NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 30 settembre 2019

Congresso della Gioventù Monarchica Italiana



GENOVA, PALAZZO SPINOLA ZECCHINO
VIA DELLA MADDALENA 32 
16124 GENOVA

"Dalla repubblica delle oligarchie alla 
Monarchia di popolo"

PROGRAMMA

Sabato
ore 10 : riunione dei convenuti
ore 13 : pranzo a buffet
ore 16: inizio congresso. Saluti dei dirigenti e inaugurazione dei lavori. Segue dibattito
ore 20: cena fuori sede

Domenica
In mattinata dibattito e chiusura congresso
ore 12: aperitivo e visite guidate

Per informazioni

Paolo Ricciardi 333 8588253
ricciardi.liceo@yahoo.it

venerdì 27 settembre 2019

"Via i nomi dei Savoia a Tula: io la penso diversamente"

"Se la nostra Isola, dal Settecento, si è avvicinata come cultura all'Europa più progredita lo deve ai Savoia"


"Cara Unione,

e così anche Tula si vuole accodare al conformismo imperante, decidendo di levare i nomi dei Savoia dalle proprie strade! Io sono orgogliosamente sardo e italiano, ma sono anche uno che ha nel suo Dna la virtù della riconoscenza. E proprio per questo motivo, dico che levare il nomi della casata sabauda è una fesseria colossale. Se la Sardegna ha un po' di infrastrutture oggi, lo deve ai Savoia.

Se la nostra Isola, dal Settecento, si è avvicinata come cultura all'Europa più progredita lo deve ai Savoia.

Se gli imprenditori sardi poterono cominciare a operare, dovettero attendere il periodo della Sardegna sabauda.

E via di questo passo.

Ma è possibile che nella nostra Terra tutti questi elementi non vengano presi in considerazione o (peggio!) non siano portati a conoscenza del popolo sardo?

Io mi vergogno di essere conterraneo di gente che vuole ignorare o nascondere alla cittadinanza queste verità facilmente accertabili. Visto che la politica dimostra di non valere una cicca, spero che chi fa informazione si dimostri veramente un amante del pluralismo, della trasparenza e della verità. Verità storica!"

Nino Bolla - Cagliari


lunedì 23 settembre 2019

No Germania, No Impero


Due millenni di guerre, amicizia, passioni e  rivalse

L'affinità italo-germanica


di Aldo A. Mola


Quando il braidese Giovanni Piumati insegnava italiano a Guglielmo II
Tra Otto e Novecento le relazioni amichevoli tra il Regno d'Italia e l'Impero di Germania raggiunsero l'apice: scambi economici e soprattutto fitto dialogo culturale, con riflessi anche sulle Forze Armate, particolarmente quando Capo di stato maggiore dell'esercito fu Alberto Pollio (Caserta, 1852-Torino, 1914). Filosofi, letterati e artisti italiani erano di casa nelle Università germaniche e a loro volta i sommi studiosi tedeschi si facevano un punto d'onore di dialogare con Giosue Carducci, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, traduttore di Kant. Anche i piemontesi fecero la loro parte. Fra i molti, Giovanni Piumati (Bra, 1850-Viù, 1915), docente di letteratura italiana a Colonia e a Bonn, tenne lezioni di italiano al futuro imperatore Guglielmo II, che, grato e ammirato, lo volle precettore dei figli. Iniziato massone nella prestigiosa loggia “Rienzi” di Roma, Piumati curò l'edizione del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci su mandato dei Lincei e introdusse nella loggia “Cavour” di Torino il concittadino Beniamino Manzone, pioniere della storia del Risorgimento. L'Italia di allora non confondeva Berlino con Vienna: l'irredentismo era una partita aperta esclusivamente con Vienna. Alla Germania, invece, l'Italia doveva Venezia e, indirettamente, Roma, ove Raffaele Cadorna aveva fatto irruzione il 20 settembre 1870, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sédan e la proclamazione della Terza Repubblica a Parigi.
Ma in passato l'immagine della “Germania” non era stato così lineare nella cultura “patriottica” italiana. 
Da Cesare  al Kaiser
“Sta Federico imperatore in Como...”. È l'incipit della “Canzone di Legnano” scritta dall'insuperabile Giosue Carducci nel 1876 e limata sino al 1879. Il “maestro e Vate della Terza Italia” omise che erano i comaschi prima e più che Barbarossa a volere la distruzione di Milano. Già  nel 1872 aveva fatto ammenda anticipata dei suoi successivi e un po' scolastici entusiasmi per il “Carroccio”. In “Su i campi di Marengo” aveva inneggiato alla vittoria sulla “lega lombarda” dell'“imperator romano/ Del divo Giulio erede, e successor di Traiano”. Sentiti “gli squilli/ de le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po/ in cospetto a l'aquila gli animi ed i vessilli/ d'Italia s'inchinarono e Cesare passò”. Era l'Imperatore. Originariamente duca di Svevia, pacificatore della lunga diatriba tra guelfi e ghibellini, Federico I Staufen, Barbarossa, era il Kaiser, la reincarnazione dell'Imperatore romano. Con la pace di Costanza (1183) egli infine pattuì il modus vivendi tra Sacro romano impero e Comuni. Deposta la veronica di mazziniano e sempre ammiratore di Garibaldi (“Italia e Vittorio Emanuele”), storico e politico ancor più che poeta, Carducci insegnò che il legame tra Italia e Germania non nasce da capricci. È nella storia. È il fulcro dell'Europa. Ma non è l'“asse Roma-Berlino”, errata formula in uso ottant'anni addietro. Nell' epoca evocata da Carducci , l'attuale capitale della Germania era un villaggio insignificante. L'Imperatore, invece, era insegna sacra della grande storia d'Europa, sintesi tra quanto rimaneva della Romanità e la cristianità d'Occidente. 

