NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 14 novembre 2018

Ritrovare l’Italia nel Centenario della Vittoria

di Alessandro Mella

La verità più amara è che l’Italia l’abbiamo perduta.
Dietro ai facili populismi dei social network, dietro ai revisionismi da burla antirisorgimentali, dietro le nostalgie per mondi che non abbiamo studiato, dietro il solco tremendo che ha spaccato le coscienze, dietro la crisi sempre più palese delle istituzioni e di un sistema violato dalla barbarie e dall’ignoranza sdoganata.
La storiografia, se seria e documentata, è scrigno di memoria per le generazioni future e su quella si costruisce l’avvenire di popoli e nazioni. Anche se oggi subisce, troppo spesso, le sevizie di chi, per vendere libercoli, inventa storie fantasiose per riscrivere un passato che giustifichi gli errori recenti, assolva da colpe e vizi, assecondi istanze indecorose, liberi la coscienza di classi politiche e dirigenziali fallimentari.
È un ritrattino triste dell’Italia digitale e dei reality, dell’Italia televisiva. Ma è un ritratto secco, severo e drammaticamente reale mentre il paese si allontana, si sfalda sempre più. Si sfalda perché, da decenni, venuti meno i simboli nazionali il collante del paese ha preso a sbriciolarsi e frammentarsi.
Per deterioramento naturale perché non più coltivato e perché preso a picconate da troppi stolti neogiacobini. Eppure questa è l’Italia del centenario non solo e soltanto della Grande Guerra. Ma della vittoria, si della vittoria perché va chiamata per quella che fu.
Il coronamento dello sforzo di popolo, di quel popolo che si unì e imparò ad amarsi fraternamente tra i pidocchi, il sangue e il fango delle trincee. Che nell’orrore e nella sofferenza condivise si incontrò davvero.
Parliamoci chiaro, Giolitti ed i neutralisti avevano perfettamente ragione a volersi tenere fuori da quella che papa Benedetto XV definì, giustamente, “l’Inutile strage”.
Ma quando il momento venne, tutti si unirono nella grande e quasi impossibile impresa. Ogni contrada d’Italia, ogni borgata, ogni frazione, conobbero il peso del lutto ma anche dell’orgoglio d’aver concorso a portare a termine il percorso iniziato dai padri nel glorioso Risorgimento: l’Italia unita.
Dopo le difficoltà, non disastro, di Caporetto; il paese reagì. Diaz, forte anche delle strategie e dell’eredità dell’ingiustamente vituperato Cadorna, guidò il paese alla vittoria con il suo Re sempre in prima linea. Da anni al fronte mentre la Regina Elena, al Quirinale, allestiva un ospedale non per soli generali ma per soldati comuni.
Dettagli che la gente dovrebbe ricordare quando, con leggerezza, parla del ritorno in patria del Re Soldato oggi dignitosamente accolto al Santuario di Casa Savoia di Vicoforte (Cuneo). Dove la presidenza e la segreteria della Consulta dei Senatori del Regno, unitamente al direttivo dell’Associazione già citata, si recheranno domenica per rendere omaggio al sovrano che, come l’umile fante, indossò l’elmetto al fronte.
Nel 1918 l’Italia vinse la sua guerra dopo mesi e mesi di sacrifici, lotta e povertà. La situazione europea in parte la vanificò e l’impotenza dei partiti, di fronte alle grandi tensioni e crisi postbelliche, condusse  a successive conseguenze disastrose ed alla grave crisi dello stato liberale. Ma qualcosa restò e non andò perduto. Trento, Trieste, Gorizia e così via. E la memoria collettiva di quella guerra che portò tutti al fronte o comunque a fare la propria parte. Uomini e donne, padri e figli, Re e operai.
In quel grande rogo, in quell’olocausto che bruciò l’intero continente falciando intere generazioni ed impoverendo ogni nazione, devastando tutto. Anche nelle città molti civili conobbero le bombe degli Zeppellin.
Profetiche nell’annunciare il dramma, ancor peggiore, che sarebbe venuto con la guerra dopo. La Prima Guerra Mondiale fu un grande disastro collettivo, una tragedia di proporzioni talmente grandi da sconvolgere le coscienze e segnarle per sempre. L’Italia ne uscì spossata ma vinse e vinse per tutti.
Nell’armistizio con l’Impero d’Austria Ungheria, infatti, fu previsto anche il passaggio di truppe italiane in territorio austriaco per sorprendere la Germania da Sud. Non si fece a tempo a percorrere questa via per fortuna, ma pesò nell’esito del conflitto sul fronte franco-tedesco e nella sua chiusura.
Le tragedie non si celebrano ma si prova a comprenderle, le vittorie si ricordano con sobrio affetto e devozione. Quando le due cose si intrecciano si cerca di capire, si rispettano i morti di ogni colore e di ogni divisa, si ammoniscono le generazioni future perché non ripetano ma si ricorda anche il retaggio glorioso rimastoci.
L’Italia e ciò che dalle trincee faticosamente uscì: gli italiani.
Nel tempo in cui tutto si fa fragile, in cui gli orizzonti mancano, in cui l’Europa pare smarrita, è doveroso ritrovare il ricordo della vittoria, dell’unità nazionale, della fratellanza che non può essere europea senza essere prima italiana.
A fine settembre, in occasione del convegno voluto dall’Associazione di Studi Storici “Giovanni Giolitti”, un appello si è levato da Vicoforte ove riposa il Re Soldato con la consorte: il 4 novembre 1918, centenario della vittoria e non solo della fine della guerra, tutti gli italiani e le italiane ricordino con un minuto di silenzio i caduti. I propri caduti perché quasi ogni casa ne ebbe uno o più d’uno. Nel loro ricordo si stringano in ideale raccoglimento. Per andare oltre allo smarrimento occorre prima di tutto ritrovare bussola e orientamento: ritrovare l’Italia.
Alessandro Mella

http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=30707

martedì 13 novembre 2018

Busto Arsizio: Piazza Vittorio Emanuele II e le crisi isteriche dei repubblicani

L’inaugurazione della piazza di Busto sta diventando una festa dei monarchici  (addirittura!!!!!)

