NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 28 gennaio 2020

La Posta di Libero...


Gentile Carioti,
il mio Paese sta attraversando momenti difficili e travagliati. Ma nonostante tutto continuo ad amarlo, perché è la mia Patria dove affondano le mie radici, dove sono nato e dove mio padre e mia madre sono sepolti. In quesito mio Paese è diventato difficile esprimersi prima di parlare devo pensare mille volte per trovare la frase giusta per non offendere nessuno. Mi è di grande consolazione passeggiare sulla terra dei miei avi, perché sento che lì, qualcosa di loro è rimasto. Mio padre, nato in Canada nel  territorio degli indiani, amava quella che tutti chiamavano l’America. Aveva un idolo, John Wayne, e mi leggeva queste sue parole che vorrei condividere con chi la pensa come me. “Il mio credo politico non si presta a compromessi io amo il mio Paese. La mia Patria è la mia famiglia, e la mia famiglia è la mia vita (_) Abbiamo commesso molti errori e molte ingiustizie, molte cose di cui ci vergogniamo (...); ma abbiamo il diritto, in fin dei conti, d'essere fieri d'essere americani. La nostra bandiera è la più gloriosa. la più prestigiosa la più scintillante di tutte le bandiere di tutti i Paesi del mondo. Se credere in questo, se essere fieri della propria Patria fa di me un uomo di destra, di estrema destra. allora io sono in buona compagnia!” .

Emilio Del Bel Belluz Motta dl Livenza (Tv)


 Risponde Fausto Carioti
Credo che pochissimi italiani siano disposti a scrivere parole simili riguardo alle nostra bandiera, caro del Bel Belluz. Io le confesso con qualche imbarazzo, non lo farei. Eppure ho un antenato tra ui garibaldini, altri che hanno fatto la grande guerra, un padre che combatté nell’esercito italiano, La tradizione di famiglia ci sarebbe pure. E amo il mio Paese. Conosco americani, inglesi, francesi e israeliani che direbbero senza battere ciglio parole identiche a quelle di John Wayne a proposito dei loro vessilli nazionali. Temo che il problema non sia io e che nemmeno lo siano le mie frequentazioni; se vado in giro, non vedo il tricolore sventolare dai team delle abitazioni o appeso nei salotti delle case. Aveva ragione Leo Los Leo Longanesi: “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare urna grande scritta: Ho famiglia”. Divertente, ma anche vero e quindi triste: prima di ogni altra cosca viene il «particulare». Siamo noi, non è colpa dei nostri governanti: almeno sotto questo aspetto, ci rappresentano molto bene.

domenica 26 gennaio 2020

Omaggio dei monarchici campani alla tomba di Peppino De Filippo




Agenpress – Una delegazione di monarchici campani sabaudi, nel 40esimo anniversario della morte del Maestro Peppino De Filippo, dopo la preghiera hanno deposto un omaggio floreale sulla tomba presso la Cappella di Famiglia nel cimitero comunale monumentale Campo Verano a Roma.
Peppino De Filippo morì il 26 gennaio 1980 a Roma. Era nato a Napoli il 24 agosto 1903, Peppino De Filippo fu il terzo dei tre figli illegittimi nati in un appartamento di via Giovanni Bausan, da Luisa De Filippo ed Eduardo Scarpetta.
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Il Maestro Peppino De Filippo, fu fedele alla Patria, portò alto il nome della Patria nel mondo, per i suoi grandi meriti artistici Umberto II, Re d’Italia dall'esilio lo volle insignire di una alta onorificenza .





sabato 25 gennaio 2020

I monarchici tornano in Trentino

“Un sovrano di Casa Savoia sarebbe una garanzia d’imparzialità per cittadini e Parlamento”
Vogliono il ritorno dei Savoia e a proposito dell’Autonomia dicono: “Va rispettata così come le minoranze tedesche e ladine ma per prendere queste zone fu fatta la Prima guerra mondiale alla quale presero parte anche dei patrioti trentini, morti loro stessi per un’Italia unita, Trento è italiana”

TRENTO. Era il 10 giugno 1946 quando la Corte di cassazione proclamò i risultati del referendum sulla forma istituzionale dello Stato che sancì la vittoria dei repubblicani con il 54,3% dei voti (in Trentino si arrivò all’85%), mentre i monarchici si fermarono al 45,7%). Fra le conseguenze più immediate ci fu l’abdicazione di Umberto II di Savoia, passato alla storia come “il re di maggio” proprio per la breve durata del suo regno.

Due anni più tardi, con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1° gennaio 1948), Umberto II venne esiliato, lo prevedeva una delle stesse disposizioni finali e transitorie del testo costituzionale. La dipartita politica del re però non coincise con la scomparsa dei monarchici che pure avevano ottenuto un buon risultato nel referendum del 1946. Così venne fondato il Partito Nazionale Monarchico che alle elezioni parlamentari del 1953 raccolse il 6,85% che si tradusse in 40 seggi, un traguardo che non sarà più eguagliato. Di lì fu un vertiginoso tracollo fatto di scissioni e sempre meno consensi fino alla definitiva scomparsa dalla politica che conta.

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Articolo scritto coi piedi, come da testo in grassetto, ma almeno una buona notizia...

