NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 23 settembre 2017

Vittorio Emanuele II

Articolo del 1961, uscito sul notiziario monarchico dell'UMI.
di Luigi Salvatorelli

Nella fioritura di studi riguardanti il Centenario della proclamazione del Regno è di preminente importanza il seguente sintetico articolo del Prof. Luigi Salvatorelli, apparso su «La Stampa» di Torino VII gennaio scorso. Specie considerando che il dotto autore non ha certo preferenze monarchiche, lo studio sembra perciò nel modo migliore celebrare nel rispetto della verità storica, non solo la figura del Padre della Patria come massimo artefice dell’unità, ma con l’accenno che vi si fa alla benemerenza del Re nel 1876 «per aver assicurato il passaggio pacifico del governo dalla destra alla sinistra consacrando definitivamente il regime parlamentare», diventa di particolare attualità politica mettendo in evidenza quale garanzia offra sempre l’Istituto monarchico, con il contrappeso della forza della tradizione, alla continua e travagliata aspirazione dei popoli verso più estese ’’aperture” sociali.

E’ di dominio comune il detto, che la grandezza di Vittorio Emanuele II consistè essenzialmente nel comprendere che per lui si poneva necessariamente la scelta fra il salire a Re d'Italia, o il discendere a monsù Savoia: espressioni che risalgono a lui stesso.
Possiamo anche oggi, nel primo centenario dello Stato italiano unitario, ripetere il detto, ma con una modificazioni importante: la soppressione dell’avverbio « necessariamente ». La storia umana non è fatalità; e non lo fu neanche in questo caso. Quella scelta consapevole di Vittorio Emanuele II, fu atto di volontà libera, in risposta a una situazione non escludente per sé stessa una terza via: che egli rimanesse Re di Sardegna, con un regno diminuito o ingrandito, o rimasto tal quale.
La scelta libera ci fu: ma sarebbe errato considerarla come effettuata «ab origine» e perpetuamente rimasta senza modificazione. Il politico riuscito si distingue dal fallito — opportunista, o fazioso, o dottrinario, o moralista — innanzi tutto per questo: che non svolge un programma prestabilito in articoli e paragrafi, come un progetto di legge o un regolamento amministrativo; bensì pone innanzi a sé certe finalità generali, certi obbiettivi d’insieme, e cammina verso di essi con una continuità d’indirizzo includente ogni inflessione, in un senso o in un altro, richiesta dalle circostanze.
Vittorio Emanuele II, la sera di Novara, non disse certamente a nessuno, e neanche a se stesso: voglio divenire Re d’Italia, a rischio di finire come un privato qualunque. Si propose invece — mentre la notte calava sul terreno della disfatta, e Carlo Alberto abdicatario si avviava verso l’esilio, e vicino al nuovo Re c’era appena un ministro — due obbiettivi, ch’egli vedeva indissolubilmente connessi fra loro: mantenere e consolidare il regno costituzionale di Piemonte; mantenere e consolidare la rappresentanza e il promovimento, per parte del regno medesimo, della causa nazionale italiana.

Vittorio Emanuele II fu politico autentico, di prima grandezza, secondo — nel campo governativo — solamente a Cavour, della cui superiorità ebbe sempre un certo fastidio e contro la quale egli recalcitrò talvolta; ma pur fastidiendo e recalcitrando, fornì all'opera di lui il fondamento necessario, con lo sprone o il freno (più il primo che il secondo) opportuno.
Nel quadro storico che conosciamo, è altrettanto inconcepibile una creazione dello Stato unitario senza l’uno, come senza l’altro.
Ambizioso certamente, Vittorio Emanuele II, e autoritario; e perfino, talora, millantatore. Ma in lui meglio che in altri si vede bene come il fattore personale sia indissociabile da quello politico-etico. Esso è il sale della vivanda, il motore della macchina. Stimolato dal desiderio dì grandezza, dall'autocoscienza di capacità, il politico crea la sua opera, che non sorgerebbe, o riuscirebbe diversa e inferiore, senza quello stimolo personale. La differenza in ciò, da un politico autentico all'altro si ritrova nel dissimulare più o meno, meglio o peggio, lo stimolo: affare di gusto, di estetica, piuttostochè portata storica e dì giudizio morale.