Consigliamo la lettura dell'articolo che segue per qualcuno volesse divertirsi a vedere il fegato cattivo di quanti non accettano che in Italia la Monarchia abbia avuto un ruolo fondante e si appellano alla effettivamente non felice coincidenza della data dell'inaugurazione della piazza con la promulgazione delle leggi razziali.
Primeggiano i residui della guerra civile dell'ANPI che dimenticano quanti, e di quale spessore, partigiani fedeli al Re caddero per liberare la Nazione dai tedeschi. Dimenticando che se quella Nazione che si è dovuta liberare intanto è Nazione in quanto Vittorio Emanuele II ne fu il padre.
Il corto circuito della demenza repubblicana.



L’inaugurazione della piazza di Busto sta diventando una festa dei monarchici



BUSTO ARSIZIO – I monarchici si sono dati appuntamento a Busto, in piazza Vittorio Emanuele per sabato 17 novembre alle ore 11.30, quando è in programma l’inaugurazione del nuovo spazio urbano del centro. E lo fanno facendo girare un invito all’inaugurazione su carta intestata con il simbolo del gruppo Savoia.
Quella della rinnovata piazza è un’inaugurazione che sta facendo molto discutere in città sia per gli ospiti invitati alla cerimonia del taglio del nastro, sia per il giorno prescelto, il 17 novembre, ovvero la data delle leggi razziali.

[...]

La Monarchia inglese non è un costo ma un brand da 2 miliardi



Non rappresenta un costo, ma molto di più: ecco quanto vale il brand della Famiglia Reale

12 novembre 2018 - Una Monarchia che ha alle sue spalle un vissuto storico di tutto rispetto e che è riuscita a conservare la propria egemonia nei secoli.
La Monarchia britannica non teme rivali e con i matrimoni dei principi Harry e William, il popolo inglese non ha solo mostrato di seguire in maniera appassionata le vicende reali, ma anche di sentirsi felicemente rappresentata. In un mercato dinamico e competitivo, un “brand” può influenzare – in maniera diretta o indiretta – i consumatori, spingendoli a fare scelte determinate scelte economiche.
Per quanto possa apparire un pò fuori dall’ordinario, la Monarchia inglese può essere considerata un vero e proprio brand, al punto che la consulting society londinese “Brand Finance”, – che si occupa dell’analisi dei bilanci e dei risultati ottenuti dai reparti marketing delle imprese – ha calcolato che il “marchio Corona britannica spa” ha un valore di 67,5 miliardi di sterline, con un indotto per l’economia che si aggira a 1,76 miliardi di sterline, ovvero 2 miliardi circa di euro. Il dato si riferisce al 2017: beni quali le proprietà, ma anche le collezioni reali e i 42 miliardi di sterline di valore intangibile (da intendersi come valore dell’indotto che la Monarchia apporterà all’economia nei prossimi 5 anni), hanno prodotto 1,76 miliardi di sterline. Una cifra importante che, se da una parte è legata alla rendite degli immobili e del turismo, dall’altra è correlata allo sfruttamento dei marchi reali per finalità commerciali.
La famiglia reale, da considerare come brand che apporta un consistente contributo finanziato all’isola, non è da intendersi solo nella persona della Regina Elisabetta II, ma anche nei suoi figli, ma soprattutto nei suoi nipoti. Su questo non ci sono dubbi: i matrimoni tra William e Kate prima e tra Harry e Meghan solo alcuni mesi fa, sono stati molto seguiti e molto amati, non solo dagli stessi inglesi, ma anche dal resto del mondo.
[...]


lunedì 12 novembre 2018

Il ruolo dei monarchici nella democrazia post-bellica


Pubblichiamo la lettera inviata dal nostro amico ing. Domenico Giglio, pubblicata nel numero di settembre di “Storia in rete”.

L’ing. Giglio crediamo sia uno dei pochissimi esponenti rimasti del PNM e PDIUM, che abbiano ricoperto in questi partiti, incarichi di carattere nazionale, per cui sente il dovere storico e morale di rendere testimonianza delle persone che hanno fatto parte di queste organizzazioni monarchiche e delle attività svolta .