venerdì 24 gennaio 2020

La macchina dello stato


Questo il titolo di una interessantissima mostra tenutasi diversi anni or sono a Roma, nei locali dell’Archivio Centrale dello Stato, per il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’ Italia e che riguardava leggi, uomini e strutture che hanno fatto l’Italia. La Mostra, non ebbe il successo di pubblico che meritava, forse anche per l’ubicazione all’EUR, ma essendo stato pubblicato un catalogo con lo stesso titolo,”La Macchina dello Stato”, uscito nel 2011, edito da Mondadori Electa, ricchissimo di dati, di fotografie, di tavole e tabelle, di documenti, è sperabile che lo stesso possa trovarsi tramite internet od in qualche libreria specializzata od antiquaria. Farne oggi una recensione approfondita non appare possibile per il numero e l’ampiezza dei temi e la personalità degli autori dei vari capitoli, tutti di un estremo interesse per testo e documentazione. Basti pensare alla sua strutturazione da “Il primo quarantennio” dello Stato unitario, periodo sul quale ci soffermeremo successivamente, a “Da Giolitti al primo dopoguerra“, al “Fascismo“, in cui sono state messe in luce sia le realizzazioni positive in tanti settori -dalle opere pubbliche, all’architettura, all’istruzione, al lavoro e dopolavoro- sia l’apparato poliziesco e repressivo e le discriminazioni razziali -a dimostrazione che non si possono cancellare venti anni di storia, fermo restando il giudizio che dello stesso periodo ciascuno può liberamente dare proprio in virtù di tutti i dati e gli elementi esposti-, per chiudere con il breve periodo “Verso la Repubblica” dal 25 luglio 1943 alla promulgazione della attuale Costituzione. Questi periodi, suddivisi in brevi capitoli riguardanti i singoli problemi, sono stati preceduti da alcuni saggi: fra questi ne citiamo ad esempio uno, intitolato “La Pubblica Amministrazione italiana da Cavour a Giolitti“, di Giuseppe Galasso, estremamente completo ed obiettivo, dove fra l’altro -in sottile polemica con chi contesta l’abrogazione di leggi e regolamenti degli stati preunitari- rileva che negli anni napoleonici, in cui “...quasi tutta l’Italia era stata o annessa all’impero francese o unita al Regno d’Italia, o aveva continuato a far parte del regno di Napoli …con il fratello Giuseppe e poi..con Gioacchino Murat…, alla stessa erano stati imposti la legislazione napoleonica, - con il Code Napoleon in testa – e ordinamenti politici ed amministrativi... e grandi provvedimenti, quali la secolarizzazione dei beni ecclesiastici…, riforme che non svanirono… nel 1815, con la restaurazione... e ad esse si aggiunse il grande patrimonio costituito dalle esperienze amministrative e militari fatte nei quadri dell’Italia napoleonica…”, per cui “lo stato italiano non sorgeva su una base di totale. estraneità e diversità delle sue parti..”, afferma, dopo un’ampia disanima delle vicende risorgimentali, che “…è sorprendente che nelle storie politiche ed anche istituzionali del paese non sia stato abbastanza colto questo... risalto della monarchia come punto di riferimento nella vita politica nazionale e come suo strategico e impreteribile snodo istituzionale...”, concludendo con un riferimento alla Pubblica Amministrazione, al suo ruolo “di modernizzazione e di dinamismo di una società che, nella massima parte della penisola, appariva … nel 1861 più legata a equilibri e logiche di antica tradizione che a pressanti istanze di movimento e di trasformazione…, basti pensare alla parte avuta dallo stato italiano … nella dotazione di infrastrutture moderne, a cominciare dalle ferrovie e della pubblica istruzione, oppure dalla grande opera di amalgama nazionale svolta dallo stesso Stato con le sue forze armate, scuola della nazione, come furono definite“ e questo grazie a quella leva obbligatoria tanto criticata dai nostalgici borbonici, che forse preferivano che si spendessero i ducati per pagare i reggimenti mercenari svizzeri o bavaresi.
Un altro saggio “I prodromi dell’Unità“, di Romano Ugolini, è egualmente interessante perché dedica ampio spazio ad uno dei “dimenticati“ del Risorgimento, insieme con Carlo Alberto, e cioè a Massimo d’Azeglio, al quale attribuisce il grande merito di aver saputo indirizzare il giovane Sovrano, Vittorio Emanuele II, sulla strada del costituzionalismo e di avere aperto le porte del Piemonte “all’esulato nazionale, senza guardare troppo alla fede politica di appartenenza. Non solo: a quell’esulato non offrì unicamente un libero asilo, ma cercò, …di inserire le personalità più illustri e preparate nelle strutture dello stato, conferendo da un lato stipendi, ma guadagnando …l’apporto di una cultura umanistica e scientifica il cui innesto nei gangli vitali della vita piemontese poteva già far parlare di un vero e proprio laboratorio nazionale“; di questo particolarmente si giovò Cavour, per cui nel 1859 “allo scoppio del conflitto, nessuno dei principali collaboratori di Cavour era piemontese. Parliamo di Farini, Minghetti, Mamiani, Gualterio, Massari e La Farina..” e Gabrio Casati.
Venendo a “Il primo quarantennio“, dopo un breve accenno allo sviluppo degli uffici postali passati dai 2220 del 1862 ai 2799 del 1873, incrementati particolarmente nelle regioni meridionali “le più carenti al momento dell’ unificazione“, si passa alle “Misure dell’Unità d’Italia“ con la scelta del sistema metrico decimale che, già effettuata dal Regno di Sardegna, dallo Stato Pontificio e dal Ducato di Modena rispettivamente nel 1845, 1848 e 1849, fu estesa prima alla Lombardia ed alle altre regioni con legge 28 luglio 1861, “fatta eccezione per le province napoletane e siciliane, che avrebbero beneficiato di una dilazione per l’effettiva entrata in vigore del sistema fino al primo gennaio 1863”. Le tavole di ragguaglio ufficiali furono pubblicate e distribuite successivamente e sono alla base dell’unico sistema metrologico, “potente fattore di unificazione del paese dal punto di vista economico, tecnico-amministrativo e culturale“ per cui il Regno d’Italia poté partecipare ed aderire a pieno titolo alla Conferenza Internazionale del Metro, tenutasi a Parigi il 20 maggio 1875.
Di non minore importanza ed urgenza era “l’unificazione Monetaria“ in quanto “nei territori che formavano nel 1861 il Regno d’Italia circolavano 263 diverse monete metalliche….” per cui “l’intralcio agli scambi commerciali era enorme e si sommava a quello prodotto dai dazi doganali..”: alla vigilia dell’unità esistevano ben nove banche di emissione che dopo l’unità furono concentrate in una unica banca nazionale, anche se “…accanto ad essa restarono in vita le due banche toscane e i due banchi meridionali“ fino al 1894, quando quelle toscane e la banca romana si fusero per dare vita alla Banca d’Italia”, mentre sopravvissero “…i due banchi meridionali…come banche di emissione fino al 1926…”.
E “L’ unificazione legislativa ed amministrativa“ del Regno? Bisogna attendere il 1865, data la delicatezza del problema con riferimento alle legislazioni degli stati preunitari, e precisamente il 20 marzo per la pubblicazione della legge relativa (la legge n.2248), anche se per la Corte dei Conti e per la Cassa Depositi e Prestiti, fondata nel Regno di Sardegna nel 1840, vi erano state delle leggi precedenti nel 1862 e 1863, data l’ urgenza di poter disporre di queste istituzioni, ancora oggi vive, vitali e fondamentali per il controllo delle spese e per lo sviluppo economico.
In tutta questa vicenda volta a costruire uno stato moderno, almeno per l’epoca, si inseriscono alcuni fenomeni che frenano lo sviluppo, distolgono energie e fondi: parliamo, ad esempio, de “Il brigantaggio”, al quale è pure dedicata una sezione della Mostra, che, per essere debellato, richiese una legislazione speciale (Legge 1409 del 1863), la quale prese nome dal deputato abruzzese Pica e rimase in vigore fino al 1865, quando il fenomeno -che era storicamente endemico nel meridione d’ Italia ed al quale si erano aggiunti, dopo l’unità, elementi di legittimismo borbonico e di rivolta rurale- fu finalmente debellato.
Quanto alla educazione scolastica, dopo la fondamentale legge Casati, abbiamo “La scuola di Coppino“, con la legge 3961 del 1877 che dà “...una risposta più forte alla problematica dell’alfabetizzazione del paese…” rafforzando “...l’autorità dello Stato sulla scuola, facendo della istruzione elementare gratuita, obbligatoria e laica uno dei suoi fondamenti...”, riuscendo a portare già alla fine dell’anno scolastico 1886-1887 la sua applicazione in 8178 comuni su 8267 e riducendo l’analfabetismo dal 78% del 1861 al 56% del 1900. Nel campo della istruzione pubblica è da considerare pure “...il ruolo importante delle scuole reggimentali nella riduzione dell’analfabetismo tra i coscritti...”, a conferma anche da questo punto di vista della opportunità della leva obbligatoria.
Ed il territorio di questa Italia unita? Ecco il grande lavoro “Dai catasti preunitari al catasto italiano“: erano 22 i catasti degli stati preunitari, di cui 8 di tipo geometrico-particellare ed i restanti di tipo descrittivo, che dovettero fatalmente ancora sopravvivere per diversi anni prima di poter essere unificati nel tipo geometrico-particellare con la legge del 1 marzo 1886 n.3682, legge Messedaglia, la quale produsse circa trecentomila fogli di mappa ed i corrispondenti registri catastali, opera colossale terminata nel 1956, per la quale dal 1934 fu di aiuto la aerofotogrammetria.
Questa conoscenza del territorio, “Conoscere per Amministrare“, fu una esigenza sentita dal nuovo stato e questa idea trovò “...il suo punto di forza nella creazione, già nel 1861, di una divisione di Statistica generale presso il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio (R.D. 9 ottobre 1861 n.294)”, grazie alla quale “nel primo decennio postunitario, nonostante le difficoltà burocratiche, legislative e l’ inesperienza degli uomini e delle cose, come spiegherà Maestri (primo direttore, medico ed uomo del Risorgimento), furono svolte indagini di fondamentale rilevanza”, dai censimenti ai bilanci di comuni e province, delle casse di risparmio, delle società commerciali ed industriali, alle statistiche delle società di mutuo soccorso (1862), che in pochi anni “fecero guadagnare all’Italia il riconoscimento internazionale. Già nel 1867 fu infatti prescelta per ospitare, in Firenze, la sesta sessione del Congresso internazionale della statistica“. Non dimentichiamo la inchiesta Jacini sulle condizioni dell’agricoltura e l’impostazione di un’altra opera fondamentale per la conoscenza approfondita del territorio, e cioè la compilazione della Carta Geologica della Stato, in quanto all’epoca della unificazione “si poteva disporre solo di carte parziali, anche se preziose, realizzate –soprattutto per la Toscana, l’Emilia, il Piemonte e la Lombardia- da distinti geologi che avevano operato isolatamente nei diversi stati…”, mentre esistevano vistose lacune per l’Italia centrale e meridionale. E a questo si aggiunga l’ istituzione del Servizio Meteorologico, per cui anche in questo settore il giovane Stato italiano entrava a far parte di organismi internazionali ed a partecipare a congressi, quale quello di Vienna del 1873, dove il nostro fisico Giovanni Cantoni fu eletto membro del Comitato permanente. Negli anni dal 1880 si imposta anche il lavoro sui corsi d’acqua realizzato, tra l’altro, per introdurre in agricoltura moderni sistemi di irrigazione, particolarmente opportuno in un paese soggetto a periodiche alluvioni. Sempre dopo il 1880 si pongono le basi di quello che oggi chiamiamo “stato sociale“, da un lato regolando il preesistente sistema delle società di mutuo soccorso, esistenti da decenni particolarmente nel Piemonte Sabaudo e che nel 1894 avevano raggiunto il numero di 6722, dall’altro per quanto riguarda la legislazione a favore dei lavoratori, partendo dal 1859 con la legge n.3755 sulla sicurezza dei lavoratori delle miniere, proseguendo nel 1873 con la legge n.1733 sul divieto dell’impiego dei fanciulli nelle professioni girovaghe, nel 1881 con la legge n.134 sulla Cassa pensioni per impiegati statali, nel 1886 con la legge n.3657 sul divieto del lavoro dei fanciulli negli opifici e nelle miniere, e arrivando alla legge 17 marzo 1898 n.80 sulla assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro nella industria -con contributi a carico dei datori di lavoro- ed alla successiva legge del 17 luglio 1898 n.350, creatrice della Cassa di previdenza per gli operai, con la quale si introdusse il principio dell’ assicurazione sussidiata di invalidità e vecchiaia, firmate dal Re Umberto I del quale, così scrisse Giolitti nelle sue memorie, “non notai in Lui prevenzioni di sorta contro una politica liberale e democratica. Egli intendeva con alto senso di responsabilità la sua funzione e si informava moltissimo delle cose dello Stato, interessandosi di tutto…”.
Questo il quadro complessivo, anche se forzatamente incompleto, dell’enorme lavoro svolto in tutti i settori della vita nazionale nel primo quarantennio dello stato unitario, i più complessi e difficili data la disparità dei punti di partenza e le manovre e le azioni poste in atto dagli avversari della Unità, nonché da quelle frange mazziniane che non sopportavano il raggiungimento della unità ottenuto con -e grazie alla- Monarchia dei Savoia, lavoro che consentì le ulteriori conquiste politiche, economiche e sociali del periodo giolittiano, con il pieno consenso del giovane Re Vittorio Emanuele III, che ebbe il suo culmine nelle celebrazioni del cinquantenario del Regno nel 1911 e nel successivo completamento dell’ unità nel 1918.
La domanda conclusiva è: “tutto questo lavoro sarebbe stato possibile con una diversa articolazione dello Stato“? Noi crediamo, in opposizione con chi diceva “noi credevamo“, che lo Stato doveva essere necessariamente centralizzato, in modo da utilizzare al meglio tutte le energie, le competenze, le conoscenze che altrimenti si sarebbero disperse, provenienti da tutte le regioni e le province, smentendo nei nomi e nei fatti la volgare accusa di “piemontesizzazione“, dal momento che le regioni meridionali dettero un contributo fondamentale di uomini, come poteva vedersi in un’altra iniziativa -di cui dovremmo ricercare la documentazione -presa nell’ambito della Pubblica Amministrazione sempre nell’anno del centocinquantenario- e cioè la raccolta dei profili di 150 amministratori provenienti da tutte le regioni del nuovo Regno,che dalla nascita, nel 1861, hanno onorato l’Italia e le cui figure dovrebbero essere conosciute a memoria ed a monito nel grigiore dell’ età presente.

