NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 4 novembre 2018

FU VINTA DALL'ITALIA LA PRIMA GUERRA MONDIALE


di Emilio Faldella

Scrisse il comandante tedesco Ludendorff: “L’Austria a Vittorio Veneto aveva perduto la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella propria rovina”

Il piano della battaglia, concepito da Cavallero, fu genialmente modificato sul terreno da Diaz, che strappò la vittoria finale che nessuno s’attendeva
Il Re sbarca a Trieste


La figura del vecchio soldato che, sollecitato dal ricordo di una data o di un fatto, dà la stura alle reminiscenze e, preso l’avvio, più non si tace, è di tutti i tempi; pare che nella sua mente funzioni uno di quegli apparecchi che, a metterci un gettone, proiettano scene animate. In lui c’è di tutto un po’: la compiacenza di rievocare pericoli superati e fatti memorabili, l’orgoglio di poter dire: «lo c’ero!», il rimpianto per la giovinezza di allora, la soddisfazione di aver sopravvissuta e di poter raccontare.
È ciò che accade agli uomini della mia generazione che, nata in sul finire del secolo scorso, assottigliata da guerre combattute sotto tutti i cieli e dal naturale spegnersi delle vite umane, spettatrice di turbinose vicende concluse nel disinganno e nel dolore, ha l’impressione, in questo autunno del 1958, di risalire dal fondo di un baratro alla luce, sotto l’impulso di ricordi,suscitati, dopo quarant’anni, dal richiamo di date di importanza storica, e di rivivere, col pensiero e col cuore, momenti che furono di gioia, dimenticando il grigiore dei tempi che corrono. Ecco: l’apparecchio si mette in moto e il tenue filo dei ricordi proietta un film che, come tutti i vecchi film, rende sbiadite e saltellanti le figure, ma ha l’effetto suggestivo di farci ritrovare giovani, in una corsa a ritroso nel tempo che soverchia la realtà dell’inesorabile trascorrere della vita. Rivediamo le colonne in marcia nella campagna veneta, già intonata al colore delle foglie morte, battaglione dietro battaglione, batteria dietro batteria, con i cavalli e i muli ben curati, accampamenti ben disposti, ché gli aeroplani non erano temuti, soldati ben vestiti e calzati nelle sobrie uniformi grigio-verdi dalla giubba chiusa; risentiamo nelle notti il rombo delle cannonate e scorgiamo lame di riflettori e sfioccare di razzi illuminanti rompere l’oscurità sul grande arco che, dal Pasubio, per gli Altipiani, il Grappa, fino alla foce del Piave segna il fronte della resistenza e della riscossa.
Ma ciò che il vecchio film non può rievocare, lo rievoca la memoria, ed è il più: c’era in quella massa d’uomini in armi che si aggruppava tra il Piave e l’Astico e si assottigliava a cavallo dell’Adige, fino a diventare linea tenue e rotta sui monti fra Garda e Stelvio, un’aspettativa fatta di certezza fiduciosa: fiducia nella forza che rappresentava e fiducia nella sagacia dei capi. In tempi in cui lo sfogo inconsulto di rancori e critiche, sovente senza fondamento, hanno demolito rispetto e fiducia verso i capi militari,nessuno, che non abbia vissuto quelle vicende, può rendersi conto di che cosa rappresentassero, per i combattenti del 1918, i loro comandanti.