Caro dottor Garibaldi, 
nei giorni in cui si svolgevano le difficili trattative per la formazione di un nuovo governo, dopo le elezioni del 4 marzo scorso, il presidente Mattarella, recatosi a Dogliani per ricordare Luigi Einaudi e l'uso da lui esercitato dei poteri presidenziali , accennò alla decisione di Einaudi di affidare all'onorevole Pella, democristiano e già più volte ministro, l'incarico di formare un nuovo governo dopo la bocciatura dell'ottavo governo De Gasperi, malgrado che lo stesso Pella non fosse stato indicato dal partito cui apparteneva. Mattarella, e quasi tutta la stampa che ha ripreso questo ricordo, hanno però omesso di precisare che il governo monocolore di Pella superò l'ostacolo del voto di fiducia solo grazie al voto disinteressato e senza contropartite dei 40 deputati e dei 16 senatori del Partito Nazionale Monarchico. Voti che invece erano venuti a mancare, malgrado fossero stati ufficialmente richiesti, in occasione della presentazione alle Camere dell'ultimo governo De Gasperi, con una articolata motivazione espressa nella seduta del 27 luglio 1953 dall'onorevole Covelli, segretario nazionale del Partito e presidente del gruppo parlamentare del PNM, che invece pochi giorni dopo, il 24 agosto, motivò il voto favorevole dei monarchici al governo Pella. Caduto poi il governo Pella ad opera della stessa Democrazia Cristiana, il Partito Monarchico ritornò ad una posizione negativa nei confronti del primo governo Fanfani, motivata da Covelli nel suo discorso del 30 gennaio 1954, e così pure fu ancora negativo il voto dei monarchici al governo Sceiba, anche in questo caso espresso nella seduta del 10 marzo successivo. Con il nuovo governo Sceiba si ritornò ai governi centristi, ed il Partito Monarchico, oltre tutto scissosi con l'uscita del gruppo facente capo all'armatore Achille Lauro, non poté più esercitare quel ruolo fondamentale avuto nei mesi del governo Pella. Mi meraviglia che nessuno studioso della storia parlamentare della Repubblica si sia soffermato su quanto avvenuto in quei mesi successivi alle elezioni del 7 giugno 1953, fino al febbraio 1954, perché un diverso atteggiamento del Partito Monarchico avrebbe potuto indirizzare diversamente la politica italiana. Infatti i cosiddetti «partiti minori» (PLI, PSDI, PRI) che rifiutando i loro voti a De Gasperi avevano aperto un vuoto nel quale poteva, all'epoca, inserirsi solamente il PNM, dopo il voto negativo a Fanfani, capirono che rischiavano di rimanere esclusi per anni dal governo e dal sottogoverno, su cui prosperavano, per cui dettero a Sceiba quei voti che avevano negato a De Gasperi, a Pella e a Fanfani.