Domenico Giglio


giovedì 23 gennaio 2020

La Chiesa e le tante delusioni

di Emilio del Bel Belluz

In questo periodo in cui c’è un caos totale nel mondo della Chiesa e in quello politico vorrei che i loro appartenenti prendessero come riferimento queste parole scritte tanti anni fa. 
In una rivista pubblicata in un penitenziario negli Stati Uniti, nello Stato di Iowa, trovai alcune pagine dedicate alla nascita di un grande uomo come Gesù. Non è stato possibile trovare l’autore di queste pagine, si dice che fossero appartenute a Philips Brooks, ma non è stato possibile trovare traccia nelle sue opere scritte. 
Di queste pagine pubblicate nella rivista del penitenziario, tutti sono concordi che siano grandi pagine di vita, dallo spessore straordinario. 
“Una vita solitaria” .
Ecco un giovane che nacque in un oscuro villaggio, figlio di una donna di campagna. Crebbe in un altro villaggio. Lavorò in una bottega di falegname fino a trent’anni, e poi per tre anni fece predicatore ambulante. Non scrisse mai un libro. Non ebbe mai una carica politica. Non possedé mai una casa. Non ebbe mai una famiglia sua. Non seguì corsi di studio. Non mise mai piede in una grande città. Non si allontanò mai più di 300 chilometri dal luogo dov’era nato. Non fece mai una di quelle cose che di solito accompagnano la grandezza. Non aveva altre credenziali che se stesso. Mentr’era ancora giovane, la corrente dell’opinione pubblica gli divenne ostile. Gli amici lo abbandonarono. Fu dato in mano ai nemici. Subì un simulacro di processo. Fu crocifisso in mezzo a due ladroni. Mentre stava morendo, i suoi carnefici si giocarono a dadi la sola cosa che avesse mai posseduto al mondo, e questa era la sua tunica. 
Dopo morto, fu seppellito in una tomba concessa temporaneamente dalla pietà d’un amico. Diciannove e più secoli sono trascorsi, ed oggi è la figura dominante del genere umano, e a lui fa capo ogni processo. 
Non oltrepassò i limiti del vero quando dico che tutti gli eserciti che abbiano mai marciato, tutte le flotte che siano mai state armate, tutti i parlamenti che si siano mai riuniti, tutti i re che abbiano mai regnato, messi insieme, non hanno influito sulla vita terrena dell’uomo come questa Unica Vita Solitaria”.


mercoledì 22 gennaio 2020

La scomparsa del Professor Pallottino


E' mancato oggi a Roma, il Prof. Ing. Gian Vittorio Pallottino, figlio del famoso etruscologo Massimo Pallottino, prestigioso esponente del grande Movimento Giovanile del P.N.M.,  sempre in prima linea nella battaglia monarchica, con discorsi, comizi, cortei, articoli. 

Fu anche iscritto all'U.M.I. ricoprendo importanti incarichi.

Fece parte del Comitato Direttivo del Circolo REX, tenendo numerose conferenze.

Uomo d'azione e di cultura, scrisse numerosi libri su problemi fisici ed energetici.


Alla famiglia del Professore le sincere condoglianze dello Staff di Monarchici in Rete .


Margherita di Savoia, la Sovrana «Influencer» che traghettò l’Italia fra otto e novecento


Nei 150 anni della nascita del figlio Vittorio Emanuele III (11 novembre 2019) e nei 120 del regicidio del marito Umberto I (29 luglio 2020), la Regina Margherita di Savoia torna sotto i riflettori grazie a un’imponente biografia (824 pagine con foto) di Luciano Regolo, pubblicata dalle Edizioni Ares di Milano.

Margherita e l’Italia nel delicato passaggio tra Otto e Novecento, di cui la sovrana fu protagonista indiscussa e amata dal popolo, saranno infatti l’oggetto di studio di una tavola rotonda che trae spunto dal libro e che avrà luogo a Roma, alla presenza dell’Autore.

Indiscrezioni, spese folli, raffinatezza e cultura, amor di patria e senso del dovere, passione per le auto, i cavalli gli aeroplani, mediazioni politiche e lutti familiari, ragion di Stato e amori segreti sono gli ingredienti di una narrazione coinvolgente che ci restituisce di Margherita una figura a tutto tondo, assolutamente reale, sincera, che grazie alla sua forza e femminilità, affascina oggi come allora al pari di una moderna e potente «influencer».

L’incontro si è tenuto alla Sala Stampa Estera, martedì 21 gennaio alle ore 17.00, in via dell’Umiltà 83/c (scarica qui il comunicato). È stato organizzato dall’Associazione Volontarie Telefono Rosa – Onlus che sarà rappresentata dalla presidente Maria Gabriella Moscatelli. La giornalista RAI Fenesia Calluso ha moderato gli interventi di Emilio Albertario, vicepresidente Stampa Romana, di Antonello Folco Biagini, presidente della Fondazione Roma Sapienza, di Carla Cucchiarelli, giornalista RAI. In rappresentanza del governo è intervenuta la sottosegretaria alla Cultura Lorenza Bonaccorsi.

[...]


domenica 19 gennaio 2020

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 4


Questa volta al Convegno di Feltre, HitIer parlò per tre ore. E non dette che ammonimenti e consigli. Mussolini tacque ancora una volta, mostrandosi preoccupato per il bombardamento di Roma che avveniva in quella stessa ora. Era visibilmente irritato e deluso, ma rimase in silenzio a meditare sui rimproveri che HitIer aveva rivolto ai generali e soldati italiani comandati da lui.
Per non aver trovato l'energia di replicare qualcosa a Hitler, tornò a Roma nerissimo e telefonò al Ministro della Propaganda Polverelli per avvertirlo che sarebbe arrivato un comunicato sul convegno da collocare nei giornali senza rilievo alcuno: « mettetelo dove vi pare e come vi pare ». Questa comunicazione tanto insolita sbalordì e insieme preoccupò il Ministro già gravato in quei giorni da foschi presagi. Egli non aveva potuto resistere alla tentazione di pubblicare un discorso rivolto da Mussolini ai gerarchi un mese, prima. Lo aveva letto e riletto per molti giorni, si era convinto nella sua grande
semplicità di spirito che si trattava di un discorso storico (quanta monotonia dì aggettivi e quanto candore intellettuale!) e aveva strappato l’autorizzazione a pubblicarlo pochi giorni prima dello sbarco in Sicilia. Si trattava del discorso del bagnasciuga ove si ammoniva il nemico che tutti i soldati sbarcati avrebbero occupato, sì, l’Italia durevolmente, ma in posizione orizzontale. Dopo pochi giorni gli angloamericani sbarcarono nell’isola e vi rimasero ben saldi, in piedi. Quel discorso così prontamente contraddetto dai fatti, segnò la fine del credito di Mussolini.