Se Diaz era troppo in alto, quasi un mito, Badoglio era noto per la rapidaascesa, ch’era garanzia di capacità; Giardino era già il «comandante dell’armata del Grappa»; Caviglia, per la fama acquisita sulla Bainsizza, aveva in pugno l’armata del Montello e il Duca d’Aosta, paterno e regale, era tutt’uno con la 3* armata, onusta di gloria. Etna, bonario; De Bono, col pizzo bersaglieresco; Di Giorgio, duro e sagace; Grazioli, dalla figura statuaria;
Sani, elegantissimo cavaliere, erano,con altri comandanti di corpo d'armata, ben conosciuti anche da noi, gregari e giovani ufficiali. Rivedevamo nei comandanti di divisione, di brigata, di reggimento, coloro che avevamo conosciuto nel 1915 e nel 1916 tenenti colonnelli, maggiori, capitani, passati attraverso durissime prove e nessuno dubitava delle loro capacità. Guardavamo agli Stati Maggiori, ch’erano stati — come in tutti gli eserciti — oggetto di antipatie e di critiche aspre, con rispetto, da quando con le vittorie difensive sul Piave, sul Grappa e sugli Altipiani, ma soprattutto con la vittoria del giugno 1918, anche l’umile fante aveva capito l’importanza della loro funzione oscura, ma vitale.
I reparti, agguerriti, depurati delle scorie, veterani di tante battaglie — e veterani erano ormai anche i «ragazzi del 1899 » —, comandati da giovani ufficiali che avevano fatto preziose esperienze negli assalti e nelle difese tenaci, erano compatti e coscienti di rappresentare una forza. A questa fiducia si accompagnava la certezza della vittoria, consolidatasi dopo la battaglia del Solstizio. Per la prima volta, in tutta la guerra, su tutte le fronti, un attacco in grande stile era stato subito stroncato, ricacciando il nemico nelle linee di partenza! E di questo anchel’ultimo dei fanti era ben conscio.
Sul piano storico, constatiamo che il senso di aspettativa di qualcosa di imminente e di decisivo che era nella massa, non era invece nel Comando Supremo, che prevedeva la conclusione della guerra nella primavera del 1919, in pieno accordo, d’altra parte, con i supremi comandi alleati, e specialmente con Foch.
Per questo, appunto, nell’estate del 1918, Diaz non era favorevole a sferrare un’offensiva, preferendo concentrare le forze per l’azione decisiva, contemporanea a quella che sarebbe stata condotta sulla fronte francese.
La vittoria di Vittorio Veneto fu tanto brillante e completa che, come tutte le cose ben riuscite, parve essere stata facile esecuzione di un piano predisposto. Essa nacque invece da un travaglio non indifferente.
Fin dal maggio era sorto un conflitto fra il Comando Supremo italiano e Foch: questi sosteneva che si dovesse impegnare una battaglia offensiva sugli Altipiani, con obiettivo il solco Trento-Feltre e non voleva ammettere che gli Austro-ungarici stessero invece preparando un’offensiva dagli Altipiani al mare. Diaz non cedette ed i fatti gli diedero ragione.
Vinta da noi la battaglia del giugno, Foch ritornò alla carica perché si attaccasse sugli Altipiani, e l’attacco fu studiato ed anche preparato, ma si trattava di offensiva ad obiettivo limitato, che non avrebbe potuto portare alla decisione della guerra. E Diaz non intendeva sprecare le forze in un’azione del genere, che Foch voleva soltanto perché ne risultasse impedito il trasferimento di divisioni austriache in Francia.
I Francesi si rivolsero ad Orlando perché imponesse a Diaz di agire: si ebbe allora un burrascoso colloquio al Comando Supremo fra Orlando, Diaz e Badoglio; ad Orlando che insisteva su « impegni d’onore » assunti con gli Alleati, Diaz obiettò di non potersi assumere la responsabilità di un’offensiva di tipo carsico, che non avrebbe potuto avere risultati decisivi ed offrì le dimissioni. Badoglio batté il pugno sul tavolo e disse ad Orlando: « Dia l’ordine per iscritto! ». Naturalmente Orlando se ne guardò bene e così fu resa possibile la battaglia di Vittorio Veneto.
È del 25 settembre 1918 il piano proposto da Cavallero di sostituire all’offensiva sugli Altipiani un’offensiva attraverso il Piave, che avesse come obiettivo la separazione in due tronconi dell’esercito austro-ungarico, piano che Badoglio sostenne e Diaz approvò. Non si trattava più di un’azione limitata, ma di un’operazione, decisiva, a grande raggio!