* * *

La prima vocazione di Vittorio Emanuele II (rimasta poi sempre in fondo al suo animo) fu quella militare, bellica, colorata di romanticismo ottocentesco. Giova qui richiamare l’episodio del Duca di Savoia (questo era il titolo dell’erede al trono), che la sera del 23 marzo 1848 affronta a notte per via, imbacuccato in un mantello coprentegli la faccia, il presidente del primo Gabinetto costituzionale, Cesare Balbo, per chiedergli istantaneamente di non essere dimenticato nel formare i quadri dell’esercito che varcherà il Ticino.
Ma già dopo Custoza, nel periodo dell’armistizio, il suo interesse politico si sviluppò. Al generale Dabormida, suo familiare, domanda di essere messo al corrente sullo stato della mediazione franco-inglese, come sulla situazione ministeriale, lagnandosi di essere «perfettamente al buio degli avvenimenti politici del nostro paese». Indubbiamente, il suo interesse finale è quello di sapere se e quando ci sarà la ripresa della guerra; ma è caratteristica la connessione accentuata da lui fra situazione politica e militare. Ed è anche caratteristico che la sua preoccupazione per una rigida disciplina militare sia accompagnata da uno schietto umorismo: «Dobbiamo ciecamente obbedire a coloro che ciecamente ci comandano»; «Fatti soldato di cavalleria in tempo di guerra, se vuoi vivere lungamente su questa terra». Il suo primo proclama del 27 marzo 1849 (senza controfirma dei ministri) delinea concisamente tutto il programma necessario in quel primo momento: mantener salvo l’onore, rimarginare le ferite, consolidare le istituzioni costituzionali.
La sua veduta freddamente realistica. della situazione è scolpita nelle parole quasi beffarde al deputato Menabrea, per poco non rimasto accoppato dalla caduta di un pezzo di volta a Palazzo Madama (il Re andava a prestare il giuramento): «Ch’a i fassa nen attension, i’ n’a vedroma ben d’autre».
Nonostante qualche incertezza iniziale, qualche momentaneo scoraggiamento, i primi anni del regno sono una testimonianza di equilibrio, di consapevolezza, di tatto. Fra le pressioni di destra (a cominciare da quelle della madre) e le provocazioni di sinistra, la linea costituzionale è seguita con autorità, con fermezza, con lealtà, a cominciare dalla scelta del nuovo presidente del Consiglio, Massimo d’Azeglio, dopo il provvisorio Delaunay indicatogli dal padre. Nel primo proclama di Moncalieri, del 3 luglio, è troppo colorita la frase (rispondente, peraltro, agli umori dei dirigenti europei): «L’Europa, minacciata nella sua esistenza sociale, è costretta oramai a scegliere fra questa e la libertà». Ma essa serve di rafforzamento all’ammonizione: «Sta in voi, nel vostro senno, preservarvi da questi estremi, non rendere la libertà impossibile, né impraticabile Io Statuto». Motivo ripreso nel secondo e più noto proclama per il nuovo scioglimento della Camera: ma ripresa dietro cui c’è qualche motivo di ritenere che non si nascondesse nessun disegno di soppressione, o sospensione, dello statuto ma semplicemente una messa in vigore del trattato di pace con l’Austria per sola autorità regia.
I reazionari in attesa di colpi di Stato, o almeno di leggi severamente restrittive, rimasero delusi. Né riuscirono più fortunate le pressioni di cui sarebbe ora di fare (in tanto diluvio dì pubblicazioni documentarie) una analitica e sintetica storia.
Già l’anno seguente, 1850, per l’abolizione del Foro ecclesiastico, il Re si trovò a dover affermare la sua costituzionalità e insieme con essa quella dello Stato, di fronte ai tradizionali privilegi ecclesiastci, e Vittorio Emanuele l’affermò, superando personali, forti sentimenti di devozione alla Chiesa e al papa Pio IX.
Prima fase di una battaglia che durerà sino alla fine della vita, sempre più ardua, ma anche più vittoriosa; battaglia che allora concorse, quanto e più di quelle militari, alla fondazione dello Stato italiano, e che nell'insieme conserva ancora oggi valore esemplare.
Un valore analogo possiamo assegnare al comportamento di Vittorio Emanuele n rispetto al «connubio» Cavour - Rattazzi, e alla conseguente ascesa e lunga permanenza di Cavour al potere, di necessità e utilità politica somma, ma non facile sempre a ingranare con quella funzione direttiva che il Re riteneva suo diritto e dovere.
Impossibile, per mancanza di spazio, rievocare qui le singole fasi del decennio di collaborazione fra i due, con gli episodi di accordo e di contrasto; diciamo qui che, a parte gli urti personali (con la ordinaria mescolanza di diritto e di torto), l’accordo finì per prevalere sempre sulla linea migliore per la patria italiana. Con Cavour, e forse prima ancora di lui, Vittorio Emanuele II volle la spedizione di Crimea; dietro Cavour egli fu, con tutta la propria risolutezza e audacia, per il congresso di Parigi e la successiva sempre più ardita esplicazione della missione italiana del Piemonte; e non tanto «dietro» quanto a fianco, o addirittura avanti (grazie alla responsabilità costituzionale del grande ministro), stette di fronte a Napoleone III e al resto d’Europa, per la tutela dell’indipendenza e dignità dello Stato, per il promovimento dell’alleanza e della guerra, per la riunione dell’Italia centrale e meridionale. Al momento della spedizione dei Mille, è Vittorio Emanuele II a strappare il consenso di Cavour, reluttante per gravissime ragioni. Ma è soprattutto di fronte a Garibaldi che la funzione di re Vittorio si rivelò benefica, e anzi decisiva.
Fu il fascino della personalità regia, insieme col buon senso del grande condottiero, a rendere possibile la opera decisiva di Garibaldi, mantenendola al tempo stesso nel quadro interno e internazionale unico possibile. L’anticavouriano Vittorio Emanuele seppe dir «no» senza esitazione alla richiesta di Garibaldi del licenziamento di Cavour; il Re « ultimo dei conquistatori» (secondo il detto di Sella) seppe imporre il suo veto all'avanzata di Garibaldi da Napoli su Roma.
Dopo la morte di Cavour, Vittorio Emanuele fu fortemente aiutato dall’alto sentimento di sè, dalla sua spregiudicatezza di azione, e al tempo stesso dalla veduta realistica interna e internazionale, a mantenere la continuità e a stimolare e controllare l’avanzamento dell’opera nazionale. Ricordiamo, come particolarmente caratteristica, là trattativa segreta con Mazzini; come particolarmente meritoria, l’accettazione del trasporto della capitale da Torino a Firenze, fatta preferire a Napoli, con la considerazione di buon senso, che sarebbe stato molto più facile venir via dalla prima che dalla seconda; come altamente significativa, la relazione al «jamais» di Rouher dopo Mentana, che costrinse questo a rimangiarselo.
Anche dopo il 20 settembre 1870 la funzione direttiva superiore del «Padre della Patria» non cesssò ; e trovò applicazione, sia nella risoluta affermazione del diritto nazionale su Roma, accompagnata dai doverosi riguardi al Pontefice, sia nella cura di buone relazioni internazionali con la Francia da una parte, con gli imperi centrali dall'altra. (E’ rimasta famosa la franchezza con cui egli disse all’imperatore Guglielmo I di essere stato lì lì, nel 1870, per fargli la guerra). Ma il fatto maggiore del Re, in questi ultimi anni, fu di aver assicurato il passaggio pacifico del governo dalla destra alla sinistra, consacrando definitamente il regime parlamentare. Scomparendo precocemente, in mezzo al compianto profondo e unanime della nazione, egli avrebbe potuto ripetere: « Cursum consummavi, fidem servavi ».
In questo centenario non solo dell’unità italiana, ma di Roma acclamata capitale, non si può meglio chiudere la rievocazione del primo Re d’Italia, se non ripetendo le parole dette da lui alla deputazione romana che gli presentava il plebiscito del 2 ottobre:
«L’ardua impresa è compiuta, e la patria ricostituita. Il nome di Roma, il più grande che suoni sulle bocche degli uomini, si ricongiunge oggi a quello dell'Italia, il nome più caro al mio cuore».

martedì 19 settembre 2017

Io difendo la Monarchia

Un libro importante, del 1945-1946. Ci accompagnerà per un po'. Buona lettura.
Lo staff