Il nemico era penetrato nel territorio nazionale con enorme superiorità di armi e di armati. Le nostre città, il più alto prodotto della civiltà occidentale e cioè umana, erano destinate alla distruzione totale, anche Roma era stata bombardata e più lo sarebbe stata in avvenire. L'Incanto della « città aperta » era rotto. Il popolo di Roma, nella giornata del 19 luglio aveva fatto sentire la sua insofferenza e il suo desiderio di pace, cosi come nelle settimane precedenti, il Re aveva potuto constatare, a Civitavecchia e a Genova. L'esercito non combatteva più, i fascisti erano scomparsi, Mussolini non aveva un fascista alle sue spalle, ma solo alcuni figuri che si sarebbero dileguati per sfuggire alla vendetta popolare appena conosciuta la notizia delle sue dimissioni. Anche il Gran Consiglio si sarebbe pronunciato contro il suo capo nei prossimi giorni.

Il convegno di Feltre aveva fatto capire, e Mussolini lo aveva detto al Re, che non vi era più nulla da attendersi dalla collaborazione tedesca. L'Italia era per i tedeschi null'altro che una difesa avanzata (da sfruttare fino all’estremo) della fortezza hitleriana.

Vi era sì un elemento negativo: la sproporzione tra le forze tedesche e le forze italiane non era diminuita, ma cresciuta.
La battaglia di Sicilia era stata I‘opposto di quella di Tunisia, i tedeschi sì erano dimostrati assai più combattivi degli italiani. Ma in realtà tutte le nostre migliori divisioni erano rimaste al di là delle frontiere e se prima Mussolini ne aveva impedito il ritorno in Patria, perché si sentiva protetto dai tedeschi assai più che dagli italiani, ora il governo di Berlino ne impedirà, il richiamo. Conveniva dunque agire rapidamente e nel più assoluto segreto. Spetterà poi ai partiti clandestini, se hanno radici nel popolo di uscire alla luce e di produrre la nuova atmosfera della lotta contro il vero eterno invasore.
         Cosi avvenne  il 25 luglio. Poté essere una coincidenza non sgradita che anche dei fascisti altolocati condannassero la politica dì Mussolini, ma la decisione'di revocargli il mandato era già stata presa dal Re ed era ormai irrevocabile sin dal 20 luglio. Essa fu comunicata dal Re ad Ambrosio quando non si poteva sapere che vi sarebbe stata una mozione Grandi contro Mussolini che avrebbe ottenuto nel Gran Consiglio la maggioranza.

Senza dubbio il Re riteneva più opportuno un governo militare e tecnico che fosse in grado di trattare l'armistizio con gli alleati senza essere compromesso  con il fascismo e che potesse tenere a bada i tedeschi i quali si sarebbero invece lanciati nell'aggressione appena avessero visto al Governo gli uomini dell’antifascismo. Non bisogna dimenticare che il « patto d'acciaio » del maggio 1939, che costituiva la base del nostro intervento, era fondato su una premessa ideologica che faceva richiamo alla solidarietà delle due rivoluzioni. I tedeschi avrebbero potuto, nel caso di un ministero Bonomi, invocare quel patto per intervenire a loro agio. Allo stesso modo il Re non poteva chiamare al Ministero i vari Federzoni o Grandi, come dopo si insinuò che era sua intenzione di fare, per salvare... il fascismo. Egli temeva anzi che costoro volessero far pesare il loro voto contro Mussolini per designarsi alla successione. Ecco perché si ricorse ai militari ed ai tecnici, ecco perché tutti gli interpellati dalla Corona a cominciare da Orlando e da Bonomi consigliarono Badoglio. In verità fu il solo Badoglio a desiderare un ministero politico e sì recò dal Re nei primi giorni di luglio per suggerirglielo. Fu un atto di modestia e dì onestà che fa onore al vecchio maresciallo. Egli voleva che altri uomini assai più esperti di lui nella politica, conoscitori di quei movimenti clandestini e dell'emigrazione che avrebbero dovuto fornire, i quadri dell'Italia da rifare, lo coadiuvassero nel Governo, nelle trattative difficili e insidiose dell'armistizio, nella preparazione dello spirito pubblico alla probabile lotta contro i tedeschi. Forse, giudicando aprés coup è possibile stabilire che Badoglio avesse delle buone ragioni. I tedeschi, infatti, non sì lasciarono ingannare dal Ministero; tecnico e cominciarono a far scendere dal Brennero quelle divisioni che avevano pochi giorni prima negate a Mussolini nell'incontro di Feltre. Bisognava, a loro giudizio, non lasciarsi sfuggire la base italiana nella quale si poteva ritardare per molto tempo, lungo tutto il corso della Penisola, la marcia nemica. Intanto l’Italia, scientificamente depredata, avrebbe fornito all'esercito, al lavoro e alla popolazione del Reich i viveri, gli uomini, i beni, le scorte, le macchine dell'alleato di ieri. V'era insomma un altro paese da mettere a sacco e da sottoporre alla guerra totale, mentre gli scienziati germanici preparavano le armi nuove per tentare di far mutare ancora il corso della guerra.

Si poteva, dunque, in queste condizioni, fare, subito un Ministero Politico, sebbene vi si opponessero ragioni che verremo spiegando, ma non fu certo diffidenza o calcolo dinastico quel che portò ad una diversa soluzione. Fu invece la somma dei giudizi e dei consigli degli  uomini interpellati. Così deve dirsi l’espressione «la guerra continua » che ha suscitato tante polemiche e che fu molto sfruttata nei circoli stranieri contrari all'Italia. La creazione di un Ministero tecnico fece sì che il Re si trovò solo con il vecchio maresciallo nel terribile trapasso, dalla guerra contro gli anglo-americani alla guerra contro i tedeschi. Era il momento più grave della nostra storia, dai giorni di Novara, e tutto ci venne meno, ma non si rimproveri il Sovrano di averlo affrontato da solo nella speranza di evitare maggiori danni alla Patria. Non fu certo per ambizione o per libidine dì comando e tanto meno per interesse dinastico. Sarebbe stato assai più agevole per la Corona far assumere ai capi dei partiti la loro parte di responsabilità , nelle trattative di armistizio. Ma non sì riflette che, anche per consiglio e per volontà di quei capi, esse dovevano essere segretissime per sfuggire all'accentuata sorveglianza tedesca? Anche più agevole sarebbe stato lasciare a quelle personalità la responsabilità della difesa e della resa della capitale. Nessuno avrebbe in seguito potuto inscenare la campagna scandalistica per « la fuga di Pescara »,

Questo episodio della disfatta italiana ha fornito, infatti ì il pretesto ai beneficiari di essa per inscenare una turpe campagna di stampa che ancora perdura. Si è puntato sul turbamento psicologico della popolazione della capitale per chiamare in causa direttamente la Monarchia e renderla responsabile dei fatti del settembre.



venerdì 17 gennaio 2020

E’arrivata la bufera



E’ successo qualcosa e non serve a nulla fare finta di niente.

Un nuovo avvenimento divisivo, l’ennesimo, e i quattro gatti che siamo ritornano alla carica utilizzando con furia belluina le poche energie a disposizione l’uno contro l’altro invece che contro questa repubblica asfittica ed in perenne agonia.
Incredibile l'elevato numero di "giuristi" tra i monarchici.

La triste verità è che le divisioni tra i monarchici ci addolorano più di tutto il resto.

Il nostro impegno continua con tranquillità. 
Non dobbiamo nulla a nessuno, se non a quanti condividono con noi i loro pensieri ed i loro archivi ed agli amici che ci seguono.
Crediamo che la Corona sia un servizio all’Italia e solo in questa funzione le riconosciamo ogni superiorità.

Chi ama la Corona senza amare l’Italia non fa per noi. 

domenica 12 gennaio 2020

Ribolle il grande magma


Il socialista  Sanchez al governo della Spagna
Europa più debole, Mediterraneo più insicuro

di Aldo A. Mola

Vitriol a Mayotte       
11 novembre 2019. Dopo un paio d'anni di borboglii, da trentacinque chilometri sotto terra un immenso magma esplode, genera un vulcano sottomarino dalla pericolosità ancora da sondare, sposta di alcuni centimetri l'isola di Mayotte nell'Arcipelago delle Comore, tra il Madagascar e l'Africa, e l'abbassa di circa 20 centimetri. Non c'entrano né le variazioni climatiche, né l'inquinamento atmosferico né il peso dei turisti. È la Terra che dice la sua: un globo azzurro e verde in superficie, di fuoco all'interno. Di quando in quando erutta. Con esiti sgradevoli.
Accade altrettanto nella “politica”.
Lo stesso 11 novembre 2019 gli spagnoli per la quarta volta in due anni si sono recati alle urne, croce e delizia della “democrazia parlamentare”. Le elezioni, lo sappiamo, sono il sistema meno infelice per legittimare dirigenza e governo. Però sappiamo anche che esse non sempre dicono la “verità”, e non solo nei regimi di partito unico, ove si risolvono in farsa, ma anche altrove, dove sono ingabbiate in leggi e procedure che lasciano mano libera agli eletti per giochi di potere dominati da ambizioni personali mentre occorrerebbero progetti di lungo periodo. È appunto il caso della Spagna. Il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) ha una cupola di “baroni” in tensione crescente con il sistema costituzionale e lo Stato stesso.
Da Mayotte la Terra ha mandato un segnale. Un preoccupante “ronzio” da lì si è diffuso in ogni angolo del pianeta. Il messaggio è chiaro: meno chiasso in superficie, più auscultazione delle profondità. È l'ora del “Vitriol”: “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, insegna degli Alchimisti, dei sapienti che non fanno da zerbino ai Potenti di turno ma sono votati al Progresso delle Scienze. Maghi? Stregoni? Massoni? O semplicemente cittadini che non fanno baccano per futili motivi perché sanno che il Tempo passa “e quasi orma non lascia”? A Mayotte la Terra ha emesso un respiro profondo, come suol fare, senza consultare chi ne popola la superficie: talora animato da molta “pietas” e rispetto verso la Gran Madre, talaltra con spocchiosa arroganza. Alcuni ne temono le scosse e percepiscono che prima o poi potrebbe arrivare la catastrofe. Altri invece pensano che a placare e a imbrigliare i sommovimenti della Saturnia Tellus bastino canti e suoni di putipù.