Domenico Giglio Roma

domenica 11 novembre 2018

11 Novembre. Genetliaco di Re Vittorio Emanuele III

Dalla battaglia del Solstizio a quella di Vittorio Veneto - III parte


Fin dal 1965 si è resa ben degna di questa nobile iniziativa «La Voce di Napoli», settimanale battagliero e patriottico, raccogliendo anche le istanze di varie Associazioni combattentistiche locali. Il benemerito Direttore di questo settimanale Marino Turchi trasmise allora regolare proposta al Capo dello State, rinnovandola con un caloroso appello ai primi del giugno 1968, allorché si concentrò a Napoli la Squadra della nostra Marina Militare, per la celebrazione della festa del 2 giugno.
Successivi appelli sono stati inoltrati da «La Voce di Napoli» al Presidente del Consiglio On. Prof. Giovanni Leone e noi vecchi, superstiti combattenti di Vittorio Veneto, che ben ricordiamo il grande apporto prodigato alla Vittoria dalla «Leggenda del Piave» e la ripercussione delle sue vibranti note in tutte le città e contrade della penisola, per ben cinquantanni, fra l’entusiasmo ed il giubilo della popolazione, facciamo causa comune con Marino Turchi, rimanendo in ansiosa attesa del riconoscimento della immortale Canzone ad Inno ufficiale della Patria da parte del Governo.
 Madri, Vedove ed Orfani di guerra, che avete titolo di precedenza nelle commemorazioni patriottiche del valore e del sacrificio, profusi in ogni guerra e su ogni fronte dai gloriosi Soldati delle tre Forze Armate, mutilati ed invalidi di guerra, combattenti e reduci, l’olocausto sublime dei vostri carissimi congiunti offerto alla Patria, per la sua grandezza e per la redenzione di terre e popolazioni italiane, prime fra di tutte Trieste e Trento, non è stato speso invano. Essi sono e saranno sempre all’avanguardia del dovere compiuto con noi, sopravvissuti alle decisive battaglie della guerra 1915-18, nè dobbiamo dimenticare gli altrettanto gloriosi Caduti in Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia, Spagna, Francia, Russia, Grecia, Albania, Jugoslavia ed ovunque abbiano combattuto per la nostra causa ed anche-per quella degli Alleati nell’ultima guerra di liberazione, giacché la data del 4 Novembre, che è anche festa delle Forze Armate e del Combattente, accomuna oggi, in un unico grande fascio radioso d’imperitura riconoscenza delia Patria, tutti i suoi Caduti su qualsiasi fronte ed in qualsiasi battaglia in terra, sul mare e nel cielo: Carso, - San Michele , Pasubio, Ermada, Col di Lana, Podgora, Marmolada, Sile, Caposile, Grave di Papadopoli, Fagarè, Candelù, San Martino, Sernaglia, Nervesa, Ortigara, Vodice, Sei Busi, Bainsizza, Grappa, Montello, Piave e tante altre ancora, sono tutte località che richiamano alla nostra memoria e santificano gli olocausti dei Caduti nella nostra prima guerra mondiale.
 La loro eletta schiera di allora, coll’unificazione nello stesso sacrificio di tutti gli altri gloriosi combattenti, caduti prima di essi a Dogali, Makallè, Amba Alagi, Adua, Tripoli, Bengasi e, poi, ad Amba Aradam, Mai. Cen, Dessiè, Bir Gobi, Addis Abeba, Condar, Culquaber, Cheren, Mogadiscio, Bir Kreimisa, Ain Gazzala, Porto Bardia, Sidi Barrani, Giarabub, El Alamein, El Maret, Cefalonia, Lero, Punta Stilo, Capo Matapan, Capo Teulada, Malaga, Santander, Guadalaiara, Catalogna e nella guerra di liberazione, si è notevolmente accresciuta, concludendo col caloroso invito a rivolgere un deferente pensiero di perenne gratitudine al grande Condottiero di Vittorio Veneto, dell’insigne primo Soldato napoletano, Maresciallo d’Italia e Duca di quella travolgente e decisiva Vittoria delle nostre Forze Armate, contro quelle che il Bollettino conclusivo della guerra 1915-18 definì «uno dei più potenti Eserciti del mondo».
Dalla maestosa, storica effigie a cavallo, di fronte al mare azzurro di Via Caracciolo, Armando Diaz, col Suo sguardo austero e proteso al di là del «Mare Nostrum», vuole spiritualmente additare a tutti gl’italiani che il sacrificio compiuto dai nostri combattenti nella prima guerra mondiale, che oggi riposano a Redipuglia, è uguale a quello dei nostri combattenti caduti sulla fronteggiante Africa settentrionale (Libia ed Egitto), in Africa Orientale (Eritrea, Somalia ed Etiopia) e nell’Egeo (Cefalonia), che oggi riposano nei monumentali Sacrari militari di Tripoli, di El Alamein, di Asmara, di Mogadiscio e di Bari. Inchiniamoci, perciò, innanzi alla Memoria del Duca della Vittoria, del quale in questo mese ricorre il 40° anniversario della Sua dipartita ed il Cui ricordo non avrà mai tramonto nelle pagine della nostra Storia militare.
Rivolgiamo inoltre un pensiero d’imperitura ammirazione e di gratitudine,
in nome anche di tutte le famiglie dei Caduti, della grande famiglia dei Combattenti, dei Mutilati e Invalidi di Guerra, e del Nastro Azzurro, alle fulgide Medaglie d’Oro al V. M. Cadute, le quali fanno parte di quella costellazione di purissimi Eroi, che maggiormente, col loro esempio, hanno onorato la Patria: dal Duca Amedeo di Savoia-Aosta a Toselli, dal Cardinale Massaia al Cappellano Militare Padre Reginaldo Giuliani, da Lorenzini a Galliano, da Cantore a Brighenti, da Locatelli a Visentin, da Paolucci a D’Acquisto, da Bottego a Fara, da Gonzaga a Maletti, da Marone a Torelli, da Serranti a Cadorin, da Margottini a Ciaravolo, da Muti a Mosca, da Pezzali a Fuccia e a tante altre ancora, nonché migliaia di Caduti su tutti i fronti ed in tutte le guerre.
Ricordiamo, infine, con immutata commozione, i Grandi Martiri immolatisi per la redenzione delle terre italiane, già oppresse dallo straniero: Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa.

* * *

Peccherei però verso me stesso, verso la Storia e verso l’ultimo Bollettino della guerra 1915-18, se omettessi di menzionare il nome glorioso di Colui che fu il primo e responsabile Artefice di quella grande Vittoria, che il Governo della repubblica ha voluto giustamente celebrare, nel Cinquantenario di Vittorio Veneto, con particolare solennità, continuando però ingiustamente a mantenere ancora esiliate le Spoglie di Vittorio Emanuele III, che fu il Comandante Supremo delle Forze Armate Italiane dal 24 maggio 1915 al 4 Novembre 1918 che a Vittorio Veneto conclusero l’Unità dell’Italia.
"Piaccia o non piaccia ai Signori del Governo, questa è storia luminosa ed incontestabile che onora la Nazione e le sue Forze Armate, ragion per cui non poche sono state le giuste critiche ed il disappunto fra i vecchi combattenti ed i cittadini ancora viventi, che parteciparono alle vicende gloriose della epopea di Vittorio Veneto, verso il mancato rimpatrio, per il Cinquantenario, delle Spoglie dei nostri sfortunati Sovrani che, per oltre un quarantennio, pur si resero benemeriti della Patria. Tale inconcepibile lacuna ha inevitabilmente offuscato la solennità e l’importanza delle celebrazioni, ragion per cui le masse cospicue degli Italiani in ansiosa attesa che venga compiuto il doveroso atto di giustizia umano e Cristiano, reiteratamente invocato, con alla testa tutti i superstiti combattenti della guerra 1915-18, non desisteranno dalla loro tenace e pressante azione presso il Governo, perchè non siano opposti ulteriori difficoltà e indugi al rilascio del «nulla osta» al rientro in Patria di entrambe le Salme, per la loro definitiva tumulazione nella Basilica del Pantheon a Roma, accanto alle Spoglie dei loro Genitori e del Padre della Patria.
Nel cinquantenario del glorioso evento perciò, tutti gl’italiani ancora viventi, siano civili che militari, i quali ebbero la ventura e l’orgoglio di partecipare alle radiose e conclusive giornate della Vittoria, non possono fare a meno di rivolgere un riverente pensiero di omaggio e di gratitudine alla Memoria del Re Soldato, di Peschiera, del Piave, di Vittorio Veneto, di Trieste e di Trento ed a quella della sua eletta Consorte, Signora Della Carità.
Per tutti gl’italiani, che hanno conservato inalterato il culto della Patria, Vittorio Veneto rappresenta la « pietra miliare » di un’epopea inalterabile, dalla quale non potranno essere mai avulsi gli Artefici, sia grandi che piccoli, i cui nomi sono rimasti indelebilmente scolpiti nelle pagine più luminose della Storia patria.