La polemica politica non si svolge serena e obiettiva in Italia dopo l’8 settembre 1943. Il territorio invaso e diviso, la catastrofe della sconfitta con la immensa somma dei beni e delle vite perdute, il rifluire lento e doloroso dei prigionieri, la disoccupazione crescente, l’armistizio protratto per oltre due anni, l’impossibilità di una sollecita ricostruzione, hanno reso più aspro e drammatico il periodo di trapasso dalla guerra fascista alla pace che si vuole riconquistare in un ordine democratico nazionale ed universale.
Già la mattina del 26 luglio 1943 i partiti e gli uomini, costretti per venti anni al silenzio, avevano imperiose esigenze morali da far valere contro la funesta dittatura di Mussolini. Oggi, dopo trenta mesi da quei giorni di illusoria e svagata liberazione, cui doveva succedere l’incubo invernale dell’oppressione e del terrore, quelle ragioni, divenute assai più pressanti, contribuiscono a rendere arroventata l’atmosfera e più acre l’odio politico. Il rancore contro la dittatura si è esteso alle classi e agli istituti che con il fascismo dovettero fare i conti e che furono costretti a subire il predominio di parie. Ma intanto molti avvenimenti si sono succeduti, molti partiti hanno consumato il loro involucro idealistico e hanno svelato la loro vera natura, molte campagne di stampa hanno mostrato la loro sostanza artificiosa; certa democrazia «progressiva» interna ed esterna ha messo a nudo il trucco polemico del proprio programma; molti appetiti che addentano le nostre frontiere hanno fatto cadere tante illusioni e han fatto conoscere che nulla è muato nelle leggi fi forza che regolano i rapporti tra i popoli.
E’ venuto quindi il momento di mostrare alcune verità, di fissare alcune responsabilità, di attribuire a ciascuno il suo, di dare a Cesare quel che è di Cesare
La confusione tra Monarchia costituzionale e dittatura totalitaria è, prima che una menzogna demagogica, un non senso e una contraddizione in termini. La Monarchia costituzionale si regge, infatti, sul Parlamento democratico che già il Guizot considerava, nella prima metà del secolo scorso, il più compiuto ed equilibrato dei sistemi politici. Per sua natura essa tende a mediare le esigenze delle varie parti e a garantire l’equilibrio dei poteri dello Stato secondo la vecchia e rispettabile formula di Montesquieu. Non la Monarchia ha voluto superare quella formula, ma, sì, le rivoluzioni contemporanee che hanno accentrato tutti i poteri nella dittatura di un uomo e di un partito.
L’esperienza del capoparte, del duce, del fuehrer, del caudillo, del conducator, non si può conciliare con il monarca costituzionale. Quando Mussolini sente nel 1941, da un inviato di Franco, l’intenzione di restaurare la monarchia in Ispagna egli vi si oppose brutalmente perché la sua esperienza, confrontata con quella di Hitler, gli insegnava che il più forte ostacolo, alla illimitata dittatura, gli veniva dalla tenace, costante opposizione (che questo libro mostra e documenta) della Monarchia costituzionale. D’altra parte non va dimenticato che il 25 luglio fu la Monarchia a rovesciare la dittatura e a far arrestare il dittatore.
I partiti di massa tendono a identificarsi con la totalità nazionale e a riempire con la loro forma la organizzazione giuridica dello Stato. Questa degenerazione e questa perversa follia dei popoli, usciti dal travaglio della prima guerra mondiale, ha offeso l’equilibrio delle classi e dei poteri dello Stato e insieme, ha minato la Monarchia costituzionale. Essa ha tolto le libertà ai popoli, ha chiuso i Parlamenti e ha, insieme, annullati i poteri del Sovrano. È vano parlare delle cose d'Italia tra il 1922 e il 1943 senza aver penetrato questa massiccia realtà.
Nell’ottobre 1922 se la Monarchia fu costretta a fare buon viso al fascismo (tendenzialmente repubblicano) ciò si dovette alla incapacità del Parlamento democratico a costituire un governo saldo e durevole. Da quel momento il Re fece ogni sforzo per assorbire la rivoluzione nella costituzione; ma il fascismo e il suo dittatore fecero uno sforzo ancora maggiore per annullare la costituzione nella rivoluzione e con ciò abolire la Monarchia. Privato del Parlamento, e cioè del potere legislativo da opporre al potere del dittatore, la Monarchia fu rapidamente costretta ad una posizione di rigorosa difesa. I termini di costituzione e di rivoluzione, secondo una memorabile massima di Cavour, non si possono conciliare a lungo perché l’uno elimina l’altro. In Italia l’imbroglio e il bisticcio sono durati ventun anni per la deviata sensibilità politica del popolo, pronto a levare sugli scudi un capoparte cui far coro con clamori di piazza, ma insieme pigro e beffardo, adusato a volgere in ischerno, l’indomani, gli entusiasmi travolgenti della vigilia.
In questo libro si dà conto del lungo conflitto e si descrivono obiettivamente i rapporti tra i due termini di quella che Mussolini ha chiamato, con ribaldo compiacimento, la « Diarchia ».
Alla fine dell’altra guerra venne meno, si legge nella « Storia di Europa » del Fisher, la religione della libertà e la fiducia nel metodo della democrazia parlamentare: si credette necessario ricorrere ai rimedi eroici e alla concentrazione del potere politico nelle inani di un capo per superare le difficoltà delle lunghe discussioni parlamentari. Fu un male non solo italiano, ma europeo ed universale.
Nel rendere conto dei fasti e dei nfastidel fascismo, questo libro accoglie solo i giudizi e le testimonianze degli autori antifascisti italini e stranieri, si appoggia alla autorità del Croce, dei Turati, degli Albertini, degli Amendola, dei Slvatorelli, dei Matthews, dei Fisher. Gli autori del fascismo sono ignorati
Si è voluto con ciò evitare tanto l’invettiva polemica per fare opera costruttiva di dimostrazione e di persuasione. Si spera così di servire assai più dell’interesse dinastico la causa del   paese.   Ci troviamo infatti nella urgente necessita di ricostituire il nostro ordinamento politico e giuridico con il ripristino degli istituti travolti nel 1922. Essi avevano fatto ottima prova dal 1861 al 1918, ma divennero tardi e inoperanti con la immissione dei partiti di massa nella politica e con la conseguente frattura dell'equilibrio dei gruppi nell’antico Parlamento.
I novatori e i sovvertitori si divisero in più schiere ora concorrenti, ora rivali; ma essi furono tutti nemici del vecchio ordine costituzionale. Tutti furono adoratori del sindacalo, del partito, della massa e nemici dell’individuo: tutti esaltarono la forza del numero che riempie lo Stato, lo conquista e lo domina; tutti dissertarono sullo spirito collettivo che regge il mondo moderno, tutti adorarono la rivoluzione continua; tutti scansarono dalla politica il lume della ragione per sostituirvi la fede bruciante di una nuova religione o antireligione.
Se dopo tanti sviamenti polemici vogliamo ritrovare la via dell’ordine, della ragione, della salvezza,dobbiamo scansare gli arsi sentieri delle vecchie e nuove religioni del collettivismo. Nel mito della massa potremo ritrovare molte cose a noi note e per noi caduche, ma non la libertà, non la pace, non l’ordinato progresso, non l’illuminata giustizia, non la legalità, non la perfezione e l'edificazione dello spirito. La libertà procede dalla dialettica e dal giuoco delle parti, non dalla massiccia uniformità del popolo nello Stato.

Nello schieramento attuale dei partiti in Italia, sono fautori di una Monarchia costituzionale quelli che avvertono innanzi tutto l'esigenza della libertà; sono fautori della repubblica quelli che sognano nuove esperienze sociali e sono dominati dal demone rivoluzionario. I primi chiedono il ritorno agli istituti del Risorgimento e affermano che lo Stato si può salvare solo rispettando la sua continuità. I secondi sono pronti alle ignote esperienze dei tumulti di piazza comandati dalle milizie di parte sotto i vessilli rossi o neri della repubblica e del terrore.

È la vecchia strada tradizionale delle repubbliche italiane così felicemente illustrala dal Quinet nelle Rivoluzioni d'Italia: è una strada nella quale si è consumato per secoli il nostro genio e avvilita nella servitù la dignità della Patria.