Il rischio del blocco continentale
A volte, però, non è la Natura Maligna a generare borboglii e a provocare sconquassi abissali. Sono gli uomini, abbacinati da “miti” artificiosi, passioni stagionali, eruzioni cutanee. Trent'anni in Italia addietro fu il caso dell'estemporanea invenzione dei “celti”. Forse non tutti i suoi turibolanti ricordavano che “celtico” era stato sinonimo di “morbo gallico”, ovvero della sifilide il cui contagio gli italici imputarono ai francesi anziché alle proprie incaute intemperanze.
Ma altri sono oggi i contagi e ben più drammatiche le conseguenze a breve e a lunga distanza delle faglie che si stanno aprendo tra Terraferma e Gran Bretagna. Due secoli dopo il “blocco continentale” ordinato da Napoleone I per mettere in ginocchio gli inglesi adesso sono questi a decretare il blocco contro il Vecchio Continente. Approdo di popoli migranti che si accavallarono, combatterono e dominarono l'un l'altro in guerre feroci, proprio mentre in molte plaghe e suburbi è ormai più simile al Brasile che alla Sassonia oggi la Gran Bretagna si chiude in se stessa: autosegregazione. Dal canto suo l'Unione Europea si riduce a sommatoria di quattro Stati (Germania, Francia, Italia e Spagna) e di una pleiade di Paesi minori, soggiogati da satrapi eterodiretti (Polonia, Romania, Bulgaria...) e di statucoli dalle dimensioni inversamente proporzionali ai capitali che vi trovano rifugio (il riferimento a Belgio e Lussemburgo, ben inteso, non è affatto casuale, per tacere dei principati di Andorra, Monaco e Liechtenstein).

La Spagna, dunque: Mayotte dell'Europa ventura?
La Spagna ci riguarda da vicino. Torino e Genova sono più vicine a Barcellona che a Santa Maria di Leuca. La loro distanza da Madrid è pressoché uguale a quella da Palermo. La percorrenza e i cambi in areo si equivalgono. Vale per le persone come per le merci: anzi, la Spagna ha “corsie privilegiate” verso i porti italiani, documentate nei secoli e consegnate ai corsi e ricorsi della storia. Una volta erano i Romani a espugnare Numanzia; poi furono gli spagnoli a dominare l'Italia.
Nell'età presente, se la Spagna va male, va male l'Europa. Se la Spagna è più debole, l'Europa conta di meno nel mondo, che parla spagnolo dalla Patagonia a metà degli Stati Uniti d'America. Se la Spagna declina, l'Italia ha tutto da perdere, perché il Mediterraneo diviene più stretto e le sue coste settentrionali tornano vulnerabili. Le prime ripercussioni negative ricadrebbero sull'Italia nord-occidentale, oggi periclitante per il collasso delle comunicazioni ferro-stradali con l'Oltralpe. Perciò il futuro della penisola iberica dovrebbe essere in cima all'agenda di qualsiasi persona sensata, sia per l'ormai incombente Brexit sia per gli argomenti ventilati da Erdogan a sostegno della riconquista della Libia da parte dei turchi: vendicare la sconfitta subìta da Istanbul nella guerra del 1911-1912, quando l'Italia di Vittorio Emanuele III e Giolitti mosse contro l'impero turco-ottomano per liberare gli arabi dal dominio turco al quale erano sottoposti da quattro secoli.

Il governo di minoranza di “Sanchez il Ricattabile”
In attesa che quel che resta dell'Europa faccia un serio esame di coscienza sul suo stato attuale e sulle prospettive, il “caso Spagna” richiama l'attenzione.
Con l'“investitura” del socialista Pedro Sánchez a capo del governo formato da Psoe e da Uniti Possiamo (o “Podemos” come comunemente detto il partito capitanato da Pablo Iglesias e dalla sua compagna, Irene Montero), il 7 gennaio la Spagna ha fatto un balzo all'indietro di ottant'anni. La maggior parte dei commentatori nostrani ha salutato l'avvento di un “governo di coalizione” anche a Madrid, come in altri Paesi europei, quasi fosse un passo avanti verso la “normalizzazione” dopo un quarantennio di governi, ora socialisti democratici, ora del Partito popolare. Hanno ignorato (o finto di ignorare?) che i governi di coalizione in Germania e Italia nacquero dall'alleanza virtuosa tra grandi forze (prevalentemente socialisti democratici e cristiani non clericali), forti di ampia maggioranza. Le coalizioni costano un po' di sacrificio (“sforbiciare le ali” diceva Franco Venturi, insuperato storico dell'Illuminismo) ma assicurano lunghi periodi di stabilità. Mettono tra parentesi i motivi di contrapposizione e fanno leva su valori e obiettivi comuni: la ricostruzione, l'ampliamento della partecipazione democratica, la convergenza tra cittadini e istituzioni, tra la dimensione originaria dello Stato e la Comunità internazionale. Governi di coalizione durarono in Italia col centrismo degasperiano e con il centro sinistra sino al governo presieduto da Bettino Craxi. Furono gli anni del miracolo economico, del palpabile avvicinamento tra Nord e Sud col potenziamento della rete ferro-stradale, demandata a completare l'unità nazionale frenata dal dirottamento di risorse dagli investimenti civili alla guerra nel 1914-1918 e dal rovinoso quinquennio 1940-1945.
La coalizione il 7 gennaio varata a Madrid è di tutt'altra natura. Sánchez ha ottenuto l'investitura a presidente del governo solo alla seconda votazione, con appena 167 voti a favore (PSOE e Podemos) contro 165 e 18 astensioni. È un governo di coalizione, sì, ma tra tinte di un solo colore: è rosso-paonazzo e al tempo stesso di “stretta minoranza”. Si è salvato per un pelo grazie e una deputata delle Canarie che ha rotto la “disciplina di partito” e solo in virtù all'astensione della Sinistra repubblicana catalana che vuole la Catalogna repubblica indipendente. Una sua esponente ha dichiarato alle Cortes (la Camera spagnola) che non le importa un “fico” (traduciamo così) della governabilità della Spagna, che per lei è ancor oggi una dittatura, un regime fascista. Per lei peggio va Madrid, meglio è per i visionari che in Catalogna hanno rimosso i ritratti del Re, Felipe VI di Borbone, impongono l'uso del catalano (una “linguina” rispetto allo spagnolo, secondo idioma del pianeta) e marciano in convergenza niente affatto segreta non con il “ragionevole” Partito nazionale basco ma con “Bildu”, erede ideologico della sanguinaria ETA. Dinnanzi ai ceffoni loro inflitti alle Cortes da repubblicani e nemici dell'unità della Spagna tanto Sánchez quanto i suoi alleati non hanno battuto ciglio. Hanno taciuto. A loro premeva incassare l'“investitura” e formare finalmente l'agognato governo: venti ministri e quattro vicepresidenti. Mai come in questo caso ha vinto la fame di poltrone, del resto occupate da anni senza un consenso maggioritario ma solo grazie a una legge elettorale che premia il partito prevalente in collegi disegnati per un Paese del tutto diverso dall'attuale.
Ciliegina sulla torta della coalizione è stato il voto favorevole dell'unico deputato del movimento “Teruel existe”, eletto a metà strada fra Sagunto e Calatayud, lembo della “Spagna profonda” dipinta come “vacía”: desolata, in abbandono, sede di un vescovado comprendente l'incantevole Albarracin. Il riscatto dei Turolensi, però, non passa attraverso la contrapposizione masochistica tra Periferia e Centro, ma tramite gli investimenti stranieri e la saggia amministrazione dei fondi europei, che hanno fatto la fortuna di regioni quali la Andalusia. Il nuovo governo madrileno assomma microcefalismo localistico (catalano, neo-etarra, turolense, un po' canario...) e autocefalismo socialistoide di Pedro Sánchez, che per anni ha brandito come clava la rimozione della salma di Franco dal Valle de los Caídos in combutta con Carmen Calvo, antagonista dell'andalusa Susana Díaz: un dualismo che riproduce in miniatura la distanza abissale tra “Pedro, el Guapo” (rapidamente avvizzito) e Felipe González, un gigante del socialismo democratico europeo.
Il nuovo governo ha per base un programma di decine di titoli e centinaia di capitoletti (tipo il fallimentare “contratto di governo” pattuito da Lega e M5S nel maggio 2018), elusivo dei veri problemi della Spagna odierna: scongiurare la deflagrazione dello Stato in frammenti alimentati dall'odio verso sé stessi.
Per fortuna sua e dell'Europa dalla morte di Francisco Franco (statista in attesa di valutazioni equilibrate sul suo quarantennio di “jefatura del Estado”) la Spagna è una monarchia costituzionale, voluta e apprezzata dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. Come convennero anche comunisti alla Santiago Carrillo, re Juan Carlos de Borbón y Borbón era consustanziale alla Spagna “como la sopa de ajo”. Cresciuta dalla Transizione (che ebbe per timonieri costituzionalisti “di sinistra” quale Gregorio Peces-Barba, anima dell'Università “Carlos III” di Madrid) la Spagna odierna ha alto prestigio internazionale, un'economia invidiabile e un assetto giuridico di prim'ordine, attestato dal Tribunale Supremo nella spinosa vertenza di Oriol Junqueras, il catalano separatista eletto eurodeputato ma condannato a 13 anni di carcere e quindi ineleggibile perché temporaneamente privo di diritti politici.