Viva l’Italia.

sabato 10 novembre 2018

Trieste italiana rende omaggio a Re VIttorio Emanuele III





Ecco le immagini esclusive della Cineteca del Friuli (Promo Turismo FVG) che ricordano lo sbarco di Re Vittorio Emanuele III nel novembre del 1918 su Molo San Carlo che sarebbe poi stato ribattezzato Molo audace a Trieste, dal nome dell'unità militare che portò lo stato maggiore del vittorioso esercito italiano nella città strappata all'Austria.
L'Audace diviene così un simbolo per la città, essendo stata la prima nave italiana ad approdare a Trieste.
La guerra in cui l'Italia perse 750mila uomini ed ebbe un numero quasi uguale di feriti e mutilati era finita il 4 novembre del 1918 con la vittoria sulle potenti armate di un impero in totale disfacimento. All'alba del secol breve l'ultimo esempio di governo aristocratico che ricordava il Sacro Romano Impero si disfaceva per sempre dando il via libera al compimento dell'unità d'Italia - culmine delle ambizioni risorgimentali - entro al corona delle Alpi.


[...]
https://it.euronews.com/2018/11/09/trieste-italiana-rende-omaggio-a-re-vittorio-emanuele-iii

Peschiera ricorda il convegno del 1917 interalleato



Commemorazione con gli studenti, questa mattina alla Palazzina Storica di Peschiera del Garda, in occasione del 101° anniversario del convegno interalleato che si tenne l’8 novembre 1917 in una sala (oggi chiamata Sala Storica) della Palazzina, allora chiamata Palazzo del Comandante, alla presenza del «Re soldato» Vittorio Emanuele III e delle cariche politiche e militari di Francia e Inghilterra, alleati dell’Italia nella Grande Guerra. 
Fu durante questo convegno, organizzato quindici giorni dopo la bruciante sconfitta di Caporetto subìta dagli italiani contro gli austro-tedeschi, che si gettarono le basi per la vittoria della guerra dell’anno successivo, grazie al celebre proclama con cui il re cui incitò gli alleati alla resistenza sulla linea del Piave.
[...]



Angelo, il custode dei Re nel silenzio di Montecristo


Angelo, il custode dei Re nel silenzio di Montecristo Cataldo, marò gigliese, fu scelto personalmente da Vittorio Emanuele III. Per 10 anni “presidiò” l’isola e fu familiare dei Savoia. 

Oggi un museo lo ricorda di Gabriele Baldanzi. La recentissima inaugurazione del centro visite della riserva naturale biogenetica di Montecristo – un antico fabbricato che un tempo fungeva da casotto dei pescatori e adesso da piccolo museo – ha riportato alla luce la storia e la vita di Angelo Cataldo, a cui è dedicata una sezione e alcuni pannelli dell’esposizione contenuta in questa struttura di accoglienza nell’isola dell’Arcipelago Toscano, in acque livornesi.

IL MARO' DEL RE Cataldo, gigliese, scomparso a novant’anni anni nel 1996, è stato – nella varia umanità che ha abitato Montecristo negli ultimi secoli – colui che vi è rimasto più a lungo: ben dieci anni, come soldato nel corpo di brigata dei marò regi, al seguito dei Savoia. È grazie ai discendenti – i nipoti David, Dorica e Angela – che hanno donato all’Ente Parco lettere e oggetti appartenuti ad Angelo – se un pezzetto di storia dell’isola più affascinante, inaccessibile e inospitale è oggi pubblica.
DIECI ANNI CON I SAVOIA Angelo Cataldo ha vissuto la famiglia Savoia per dieci lunghi anni, quelli più difficili per la corona. In quel tempo “infinito” lui, isolano, ha insegnato a nuotare e pescare a Maria Pia e Vittorio Emanuele, è uscito in barca centinaia di volte con la regina Elena. E sia il Re Soldato, Vittorio Emanuele III (che lo aveva personalmente scelto e arruolato), sia l’ultimo sovrano Umberto II, lo trattavano come una persona di famiglia.

[...]
L'AMICO VITTORIO EMANUELE «Con il Re Vittorio – proseguono David, Dorina e Angela – il nonno aveva un rapporto confidenziale, di stima reciproca. Lo descriveva come un uomo intelligente, poco loquace, dai rari sorrisi, legatissimo a Montecristo, dove trascorreva molte settimane all’anno. Non solo in estate».

[...]


Angelo, il custode dei Re nel silenzio di Montecristo

venerdì 9 novembre 2018

“I Savoia e il Risorgimento, sgomberiamo il campo da leggende e pregiudizi”


Tre lezioni dello storico torinese Alessandro Barbero raccontano il ruolo sabaudo nelle guerre di indipendenza


Ricominciano all’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo, le lezioni di Alessandro Barbero per il secondo ciclo «La storia passa per Torino», a cura di Giovanna Cogoli.  