L'equivoca formula Roma-Berlino. Gli Ottoni e la Renovatio Imperii Romanorum
Roma è l'Italia, Berlino è solo una (e recente) delle tante città importanti dell'arcipelago tedesco, capitale della marca di Brandeburgo dal 1451 (quando in Italia svettavano Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo...) e del regno di Prussia dal 1701, che anticipò di un decennio quello dei Savoia re di Sicilia e poi di Sardegna. La Germania non è la borussica Berlino: è il desiderio millenario dei tedeschi di essere anch'essi Romani. A tutto vantaggio dell'Italia.
Furono Giulio Cesare e Augusto a “cercare” la Germania. Lo sterminio delle legioni comandate da Varo nella selva di Teutoburgo lasciò il segno. Ci riprovò Domiziano nei decenni seguenti, sino a occupare i Campi Decumati, che pochi ricordano. Lì l'Impero romano si fermò e si trincerò, come fece col vallo Adriano fra Britannia e Caledonia e altre difese verso un “nord” che andava arginato con muraglie complete di torri armate. Bastavano truppe scelte anziché costosissime legioni stanziali. Il pericolo per l'Impero romano non arrivava dalla futura Inghilterra né dalla Germania ma da est: Goti, Quadi, Marcomanni e via continuando sino ai Vandali. Il visigoto Alarico, che non aveva nulla a che fare con i teutoni della Germania propriamente detta, penetrò in Italia come un coltello nel burro. Sconfitto da Stilicone a Pollenzo (oggi Cherasco, sul Tanaro, nel Cuneese) e a Verona, nel 410 saccheggiò Roma. Un colpo al cuore non solo dei pagani ma anche dei cristiani. Poi fu la volta di Attila, “re” degli unni, fermato da Enzo con le armi e da papa Leone Magno con lo Spirito. Neppure lui era “tedesco”. Come lo era solo per vago ceppo etnico il goto Genserico, che dall'“Africa” assalì Roma e la devastò una seconda volta nel 455. Infine vennero gli Eruli di Odoacre, che depose Romolo Augustolo. I tedeschi hanno costituito la continuità della Germania. Gli altri popoli erratici nominalmente germanici, ignari di agricoltura, artigianato e di costruzione di  città, sono stati sommersi dalle sabbie del tempo. Quanti tunisini si considerano discendenti di Genserico?  Quanti spagnoli si sentono visigoti o vandali?  
Il ventre molle è là, sulle Alpi Orientali, non sulla linea dalle Marittime al Brennero e all'Isonzo. Da quel fronte dilagarono gli Ostrogoti di Teodorico, i Longobardi di Alboino... Da lì passarono anche Avari (ne scrisse Paolo Diacono in pagine che ancor oggi fanno rabbrividire), Magiari, Slavi e via continuando, mentre il Mezzogiorno era preda di “saraceni”, la Sicilia dominio arabo e gli abitanti della Sardegna lasciavano le indifendibili coste per arroccarsi tra i sassi, nuragici nei millenni.
Dopo il saccheggio di Montecassino e di Ostia, Roma si chiuse nelle Mura Leonine, un cerchio modestissimo rispetto alle maestose Aureliane: dà la misura di come si fosse ridotta la Caput Mundi. I Bizantini avevano fermato gli Ostrogoti con la guerra logorante capitanata da Narsete e Belisario: un rullo compressore sulla popolazione che ne fece le spese. L'Italia meridionale venne ridotta a macerie desolanti. Ma Bisanzio aveva altre priorità: difendere il suo settentrione dalle popolazioni “barbariche”, spingendole verso ovest. Più ne andavano alla volta di Italia, Gallia, penisola iberica, meno ne insidiavano il confine settentrionale. Inoltre la missione di Costantinopoli era ormai fermare l'avanzata degli arabi, dell'islam, che in mezzo secolo aveva soggiogato l'intera Africa settentrionale e la Spagna meridionale, aveva fatto irruzione in “Francia” (fu fermata a Poitiers) e dove arrivava faceva il deserto. Massacri come ancora oggi ne avvengono in molti paesi lacerati da diverse “osservanze” islamiche e  come in Europa accadde nei secoli passati.
Neppure Carlo Magno poté eliminarne la minaccia mortale. Annientò spietatamente Avari e Sassoni e si spinse a Roma per la sua incoronazione: Sacro romano imperatore. Senza Roma non c'era Corona imperiale. Ma il suo impero andò in frantumi e nell'Italia centro-meridionale il caos rimase più o meno qual era. Un secolo e mezzo dopo (centocinquant'anni voglion dire almeno cinque generazioni dell'epoca) furono Ottone I di Sassonia e i suoi immediati successori (figlio e nipote) a ridare splendore all'Impero, comunemente detto “Germanico”. Nel frattempo gli Ungari erano arrivati in Lombardia, i Saraceni avevano incendiato Torino, le coste erano di chi ci arrivava. Berengario del Friuli, Ugo di Provenza, Berengario d'Ivrea avevano alzato le insegne di “re d'Italia”. Ma fu appunto Ottone I a farsi incoronare Sacro Romano Imperatore e ad affrontare il vero pegno: la liberazione del Mezzogiorno d'Italia dagli islamici, quali ne fossero i referenti “politici”, d'Oltremare e d'entro terra, collusi. Il progetto aveva un'unica soluzione: il patto di ferro con Bisanzio, il fronte comune della cristianità. Nel 966 Ottone I fece incoronare suo figlio “collega nell'impero” (come avveniva nei migliori tempi della Romanità) e gli ottenne in sposa la bizantina Teofano (972). Era il sogno di un nuovo corso per lo spazio euro-mediterraneo: l'unità contro gli assedianti. Ottone II si espose in prima persona. Nella battaglia navale di Capo Cotrone (Rossano, in Calabria) venne sconfitto (982). Si salvò a nuoto. Morì tre anni dopo mentre preparava una nuova offensiva per liberare il Mezzogiorno dagli islamici e un'altra per respingere gli Slavi sul confine orientale. Il figlio, Ottone III (980-1002), su impulso del suo maestro, Gerberto di Aurillac (poi papa Silvestro II), annunciò la Renovatio Imperii Romanorom, incardinata sul primato della Città Eterna. Con tutto il rispetto che si deve loro, tra i vari pretendenti “locali”, precedenti e successivi, alla corona d'Italia (è il caso del meritorio Arduino d'Ivrea, una tantum episcopicida), l'unico a pensare e a parlare in termini autenticamente universali, “romani”, fu proprio il sassone-bizantino Ottone III di Sassonia.
Gli Staufen: impero italo-germanico “fronte Sud”.
Ci volle un altro secolo e mezzo prima che le insegne dell'Impero tornassero a guidare l'”idea” di Roma. Dopo le logoranti dispute sull’investitura dei vescovi-conti (chiusa con il concordato di Worms nel 1122 a vantaggio di “Piero” (come nell'Ottocento scrivevano Antonio Fusinato e Carducci), oggettivamente alternativo a Cesare). Avvenne con Federico I di Svevia (1152-1190). L'imperatore in Italia ha goduto di pessima fama, per la sua lunga lotta contro i comuni, sette secoli dopo assunta quale alba del Risorgimento e della lotta per l'indipendenza nazionale. La “propaganda” capovolse la storia. Vi concorsero Massimo d'Azeglio, quando ancora si dedicava alla pittura e alla narrativa, e l'abate di Montecassino, Luigi Tosti, primo “storico” della Lega Lombarda. La realtà è del tutto diversa. All'epoca di Federico Barbarossa da mezzo secolo erano iniziate le crociate, la conquista della Terra Santa, poco gradita a Bisanzio. “Oltremare” l'Europa occidentale mostrò tutti i suoi limiti. I re di Francia, Inghilterra e altri insigni “capitani” (Corrado di Monferrato) mirarono al proprio interesse. Gli “stati” sorti dalle crociate ebbero piedi di argilla. Anche gli Ordini religioso-cavallereschi, dai Gerosolimitani ai Templari stessi, non ebbero un vero progetto unitario. Gli unici a “pensare in grande” rimasero Federico I e suo nipote, Federico II di Svevia, sepolto nella cattedrale di Palermo: sintesi della forza militare dei Normanni, della Germania e della Romanità. L'Impero era anzitutto l'Italia. E fu in Italia che si consumarono le battaglie decisive: la sconfitta di Re Enzo, catturato e imprigionato a vita, di Manfredi, morto in battaglia, e di Corradino di Svevia, decapitato su ordine del francese Carlo d'Angiò. Il nuovo re di Napoli era forse un difensore dell'idea di Italia? Federico II Staufen, che indossando la dalmatica ascoltava messa sfogliando il Corano, e i suoi discendenti erano forse “tedeschi” o uomini “universali”? Va aggiunto che, coperti sul fianco dall'attivismo mediterraneo di Federico II, i cristiani di Spagna poterono accelerare la riconquista.