Sarà vera gloria?
Proprio per la sua solidità e per l'ordinamento istituzionale la Spagna è bersaglio di chi mina l'Unione Europea attraverso l'esasperazione di localismi e di movimenti indipendentisti e secessionisti largamente finanziati dall'estero, talora sorretti da un clero locale dimentico dell'universalità della Chiesa che ebbe nella Spagna uno tra i suoi più importanti “attori”.
Comunque il cammino del governo Sánchez-Iglesias non si annuncia affatto facile. A presentargli il conto saranno anzitutto gli estremisti che lo hanno “investito” e i separatisti che il 7 gennaio gli hanno spianato la strada con l'astensione, attendendolo però al varco con pretese avulse dalla storia, quali l'avvento di una Repubblica indipendente di Catalogna, che spaccherebbe l'unità della Spagna, getterebbe metà della popolazione catalana contro l'altra metà, del tutto contraria a convulsioni arcaiche e costringerebbe chi va nella penisola iberica a valicare una frontiera di troppo: l'opposto di quanto occorre.
Come noto, un passo di quel genere troverebbe inoltre innumerevoli imitatori in Spagna (dalla Galizia ai Paesi Baschi) ma anche in altri Stati, inclusa l'Italia dove fioriscono spinte centrifughe per la gracilità della tenuta culturale unitaria e il declino della coscienza storica che si espresse nelle opere di Benedetto Croce, Federico Chabod, Ruggiero Romano, Giuseppe Galasso..., per i quali Italia ed Europa sono tutt'uno e il pensiero liberale comprende tante possibili varianti (dai radicali ai socialisti) all'insegna dei valori della democrazia parlamentare e della moralità della politica, posta al centro della riflessione dal robusto saggio di Tito Lucrezio Rizzo, L'etica, soffio del Divino attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani (pref. di Tullio del Sette, ed. Aracne).
Fatalmente Sánchez si troverà presto a misurarsi con partiti e movimenti centrifughi. Ad ambiguità, riserve mentali e giochi al rimpiattino seguiranno tensioni e fratture.
È da prevedere che la lezione dell'11 novembre non verrà ignorata dalla Spagna maggioritaria nel Paese, centrista, moderata, europeista, e che al prossimo non remoto turno elettorale le divisioni tra Partito popolare, Ciudadanos (una cometa presto spenta) e Vox cederanno il passo ad accordi e a convergenze elettorali collegio per collegio (uniti si vince). Anche a legge elettorale immutata, basta poco perché il centro-destra prevalga e ponga le basi per un governo effettivamente duraturo e capace di esprimere l'unità tra Istituzioni e cittadini.
Un'ultima constatazione s’impone. In frangia culturale nostrana, numericamente esigua ma politicamente influente, ha nutrito a lungo pregiudizi nei confronti della Spagna, identificata con “nemici storici”, quali gli Asburgo e i Borbone: dinastie che, con imperatori e re, esercitarono in Italia il ruolo che gli italiani non seppero svolgervi sino all'avvento di Casa Savoia, perno dell'unificazione nazionale. Quella è comunque storia passata. L'attuale e la ventura hanno un altro nome, la latinità e le radici “umanistiche” evocate a fondamento del Trattato dell'Unione; un'Europa nella quale Paesi come l'Italia e la Spagna hanno motivo di sentirsi più che mai affratellati, superando all'interno e all'esterno i particolarismi ideologici, etnocentrici (che poi a volte sono poco più che tribali) e confessionali, tutti residui del “secolo lungo”: il Novecento, scandito dalla guerra dei trent'anni (1914-1945) e dalla lacerante divisione in blocchi militari contrapposti, durante la guerra fredda e la sua tragica appendice nei Balcani sino alle soglie del Terzo Millennio.

Aldo A. Mola

“Nozze Reali” e visite al castello di Racconigi


Domenica 12 gennaio una visita speciale al castello di Racconigi per ricordare le “Nozze Reali” tra Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio.

Proseguono gli appuntamenti nell'ambito dell’iniziativa “Racconigi si racconta“, in collaborazione con l’Atl del Cuneese e il consorzio Conitours.

Domenica 12 gennaio 2020 si terrà al castello di Racconigi la visita guidata “Nozze Reali”; come accadeva dal primo Novecento, grazie all’iniziativa la città rinnova l’abitudine di ricordare, festeggiare e raccontare ciò che ruotava attorno al castello senza dimenticare la propria storia e tradizioni locali.

L’8 gennaio 1930 avvennero le nozze del Principe di Piemonte Umberto II con la principessa Maria José del Belgio. Prendendo spunto da questo evento, è in programma un viaggio tra i matrimoni di Casa Savoia. il racconto inizia dalle feste più famose dei padroni di Casa, i principi di Carignano: il capostipite Tommaso, il matrimonio contrastato del figlio Emanuele Filiberto fino a quello di Carlo Alberto, non ancora re. Non mancheranno curiosità sulle nozze dei primi sovrani dell’Italia unita e dei principi del Novecento.

La durata della visita è di 90 minuti, il costo di 8 euro per coloro che effettuano la prenotazione sul sito e di 10 euro per chi desidera pagare e prenotarsi direttamente al castello.

Per informazioni, telefonare allo 0172-84005.


venerdì 10 gennaio 2020

Il libro azzurro sul referendum - XVI cap - 1 - 2


Il proclama del Re del 13 giugno

1) La decisione della partenza.
2) Il proclama.
3) Reazioni alla Partenza - Comunicato della Presidenza del Consiglio. - Reazioni di Londra, oltre Tevere, nei partiti.
4) Radio-discorso del Presidente del Consiglio.

Il Re respinse il consiglio di ritirarsi a Napoli: «La mia Casa ha unito l'Italia; andando à Napoli la dividerei».
«Non voglio un trono macchiato di sangue. Mi sono costantemente preoccupato di non intaccare la compattezza delle Forze Armate. E' soprattutto per questo che come militare cercai, finché fu possibile, di giungere ad un regolare passaggio di poteri».


«Intendo evitare la ripetizione dell'8 settembre. L'8 settembre fatalmente tornerebbe sul nostro infelice Paese, ove io non sciogliessi dal giuramento alla Corona tutti quanti lo hanno prestato ».
La partenza viene così decisa:
1) senza comunicazione al Governo né avere rapporti con esso;
2) senza comunicazione agli alleati in modo da far loro intendere la deplorazione del Sovrano per il loro contegno.
3) con riservatezza in modo da evitare dimostrazioni di protesta delle masse monarchiche (1);
4) con tutti gli onori dovuti al Re, ma solo al Quirinale.
Il Re a Scialoia: ore 46.09 del 13 Giugno a Ciampino:
«L'ordine e la concordia dell'Italia non siano turbati. Che i monarchici siano uniti. Se vorranno sostenere le loro convinzioni, lo facciano solo per le vie legali : il Parlamento, la stampa...».
Nello stesso momento il plotone d'onore dei granatieri presentava le armi al Vessillo del Risorgimento che scendeva dalla torretta del Quirinale...