Di chi il merito? L’idea fu di Cavallero. Non c'è dubbio che, prospettandola, adempì al suo dovere di capo dell’ufficio operazioni del Comando Supremo; ma questo merito non oscura affatto quello di chi l’idea accolse e fece sua, assumendosi la responsabilità della decisione e dell’esecuzione.
Se l'operazione non fosse riuscita, la colpa sarebbe stata di Diaz; poiché riuscì suo deve essere il merito. Il lavoro degli stati maggiori è anonimo e non implica responsabilità, che rimane tutta del comandante il quale,decidendo, se l'assume in pieno.
Il piano del Comando Supremo era arditissimo: si trattava di prendere di petto lo schieramento nemico, che non era affatto indebolito, come si vollesostenere per diminuire la vittoria; se l’Impero austro-ungarico scricchiolava all’interno, la corazza esterna, rappresentata dall’esercito, era ancora intatta e per numero di divisioni superiore in forze all’esercito italiano ed alle cinque divisioni alleate che si trovavano in Italia. Tanto ardito era quel
piano, che Foch non ne fu entusiasta; non vi si oppose, ma avrebbe sempre
preferito l’attacco sugli Altipiani.
Nella sua forma originale, concretata nell’ordine del 12 ottobre, presentava anche un grave difetto, poiché l’Armata Caviglia avrebbe dovuto attaccare da sola, con un urto frontale, quando il Comando austro-ungarico aveva la libera disponibilità delle sue riserve, che avrebbe potuto far convergere nel settore attaccato.
Ci si mise allora di mezzo il Piave, che, come è solito fare d’autunno, a metà ottobre si gonfiò, fino a rendere impossibile il gittamento dei ponti, sui quali l’Armata Caviglia avrebbe dovuto passare da nord del Montello alle Grave di Papadoli.
Ed allora si manifestarono la duttilità del Comando Supremo e l’elasticità dello strumento di cui disponeva; fu ordinato il 18 ottobre che l’armata di Giardino attaccasse sul Grappa, per attrarre su di sé riserve nemiche, in attesa che le forze di Caviglia potessero passare il fiume.
Mentre febbrile era la preparazione, svolta nel maggior segreto, mantenuto anche di fronte al Governo, Orlando, ignaro, insisteva perché l’attacco fosse sferrato e telegrafò l’assurdo incitamento: « Tra l’inazione e la sconfitta, preferirei la sconfitta. Muovetevi! ». Diaz non era uomo da sacrificare la preparazione ad ubbie politiche, fino a compromettere la vittoria, e tenne duro: virtù rara nei comandanti. Ed ebbe in premio la vittoria per l’Italia.
La modificazione apportata al piano originale ne eliminò il difetto e lo fece meglio aderire alla situazione. La battaglia che la 4' Armata impegnò sul Grappa il 24 ottobre e condusse da sola per tre giorni, battaglia eroica e sanguinosa, attrasse verso il monte riserve nemiche e diede alla fronte avversaria lo scossone che ne facilitò il cedimento, quando nella notte dal 26 al 27 ottobre le Armate 8°, 10°, 12° gittarono i ponti ed iniziarono il contrastatissimo passaggio del fiume.
L'Armata del Grappa subì il 67 per cento delle perdite sofferte da tutto l’Esercito nella battaglia, perdite che ammontarono a 36.498 morti e feriti.
La vittoria nacque dunque da un piano ardito, modificato con intelligenza e prontezza, in relazione alle circostanze, eseguito con abilità di comandi ed eroico slancio di truppe, e fu vittoria italiana.
Purtroppo imposizioni d’ordine politico, ed anche una certa ingenuità da parte italiana, diedero esca alle svalutazioni della vittoria che all’estero non mancarono. Alla vigilia della battaglia si volle dare al generale inglese lord Cavan ed al generale francese Graziani l’onore di comandare delle Armate e furono create lì per lì, per l’uno, la 10° e, per il secondo, la 12° armata che, in realtà, erano inglese e francese soltanto di nome, poiché erano costituite, la prima, da due divisioni britanniche e due italiane e, la seconda, da una divisione francese e tre italiane.