Dante Alighieri per Arrigo VII di Lussemburgo
L'idea di Sacro Romano Impero sopravvisse alla catastrofe della Casa di Svevia. Ne scrisse Dante Alighieri, che sperò nella “missione” dello sfortunato Arrigo VII di Lussemburgo. Nel 2021 quale “Dante” verrà narrato? Come osservò Carducci quando rifiutò la “cattedra dantesca” propostagli da Francesco Crispi e da Adriano Lemmi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Alighieri pensava in “medievale”: Impero e Papato. Duecento anni dopo, al termine delle catastrofiche guerre franco-ispaniche per l'egemonia sull'Europa, l'Italia finì sotto dominio germanico per interposta Spagna, da Carlo V d'Asburgo e suoi successori, sino a Filippo V di Borbone. Preda della riforma scatenata da Martin Lutero, degli evangelici seguaci di Calvino e di altri turbamenti psico-sociali con paramenti religiosi dottrinari (anabattisti, ecc.), la Germania uscì di scena. La Guerra dei Trent'anni la polverizzò. In Italia nessuno se ne occupò più. Imperatore lontano (e irrilevante), briglie sciolte. A riportare i germanofoni in Italia furono le Guerre di Successione del Settecento. Torino fu salvata da Eugenio di Savoia, che non giunse da solo contro le truppe francesi ma con corpi di élite dell'Impero. Nel 1714 Lombardia e regno di Napoli passarono a Vienna. Dopo vari cambi di dinastie, all'epoca usuali, i Borbone ebbero il Mezzogiorno e Parma-Piacenza. Vienna dominò Milano, il Granducato di Toscana e Modena. Venezia ormai sprofondava nell'ozio. Mentre Parigi proteggeva i “lumi”anticlericali e libertini lo Stato pontificio aveva nei cattolici Asburgo l'unico vero baluardo. Maria Teresa d'Asburgo ancora oggi è venerata quale sovrana più illuminata di Voltaire. Suo marito, il pacatissimo Francesco Stefano di Lorena, pur massone, altrettanto.
La Rivoluzione del 1789 e la successiva età franco-napoleonica sconvolsero i punti cardinali. In  riposta agli equilibri imposti dal Congresso di Vienna (1815) e dalla Santa Alleanza i “patrioti” italiani furono naturaliter antiasburgici, da Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d'Inghilterra, a Silvio Pellico. Nacque confusione tra Vienna e la Germania, a sua volta divisa tra “grande” e “piccola”. Presto dimenticato il capolavoro di Madame de Stael, De l'Allemagne, la letteratura risorgimentale fu compattamente antitedesca, per l'arbitraria identificazione tra lingua, nazione e potere politico (e “sangue” o “razza”, come al tempo di diceva). Nel famoso  “Sant'Ambrogio” Giuseppe Giusti inneggiò ai croati, “Povera gente! Lontana da' suoi,/ in un paese che qui le vuol male”. Non prevedeva affatto che l'Impero d'Austria (non più Sacro e Romano) era l'unico freno contro gli appetiti atavici di popoli che, appena l'avessero potuto, avrebbero fatto di più e di peggio a danni degli altri, a cominciare dagli slavi, del nord e del sud.
Superfluo ricordare che l'Italia deve Venezia alla vittoria della Prussia sull'Austria nel 1866, quando purtroppo essa dovette registrare un insuccesso a Custoza e una sconfitta a Lissa. Dopo la vittoria su Napoleone III a Sedan e la proclamazione dell'Impero di Germania nel Salone degli Specchi del Castello di Versailles (gennaio 1871), grati per la neutralità dell'anno precedente i Kaiser visitarono ripetutamente i Re d'Italia a Roma. Anche senza il colpo di mano francese su Tunisi (1881) la linea era chiara. L'aveva anticipata Francesco Crispi in visita a Bismarck nel 1877, mentre maturava l'intesa dei Tre Imperatori (Berlino, Vienna, San Pietroburgo) contro l'anarchia e la repubblicanizzazione” dell'Europa, di impronta francese.
La seconda metà dell'Ottocento fu la stagione d'oro dell'amicizia italo-germanica. Da Oltralpe in Italia giunsero filosofia e scienze, tecnica e filologia... Mommsen e Gregorovius rinnovarono alla radice gli studi di romanistica e medievistica. Carducci imparava il tedesco dal veneziano Emilio Teza. I politici italiani di spicco capirono bene che la Germania era la garanzia contro ogni rivalsa offensiva di Vienna ai danni dell'Italia; e Roma si concesse il lusso di tener le distanze da Parigi, di liberarsi dalla francofilia d'età risorgimentale. Giolitti proseguì nel solco di Crispi. Non si lasciò mai intenerire da Vienna. Ammirò invece la Germania di Bernhard von Bulow, ove il socialismo riformistico prosperava all'ombra dell'industrializzazione e della modernizzazione della vita quotidiana: un modello per l'Italia, ancora così diversificata al suo interno.