domenica 17 settembre 2017

La Voce del Messaggio Sovrano

di Ernesto Frattini

Spesso si parla ovunque della necessità che un Partito monarchico abbia un suo programma anche di carattere politico, economico e sociale per proporsi altri obiettivi oltre quello principale della Restaurazione monarchica e su questo siamo tutti perfettamente d’accordo. E’ infatti necessario per l’attualità stessa del problema istituzionale che alla soluzione ne siano connesse delle altre riguardanti dei punti di vita pratica che senza avere una grande importanza intrinseca, stiano però molto a cuore all’uomo della strada o possano talvolta avere dei riflessi di grande portata. Il punto sul quale nessuno è d’accordo è quello riguardante il modo di risolvere questi problemi e il metodo da adottare per il loro esame e la loro valutazione.
Molti sono ancora attaccati alle vecchie idee liberali in politica e liberiste in economia, altri desiderano formule socialmente più progredite che diano allo Stato una vita più moderna e snella, altri ancora si ispirano a concetti di esasperato nazionalismo o concepiscono una restaurazione solo nel quadro di una grande unione europea.
Fra tutti questi pareri opposti e completamente divergenti fra loro è talvolta difficile trovare la via giusta ed occorre allora tornare alle origini, a quelle che è la voce maestra di Colui che è il simbolo della unità della Patria, del Re.
Questa funzione ha appunto il monito sovrano che di tanto in tanto giunge ai monarchici italiani, per chiarire, per insegnare, per incitare, per indicare la via giusta, e fra questi moniti, particolare importanza ci sembra il Messaggio inviato da Umberto II ai monarchici italiani in occasione della VI Assemblea nazionale dell'Unione Monarchica Italiana( Cascais 1 maggio 1954, nota delolo staff ).  
La voce del Re è giunta in un momento di particolare tristezza e di grande sbandamento a portare una chiarificazione necessaria e un’indicazione indispensabile che è nostro dovere seguire e le sue parole anche oggi a sei mesi di distanza hanno la identica attualità e il medesimo valore, cosa questa che prova come esse siano valide non solo per un momento contingente della politica ma per tutta la durata della lotta che i monarchici italiani stanno conducendo.
Tutti i nostri problemi sono esaminati nel messaggio e per tutte le categorie di cittadini c’è un consiglio, un ammonimento, ima parola di speranza e di fede nell’avvenire come per ogni dubbio c’è una risposta e una soluzione, e fa questi interrogativi trova posto quello che oggi è il più imperioso e il più drammatico di tutti: il problema della vita. « Certezza che la Nazione non perderà le sue libere istituzioni e non sarà travolta da conati di dittature sempre condannabili: è questa certezza soltanto che potrà far riprendere alle forze della produzione quel continuo cammino che porta il capitale a creare nuovo lavoro; lavoro ben rimunerato, garantito dalle leggi e inserito nell'organizzazione giuridica dello Stato, attraverso il riconoscimento dei sindacati, che dà con l’accresciuto tenore di vita e l’aumento dei consumi, incremento alla produzione e nuovo lavoro. Riconoscimento dei sindacati e inserzione nell'organismo giuridico dello Stato, che non vietino però alle classi lavoratrici un’ordinata azione intesa ad ottenere giusti patti di lavoro, nel quadro delle comuni fortune della produzione». Queste le parole del Sovrano che esplicitamente inquadra i termini della questione annosa fra capitale e lavoro, questione che non può essere risolta che attraverso un accordo fra queste forze opposte eppure ugualmente indispensabili alla produzione e alla vita dello stato; tutte quelle divergenze che necessariamente sorgono, debbono essere composte per il comune interesse nel quadro dell’interesse nazionale e della concordia che deve sempre regnare fra i figli della stessa Patria.
Per chi accusa i monarchici di essere socialmente reazionari queste parole sono la dimostrazione che nel programma di un’Italia monarchica trovano primo posto quei postulati popolari che solo da una nazione unita sotto il simbolo regale potranno avere anche una soluzione reale ed efficiente, di fronte al disinteressamento liberista e agli estremismi delle sinistre la giusta soluzione può essere trovata appunto in questa collaborazione dal Sovrano auspicata.
E nel Messaggio altresì possiamo trovare le nobili parole rivolte a noi che abbiamo l’onore e il privilegio di essere i più fedeli alla causa dell’ Italia monarchica anche in quest’ora tanto triste e pur così rosea di speranze:« E voi monarchici, dovete essere d’esempio nella concordia e nel costume politico, nell’elevamento dalle basse diatribe quotidiane alla visione dei grandi problemi nazionali, nell’operare con assoluto continuo disinteresse».
E qui dobbiamo noi ispirarci per la nostra azione politica, per la condotta da tenere nelle contingenze della vita pubblica perché il nostro stile sia sempre superiore e inconfondibile, perché il nostro modo di agire sia veramente di degni servitori di un grande Sovrano e di una grande Dinastia; è necessario astrarsi dalle brutture quotidiane, dai maneggi della piccola politica, per sentire quell’afflato di amor di Patria che ci permetta di dire a fronte alta che la nostra battaglia è veramente condotta «per il bene inseparabile del Re e della Patria», per quei fini che il Re stesso addita nella chiusura dell’Augusto Messaggio: «Per la ricostruzione morale e materiale di un’Italia politicamente pacificata, socialmente progredita, unita nei suoi confini consacrati dal sacrificio, rispettata in un’Europa federata e in un mondo senza conflitti, di quell’Italia che è il desiderio ardente e il fermo proposito della nostra vita».
Queste sono le parole con cui il Re ha voluto terminare il suo scritto, quasi a suggellare questa solenne espressione della Sua volontà ed ora è a noi sapere interpretare e attuare questi desideri che per noi sono ordini e insegnamenti preziosi; in ogni contingenza dobbiamo attingere a questa fonte per andare avanti sulla nostra strada e raggiungere la nostra meta; la parola del Re ci sia luce, e di incitamento il grido di tutte le battaglie: Avanti Savoia!

sabato 16 settembre 2017

Regine a Stupinigi

Con l’autunno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi riprende il ciclo di incontri “Le Regine della Palazzina di Caccia: donne, mogli e amanti di Casa Savoia”, a cura di Maura Aimar (Centro Studi Principe Oddone) e Alessia M. S. Giorda, una delle autrici del recente libro “Stupinigi, capitale dell’impero. Giovedì 21 settembre la protagonista sarà Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, che venne in visita alla Palazzina nel 1808: proprio per lei venne installata la vasca da bagno di marmo con le aquile imperiali che si può ancora oggi ammirare tra gli arredi.

Il 19 ottobre sarà la volta Giuseppina Beauharnais, la prima moglie di Napoleone, che soggiornò a Stupinigi nel 1805. Il ciclo di conferenze si concluderà il 16 novembre con l’incontro dedicato a Margherita di Savoia, l’ultima regina che abitò a Stupinigi e che raccolse molti dei preziosi arredi che ancora oggi si trovano all’interno della Palazzina.


Gli incontri si svolgono presso i locali delle Cucine reali alle ore 18 (ingressi tra le ore 17,15 e le 17,45); segue visita guidata alla Palazzina. Biglietti 8 euro, più ingresso speciale al museo 5 euro; prenotazione obbligatoria biglietteria.stupinigi@ordinemauriziano.it  tel. 011.6200634. 


fonte:
http://www.nichelino.com/news/index.php/piccola-citta/24-incontri/1567-regine-a-stupinigi

mercoledì 13 settembre 2017

La "Stara Planina" all'Ambasciatore Camillo Zuccoli

Riprendiamo l'articolo per poter pubblicamente aggiungere le nostre affettuose congratulazioni a quello che per noi è principalmente il nostro amico Camillo, oltre che S.E. l'Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta presso la Bulgaria.
Siamo orgogliosi anche noi! 
Lo staff 



Il Capo dello Stato della Repubblica di Bulgaria ha conferito la "Stara Planina" di prima classe all’Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta.
L'Ambasciatore Zuccoli con la famiglia ed il Presidente Rumen Radev


In una cerimonia solenne nella Sala del Palazzo Presidenziale a Sofia il Presidente Rumen Radev ha conferito l’onorificenza "Stara Planina" prima classe a Camillo Zuccoli, Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta. “Quest'anno si compiono dieci anni dalla nomina di Camilo Zuccoli ad ambasciatore in Bulgaria. Egli ha realizzato importanti attività sociali e ospedaliere per il nostro paese, assistendo migliaia di sofferenti e bisognosi e ha promosso e organizzato iniziative per la salvaguardia e il prestigio della fede cristiana e la protezione della pace e della tolleranza", ha detto nel suo discorso Rumen Radev.


Il Capo dello Stato ha ricordato che sotto la guida dell’Ambasciatore Zuccoli, l’Ambasciata dell'Ordine di Malta in un decennio ha organizzato oltre 350 attività umanitarie in 107 località in Bulgaria, che includono varie donazioni a istituti sociali, per bambini e anziani socialmente svantaggiati, per vittime di disastri naturali e per rifugiati. Il Presidente ha ringraziato l'Ambasciatore Camilo Zuccoli per la sua attività nobile e umanitaria e per il suo contributo personale alla cooperazione tra la Bulgaria e l'Ordine di Malta.