La generosità italiana fu bensì corrisposta dalle truppe alleate, che si batterono egregiamente, ma non da autorità, giornalisti e storici nei rispettivi paesi, che osarono dare alla risposta dalle truppe alleate, che si batterono egregiamente, ma non da autorità, giornalisti e storici nei rispettivi paesi, che osarono dare alla vittoria il crisma di vittoria vuoi inglese, vuoi francese.
La battaglia attraversò una grave crisi il 27 ed il 28, superata dall’abilità manovriera di Caviglia e dall’eroismo dei soldati, ma il 29 ottobre tutta la fronte italiana era già in movimento e le armate stavano per dilagare dal Trentino alla piana veneta, inseguendo il nemico. Eppure, ancora in quel giorno 29, alla domanda rivoltagli da Lloyd George e da Clemenceau sulla probabile durata della guerra, Foch rispondeva: «...può durare tre mesi, forse quattro o cinque. Chi lo sa? ».
Lloyd George ancora si opponeva alla richiesta dell’ammiragliato britannico di includere nelle condizioni di armistizio per la Germania la consegna della flotta, temendo che ne risultasse un prolungamento della guerra; vi acconsentì il 4 novembre, perché la vittoria italiana permetteva ormai di imporre qualsiasi condizione.
Vittorio Veneto decise ed affrettò la fine della guerra. Scrisse il Ludendorff: « A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno, avere in tal modo la possibilità di conseguire una pace meno dura, perché gli Alleati erano molto stanchi». E lo storico tedesco von Bernhard scrisse: «In Italia avvenne la decisione ».
Vittorio Veneto smentì la previsione di Foch che la guerra sarebbe durata fino alla primavera e l’armistizio francese di Compiègne, 111 novembre, fu la conseguenza diretta di quello italiano di Villa Giusti, del 3  novembre.
Continua, nella memoria dei vecchi soldati di Vittorio Veneto, a svolgersi il film delle reminiscenze: c’è chi rivede la dura lotta sul Grappa e il battaglione Aosta andare ancora all’attacco, dopo di aver perduto tra morti e feriti 18 ufficiali e 641 alpini; chi i Pontieri gettare i ponti e ricostruirli instancabili, fra le granate scoppianti, dopo ogni distruzione, mentre i loro morti scendevano galleggiando sulla corrente; chi i plotoni di fanti falciati dalle mitragliatrici ed altri plotoni sostituirli e procedere imperterriti; chi le avanguardie entrare in Conegliano, in Vittorio Veneto, in Sacile; chi i Dragoni di Savoia — allora si chiamavano così — galoppare verso Udine; chi il supremo olocausto dei Cavalleggeri di Aquila e dei Bersaglieri al quadrivio del Paradiso, mentre le trombe suonavano, col « cessate il fuoco », l’estremo saluto alla giovinezza di Alberto Riva Villasanta, immolata nell’ultimo assalto.

Bello sarebbe stato poter tramandare idealmente alle nuove generazioni queste reminiscenze di giorni gloriosi, in un solenne raduno dei superstiti di Vittorio Veneto sull’Altare della Patria.
Sarebbero stati ancora con noi alcuni dei generali che comandarono nella battaglia, da Ottavio Zoppi, comandante della 1* divisione d’assalto che, primo, passò il Piave, a Stringa, alpino. Purtroppo la circostanza non parve degna di una celebrazione nazionale. Per il Cinquantenario sarà troppo tardi: molti dei superstiti di Vittorio Veneto non ci saranno più.
Una grande occasione è andata perduta: la gioventù italiana avrebbe visto ancora una volta i vecchi combattenti salutare commossi le bandiere dei Reggimenti e, se accanto alle nuove avesse potuto vedere quelle lacere che quarant’anni or sono passarono il Piave od ascesero le valli del Trentino sul vento della vittoria, tratte per un’ora dal Sacrario del Vittoriano ad affermare che la tradizione si perpetua, avrebbe assistito ad una solenne conciliazione fra il passato ed il presente, nel nome d’Italia!