Professor Barbero, l’anno scorso tre lezioni sul medioevo, nel 2018 si passa direttamente al Risorgimento?  
  
«Sì, vogliamo inquadrare le tre guerre d’Indipendenza italiana in tre incontri, per raccontarne il ruolo sabaudo». 

Con quale obiettivo?  
«Rivalutare il ruolo laico della dinastia senza sconfinare nelle leggende risorgimentali. E soprattutto nelle derive storiche contemporanee». 

Si riferisce ai tentativi dei movimenti neoborbonici di ridisegnare storicamente questo periodo?  
«Non solo ai neoborbonici, che peraltro non si capisce neanche quanto siano realmente diffusi. Mi riferisco anche ad altri movimenti di opinione: gli “scettici”, che avrebbero visto positivamente un futuro del Lombardo-Veneto ancora sotto Francesco Giuseppe. Oppure a tutti coloro che ancora oggi inneggiano alla “Serenissima” veneta, un’illusione».  

[...]



Grattacielo Intesa San Paolo , corso Inghilterra 3, ore 18   
Ingresso gratuito  
(prenotazione obbligatoria su grattacielointesa- sanpaolo.com/news)  

martedì 6 novembre 2018

Numeri da Re


di Alessandro Mella

Il 2016, fu l’anno del centocinquantesimo anniversario della Terza Guerra d’Indipendenza italiana. La guerra all’Austria, mossa dal giovane stato italiano per restituire le Venezie ai confini naturali e nazionali, conflitto lungamente atteso e sospirato dal prode Giuseppe Garibaldi.
Poche le celebrazioni, per lo più sotto tono per interessi politici contrastanti e miopi, pochi i prodotti della storiografia più o meno ufficiale. I pochi cenni e riferimenti sono stati per lo più quelli degli storici maggiormente illuminati e non avvelenati da redditizi revisionismi.
Fu un conflitto sfortunato con esiti e vicende contrastanti ma, malgrado le sfortune e qualche errore noti, con un profondo significato. Gli Italiani seguitavano a costruire il proprio futuro ed il proprio destino sotto le insegne tricolori innalzate tanti anni prima dal Carlo Alberto, Re di Sardegna.
Vittorio Emanuele II, che non aveva grande acume strategico ma un coraggio da leone da tutti riconosciuto e spinto quasi all’incoscienza, volle i suoi figli con sé in quella lotta. Il principe Umberto (il futuro re buono) ed il principe Amedeo (duca d’Aosta e poi, per un breve periodo, Re di Spagna) si esposero al fuoco ed alle sciabolate nemiche con non meno ardimento.
Generali e politici fecero notare al re quanto fosse imprudente lasciarli andare avanti in modo così pericoloso, il sovrano non volle sentir ragioni. La sua Casa doveva contribuire attivamente al percorso unificante la nazione italiana ed i principi dovevano fare la propria parte e, se la storia l’avesse chiesto, non mancare di versare il proprio sangue al pari dell’ultimo fantaccino.

[...]

http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=30706

lunedì 5 novembre 2018

Vicoforte: minuto di silenzio per Vittorio Emanuele III ed Elena


LA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO E LA ASSGG
ALLE TOMBE DI VITTORIO EMANUELE III  E DELLA REGINA  ELENA

  
La Presidenza della Consulta dei Senatori del Regno, di concerto con l'Associazione di studi storici Giovanni Giolitti, ha reso omaggio alla memoria di Vittorio Emanuele III e Elena di Savoia, Regina della Carità, raccogliendosi in forma riservata nella Cappella di San Bernardo, nel Santuario-Basilica di Vicoforte.

  Capo supremo dello Stato e comandante di tutte le forze di terra e di mare, il Re fu e rimane simbolo dell'Unità nazionale nata dal Risorgimento e sopravvissuta alle tempeste della prima metà del Novecento: patrimonio irrinunciabile dell'Italia contemporanea mentre imperversano egoismi nazionali e imperversano l'oblio e la manipolazione della Storia.

   Il 5 luglio 1915, subito dopo l'intervento in guerra a fianco dell'Intesa, Giovanni Giolitti, già fautore della neutralità condizionata, inaugurò la seduta straordinaria del Consiglio provinciale di Cuneo affermando: “Quando il Re chiama il Paese alle armi, la provincia di Cuneo, senza distinzioni di parti e senza riserve, è unanime nella devozione al Re, nell'appoggio incondizionato al Governo, nell'illimitata fiducia nell'esercito e nell'armata”.

   I partecipanti hanno osservato un minuto di silenzio in omaggio ai caduti nella Grande Guerra e si sono dati appuntamento nello stesso luogo il 15 dicembre, un anno dopo la traslazione delle Salme del Re e della Regina dall'estero alla loro amata Provincia Granda, rimasta sempre nel cuore del Sovrano che partendo per l'estero prese nome di conte di Pollenzo, anche in ricordo del bisnonno  Carlo Alberto, il Re Magnanimo.
  
Vicoforte 4 novembre 2018

Il Segretario della Consulta
   Gianni Stefano Cuttica
                      
                                                                                  Il Presidente della Consulta
                                                                                             Aldo A. Mola
  Il Presidente della ASSGG
         Alessandro Mella   

9 ragioni per dichiararsi monarchico nel 2018

di  Cristian Campos


Sette dei dieci paesi più avanzati e meno corrotti del mondo sono monarchie. Ma ci sono più motivi per dichiararsi monarchici in un momento in cui la Corona subisce il suo più grande attacco dalla promulgazione della Costituzione. 