Durante la cerimonia Camillo Zuccoli ha ringraziato per il sostegno del Capo dello Stato e dell’istituzione presidenziale nel campo delle iniziative a favore dei più deboli e di volontariato. "Sono soddisfatto del mio soggiorno in Bulgaria. Per me, questo paese è come un amico caro", ha detto l'ambasciatore Zuccoli e ha espresso la speranza che la eccellente cooperazione tra la Bulgaria e l'Ordine di Malta continuerà a svilupparsi in modo attivo anche in futuro.

martedì 12 settembre 2017

Istria, Fiume e Dalmazia

La tragedia degli esuli

Definire Waldimaro Fiorentino uno scrittore prolifico e poligrafo è una realtà, perché, oltre ad aver firmato dodicimila articoli sui più vari argomenti, i suoi lavori più impegnativi spaziano dagli scienziati italiani, opera monumentale, patrocinata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, al mondo della musica e dell’operetta italiana, ai problemi religiosi della “Rerum Novarum”, a problemi storici e politici da De Gasperi, al rapporto di Casa Savoia con l’Alto Adige, al federalismo e decentramento, alla questione istituzionale vista dal punto di vista monarchico, agli italiani in Egitto, alla genesi della prima guerra  mondiale ed ora agli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia.
Il volume così intitolato “Istria, Fiume e Dalmazia – La tragedia degli esuli“ (Edizioni Catinaccio – Bolzano – maggio  2017 – Euro 15,00), uscito da pochi mesi e che ha avuto importanti e positive recensioni sui quotidiani trentini ed altoatesini, è una precisa documentazione storica dal 1800 ad oggi della vita e delle azioni che gli italiani di queste terre hanno compiuto per riaffermare la loro italianità sotto il governo asburgico, e poi, dopo il purtroppo breve  periodo del loro ricongiungimento al Regno d’Italia, nel triste e tragico dopoguerra della seconda guerra  mondiale sotto la ben peggiore oppressione comunista titina, terminato con la partenza e l’abbandono della terra natia e dei beni, da  parte  della grande maggioranza della popolazione di lingua, cultura e tradizione italica. Esuli che non sempre furono accolti in Italia, specie all’inizio, con sentimenti fraterni particolarmente da parte dei comunisti, per i quali la solidarietà ideologica con la Jugoslavia, era superiore alla solidarietà nazionale.
Secondo il suo stile e metodo Waldimaro Fiorentino, approfondisce date e nominativi di persone nate in quelle terre, frutto di una non certo facile ricerca storico anagrafica, che rendono il suo testo difficilmente oppugnabile e discutibile. Ed a date e nominativi, di coloro, numerosi, che si distinsero in tutti i campi e che ben operarono per l’italianità, nomi che in molti casi lasceranno sorpresi i lettori, si aggiungono cifre e statistiche altrettanto precise per cui libri come questo sono come pietre miliari della storia di terre dove Venezia aveva impresso il suo stampo d’italianità, che dopo la sua caduta, venne ripreso in quel più vasto movimento nazionale che fu il Risorgimento, con l’unità raggiunta, sia pure parziale, nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia. Ed al Regno d’Italia da tale data al 1915, inizio della IV Guerra d’Indipendenza, guardarono, sperarono e dettero anche un contributo di sangue, gli italiani di queste terre. Quindi Irredentismo e senso nazionale che suscitarono la reazione politica, poliziesca, e snazionalizzatrice dell’impero austro-ungarico, a vantaggio di slavi e croati, così ben documentata ed approfondita da Fiorentino, di cui è doveroso ricordare le sue ragionate convinzioni monarchiche sabaude che lo portarono, giovanissimo, ad iscriversi al Movimento Giovanile del Partito Nazionale  Monarchico ed il suo impegno successivo che lo ha visto per decenni rappresentante monarchico nel Consiglio Comunale di Bolzano.
Domenico  Giglio 

