma quell’informazione era davvero esatta? Seguirono settimane di angoscia, sino a quando il 2 maggio, proprio quando in Italia  cessò la guerra, tramite  i canali informativi della Santa Sede, venne  la conferma. Quando ne ebbe certezza, il Re  assunse “quell’atteggiamento che, per chi non lo conosce a fondo, può sembrare cinico; e io so  - scrisse Puntoni -  che egli soffre terribilmente...”. Liberati, come il padre, al crollo del nazismo, Maurizio ed Enrico d’Assia furono poi ripetutamente a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ove Vittorio Emanuele III prese dimora dopo la partenza dall’Italia per l’esilio (9 maggio 1946). Lo ricordò Tito Torella di Romagnano in  “Villa Jela” (Garzanti).

Della morte della principessa (vittima della deportazione, del bombardamento anglo-americano, del forse voluto ritardo nella cura delle gravissime ferite) non si doveva parlare tra fine della guerra e referendum istituzionale. La morte di Mafalda in campo di concentramento provava che Casa Savoia aveva combattuto e pagato la sua opposizione al dominio nazista. Dal settembre 1943 la Corona aveva trasformato il conflitto in lotta di liberazione, ancora una volta ponendo a servizio della Patria  le persone dei sovrani, i loro figli e i loro beni.  Doveva  rimanere misconosciuta  la figura di Mafalda, delicata e forte a un tempo, atrofica come il padre ai muscoli degli arti inferiori e tuttavia  attivissima, dedita alla beneficenza generosa e discreta, come sua madre, Elena.  Per quotidiani ed  emittenti radiofoniche  incitanti all’odio e al disprezzo nei confronti di Casa Savoia, la morte di Mafalda in un campo di concentramento nazista sparigliava le carte. Lo stesso valeva per la sorte della figlia minore dei sovrani, Maria, di cui ha scritto la principessa Maria Gabriella di Savoia  in La vita a Corte in Casa Savoia. Né se ne poté scrivere dopo il referendum fu frutto di migliaia di brogli largamente documentati in  documenti mai confutati.
Il silenzio su Mafalda coprì due altri aspetti della verità. Anzitutto  la pietas di padre Herman Joseph Tyl. Quando riconobbe la salma della Prinzessin, con sollecitudine egli la sottrasse al forno crematorio, cui era destinata, e la fece avviare a Weimar ove venne sepolta, sia pure come “donna sconosciuta”. Nel lager del resto la Principessa era stata registrata sotto il nome di  “frau von Weber”. Sette  marinai di Gaeta internati a Weimar però ne riconobbero la sepoltura e la segnarono. Fu la conferma della fraternità nel dolore, propria dell’identità italiana. Ma anche questo doveva passare sotto silenzio, come  ha ricordato anche Mariù Safier nella oggi introvabile biografia di Mafalda, scritta con penna lieve e ricchezza documentaria in Mafalda di Savoia Assia dal bosco dell'ombra poi arricchita in Mafalda di Savoia Assia. Un ostaggio nelle mani di Hitler (Bastogi).