I voltafaccia del Novecento e le loro ripercussioni sul presente
La catastrofe venne con la firma dell'arrangement di Londra del 26 aprile 1915, che impegnò Roma a entrare in guerra entro trenta giorni contro tutti i nemici dell'Intesa. Il governo Salandra-Sonnino aveva qualche fondato argomento per combattere la duplice monarchia asburgica. Non ne aveva alcuno di veramente credibile per dichiarare guerra alla Germania: nessun contenzioso territoriale, economico, né gare nei domini coloniali. Le motivazioni addotte dal governo Boselli nell'agosto 1916, redatte in tre diverse versioni, furono e rimangono sconcertanti per la loro fatuità.
Iniziò così quella nuova “guerra dei trent'anni” che dal 1938 vide Roma sempre più appiattita sulla strategia politico-militare del Terzo Reich germanico di Hitler, rafforzato dall'annessione dell'Austria. Ostile contro la perfida Albione dei cinque pasti al giorno e contro la Francia demo-pluto-massonica e socialista l'Italia di Mussolini finì per allearsi con il “nemico storico” del secolo precedente. Tornò a confondere la parte con il tutto, il nazismo con la Germania millenaria, che era anche civiltà romana, umanesimo, universalità: le coreografie naziste di Norimberga accecarono tanti italiani, che si proposero di imitarle.
Ottant'anni dopo sentimenti e risentimenti continuano a oscurare il giudizio della storiografia. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che l'Italia ha tutto da guadagnare dall'amicizia (sia pure asimmetrica) con la Germania, proprio per sottrarsi all'invadente influenza francese sulla sua economia e per contenere la tracotante ostilità degli Stati sorti dalla disgregazione dell'impero asburgico e della Jugoslavia. Può bilanciarne l'ambizione a dominare l'Adriatico da Trieste alla Grecia solo passando per Berlino, su un piano di confronto franco, che lasci alle spalle la ruggine del recente passato, l'eco di quanti (Luigi Federzoni e un famoso spretato, capofila del razzismo in Italia) un secolo addietro deploravano l'assalto tedesco all'Italia per alimentare l'odio contro il “brutale imperialismo teutonico”.
Meno ancora che nei secoli andati, il possibile “progetto Italia” del Terzo Millennio non può reggere su fantasie propagandistiche e promesse illusorie. Deve avere fondamenta nella cultura, nella capacità produttiva, nella stabilità se non riduzione del debito pubblico. Diversamente è solo retorica.                                                             Aldo A. Mola

sabato 21 settembre 2019

I giovani monarchici a scuola di politica


Sabato 21 settembre, dalle ore 10 si terrà in Roccaraso in provincia di L'Aquila, presso il Park Hotel “Il Poggio”, il VII Convegno Nazionale per la Formazione dedicato ai ragazzi del Fronte Monarchico Giovanile.

È Prevista la partecipazione di molti e qualificati ospiti, fra gli altri Maurizio Gasparri, Adolfo Urso, Francesco Forte, Mario Landolfi, i professori Gustavo Pansini, Salvatore Sfrecola Andrea Ungari, e Salvatore Aceto di Capriglia.


giovedì 19 settembre 2019

Fiume 2019

Nel giorno del centenario dell'inizio della impresa fiumana, una decina di ragazzi, si è recata a Fiume, esponendo il Tricolore del Regno all’ingresso del Palazzo del Governo.
Un’ azione goliardica e coraggiosa in un’Italietta ha volutamente  dimenticato una ricorrenza che ogni nazione avrebbe orgogliosamente ricordato nei secoli. Una azione pacifica e dimostrativa. Tanto per ricordare che Fiume è italiana.
Il gesto è stato un bel gesto, coraggioso e sentito. Pacifico e indolore.
Chi prende le distanza, e chiede scusa ai croati, che si sono permessi, per altro, di mettere becco sulla statua di D'annunzio a Trieste  sbaglia.
Con questo metro non ci sarebbe stata nessuna impresa fiumana per non offendere la Yugoslavia, la Francia e gli Usa, il governo di Cagoia.