1. Perché le Monarchie sono a buon mercato e la Monarchia Spagnola di più
La cifra ufficiale è di 7,9 milioni di euro (quelli stanziati dal bilancio generale dello Stato per la Royal House nel 2018). Ma questa cifra ha un trucco perché non include il personale o le spese di sicurezza assunte tra gli altri dai Ministeri della Presidenza, Interni, Affari Esteri e Difesa. In ogni caso, la stragrande maggioranza di queste spese, come quelle derivanti dal mantenimento del Palacio de la Zarzuela o del Palacio Real, dovrebbero anche essere assunte  come spese per il mantenimento del patrimonio nazionale da un'ipotetica repubblica . Lo comido por lo servido (Fare un lavoro senza averne nessun guadagno, nota dello staff)
Le monarchie tendono ad essere economiche in termini di costi-benefici e la spagnola ha la particolarità di essere il più economica tra quelle a basso costo. Il costo della corona spagnola è inferiore a quello delle monarchie come la norvegese (29,3 milioni di euro all'anno), la britannica (48,7) , l'olandese (anche 40,7) o addirittura la danese (10,9), la svedese (13,4) o labelga (11,8). Ancora più economico, rispetto a quella lussemburghese, che costa al contribuente 10,1 milioni di euro all'anno più un "salario" annuale di 273.000 euro per la famiglia granducale. 

2. Perché una repubblica sarebbe molto più costosa
Senza raggiungere gli estremi di una repubblica come gli Stati Uniti, che ha un budget di circa un miliardo di dollari all'anno e sarebbe più appropriato qualificarsi come "impero", nessuno nega che un'ipotetica repubblica spagnola  sarebbe molto più costosa dell'attuale Monarchia . 
Un capo di stato puramente ornamentale come l'italiano o il tedesco circa 20 milioni di euro all'anno. Il confronto corretto, tuttavia, sarebbe con una repubblica come quella francese (112 milioni di euro) o quella italiana (228 milioni di euro). Un noto studio dell'Università della Pennsylvania parla di un costo di circa 350 milioni di euro per una (ipotetica) repubblica spagnola. È una cifra in gran parte speculativa, ipotetica. Ma, in assenza di ulteriori dettagli sulla forma esatta in cui questa repubblica spagnola avrebbe preso forma, serve come ordine di grandezza.

3. Per la prevenzione
Chi ha voglia di leggere sui giornali spagnoli un titolo come "Il presidente della Repubblica spagnola Pablo Echenique provoca una crisi istituzionale senza precedenti, rifiutando di firmare la nomina di Alberto Rivera come primo ministro " o "il capo dello Stato Ada Colau qualifica di "reliquia franchista" il diritto alla presunzione di innocenza e sostiene la sua eliminazione dall'ordinamento giuridico spagnolo"? Una Monarchia professionale come quella spagnola è una garanzia contro le “tentazioni caudilliste” di un ipotetico capo dello Stato nelle mani di alcuni elementi di certi partiti politici spagnoli. 

4. Perché i re sono una risorsa di ultima istanza in una Monarchia parlamentare
In una Monarchia parlamentare come quella spagnola, il Re assume la funzione dell'ultima barriera dello stato di diritto quando il resto dei poteri della Nazione è stato sopraffatto dal nemico. E’ stato dimostrato 23-F e ancora una volta, il 3 ottobre 2017, quando la sciatteria del governo di Mariano Rajoy e la passività del PSOE contro il colpo di stato eseguito dai leader indipendentisti catalani portavano il paese a un conflitto civile senza precedenti in democrazia. Solo il discorso il bordo della sirena (di allarme) di  Felipe VI e la successiva mobilitazione dei non nazionalisti catalani per le strade di Barcellona, spronati su da quello stesso discorso, è riuscito porre un freno contro la guerra civilie dei nazionalisti catalani. Come avrebbe agito un Presidente della Repubblica al suo posto come Oltra, Lastra, Barkos o anche Otegi

5. Per il suo valore simbolico
Sarebbe auspicabile, per il dibattito politico in Spagna, un discorso repubblicano leggermente più sofisticato di quello che parla di un capo di stato ereditato per via vaginale. La specie umana è l'unica con capacità simbolica e quindi si attribuisce ai repubblicani spagnoli l'intelligenza necessaria per comprendere, come spiega il filosofo Miguel Ángel Quintana Paz in uno dei suoi articoli, che una bandiera non è solo uno straccio  come  allo stesso modo che la foto di una persona cara non è solo inchiostro su carta fotografica e quindi la nostra rabbia se qualcuno ha cercato di strapparla. In Spagna, in breve, è necessario spiegare ancora e ancora il più fondamentale: perché considerare il crimine il furto di un furgone blindato (pieno di banconote n.d.staff) se è solo carta colorata?Perché non semplicemente stamparne di più e riempire il furgone blindato con nuove carte colorate, evitando il fastidio di cacciare i ladri, condannandoli, imprigionandoli, riabilitandoli e reintegrandoli nella società? 
Il Re, in breve, non è solo un altro mammifero bipede ma anche l'immagine della permanenza e stabilità dello Stato al di là della partigianeria, degli interessi elettorali e delle mode ideologiche dei partiti politici. Il che equivale a dire il simbolo della permanenza e della stabilità dei diritti contenuti nella Costituzione spagnola e dei quali, verosimilmente, nessun repubblicano desidera fare a meno. Questa funzione potrebbe essere soddisfatta da un capo di stato eletto? No, proprio per la sua natura democratica, che lo renderebbe il rappresentante di solo una parte degli spagnoli . E, quindi, di alcuni dei diritti contenuti nella Costituzione sopra gli altri di quei diritti.
   