domenica 10 settembre 2017

Il falso mito della Marcia su Roma

da Il Giornale del Piemonte 10/9/2017 

di Aldo A. Mola

La disputa  sulla “Marcia su Roma” programmata da Forza Nuova per il prossimo 28 ottobre salirà ancora di tono, anche per le improvvide dichiarazioni del sindaco della Capitale, Virginia Raggi, che intima: “Non può e non deve ripetersi”, quasi “il duce” fosse alle porte. L'occasione è propizia per sfatare un “mito” abusato. Chiariamo subito che la famosissima “marcia” non avvenne il 28 ottobre 1922 e che, se per tale si intende l'assalto armato alla Città Eterna, essa non ebbe mai luogo. Solo il 31 ottobre, invero, circa 25.000 “militi”, stanchi e per niente soddisfatti, sfilarono per il centro di Roma e furono subito spediti a casa. Il governo Mussolini era già insediato e non ne aveva alcun bisogno. I mestatori, però, continuano a rinfocolare una leggenda che fece comodo a fascisti e ad antifascisti: a beneficio dei professionisti della “guerra civile” e a scapito della verità storica.
In un Paese bisognoso di “normalità”, narriamo i fatti, con ordine. Il 24 ottobre Mussolini aprì al teatro San Carlo di Napoli il secondo Congresso del partito Nazionale Fascista. Il precedente (Roma, novembre 1921) aveva segnato il passaggio dal movimento al partito. A presiederlo era stato il generale Luigi Capello, massone, all'epoca “in bonis” con il Duce e molto apprezzato dalla Milizia. Passato poi all'opposizione, il 4 novembre 1925 Capello fu incastrato nell' “attentato Zaniboni” alla vita di Mussolini e condannato senza prove convincenti a trent'anni di carcere, tre dei quali in isolamento. 
Quel 24 ottobre 1922  da un palco del Teatro di Napoli si affacciò anche Benedetto Croce. Da storico, amava “vedere”. Applaudì persino. Mussolini aveva tre obiettivi: accelerare la crisi del governo presieduto da Luigi Facta ed entrare nell'esecutivo con alcuni ministri prima che iniziasse il declino del suo sempre caotico partito, con un piede nello squadrismo e uno sulla soglia di un potere. Aveva messo le mani avanti nel discorso di Udine (20 settembre) in cui aveva precisato che il fascismo, per allora, non poneva in discussione la monarchia. Il secondo scopo era tagliare la strada a Gabriele d'Annunzio che stava progettando con Facta un raduno patriottico all'Altare della Patria per il 4 novembre, festa della Vittoria. Sapeva bene, infine, che, forte di appena 37 deputati su 543 e di squadristi “a  noleggio”, il tempo giocava contro di lui. Come si entusiasmano, così gli italiani presto si stufano. A Cesarino Rossi Mussolini  confidò che il suo vero timore era il ritorno di Giolitti  al governo: in tal caso, egli disse, “siamo fottuti” (sic!). Lo Statista  aveva sgomberato a cannonate  d'Annunzio da Fiume; altrettanto avrebbe fatto con i fascisti se avessero tentato l'assalto alle Istituzioni.  
Il Parlamento non si radunava dal 7 agosto, quando aveva concesso la fiducia al secondo governo presieduto da Facta, nel quale erano entrati due ministri di polso: Paolino Taddei all'Interno e Marcello Soleri alla Guerra. Abituato a fiutare il pericolo (era anche rabdomante, secondo Angelo Gatti), Vittorio Emanuele III incalzò invano il primo ministro a convocare le Camere. 
Il 18 ottobre i quadrumviri del fascismo (il generale Emilio De Bono, Italo Balbo, oratore della loggia Gerolamo Savonarola di Ferrara, Cesare Maria De Vecchi, monarchico indefettibile, e Michele Bianchi, repubblicano) si radunarono a Bordighera. I primi tre resero omaggio alla Regina Madre, Margherita di Savoia, che non nascondeva simpatie per un governo “di ordine”. Lo stesso giorno gli industriali di Milano (esasperati da scioperi e non dimentichi dell' “occupazione delle fabbriche” del settembre 1920) ebbero un incontro rassicurante con esponenti del PNF. Poiché Mussolini minacciava di lanciare le squadre all'assalto della capitale per imporre il cambio di governo, Soleri impartì al generale Emanuele Pugliese, comandante della divisione militare di Roma, l'attivazione delle misure predisposte da un mese.
Il 24  ottobre Facta rassicurò il Re: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma”. Si destò alle 0.10 del 27 quando telegrafò al sovrano che le squadre avevano iniziato la mobilitazione in alcune città dell'Italia settentrionale (da Cremona, sotto la guida di Roberto Farinacci, “il più fascista”, ad Alessandria) e in Toscana, ove l'ordine pubblico venne ferreamente mantenuto dal generale cuneese Ernesto De Marchi.
Al prolisso telegramma di Facta il Re rispose ruvidamente con due parole. Partì da San Rossore e arrivò alla Stazione Termini alle 19.40. Fu ricevuto da Facta. Nel frattempo il governo aveva deliberato le dimissioni, quindi era in carica solo per l'ordinaria amministrazione. La città di Roma era tranquillissima. L'esercito effettuò blocchi ferroviari a Civitavecchia, Orte e Velletri, togliendo i binari e mettendo carrozze di traverso. Aveva sconfitto l'Austria-Ungheria, completa di alleati germanici. Non temeva i “marciatori su Roma”.   
La mattina del 28 due liberal-nazionalisti (Aldo Rossini e Giuseppe Bevione) svegliarono  Facta di buon ora. Il governo si radunò  senza un ordine del giorno e decise di sedere in permanenza. Alle 6.30 Taddei trasmise al capo-gabinetto Efrem Ferraris il testo della proclamazione dello stato d'assedio in tutte le province a decorrere dalle 12 e l'ordine ai prefetti e ai comandanti militari  di “arrestare immediatamente, senza eccezioni, capi e promotori del movimento insurrezionale contro i poteri dello Stato”. Voleva dire la legge marziale in tutto il regno. 
A vegliare furono Vittorio Emanuele III, e il suo primo aiutante di campo, il generale Arturo Cittadini. Verso le 9 Facta andò dal Re con il decreto dello stato d'assedio, già diramato. Vittorio Emanuele lo mise in un cassetto e gliene impose la revoca. Senza la sua firma valeva zero. Facta fece quanto ordinato. Sconcertati dalla clamorosa auto-smentita del governo, molti prefetti chiesero conferma in cifra.
Il Re si sarebbe valso volentieri di Giolitti, che però stava festeggiando l'80° compleanno a Cavour, in Piemonte, e non fu in grado di raggiungere  Roma. Lo stesso avvenne per il cattolico milanese Filippo Meda altro possibile presidente del Consiglio. Tramontata la candidatura di Antonio Salandra, non gli rimase che rimettersi al consiglio di tutte le personalità consultate: incaricare Mussolini. Accompagnato forse da Raoul Palermi, sovrano della Gran Loggia d'Ialia, il messaggero riservato del duce, Ernesto Civelli, assicurò che i fascisti non costituivano alcun pericolo per la Monarchia. Ottenuto il preincarico, la sera del 29 ottobre Mussolini partì da Milano in vagone-letto. A Civitavecchia sostò forzatamente. Nel cambio di treno e nel breve viaggio seguente gli venne spiegato dai nazionalisti romani che doveva depennare dalla lista dei ministri Luigi Enaudi, liberale liberista, e il socialista Gino Baldesi. Ricevuto dal Re a fine mattina del 30, nel tardo pomeriggio presentò l'elenco dei ministri. Convocati per telefono o telegrafo, l'indomani questi si presentarono per giurare. Lo fece anche Mussolini, che, presente il Re, prese le consegne da Facta. Poi corse al ministero dell'Interno e agli Esteri, ove scelse come capogabinetto Giacomo Barone, massone.
E le squadre? Ne ha scritto Roberto Vivarelli, Premio Acqui Storia alla carriera, nell'esemplare  “Storia delle origini del fascismo” (il Mulino). Partite il venerdì per “marciare” il sabato, festeggiare la domenica e trovarsi a casa il lunedì mattino, armate di bastoni, pugnali, rivoltelle, qualche fucile, ormai da giorni erano a corto di “munizioni da bocca”. Pioveva; faceva freddo. Solo a governo nominato, nella notte tra il 30 e il 31 poterono avvicinarsi alla città. Nel quartiere di San Lorenzo si registrarono scontri tra neri e tossi, e vittime, come da anni in varie città piccole e grandi.
La sfilata partì da Piazza del Popolo arrivò all'Altare della Patria (ove erano schiarati i deputati nazionalisti), salì al Quirinale, dal cui balcone si affacciarono il Re e i ministri della Guerra e della Marina, Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel, e raggiunse Termini. Di lì gli squadristi vennero mandati a casa con 45 treni speciali. Nella seduta inaugurale del  Consiglio dei ministri, l'1 novembre,  Mussolini assicurò che in 24 ore Roma sarebbe stata tranquilla. Così fu.
Ad aprire la parata del 31 (e non 28) ottobre, il sindaco di Roma mandò la banda musicale della città. I fascisti sfilarono nell'indifferenza della popolazione. Era un martedì. Il 5 novembre, reso omaggio al Milite Ignoto, il Re partì per San Rossore.
L'Italia si avviava alla normalità. Nessuno poteva immaginare quanto sarebbe accaduto dieci, quindici, vent'anni dopo. Niente di quanto avviene, infatti, è già scritto. Sono gli uomini a fare, bene o male, giorno dopo giorno. Tante “storie” raccontano gli eventi partendo dalla fine anziché seguendo i fatti uno dopo l'altro. Scrivono profezie del passato, non la storia.
Il sindaco Raggi, se vuole, può affidare a una banda musicale il compito di sdrammatizzare  qualunque prossima sfilata in una città  che, come l'intero  Paese, ha ben altre priorità che la rievocazione di un evento storico. La “leggenda” della “marcia su Roma” fece comodo ai  fascisti, che vantarono una vittoria in realtà ottenuta “a tavolino” (il PNF oltre a Mussolini ebbe tre ministri in un governo di coalizione nazionale comprendente nazionalisti, cattolici, demosociali e il giolittiano torinese Teofilo Rossi di Montelera); ma quel falso mito giovò anche agli antifascisti che si dipinsero vittime della proterva aggressione di centomila squadristi armati sino ai denti. L' Italia ha bisogno di storia vera, non di fiabe, né di polemiche strumentali. 