Settantadue anni dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 e mentre l'assetto istituzionale scricchiola per tracotanza di due vicepresidenti e l'evanescenza del presidente del Consiglio, la straziante sorte di Mafalda di Savoia-Assia s'impone quale parte integrante della storia dell’Italia del Novecento. I sovrani, il principe  ereditario, tutta Casa Savoia portarono il lutto al braccio, come milioni  di connazionali. Erano gli stessi che all’inizio del secolo avevano scommesso su un progresso ininterrotto, senza traumi bellici, ma  poi fecero i conti con la grande guerra e nel ventennio seguente fronteggiarono  la grande depressione economica  con l’IRI, le bonifiche, il rilancio industriale e manifatturiero,  sempre nella certezza che il lavoro premia più delle avventure. La concordia deve prevalere sull'odio, sull'invidia di classe, sulle falsità spacciate per storiografia.
Quell’Italia commise vari errori, e anche gravi. Ma in una monarchia statutaria responsabile degli errori non è il Re solo (né, meno ancora, un sovrano isolato quale fu Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di una biografia scientifica) sibbene l’intera dirigenza, che ne fu quanto meno corresponsabile. Osò dirlo Aimone di Savoia-Aosta con la franchezza tipica della sua Casa: e fu a sua volta costretto all’esilio. Lo ricorda anche Amedeo di Savoia in Cifra Reale.  Il ricordo della figlia del Re morta nel campo di sterminio ove  s’ergeva la  Goethe Eiche, la Quercia di Goethe, costituisce dunque un invito a riflettere sulla storia italiana del Novecento con passione, perché si tratta di pagine dolenti, ma finalmente senza pregiudizi né paraocchi. Casa Savoia, ne emerge con chiarezza, fu tutt’uno con ogni altra famiglia dell’ “itala gente da le molte vite”. Il martirio di Mafalda ne è appunto il suggello.
Vanno aggiunte poche altre osservazioni. Con la Grande Guerra crollarono gli imperi di Russia, Turchia, Austria-Ungheria e Germania. Il Regno d'Italia rimase l'unica monarchia costituzionale rilevante nell'Europa di terraferma. Vittorio Emanuele continuò la “grande politica” degli avi, con il conferimento del Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata e alleanze dinastiche. A parte le nozze della primogenita Jolanda (“Anda”) con il conte Carlo Calvi di Bergolo (non gradito dalla Regina Madre, Margherita di Savoia), nel 1925 “Muti” andò in sposa al Langravio d'Assia, Filippo, che operava per traghettare la Germania dal caos postbellico: un luterano. Giovanna, terzogenita, sposò  l'ortodosso Boris III, zar dei Bulgari. La Santa Sede non gradì né l'uno né l'altro matrimonio e interpose clausole medievali. Ma il Re, che nel 1896 aveva sposato l'ortodossa Elena di Montenegro, pensava anzitutto all'Italia nel difficile quadro europeo (l'URSS non era un amico...) e e alla libertà di coscienza di tutti i regnicoli. Nella  sua difficile opera non venne affatto aiutato. Un Re in solitudine (come Vittorio Emanuele III drammaticamente fu dal 1938 in poi) è un paradigma per i presidenti sotto assedio  dei tempi nostri. Fu il caso di Giovanni Leone e di Francesco Cossiga.
Quale sorte attende Sergio Mattarella? Tocca agli italiani dotati di senso della storia, alimento del senso dello Stato, rimboccarsi le maniche e coniugare l'oggi con il lungo corso dell'Italia unita.
E' significativo che nell'anniversario della sua tragica morte Mafalda di Savoia venga ricordata a Pamparato, due passi da Vicoforte ove dal dicembre 2017 riposano le salme dei suoi genitori: luoghi di pace e di meditazione.  

    Aldo A. Mola           
          
         


sabato 25 agosto 2018

Pamparato (Cuneo) ricorda Mafalda di Savoia, "da Principessa a deportata"


Il Comune, tramite la Biblioteca Comunale, e la onlus "col. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo", hanno organizzato, per mercoledì 28 agosto 2018, anniversario della morte nel campo di concentramento di Buchenwald, una tavola rotonda dal tema "Mafalda di Savoia da Principessa a Deportata".

I lavori si svolgono nel Municipio, già Castello di Caccia della famiglia nobiliare Cordero di Pamparato, alle ore 17,30.


Coordina il giornalista Claudio Bo.


Relatori: l'on. prof. Sergio Soave, Presidente dell'Istituto Storico della Resistenza della Provincia di Cuneo, il prof. Mola, storico, la prof.sa: Aimar, fondatrice del Centro Studi Principe Oddone, il Marchese Cordero di Pamparato, autore studi storici.


domenica 28 gennaio 2018

Non solo De Magistris

Mafalda di Savoia batte Montessori e Montalcini. Il nome della scuola scelto su Facebook


A Mafalda la scelta del nome da attribuire alla nuova scuola è passata sui social network: l’Amministrazione comunale guidata da Egidio Riccioni in collaborazione con i ragazzi dell’ufficio stampa e del servizio civile hanno elaborato una serie di nomi e hanno sottoposto le idee alla popolazione che ha contribuito esprimendo il proprio parere con commenti, mi piace e messaggi. Alla fine, dopo la chiusura del voto e il conteggio, è stato ufficializzato il nome: la scuola si chiamerà Principessa Mafalda, proprio come la principessa di Savoia a cui il paese è stato dedicato un anno dopo la sua nascita, nel 1903 e a cui è stata dedicata una lezione nella Giornata della Memoria.



Mafalda. Una scuola nuovissima, appena inaugurata, con le ultime novità in fatto di tecnologia, con gli spazi adatti per ogni tipo di attività, da quelle sportive a quelle di laboratorio. E per di più un campo di calcio sul tetto e pannelli solari per autoalimentarsi. Tutto questo e tanto altro, ma senza un nome. E visto che ogni istituto scolastico porta il nome di una personalità che si è contraddistinta per cultura, storia, fisica, scienza, per le gesta e pure per il popolo e per il proprio paese, anche Mafalda ha pensato di intitolare il nuovo istituto scolastico nato sulle ceneri della vecchia scuola in via Pascoli.