A volte è necessario osare.


mercoledì 18 settembre 2019

Il PNM ed il Patto Atlantico

Lettera pubblicata su "Storia in Rete", del nostro Domenico Giglio, Presidente del Circolo Rex



Caro dottor Garibaldi, 
l’articolo sulla adesione al Patto Atlantico, sul numero di giugno della rivista, di Nico Perrone, mette in luce le contrarietà di parte del mondo cattolico a questa scelta, come nel caso dell’allora deputato democristiano Dossetti, che poi scelse la tonaca, e del suo gruppo. Vorrei invece ricordare il fermo atteggiamento favorevole da parte dei deputati del Partito Nazionale Monarchico, che si concretò in un importante discorso del 16 marzo 1949 dell’onorevole Alfredo Covelli, capogruppo,che proprio per le argomentazioni portate suscitò violente reazione da parte social comunista, dove si distinse particolarmente Giancarlo Pajetta. Covelli, pur non approvando in via generale l’operato del Governo, seppe distinguere tra la politica generale e questa adesione che rientrava negli interessi dell’Italia, che si vedeva accolta nel gruppo dei paesi occidentali, dove già si era reinserita con la cobelligeranza in ben venti mesi di guerra, dal settembre 1943, all’aprile 1945, anche se questo contributo era stato misconosciuto, se non ignorato, in sede di Trattato di Pace del febbraio 1947. I monarchici, in repubblica, anche dopo il discusso referendum, furono sempre attenti ai problemi nazionali e favorevoli a qualsiasi cosa che giovasse all’Italia, atteggiamento ben diverso da quello tenuto da Mazzini e dai repubblicani dopo l’Unità, sempre pronti ad accusare la Monarchia, di tradimento del Risorgimento, e di qualsiasi altro evento negativo, come se si trattasse di una Monarchia assoluta e non, come era, di una Monarchia Costituzionale e Parlamentare.
Cordialmente
Dr. Ing. Domenico Giglio

sabato 14 settembre 2019

Genetliaco di Re Umberto II

Il 15 settembre i monarchici ricorderanno il 115° genetliaco dell’ ultimo Re D’Italia, Umberto II. 

In questa data così importante farò sventolare dal mio terrazzo il tricolore sabaudo. 
Ho davanti a me una foto che raffigura il Re che esce dalla sua dimora da solo e davanti alla sua casa è collocata una targa in cui è incisa la parola: Italia. E’ una foto che mi commuove ogni volta che la guardo, come mi stringe il cuore pensare alla sofferenza patita dal sovrano in esilio. 
L’Italia repubblicana parla poco dei Savoia, ma ciò è comprensibile perché dovrebbe ammettere che questa dinastia rappresenta mille anni di storia italiana e ha costruito l’unità d’Italia. 
Leggevo con molta attenzione nella rivista il Borghese, di quasi cinquant’anni fa, della visita che la scrittrice Gianna Preda fece all'ultimo Re d’Italia.  Una donna vera che in Italia è ingiustamente dimenticata. Gianna rimase colpita dall'eleganza del Re e dalla sua solitudine confortata dalla fede.
Il Re soffre, sa che il suo destino sarà di morire in esilio, la repubblica ha ancora paura del sovrano. In molti l’hanno dimenticato, attratti dalla repubblica, anche tanti monarchici avevano scordato gli ideali e la storia di un  tempo.

Gianna Preda, lo sente vicino e le sue parole sono queste: “ Mi rendo conto, in questo momento, di che cosa debba significare, per Umberto II, l’esilio: che non è semplicemente una condizione, non è soltanto un provvedimento politico, ma qui, in questa casa costruita proprio per l’esilio, è una realtà palpabile, struggente, irrimediabile. 

Forse, in una causa d’affitto era più facile per il Re, nei fuggevoli momenti di speranza, pensare che avrebbe potuto rivedere il suo paese. Ma i lunghi amari anni gli hanno portato soltanto una nuova Villa Italia; nuova e desolata, poiché altro non è che la casa di un esule. Poco dopo Umberto II dice:” La nostra cara e amata patria”.  Gianna conversa con il Re e si commuove quando se ne va, la visita è finita. 
“ Quando arriva il momento del congedo si stabilisce una sorta di tensione. “ Arrivederci”, mi dice Umberto II, “ mi saluti la mia Italia, i miei italiani, tutti quelli che incontra”. Il suo viso è serio e commosso. 
Penso che ogni volta che si commiata da uno di noi, egli riviva l’attimo prima del suo esilio”. Nessuno potrà mai dimenticare il Re che saluta prima di partire quelli che sono venuti ad accompagnarlo, sono pochi fedelissimi, perché la repubblica gli voleva fare l’ultimo dono. Pochi sapevano il momento della partenza, temevano le migliaia di persone che lo avrebbero salutato e acclamato. 
Questa foto dell’Italia non si poteva mostrare, la repubblica ha sempre fatto le cose per bene. 
Al momento della partenza il cuore del sovrano era colmo di malinconia: sapeva che non sarebbe tornato né da vivo né da morto. Infatti, sono passati tanti anni dalla sua morte e il suo corpo si trova in Francia, e credo vi rimarrà per sempre. Quale re sarebbe stato Umberto II? Sicuramente migliore di molti uomini politici che non hanno amato la loro patria. 
A vent’anni dal suo esilio il giornalista e fotografo Giorgio Lotti, lo andò a trovare inviato dalla rivista Epoca. Il servizio è corredato da stupende foto. Queste parole del Re raccolte da Lotti mi commuovono: “ Nulla è cambiato nel mio animo in questi vent’anni. 
Non avevo risentimenti verso nessuno e non ne ho neanche adesso “, egli dice: “E’ nella mia natura accettare le cose della vita così come vengono, tenere per me i miei dolori e le poche gioie…”.

 Il Re Umberto II si spense in una clinica svizzera il 18 marzo 1983,  la sua ultima parola fu: Italia.

di Emilio del Bel belluz

giovedì 12 settembre 2019

A Fiume la bandiera del Regno d'Italia

Peccato per la copertura subtotale della Bandiera

[...]
La stampa di Zagabria tra l'altro riferisce che nella notte sconosciuti anno innalzato la bandiera italiana sul Palazzo del Governatore, che durante l'occupazione della città contesa dall'Italia e dall'allora Jugoslavia venne usato da D'Annunzio come sua residenza. Sul posto è intervenuta la polizia croata, che ha rimosso la bandiera e ha spiegato che si trattava di quella del Regno d'Italia, non di quella attuale della Repubblica italiana. Due giovani italiani, di 19 e 20 anni, sono stati intanto fermati questa mattina davanti allo stesso Palazzo, con delle bandiere italiane.“


[...]

http://www.today.it/politica/fiume-statua-trieste.html

martedì 10 settembre 2019

E speriamo che le rondini portino primavera...