Aldo A. Mola. 


sabato 9 settembre 2017

Il libro azzurro sul referendum - VII cap. - 2-6

Certificati elettorali moltiplicati

In varie località, a Torino, a Napoli molti elettori hanno ricevuto due e persino tre certificati. A Milano nei quartiere Friuli della zona Vittoria, quartiere operaio, oltre 500 famiglie ricevettero due certificati per persona, il primo normale, stampato dal Poligrafico dello Stato, il secondo stampato dall’I.G.I.S. (Istituto Grafico finora non identificato) che pur somigliando al primo, presenta alcune lievi differenze.
Particolare degno di rilievo: la scheda dell’elettore dell’I.G.I.S. indicava una sezione sempre diversa da quella indicata sull’esemplare del Poligrafico dello Stato. Una comunicazione del P.C.I. ai suoi iscritti avvertiva che se non avessero ancora ricevuto il certificato elettorale, avrebbero potuto ritirarne uno già pronto presso le sezioni del partito.
Irregolarità nell'invio dei certificati elettorali «Bizzarre irregolarità si sono verificate, anche nel ristretto ambito della Reggia, nell’invio dei certificati elettorali. I regnanti ne ricevettero due per ciascuno; un altro pervenne per la Principessa Mafalda da tempo deceduta in campo di concentramento nazista. Il Generale Infante non aveva ricevuto nessun certificato; sollevata protesta gliene giunsero tre, essendo stato inserito in tre liste aggiunte ».

La propaganda (1)

Ottomila opuscoli di propaganda monarchica furono sequestrati in una tipografia romana di via Cicerone per ordine del Ministro dell’Interno, quali pubblicazioni di carattere neofascista; il tipografo fu arrestato. Tramite il capo della polizia, l’on. Romita fece sapere al Ministro Falcone Lucifero che era suo desiderio che i suoi fascicoli non fossero né venduti né distribuiti; protesta vibrata del ministro Lucifero. In tutta l’Alta Italia, in Toscana, in Emilia fu praticamente impossibile svolgere comizi ed affiggere manifesti monarchici.

Soppressione di fotogrammi nella settimana “INCOM,,

Il Governo ha ordinato la soppressione del n. 12 della «Settimana Incom» dei fotogrammi relativi alla presentazione della Famiglia Reale nei giardini del Quirinale...

Dispaccio in cifre del controspionaggio

«Si è scoperto che una fabbrica di attrezzi agricoli, nella Val Trompia, fabbrica armi, mitra e carri armati leggeri, che vengono clandestinamente assegnati a forze ausiliare di polizia del Nord, costituite da elementi comunisti. Si tratta di assegnazioni che non risultano ufficialmente. Ma Romita ne è al corrente».

L’accusa di fascismo

La calunniosa notizia di complotti orditi da monarchici uniti ai fascisti fu largamente diffusa a Milano. Il Comm. Papa questore di Milano smentì recisamente la notizia; egli negò la esistenza di un rapporto qualsiasi tra elementi neofascisti e gruppi e persone appartenenti a partiti monarchici, ed aggiunse: «il movimento neofascista agisce, ma la sua attività non si ricollega con Fattività politica dei movimenti a tendenze monarchiche».

(1) Da Storia segreta di due mesi di regno, pag. 83, 118.

venerdì 8 settembre 2017

Lettere al direttore sull'8 Settembre

 Re Vittorio Emanuele III a Brindisi
Caro Direttore,
nell'articolo  sull'8 settembre  in  merito  al  trasferimento  del  Re  viene  giustamente  citato  un  vero  storico, il Prof. Lucio  Villari, che non mi risulta essere monarchico, il quale spiega  pacatamente l'assoluta  necessità, ai  fini  della continuità dello Stato, dell'allontanamento da Roma del Capo dello Stato stesso, il Re, unica  fonte all'epoca  di  legittimità istituzionale.
L'evitare di essere preso prigioniero per un Capo di Stato è una  necessità  storica: Churchill  disse che, se  i  tedeschi  fossero  sbarcati nelle isole  britanniche, si  sarebbe  trasferito  con  il  Re  in  Canada; il  Presidente  della  Repubblica  francese nel 1940  si  trasferì da Parigi a  Bordeaux; la  Regina d'Olanda  lasciò  il  paese per il Canada; il  Re del  Belgio  Leopoldo  III,  invece, rimase  e  fu  in  pratica  prigioniero dei tedeschi, il che gli fu poi rinfacciato nel  dopoguerra: Stalin  stesso, avvicinandosi i tedeschi a Mosca, preferì allontanarsi giustamente dalla Capitale.
Nel  XIX secolo, guerra franco-prussiana del 1870, Napoleone III, invece, fu fatto prigioniero dai  prussiani con le conseguenze a  Parigi e nella  Francia che ben conosciamo.
In conclusione, l'allontanamento da Roma, che non poteva  trasformarsi in una Stalingrado, essendo inoltre la  sede del  Capo  della Chiesa Cattolica, fu per Vittorio  Emanuele III un'amara  necessità  ed  essersi  diretto  verso l'unica parte  dell'Italia, Brindisi, che non fosse in mano né dei  tedeschi  né  degli  anglo-americani, consentì quella  continuità legale e istituzionale necessaria  per  gli  adempimenti  dell'armistizio.
Quanto poi alla morte della Patria, molto ci  sarebbe  da  discutere  perché l'esempio di fedeltà dato dalla Regia Marina, dalla  poca  Regia  Aviazione rimasta, dalle  divisioni  italiane  in  Sardegna  ed  in Corsica, che riuscirono  ad allontanare i  tedeschi, per  non  parlare di Cefalonia, Corfù, Rodi, Lero dimostrano  che  la  frase  finale  del  messaggio  di  Badoglio  di  accettazione  dell'armistizio  con  gli  anglo-americani, sul dovere di reagire  ad  attacchi  provenienti  da qualunque altra parte, era  il  massimo  di  ordine  che  potesse darsi  per chi voleva capire ed agire  di  conseguenza.
Sempre per la storia, si era anche ipotizzato un  trasferimento  via  mare, del  Re  e del Governo, in Sardegna ma  l'annuncio, dato  l'8 settembre - una  data  eccessivamente  vicina  alla  data  della firma  dell'armistizio avvenuta a Cassibile  il 3 settembre -  rese  la  stessa  impossibile.
Molto altro ci sarebbe da dire per cui consiglio di leggere  "Il  Regno  del Sud", di  Agostino  degli  Espinosa, testimone oculare, scritto subito dopo i fatti ed uscito nel 1946, nella sua  prima  edizione, e  successivamente  ristampato, sul  lavoro  improbo  di  ricostruzione, comprese le Forze Armate che  già  a  dicembre  1943 combatterono valorosamente a Montelungo contro l'esercito tedesco.
Domenico  Giglio 

Caro Direttore,
non ho mai pensato né preteso di vedere  pubblicato le mia  lettera ma il silenzio e l''oblio  riguardante  l'opera delle  Forze  Armate del  Regno d'Italia, dopo  l’8  settembre 1943, mi riempie di amarezza se non  di sdegno.
Oltre alla Regia Marina che compì centinaia di missioni, con le  proprie navi e con la propria  Bandiera, per  l'Esercito  si  tratta  di  oltre 400.000 uomini, impiegati ed impegnati sia nella prime  linee  sia nelle retrovie, con 22.385  ufficiali e 396.630  soldati.
Essi diedero un  contributo effettivo, notevole e documentato alla  liberazione dell'Italia centro-settentrionale, testimoniato dal numero  dei riconoscimenti ricevuti  per il  periodo  dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, con 21 Ordini  Militari di  Savoia,  69 Medaglie  d'Oro, 241 Medaglie d'Argento, 382 Medaglie di Bronzo e 459 Croci di Guerra!
Avrei altro da aggiungere ma il linguaggio dei numeri è più che eloquente.

