NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 20 novembre 2018

La principessa Mafalda di Savoia, a 116 anni dalla nascita


di Emilio Del Bel Belluz

Durante il periodo universitario un mio compagno mi fece dono di un fascicolo fotocopiato, creato per ricordare la morte della principessa Mafalda. Questo dono mi arrivava dal padre del mio amico, che era un generale. Il genitore aveva saputo del mio attaccamento ai Savoia, legame che non ho mai fatto venire meno. Nel fascicolo c’era scritto con un pennarello: “Per non dimenticare!“. 
Fu per me un dono prezioso, una strada che mi si aprì davanti. Incominciai ad amare questa donna così sfortunata, la figlia di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. 
Oggi sono trascorsi 116 anni dalla sua nascita. La nobildonna nacque a Roma il 19 novembre 1902, lo stesso mese in cui si ricordava il genetliaco del padre, il Re d’Italia. Una doppia festa per i Savoia. Il destino di questa principessa però non era scritto nel libro facile della vita, il destino fu per Lei crudele e terribile. 
Nell’opuscoletto ricevuto in dono, si scriveva: “S.A.R. la Principessa Mafalda di ritorno dalle esequie del cognato S.M. il Re Boris di Bulgaria, si trovava a Roma, quando il 22 settembre 1943 venne arrestata dai tedeschi quale ostaggio. Immediatamente con un aeroplano, accompagnata da una donna tedesca, che si rivelò tosto di facili costumi, venne trasportata a Berlino. Da qui, sempre accompagnata dalla stessa donna, con un’autovettura venne avviata verso una meta ignota: Le dissero verso suo marito, il Principe di Hessen; invece La condussero a Buchenwald. Qui venne rinchiusa in una baracca speciale, N.° 15, riservata ai prigionieri particolari. La baracca era posta, nel breve spazio esistente sulla sommità della collina, tra le grandi officine e le Caserme SS., mentre il campo dei prigionieri era un po’ discosto, sul pendio settentrionale” .
La Principessa fu rinchiusa in una baracca assieme ad una donna Maria Ruhanu, che era stata fatta prigioniera perché apparteneva a una setta che si era rifiutata di impugnare le armi: gli scrutatori della Bibbia. All’interno di questa stanza c’erano pochi mobili, un letto di ferro, con un saccone riempito di paglia di legno. Alla nobile italiana era dato lo stesso cibo che avevano le SS del campo. La donna trasferiva parte del cibo attraverso la grata ad altri prigionieri meno fortunati di lei. In quel periodo dimagrì notevolmente e non le fu mai dato del vestiario pulito, subendo grandi disagi. Il suo cuore batteva per i suoi quattro figli e per il marito che non sapevano dove lei si trovasse. Nel campo di concentramento vi era un padre francescano tedesco, Riccardo Steindhof che ebbe la possibilità di confessare la Principessa e darle la comunione. 
La tragedia però doveva ancora avvenire. Il 24 agosto del 1944 il campo di concentramento fu bombardato, e la prigioniera fu ferita gravemente. L’operazione per l’amputazione dell’avambraccio, già in cancrena, fu eseguita tardivamente, ben quattro giorni dopo, perché non fu permesso ad un medico prigioniero di operarla. Alla mattina del 29 agosto, la principessa morì senza aver ripreso conoscenza. Nel piccolo opuscolo si dice: “La stessa mattina, la salma completamente denudata venne portata nel crematorio. Fungeva da prosettore l’internato Padre Giuseppe Tyl, il quale vedendo una salma di donna con il braccio amputato, chiese ai portatori chi fosse. Gli risposero: “ La Principessa Italiana”. 
Il prosettore, volendo salvarla dal forno crematorio, chiese a un soldato SS se poteva prendere un feretro. Dopo aver insistito, gli fu concessa una cassa nera con fregi d’argento, dove egli stesso ricompose la salma. Il corpo della Principessa fu seppellito a Weimar, assieme a quelli di altri SS, nel reparto d’onore riservato ai caduti di guerra. La sua tomba rimase senza nome, finché, in seguito, dei marinai di Gaeta, posero una croce in legno e una lapide in marmo.


Il fascicolo che mi fu donato era stato scritto dal Dott. Fausto Pecorari.

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