( Con tutti i distinguo del caso tra monarchici, sovranisti e saluti romani...)

Sovranisti e monarchici alla manifestazione di Salvini e Meloni

Nel variegato popolo riunito davanti a Montecitorio contro il governo Conte pure una manciata di supporter dei Savoia: «È il secondo golpe dopo quello del 1946».
09 Settembre 2019.

Una destra in piazza così rumorosa non si era mai vista. 

[...]

Non sono mancati i saluti romani e persino una manciata di monarchici: «È il secondo golpe dopo quello del 1946», grida una signora. 

[...]


lunedì 9 settembre 2019

Alla manifestazione di oggi a Montecitorio...


Un Re italiano per la corona di Spagna

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, duca d’Aosta, nato a Torno il 30 maggio 1845 era il terzogenito di Vittorio Emanuele e di Maria Adelaide d’Austria. 
Con il fratello Umberto, divenuto successivamente Re d’Italia, frequentò le accademie militari sabaude per divenire a soli ventun anni Maggior Generale, grado con cui combatté nella III Guerra d’Indipendenza del 1866 al comando della Brigata Granatieri di Lombardia, riportando una ferita da fucile, nella battaglia finale di Custoza, durante un assalto alla baionetta ai cascinali di Monte Croce, motivo per cui fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il 30 maggio 1867 sposò la ventenne Maria Vittoria, figlia del principe patriota piemontese Carlo Emanuele dal Pozzo della Cisterna. Nel 1868, per decisione del padre transitò nella Reale Marina Militare col grado di viceammiraglio, ottenendo l’anno successivo il comando della Squadra del Mediterraneo.

[...]

venerdì 6 settembre 2019

Buon compleanno, Umberto!


Arriva... "Racconigi si racconta"


Iniziando dai festeggiamenti del Settembre Racconigese, l'Ufficio Turistico di Racconigi propone un calendario di visite che contribuirà alla scoperta di alcune curiosità legate alla storia della città e alla vita al Castello Reale.

Si comincia domenica 15 settembre, giornata ricca di eventi, ricordando il compleanno dell'ultimo Re d'Italia, Umberto II, nato a Racconigi proprio il 15 settembre 1904.

La visita al Castello sarà arricchita da particolari sulla nascita del Principe e sul suo legame con la residenza. Nella stessa data per la Festa di Racconigi, l'ingresso al Castello sarà gratuito. A sottolineare la ricorrenza, in collaborazione con il progetto Racconigi Express Bus, il classico Tour Città della Seta del 15 settembre dedicherà maggiore attenzione ai rapporti tra il Principe e la Famiglia Reale e Racconigi. Il 29 settembre protagonista sarà la Principessa Mafalda di Savoia. Si sposò a Racconigi il 25 settembre 1925 con il Principe Filippo d'Assia. Quello fu l'ultimo grande evento che venne organizzato al Castello di Racconigi.

L'anno successivo, nella stanza degli sposi,nacque il loro primogenito regolarmente iscritto all'anagrafe cittadina.Come accadeva almeno dal primo Novecento, la città di Racconigi rinnova l'abitudine di ricordare, festeggiare e raccontare ciò che ruotava intorno al Castello senza dimenticare la propria storia e le tradizioni locali.


LE DATE:7 -22 settembre, Visite classiche al Castello ore 11:00-14:30-16:0015 settembre

BUON COMPLEANNO UMBERTO, visite al Castello ore 11:00-14:30-16:00 - #iovadoalmuseo Ingresso gratuito al Castello15 settembre

TOUR CITTÀ DELLA SETA, ore 16:0029 settembre

LE NOZZE DI MAFALDA, ore 11:00-14:30-16:00


COSTI VISITE:Intero 5,00 E; Ridotto 3,00 E ragazzi 13-17 anni e Racconigesi; Gratuito minori di 12 anni
Per informazioni e prenotazioni: Ufficio Turistico di Racconigi: tel. 392 081 1406 – e-mail: visitracconigi@gmail.com



http://www.targatocn.it/2019/09/05/leggi-notizia/argomenti/eventi/articolo/arriva-racconigi-si-racconta.html

lunedì 2 settembre 2019

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 8


CAPITOLO VIII

LA CADUTA DEL FASCISMO

Dal dicembre 1942 gli italiani non credevano più nella vittoria - I combattenti parteggiavano moralmente pei loro nemici - Guerra nazionale, ma più guerra civile. Bisognava uscire dalla lotta - Ambrosio, nuovo Capo di Stato Maggiore Generale - La decisione del Sovrano – La lotta clandestina - Mussolini di fronte ad Hitler al convegno di Feltre - Il 25 luglio - Governo politico o governo militare? - I tedeschi scendono in forze in: Italia.