E quel qualcuno però andava scelto. Le votazioni sono state aperte, in modo del tutto anomalo rispetto alle modalità consuete per coinvolgere anche il popolo e lasciare a tutti la possibilità di esprimere il proprio parere. Perché il problema dell’intitolazione non è passato inosservato all’Amministrazione comunale di Mafalda e dopo qualche settimana dall’inaugurazione il sindaco Egidio Riccioni ha iniziato a lavorare all’iniziativa insieme ai ragazzi del servizio civile e dell’ufficio stampa aprendo i voti su facebook: le proposte infatti sono state pubblicate proprio sul social network, sulla pagina ufficiale del Comune di Mafalda «perchè - spiega il primo cittadino - abbiamo preferito trovare una condivisione e sapere cosa ne pensassero i mafaldesi, quelli che ci vivono e anche quelli che vivono all’estero ma proprio grazie ai social network riescono a seguire cosa accade in paese e ad essere vicini a Mafalda».

Il primo post, datato 22 novembre invitava i cittadini ad esprimere il loro parere sul sondaggio lanciato sulla pagina: con un like potevano essere d’accordo o meno sulla proposta dell’intitolazione alla principessa Mafalda di Savoia. Proprio a lei, nata nel 1902, il Comune di Ripalta sul Trigno nel 1903 con una seduta straordinaria del Consiglio comunale approvava all’unanimità di dedicare il paese e chiamarlo Mafalda. «Il Comune di Mafalda - si legge - sta valutando l’ipotesi di intestare il nuovo plesso scolastico alla principessa Mafalda di Savoia, eponima della nostra cittadina e grande esempio di eroismo per la nostra Patria. Chiediamo a voi cittadini un parere in merito: metta "mi piace" chi pensi sia una buona idea altrimenti accettiamo volentieri proposte differenti». 

[...]

martedì 5 aprile 2016

Novara. I Giardini Principessa Mafalda di Savoia


Grazie alla delegazione Novarese delle Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, nelle persone dei Cavalieri Marco Lovison e Mario Angelo Crivelli!
Novara si compiace di questo bel risultato.
Un breve resoconto fotografico dell'inaugurazione della targa e della successiva cerimonia.








martedì 22 marzo 2016

Novara Inaugurazione dei Giardini Principessa Mafalda di Savoia

 
Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon
DELEGAZIONE PROVINCIALE DI NOVARA

Inaugurazione Giardini
PRINCIPESSA MAFALDA di SAVOIA 1902-1944
« Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana »
(Mafalda di Savoia)

Scomparsa nel Campo di Concentramento di Buchenwald
INVITO
Città di Novara - Sabato 2 Aprile 2016    



Programma

Ore 10,45 
 Ritrovo Autorità Civili e Militari e delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma
(Inizio Viale IV Novembre - Punto di riferimento Statua di Mons. Leone Ossola Vescovo di Novara)

Ore 11,00 
Inaugurazione dei Giardini Mafalda di Savoia 1902 – 1944
Benedizione da parte dell’Assistente Spirituale 
Comm. Can. Mons. Gian Luca Gonzino
Verrà intonato il Silenzio

Autorità presenti e interventi: Sig. Sindaco di Novara Dr. Andrea Ballarè
Presidente di Assoarma Gen. di Br. Dr. Dario Cerniglia

Saluto del nuovo Delegato Cav. Rag. Mario Angelo Crivelli

Saluti alle Autorità ed alle Associazioni presenti
Lettura della motivazione dell’intitolazione dei giardini
da parte del Delegato uscente Cav. Marco Lovison

Ore 11,45 - ALBERGO ITALIA – Via Generale Solaroli, 8
Segue Conferenza dal titolo:

Mafalda di Savoia, Principessa Martire

Relatrice: D.ssa Maura Aimar – Presidente del Centro Studi Principe Oddone
Al termine segue rinfresco


Si invitano le Associazioni Combattentistiche e d’Armaa presenziare con Labari e Bandiere nonché con rappresentanza del sodalizio stesso.


Il Delegato Provinciale Cav. Rag. Mario Angelo Crivelli


Delegazione: gdodelnovc@libero.it  -C.so della Vittoria, 29 – 28100 Novara -  
Tel. 348 7588 410