6. Perché presuppone un limite per i governi di tutti i segni, compresi quelli dei diritti
La repubblica immaginata dai repubblicani spagnoli sembra sempre di essere una repubblica intrinsecamente di sinistra e  più come la Seconda Repubblica spagnola che la Repubblica francese del 2018. Ma esso non sembra molto intelligente a considerare futuribile dove al potere siano sempre, come per  magia, quelli della tua parte politica . Perché non immaginare una repubblica in cui VOX ha ottenuto percentuali di voto simili a quelle di Bolsonaro in Brasile, Le Pen in Francia, in Ungheria Orbán o Putin in Russia?  In quel caso ci sarebbe sostenere per un presidente eletto dai cittadini stessi che hanno votato VOX o piuttosto come capo di stato ad una figura neutra, a prescindere dal dibattito politico e rispettato dal diritto? Quando Filippo VI ha fatto il suo discorso, il 3 ottobre non ha difeso il PP, i cittadini o la Monarchia stessa, ma la Costituzione, nello stesso modo in cui il padre  in TV il 23 Febbraio non parlò in difesa del partito dei comunisti o dei nazionalisti baschi, ma della democrazia . 

7. Perché la Corona ha poco da guadagnare e molto da perdere
Parlare delle monarchie parlamentari europee del XXI secolo negli stessi termini delle monarchie assolutiste del XV secolo è un anacronismo: non è nemmeno la stessa istituzione, anche se ne condividono il nome.
Nel 2018, cosa c'è oltre la corona di un re europeo? Quali terreni situati al di là della Costituzione può raggiungere un monarca svedese o belga o inglese, o spagnolo? Un politico può sempre cercare di ottenere più potere, guadagnare più soldi e godere di maggiori vantaggi. Ma un re in una Monarchia parlamentare ha un confine naturale e altri legali: Felipe VI  ha vinto tutto il giorno della sua incoronazione e non si muove da quel punto fino al giorno della sua abdicazione o di morte. Le sue opzioni, in breve, sono solo due: stabilità costituzionale o repubblica . 
Ovviamente, un re può essere corrotto come qualsiasi altro cittadino e accumulare una fortuna personale usando le sue prerogative come primo diplomatico dello Stato e facilitatore di contratti e di accordi di alto livello . Ma è difficile immaginare che un re corrotto in una democrazia parlamentare con libertà di stampa potrebbe andare ben oltre l'accumulo di qualche decina di milioni nel suo conto corrente. Le tentazioni di un capo di stato, tuttavia, possono essere molto più gravose di quelle di una Monarchia limitata da un concetto quasi medievale di dignità istituzionale. 

8. Perché la Monarchia ringiovanisce
Le cause perse lo fanno sempre. Soprattutto quando camminano nella direzione opposta al segno del loro tempo. Vale a dire quello indicato dal populismo e dai sacerdoti della superiorità morale di turno. Una causa persa senza nemici è una perdita di tempo masturbatoria. Ma una causa persa che si mette contro un'orda di milioni di settari, demagoghi  e candidati corrotti, califfi al posto del califfo ... ah, signori! Ciò sprona l'intelligenza, entusiasma l'immaginazione ed eccita lo spirito guerriero. La Monarchia è il nuovo punk e la principessa Leonor, l'Angela Davis del costituzionalismo

9. Perché la natura umana esiste
Razionalmente, la Monarchia non ha il minimo senso politico. È anacronistico, intrinsecamente antidemocratico, ridondante ed eticamente dubbio anche per quelli di noi che capiscono che l'etica è un sottoprodotto dell'estetica, proprio uno dei punti di forza di ogni Monarchia. Ma funziona.
Opera in Danimarca, Norvegia, Svezia, Giappone, Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Che tutti questi paesi siano tra i più avanzati e prosperi del pianeta, e che il repubblicanesimo militante sia praticamente marginale in loro, dimostra che c'è qualcosa, un fattore umano di rispetto per la pompa e le circostanze, che sfugge alla razionalità ma che agisce come un cemento sociale . Le monarchie uniscono le nazioni più dei loro partiti politici, producono più ricchezza di quella che detraggono e hanno un effetto collaterale benefico che potremmo definire "esemplare": sette dei dieci paesi meno corrotti al mondo sono le monarchie (Danimarca , Nuova Zelanda, Svezia, Norvegia, Olanda, Lussemburgo e Canada).
O forse la spiegazione è ancora più semplice di così. Forse quello che succede è che gli esseri umani hanno bisogno di modelli. E in tempi di relativismo morale e culturale, la Monarchia è una delle poche istituzioni che ci lega alla nostra storia. A cosa ci legano i repubblicani spagnoli in questo senso? Alla guerra civile e allo sterminio del discordante, del contrario, del vicino, del libero pensatore. 
Forse è per questo che un repubblicano naturale come me sta scrivendo questo articolo .  





La traduzione è stata fatta da google translate e dalle nostre poche conoscenze della lingua di Cervantes.
Si accettano volentieri eventuali correzioni e/o migliorie.