(1) A Ciampino, una contadina del luogo tiene una piccola zolla erbosa, la porge al Re e dice a voce bassa appena percettibile: «Porta con te questo poco d'Italia » e si allontana, quasi fuggendo.
Il Re salutando un gruppo di avieri dice ad un sergente: «Salutami anche i tuoi compagni». Il sergente sull'attenti: «Vi aspettiamo sempre». (Da Storia segreta.- pag. 219 e seg., pag. 229).




mercoledì 8 gennaio 2020

Il Castello di Rivoli, testimone silenzioso della storia sabauda

di Andrea Carnino

LE ORIGINI E LA DINASTIA SABAUDA
Costruito su un piccolo rilievo collinare, l’edificio viene menzionato per la prima volta nel 1159. L’Imperatore Federico I Barbarossa cede il territorio rivolese ai Vescovi di Torino, i quali lo alienano nel 1247 ai Savoia. Amedeo IV, Conte di Savoia dal 1233 al 1253 si interessa molto alla rocca, facendo realizzare diversi interventi di ristrutturazione e rendendola così una struttura fortificata. Nel 1350 l’edificio è teatro delle nozze tra Bianca di Savoia, sorella di Amedeo VI, soprannominato il Conte Verde e Galeazzo Visconti. Mentre nel XV secolo accoglie la Sacra Sindone, reliquia che la Dinastia Sabauda acquista nel 1453 da Margherita di Charny. Se ne separa nel 1983 quando per testamento Re Umberto II la lascia in eredità al Papa. La prima ostensione avviene nel 1478 su decisione di Iolanda di Valois, figlia di Re Carlo VII di Francia e moglie di Amedeo IX di Savoia.

LA CREAZIONE DELLA MANICA LUNGA
Nel 1559 con la Pace di Cateau-Cambrésis viene stabilito che il Duca Emanuele Filiberto I, colui che nel 1563 trasferisce la capitale da Chambery a Torino, non può entrare nel capoluogo subalpino. Almeno finché non ha un erede maschio dalla moglie Margherita di Valois, figlia di Re Francesco I di Francia. Il Duca decide allora di dimorare nella struttura e vi rimane fino al 1562, quando viene al mondo il tanto atteso Erede al Trono, il futuro Carlo Emanuele I. Si dice che Emanuele Filiberto abbia convocato a Rivoli Nostradamus per seguire la gravidanza della consorte. Il castello viene allora modificato e ingrandito e i lavori proseguiranno poi a fasi alterne fino al 1644. Viene così creata la “manica lunga”, un edificio più basso e distaccato dalla reggia, al quale è connesso da un passaggio pedonale, destinato a luogo di rappresentanza, pinacoteca, scuderie e alloggi per la servitù.
Il XVII secolo è il periodo dei grandi eventi: la Madama Reale Cristina di Francia, Reggente dal 1637 al 1648, festeggia qui il Suo compleanno nel 1645. Nel 1684 sale al Trono Vittorio Amedeo II, il Sovrano che farà costruire la Basilica di Superga come ringraziamento alla Vergine Maria per essere riuscito a sconfiggere i francesi nel 1706. Con il Trattato di Utrecht del 1713 diventerà il primo Re della Dinastia.

[...]

https://www.lagendanews.com/il-castello-di-rivoli-testimone-silenzioso-della-storia-sabauda/

lunedì 6 gennaio 2020

Se tua figlia ti chiede cosa è un Re


di Salvador Sostres
Se tua figlia ti chiede cos'è un Re, a cosa serve o se la Monarchia è un antichità, mostrale le immagini di Felipe VI questa mattina enfatizzando l'impegno delle Forze armate con la Spagna e la sua Costituzione, elogiando espressamente la Guardia Civile e anche la NATO e il nostro ruolo in essa. 
Nella nostra storia più recente, quando la Spagna ha vacillato di più, ha notato la presenza del suo Re come padre, come guida, come il suolo di una Nazione disposta a mantenersi al di là dei suoi tradimenti, delle sue contraddizioni e delle sue disavventure.
Quando tua figlia ti chiede se i Re non sono figure costose, inutili e obsolete, metti su iPad il discorso del 3 ottobre 2017, difendendo la democrazia e la libertà come ha fatto suo padre al 23 febbraio; e quindi dalle l'intervento di ieri al Congresso del rappresentante di Bildu e in risposta al discorso di questa mattina e spiegare quanto è costato agli spagnoli ottenere la libertà e garantire la pace, e che questa è l'era in cui per più tempo abbiamo vissuto liberi e senza ucciderci ed è stato al riparo di due Re straordinari: Juan Carlos I e suo figlio Felipe VI. Non ci hanno mai deluso e sono sempre stati esattamente dove ne avevamo bisogno. Non si sono mai creduti più importanti della nostra libertà e l'hanno difesa come il tesoro più prezioso della loro vita.
La Spagna deve la democrazia e la libertà ai suoi ultimi due Re. La Transizione è un risultato che tutti riconoscono come un esempio di civiltà, tutti tranne i comunisti, che non l'hanno mai fatto, e rimangono ancorati al loro totalitarismo pieno di risentimento e assetato di sangue. A Felipe VI non è richiesto di realizzare un'altra Transizione ma di transitare negli anni più pericolosi e truculenti e ha saputo, con aplomb e tenerezza, gettare la sua città verso la luce. È importante che tua figlia lo sappia e che tu glielo dica.
Il Re è una delle poche belle storie che gli spagnoli possono raccontarci in questo triste momento del nostro destino. Non nascondiamolo. Non rinunciamo a difenderlo. Non diciamo che non abbiamo più speranza, proiettiamoci su di essa.


Nostra traduzione dallo Spagnolo con l'aiuto di google.
Fonte ABC.ES

La conferenza diplomatica di Sanremo, Aprile 1920




Quando a Sanremo Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dei vinti

di Aldo A. Mola
 
La Porta del Paradiso abbarbicata a Sanremo
Ebbe per scenario il “Castello Devachan” la Conferenza diplomatica che tra il 19 e il 26 aprile 1920 prese decisioni tuttora gravanti sulla storia mondiale e, s'intende, sulla porziuncola di nome Italia. Lo vediamo mentre nell'afasia dell'Unione Europea e nel borbottio della Farnesina la Turchia ha deciso l'intervento militare in Libia, due passi da noi, per rivendicare il Califfato e si teme che nel Vicino e Medio Oriente possa esplodere una guerra apocalittica (subito pagata “alla pompa” dei carburanti quasi fosse già in corso). “Devachan” nella parlata locale è detta la Villa che, poco a occidente dal centro Sanremo, con la collina del Berigo per sfondo, contempla il mare. Sul suo nome infuriarono dispute filologico-interpretative del tutto in contrasto col suo recondito messaggio: “secondo cielo del paradiso dell'anima”, raggiunto o almeno intravisto da chi s'inerpica verso il Nirvana. Fu “impostata” dal proprietario, John Horatio Sevile, conte di Mexborough (1843-1916), che di rientro dall'India, convertito al buddismo, la dedicò alla seconda moglie, Lucy. Era ed è un angolo di Paradiso, appunto...
Ma si sa che le vie dell'Inferno sono lastricate di buone intenzioni e, talvolta, di denominazioni e “cartelli” invano bene auguranti. Nella vita il conte curò molto l'arredo arboreo del suo spazio tra il cielo, il mare e la costa sulla quale è abbarbicata la Villa perfezionata nel 1909 in stile liberty da Pietro Agosti, sindaco di Sanremo. Come poi insegnò José López Rega, “el brujo”, i colori e i profumi esalanti dai fiori ispirano visioni e pensieri alti. Da uno all'altro proprietario il Castello passò nelle mani di Edoardo Mercegaglia, che fu in rapporti con Francesco Saverio Nitti. Ancora non è chiaro come e perché proprio tra quei primi tepori primaverili del 1920 vi si adunò la Conferenza diplomatica (con militari aggiunti: per l'Italia Pietro Badoglio) che decise e in parte ratificò la spartizione degli imperi coloniali dei vinti, Germania e Turchia. L'Italia, pronuba, rimase a bocca asciutta.
Cent'anni dopo, la Conferenza diplomatica di Sanremo merita una rievocazione non convenzionale, sibbene con gli occhi aperti sulle sue conseguenze ultime. Per coglierne la portata occorre fare un paio di passi all'indietro nel tempo. La Storia procede a ritmo lento, pesante, ciclica. Felice chi riesce a contemplarla scansandone gli “effetti collaterali”, da osservatore anziché da vittima, de a narrarla sine ira et studio.