Se Mussolini ha creduto fino all'aprile 1945 nelle armi segrete di Hitler, gli italiani nella loro generalità perderono ogni speranza in un esito felice della guerra alla fine del 1942. Assai spesso, nei venti anni del regime, ci siamo domandati se Mussolini come uomo rappresentativo di un momento della nostra storia, cumulasse i pregi e i difetti dell'italiano medio, o fosse invece il suo contrario, il suo nemico, l'anti italiano. Alcune volte egli dava l'illusione di essere un italiano tradizionale, un italiano tipo; ma il più delle volte appariva totalmente estraneo alla nostra civiltà e alla nostra natura. Comunque, dopo l'autunno del 1942 egli rimase solo a pensare ad una possibile vittoria. Il primo febbraio del 1943, quando il generale Ambrosio succedette a Cavallero nella carica di Capo di Stato Maggiore Generale, egli pose come prima condizione a Mussolini quella « di puntare i piedi contro i tedeschi ». Le truppe germaniche scendevano ormai nella Penisola come in territorio occupato. Si installavano in abitazioni e in uffici senza dipendere dalle autorità italiane. Il nostro Stato Maggiore dovette a un dato momento diramare una circolare a tutti i Comandi perché segnalassero gli uffici o comandi germanici di cui essi avevano cognizione. Le forze tedesche non obbedivano ai Comandi italiani della zona, né li informavano dei loro spostamenti, dell'aumento o diminuzione della loro forza: facevano uso delle ferrovie, del telegrafo e di ogni altro mezzo di comunicazione come di cosa propria. Parlavano spesso del territorio italiano come di territorio occupato. Con questo contegno essi avevano ridestato da tempo, nello spirito degli italiani, i fantasmi della secolare lotta contro il tedesco invasore. Si aggiungano i casi di abbandono delle nostre truppe sul campo di battaglia, dopo averle private dei loro automezzi, in Africa e in Russia, e si comprenderà quale fosse nel 1943 lo stato d'animo generale in Italia verso i camerati dell'Asse.

A tutto ciò si aggiunga ancora la vaga sensazione che gli italiani ebbero sin dall'inizio del conflitto, di trovarsi dinnanzi a una guerra diversa dalle altre: una guerra che i fascisti chiamavano appunto rivoluzionaria perché conteneva nei suoi fini i presupposti di una verità, la loro verità, da affermare, e i non fascisti chiamavano guerra ideologica, guerra religiosa: e cioè guerra di un sistema di principi, contro un altro sistema di principi, di una concezione morale dell'uomo e della sua vita, della nazione e del suo sviluppo, contro un'altra concezione morale dell'uomo e della nazione. Avvenne allora a ciascuno, mentre combatteva oltre le frontiere, in Africa o in Grecia, per le ragioni tradizionali di ogni guerra e cioè per la difesa o l'acquisto di territori, di ritrovarsi milite di quest'altra guerra più profonda e più vera: la guerra universale di religione che si andava ovunque combattendo. Nel sentire i fatti di Polonia o di Austria o di Cecoslovacchia o di Ucraina i combattenti italiani, dapprima non credettero, poi dubitarono, poi convinti da mille testimonianze e, infine, nella campagna di Russia divenuti essi stessi testimoni esterrefatti di quegli inauditi delitti, si accorsero di aver mutato intimamente il fronte morale, il fronte ideologico nella lunga e terribile battaglia. Essi sentivano che, vincendo, avrebbero forse acquistato territori, ma perduto per sempre, con la sconfitta della civiltà universale, la stessa civiltà della loro nazione, il carattere della loro terra e del loro mare, la loro stessa natura. Perdendo avrebbero almeno conservato quel carattere e quella civiltà. Questo fu il dramma del soldato e del cittadino italiano. Esso è stato espresso in modo inimitabile da Benedetto Croce nel suo discorso di Bari del gennaio 1944.

« A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli, ma una guerra civile; e più esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi portici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana. Un legame, dunque, si è stretto tra noi e le potenze alleate, un legame diverso o superiore a quello dei trattati politici, degli armistizi ti delle rese, perché è una promessa di carattere morale o religioso, da noi religiosamente accolta ».

Quel grande maestro di libertà e di italianità proseguiva affermando la sua certezza che questa volta non si sarebbe ripetuto l'errore che le potenze vincitrici commisero quando, dopo aver eccitato le popolazioni italiane a scuotere il dominio napoleonico, non mantennero le promesse e « il più temperato e meditativo dei nostri poeti “il Manzoni-" dové rimproverarli: “0 stranieri, sul vostro stendardo - sta l'obbrobrio di un giuro tradito!”.

Si apponeva giustamente il Croce quando pensava che non si sarebbe ripetuto l'errore dell'età della Restaurazione? A tutt'oggi non possiamo giudicare; né lo potremo fino a quando la grande guerra di religione non sarà cessata e vinta insieme a quella già felicemente conclusa contro le armate tedesche e giapponesi. P- avvenuto, infatti, che uno dei grandi federati della lotta per la libertà, si è svelato come il capostipite della famiglia dei to talitari e dei cultori dello Stato, pei quali l'individuo non esiste. I metodi di pace e di lotta della Russia e dei suoi paesi vassalli non si differenziano da quelli germanici: lo stesso prepotere della polizia, lo stesso impiego della tortura, gli stessi campi di concentramento, le stesse deportazioni in massa. All'odio razziale si sostituisce l'odio di classe. La borghesia delle professioni e dell'intelligenza viene individuata, enucleata e, a poco a poco, i suoi membri vengono arrestati e allontanati per sempre per una destinazione ignota: le famiglie dissolte, impoverite, precipitano, senza rimedio nel proletariato indifferenziato. Attorno a questi popoli si crea la barriera del silenzio, la più adatta alla tetra esperienza che fu possibile sulla massa indifferenziata russa tra il 1917 e il 1921. Essi entrano nella tormenta della grande rivoluzione, la rivoluzione per antonomasia, quella di cui fascismo e nazismo, specialmente il primo - non furono che i tiepidi surrogati "occidentali nella lotta dello Stato contro l'individualismo liberale (1).

Ma torniamo al dramma italiano tra il gennaio e il 1945 Gli italiani volevano porre fine alla guerra, ma per giungere a tanto bisognava rovesciare Mussolini. Questi non era un Presidente del Consiglio che si potesse far dimettere con un voto del Parlamento. La convinzione che la guerra era perduta aveva penetrato ormai tutti gli ambienti, aveva guadagnato tutte le intelligenze. Il momento germanico era passato: quella possente macchina bellica era stata a un punto dal conquistare il mondo, ma ormai essa aveva compiuto il massimo sforzo e su tutti i fronti era costretta a indietreggiare. Gli Stati Uniti, la Russia, l'Inghilterra e i suoi Dominions erano invece assai lontani dall'aver compiuto il loro massimo sforzo. I tedeschi avevano già perduto la guerra marittima, la guerra aerea e la gara di produzione industriale e di ricerca scientifica. Non tutti i dati che determinavano questa diffusa convinzione erano accertati, alcuni potevano variare da un momento all'altro, ma ormai la convinzione dell'inferiorità tedesca era divenuta generale ed essa non poteva essere modificata che da qualche straordinario e nuovo avvenimento.