Domenico  Giglio

mercoledì 6 settembre 2017

I monarchici italiani contro Tito. 1971


"...volantino da noi conservato all'Archivio Museo storico di Fiume delle Federazioni Nazionali Monarchiche stampato a Napoli per protestare in merito all'accoglienza data a Tito il 30 marzo 1971 dalle autorità governative italiane. Un evento che preparò poi la cessione della zona B dell'Istria alla Federativa Jugoslava avvenuta qualche anno dopo col Trattato di Osimo (1975)."

Con queste righe il Direttore Marino Micich dell'Archivio del Museo storico di Fiume ha accompagnato l'inoltro di un volantino del 1971, lanciato dagli spalti del Maschio Angioino ad opera dei monarchici di Napoli.
Il dono ci è particolarmente caro e siamo onorati di aver ricevuto un contributo così importante. 
Importante perché dimostra l'attaccamento dei monarchici italiani ai valori della Nazione. Perché dimostra la loro lungimiranza quando furono capaci di darsi organizzazioni presenti sul territorio, tra la gente. Perché ci parla delle dolci terre delle province orientali nelle quali la nazione intera subì la più dolorosa e sanguinosa delle pulizie etniche.
All'infoibatore, occupante illegale della zona B che andava da Capodistria  a Cittanova per 512 kmq redenti col sangue degli italiani di ogni dove, la repubblica senza vergogna seppe cedere tutto. Onore e dignità prima di ogni altra cosa.
Ringraziamo il Direttore Micich per aver condiviso con noi un pezzo della sua e della nostra storia.




Monarchia sociale e Comunità nazionale

POLITICA DEL COMMERCIO CON L’ESTERO
4) Sulla dilatazione del mercato di consumo della produzione nazionale, ed in particolare sulla indispensabile revisione dell’attuale politica del commercio con l’Estero. Il complesso di provvedimenti e di riforme indicati da questa mozione tendono — oltre che a fini proprii di giustizia sociale, di soldarietà nazionale e di equilibrio politico — a dilatare sempre più, quali a rapido effetto e quali a lunga portata, il potere di acquisto del mercato interno onde trovare maggiore possibilità di sbocco alla produzione nazionale. Anche a questo fine — che interessa precipuamente l’equilibrio economico nazionale, giacché una economia che sia ridotta a produrre per il magazzino oltre le normali aliquote è una economia alla vigilia del fallimento quale che sia l’aumento dei suoi indici di produzione — sono urgenti e rispondenti ad improcrastinabili necessità dell’equilibrio economico nazionale così i provvedimenti su una nuova strutturazione del sistema fiscale, e specialmente la abolizione delle Imposte di Consumo che più incidono sui consumi delle classi medie e popolari e la riduzione delle altre fra esse, quelli per una riforma del regime del credito suggeriti nella prima parte di questa mozione, come oggi atto o provvedimento che tenda ad accrescere i redditi delle classi medie e popolari. Giacché questi, per le necessità della vita, più rapidamente che non i redditi delle classi ad alta ricchezza ritornano sul circolo delle scambio monetario e stimolano le vendite ed i consumi con immediato sollievo delle categorie produttrici e commerciali. 
Ma qualsiasi esaltazione dei consumi sul mercato interno sarà insufficiente ad assicurare un confacente sviluppo ad una attività produttiva la quale non solo è in aumento, ma deve essere per ogni altra possibile via stimolata a sempre più accrescersi per incrementare il mercato del lavoro. A questo fine occorre assicurare alla produzione italiana assai più vasti sbocchi che non gli attuali sui mercati esteri, scopo che non sembra raggiungibile senza una revisione radicale dei criteri della politica del commercio estero.

Questa deve ispirarsi, oltre a tutti gli altri che ne conseguono, a due criteri fondamentali: a) equilibrare con i provvedimenti analoghi degli Stati stranieri i provvedimenti di «liberalizzazione» cosicché questa teoricamente auspicabile — non avvenga se non a condizioni di garantita reciprocità e con piena garanzia degli interessi della produzione nazionale nei confronti della concorrenza straniera; b) condurre una politica del commercio estero capace soprattutto di dirigere le nostre esportazioni non su mercati scelti in base a criterii politici, ed economicamente concorrenti o inaccoglienti, ma su quei mercati che, oltre ad essere tradizionali all’attività mercantile italiana e ad offrire larghe possibilità di intercambio, sono naturalmente ed economicamente complementari al mercato italiano. Sono questi i mercati dell’Est, sia esso europeo, mediterraneo o asiatico. 
A potenziare il nostro intercambio con questi mercati e ad assicurare in essi all’attività commerciale italiana quelle solide posizioni che già essa vi conobbe, deve esser rivolta la nostra maggior cura, superando quei pregiudizii, quelle eventuali inibizioni e quegli ostacoli che potessero venire, per alcuni di essi, da motivi strategici ed ideologici. 
Tale politica del commercio estero deve essere sostenuta da una adeguata politica estera la quale, senza infrangere la solidarietà occidentale, deve preoccuparsi in ogni questione e di fronte a qualsiasi alleato della sovranità ed indipendenza del giudizio italiano, degli interessi nazionali in ogni caso preminenti su quelli comuni, e riconquistare quella autonomia di politica estera che possa consentire anche all’Italia, come da qualche mese consente alla Francia, di lavorare, nell’interesse comune, alla distensione europea e alla pace mondiale. La decisa ripresa delle nostre relazioni commerciali ad Est, suffragata dai necessari atti politici (come il riconoscimento della Repubblica Cinese e lo stabilimento tra Roma e Pekino di reciproche normali relazioni diplomatiche) appare essenziale a questi fini generali, oltrecchè urgente ai fini preminenti dell’interesse economico e politico italiano.


PASQUALE PENNISI (Roma), Delegato di base.
ALDO SALERNO (Roma), Vice Segretario Generale del PNM.
STEFANO CAVALIERE (Foggia), Deputato al Parlamento.
ALBERICO LENZA (Salemo), Deputato al Parlamento.
IPPOLITO CARINI (Rovigo), Consigliere Nazionale del PNM. - Ispettore Regionale per il Veneto.
FRANCO MAGGI (Pescara), Consigliere Nazionale del PNM.
CONCETTA LANFRANCHI (Taranto), Ispettrice Nazionale del M.F. del PNM.
ENRICO AIELLO (Potenza), Ispettore Regionale per la Lucania.

GIOVANNI SEMERANO, Direttore della rivista « La Monarchia ».

domenica 3 settembre 2017

Monarchici siciliani strafelici per Musumeci candidato presidente

“Siamo stati tra i primi a credere che Nello Musumeci possa segnare per la Sicilia il voltar pagina di una stagione che da 9 anni vede il centrosinistra al Governo dell’Isola. Siamo stati tra i primi a ritenere che la sua esperienza, la sua onestà, la sua lealtà ed il suo rigore morale siano una garanzia per ogni siciliano che in questi anni si è sentito solo, abbandonato e vessato dalla incapacità certificata dei quasi ex governanti di oggi. E dunque non possiamo che salutare positivamente l’accordo raggiunto tra le forze di centrodestra che hanno espresso la candidatura forte ed autorevole del Presidente Musumeci.”
“L’Unione Monarchica Italiana è convintamente a fianco di questo progetto affinché la Sicilia torni libera ed indipendente così come SM Re Umberto la volle allorché le concesse l’autonomia speciale.”