(1) Vedi sul settimanale L'Opinione (17 settembre 1945) il testo di un appello lanciato al mondo dal Club Federale dell'Europa Centrale residente a Londra, ancora una volta fatta asilo di libertà:

«Albanesi, Bianco-Ruteni, Bulgari, Cechi, Croati, Estoni, Greci, Lettoni, LItuani, Polacchi, Serbi, Slovacclii, Sloveni, Romeni, Ucraini, Ungheresi. Il corso della storia e particolarmente gli eventi della seconda guerra mondiale stanno a dimostrare sino a qual punto questi popoli siano uniti da un comune destino.
Oppressi dai sistemi totalitari nazionalsocialista, fascista e sovietico, si trovano nella necessità di una comune difesa della loro indipendenza.
Le affinità della vita interna dei nostri popoli deriva da un analogo sviluppo culturale e dalla analogia delle loro strutture sociali.

L'attaccamento alla cultura occidentale, profonde tradizioni e sentimenti religiosi o ordinamenti giuridici democraticamente instaurati costituiscono le caratteristiche essenziali della nostra affinità.

Nella struttura sociale dei nostri popoli l'elemento rurale ha conservato la preponderanza, potenziando il suo contributo alla vita nazionale di pari passo con il progressivo sviluppo della campagna e del contadino libero cittadino.

Perciò i Paesi dell'Intermarium centro-europeo, legati dalla stessa situazione geografica, dal loro passato storico, dalla comune civiltà e struttura sociale, minacciati dagl'imperialismi che li circondano, dovrebbero giungere ad una sola logica soluzione: la creazione di una unità politica per la loro comune difesa e per il loro sviluppo.

Nel momento attuale, allorché, dopo la chiusura formale delle ostilità in Europa, è intervenuta anche la fine della guerra in Asia, numerosi popoli nel mondo manifestano la propria gola: ad essa non partecipano, non possono partecipare i popoli dell'Europa centro-orientale.

Sottoposti all'occupazione sovietica, privati dell'indipendenza e dei più elementari diritti della persona umana, essi sentono più fortemente che mai, nel cosidetto "Giorno della Vittoria", la cupa tragicità del momento. La fine della guerra porta con sé il più assoluto disprezzo di quel principii, in nome dei quali fu brandita la spada.

La lotta nacque dalla resistenza contro l’imposizione dell’altrui volontà al popoli liberi, dalla resistenza contro l'imperialismo rapace, dalla resistenza contro il principio del predominio di una "razza eletta" su quelle "inferiori". La Carta Atlantica e simili dichiarazioni proclamavano che il Diritto doveva prevalere sulla forza, che la Giustizia ed il rispetto della altrui Libertà sarebbero state il fondamento di un nuovo ordine mondiale, che il libero sviluppo dei deboli sarebbe stato tutelato di forti.

Ed ecco che la guerra si chiude con una piena affermazione di propotenza, con il riconoscimento del frutto delle conquiste e delle annessioni come un giusto premio per i potenti, con la formulazione di una nuova gerarchia di supremazia tra popoli in nome della forza.

Ma un tale stato di cose, fondato esclusivamente sulla forza, non può consolidarsi nel xx secolo.

Milioni di uomini nelI'Intermarium, ansiosi di una piena e duratura libertà nazionale, uomini appartenenti sia a popoli che non potettero raggiungere l'indipendenza nella precedente guerra mondiale sia a popoli che hanno attualmente perduta l'indipendenza, non vogliono essere schiavi, e non lo saranno.

Le tendenze Imperialiste, che vogliono fondare l'ordine mondiale su di una ripartizione di sfere d'influenza, sono non soltanto immorali, ma anche irreali. Imperocché non è vero che sia già morto uno dei più grandi Ideali dell'Umanità, la pienezza della vita nazionale dei popoli. Esso non si può cancellare dall'animo dei popoli né si può sostituire esclusivamente con un Ideale di benessere individuale e di massimi consumi, come pretenderebbero di farci credere gli esponenti del capitalismo statale, o privato.

E pertanto la difesa del diritto delle nostre Nazioni all'indipendenza, la ricerca di soluzioni giuste e pratiche per il regolamento dei reciproci rapporti tra i nostri popoli, la difesa degli elementari diritti deIl'uomo, sono i nostri scopi.

A fondamento della nostra attività assumiamo il patrimonio storico del diritto europeo, il suo principio della libertà dei popoli, il suo rispetto per il diritto di autodecisione dei Popoli.

Per la vita interna dei nostri popoli crediamo indispensabile lo sviluppo della democrazia, ma contestiamo tuttavia il diritto al nome di democrazia a qualunque ordinamento politico che non sta fondato sul rispetto della libertà. Il che appunto si verifica nella costruzione dei nuovi concetti "di vera democrazia” o di " democrazia progressiva” che non sono stati creati che al solo fine di aprire la via alla dittatura di un solo partito ed alla instaurazIone dell'onnipotenza sovietica.

Il totalitarismo orientale, che minaccia ora l'Europa, ha già sottratto ad una vita libera e normale tutta una serie di popoli, cosi come pure ha sottratto al più elevati concetti ed alle più elevate parole il loro senso proprio, sano ed onesto.

Siamo convinti dei ritorno del buon senso dei popoli; crediamo nella rinascita degli ideali umanistici nella cultura, crediamo nelle forze creatrici delle nostre Nazioni dell'Intermarium: è questo il fondamento incrollabile della nostra speranza e della nostra perseveranza nella lotta.

In nome del Club FederaIe: MIHA KREK, presidente; JULIUSZ PONZATOWSKI, vice-presidente; CIRIL ZEBOT, segr. gen. ».