Dalla “Società” alla “Lega” delle Nazioni
Nel gennaio-giugno 1917 il Grande Oriente di Francia (GOF) e la Gran Loggia di Francia (GLF) stilarono lo statuto della Società delle Nazioni. Fu un progetto della massoneria francese, consenzienti il Grande Oriente d'Italia (GOI) e una decina di altre Comunità massoniche di Paesi (come la Spagna e lembi dell'America centro-meridionale) ancora estranei alla Grande Guerra che da tre anni stava devastando l'Europa. L'impero russo era sconvolto dalla rivoluzione. Quello turco era alle prese con la rivolta araba, che ebbe nell'inglese Thomas Edward Lawrence il suo eroe eponimo (o mosca cocchiera?). Il 6 aprile gli Stati Uniti d'America avevano dichiarato guerra alla Germania. “Marianne” doveva accelerare il passo prima che il corso gli eventi le scappasse di mano. Quella prima Società delle Nazioni nacque euro-centrica: identica rappresentanza per ogni Stato, quale ne fosse il numero degli abitanti, bandiera con tante stelle e un sole arancione.
I due grandi maestri del GOF e della GLF, Georges Corneau e il generale Paul Peigné, avevano molti assi nella manica: il loro patto di ferro con il governo di Parigi, la totale identità con il Grande Oriente del Belgio, che aveva preceduto quello di Francia nell'abolizione del “Grande Architetto dell'Universo” quale intestazione dei “travagli d'officina”, il pieno sostegno dei radical-socialisti e dei vertici militari e, soprattutto, l'affiliazione di esuli politici della Serbia, futura Jugoslavia, e della Boemia, perno della futura Cecoslovacchia. Da un secolo la massoneria francese “esportava” classe dirigente alla guida degli Stati nascenti nell'Europa orientale (Romania, Bulgaria, Serbia...). Mentre il governo italiano aveva ancora idee confuse sul futuro dell'Impero austro-ungarico (secondo il ministro degli Esteri Sidney Sonnino esso doveva sopravvivere al conflitto), Parigi era per il suo annientamento. Mirava alla “repubblicanizzazione d'Europa” come in Requiem per un impero defunto (Mondadori) ha scritto François Fejto. Perciò lo statuto della Società delle Nazioni franco-massonica ebbe per caposaldo l'“autodeterminazione dei popoli”. Ancor tutta da tracciare in termini geo-politici, nelle aree mistilingue questa doveva esprimersi attraverso plebisciti. L'Italia scoprì tardivamente di essere entrata in guerra a fianco di chi non le voleva tanto bene. Anzitutto la Francia, che mirava ad aggirarla a est affermando la sua supremazia sull'Europa orientale (Polonia, Bulgaria, debitamente sconfitta e “depurata” dall’originaria prevalenza germanica e, appunto, gli Stati nascenti, inclusa l'Ungheria, la cui Gran Loggia Simbolica dall'origine era ispirata da Parigi, che mirò anche a presidiare Fiume). In secondo luogo la Serbia che non nutriva alcuna gratitudine verso Roma e aspirava al controllo dell'Adriatico, in netto antagonismo con i sogni italiani di talassocrazia, sia pure nella modesta dimensione dell'Adriatico. Non basta dichiarare la sovranità nazionale sui mari: bisogna affermarla coi fatti.
Sempre investita dalla martellante offensiva germanica, vulnerata da ammutinamenti repressi con decimazioni e da scioperi, nel 1917 Parigi si affrettò a divulgare il suo “progetto” di pace universale “pro domo sua” per battere sul tempo interferenze americane. Ricorse anche a emissari in Russia, per obbligare l'ex impero zarista, spossato, a rimanere in armi. L'Italia si schierò nettamente contro l'ipotesi di subordinare i confini futuri a referendum, che infatti non vi vennero mai celebrati a differenza di quanto era avvenuto con le annessioni del 1848-1870. La prevalenza di germanofoni nell'Alto Adige e di slavofoni a est di Gorizia e in Istria avrebbe azzerato i “compensi” pattuiti con l'accordo di Londra del 26 aprile 1915 e gli immensi sacrifici sopportati dal paese in due anni di guerra. Il Grande Oriente d'Italia si allineò alle direttive del governo nazionale. Ad affrettare il cambio concorsero il disastro di Caporetto, il timore dell'avanzata austro-germanica sino all'Adige o al Mincio, del crollo dell'unità nazionale per insorgenza dei socialisti, decisi a “fare come in Russia”, e dei cattolici, convinti che occorreva mettere fine alla “inutile strage”, tanto più che di lì a poco si scoprì che su richiesta di Roma l'Intesa escludeva la Santa Sede dal futuro “congresso di pace”.
La concezione francocentrica della Società delle Nazioni si scontrò con l'indifferenza della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, delle Grandi Logge degli Stati Uniti d'America e con l'astensione della Gran Loggia Alpina in nome della neutralità della Svizzera. Ma il vero colpo di grazia lo inferse l'8 gennaio 1918 il presidente degli USA, Woodrow Wilson, a lungo ed erroneamente ritenuto massone, con l'enunciazione dei 14 punti per la pace futura. Per fondare la “pace nel mondo”, l'“America” propose l'istituzione della Lega generale delle Nazioni, ben diversa dalla Società delle Nazioni. Per garantire l'indipendenza politica ai piccoli come ai grandi Stati, Wilson disconobbe ogni valore ai patti internazionali pregressi, declassati a accordi “privati”, e precisò che la rettifica delle frontiere italiane doveva essere effettuata “secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili” (punto 9°).

La spartizione dei popoli… incivili
Inchiodata a una visione italo-centrica del conflitto, ancor oggi dominante nella “storiografia” nostrana su guerra e dopoguerra, Roma non comprese affatto la portata del progetto wilsoniano, poi codificato nello statuto della Lega approvato a Parigi il 26 aprile 1919 e inserito quale premessa a tutti i trattati dettati dai vincitori ai vinti (Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia) tra il 28 giugno 1919 e il 10 agosto 1920. L'articolo 20 del Trattato di Versailles abrogò tutti i patti pregressi tra i suoi membri, ritenuti incompatibili con lo statuto della Lega, mentre non lo era la “dottrina Monroe”, cioè “l'America agli Americani”, inserita nello statuto della Lega quale art.21. Questo stabilì che “i popoli non ancora capaci di reggersi da sé nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno” sarebbero stati affidati alla “tutela” delle nazioni progredite che “in ragione delle loro risorse, della loro esperienza o della loro posizione geografica erano meglio in grado di di assumere questa responsabilità”. Allo scopo furono ideati tre generi di “mandati” secondo il grado di sviluppo dei popoli da… civilizzare.
Alcune “comunità” del fatiscente impero ottomano (non esplicitamente indicate: si pensava alla Siria, all'Egitto e all'Iraq) vennero ritenute capaci di reggersi da sé, sia pure con consigli e aiuti di un Mandatario; altre (in specie dell'Africa Centrale) andavano invece affidate direttamente a Mandatari; altri territori infine (quali  l'Africa del Sud-Ovest e isole del Pacifico australe) venivano  senz'altro incorporati nella sovranità del mandatario, completi dei loro abitanti.
Le paci di Versailles, di Saint-Germain (10 settembre) e di Neully (17 novembre) non chiusero affatto la complessità del contenzioso tra vinti e vincitori. Gli italiani rimasero preda della rivendicazione di Fiume, tardivamente chiesta da Roma in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915. La “questione fiumana”, divenuta incandescente con la “marcia di Ronchi” e la sedizione militare guidata da Gabriele d'Annunzio il 12 settembre 1919, catalizzò l'opinione pubblica italiana su un aspetto marginale dell'assetto europeo postbellico, nel cui ambito il caso di Fiume era tessera di un caleidoscopio di “crisi”, e la distrasse da questioni di gran lunga più importanti, quale la spartizione dell'impero turco e delle colonie dell'impero di Germania.

Italia senza bussola...
Al pettine della storia vennero tutti i nodi della politica estera dei governi susseguitisi in Italia dalla conflagrazione europea agli armistizi. Quale condizione della rescissione dell'alleanza difensiva tra Roma, Berlino e Vienna e l'intervento in guerra a fianco di Parigi, Londra e San Pietroburgo, nel 1914 il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, aveva proposto la costituzione di una Quadruplice Alleanza, come documenta GianPaolo Ferrajoli in un'opera magistrale e insuperata sul grande diplomatico siculo-normanno ispiratore di I Viceré di Federico De Roberto. L'Italia doveva entrare in guerra “alla pari”, previa verifica di tutti i patti istituiti tra gli alleati. Però, morto San Giuliano, il nuovo titolare degli Esteri, Sonnino, d'intesa con il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, stipulò invece un accordo di “accessione” alla Triplice: un “arrangement” asimmetrico. Roma non venne informata dei patti di ferro preesistenti sull'assetto postbellico. Il comandante supremo Luigi Cadorna se ne lamentò, invano, anche nell'estate 1916, quando il governo Boselli tra il 24 e il 28 agosto decise la dichiarazione di guerra alla Germania.
Gli errori della politica estera si ripercossero sulla conduzione della guerra. Cadorna usava dire che l'Italia avrebbe riconquistato la Libia sul Carso. Vinta la guerra sul fronte principale, avrebbe avuto tutti i titoli per farsi valere nel confronto con “alleati” poco “amici”. Invece il governo distrasse truppe su altri fronti. Arrivò anzi al paradosso. Decise una “spedizione” in Albania e se ne assunse la responsabilità militare diretta: fu un'impresa finita male per la pochezza del governo, dei militari inviati allo sbaraglio, degli “alleati” (anzitutto  i francesi) che non la videro di buon occhio, e degli albanesi. Fu la prova che la guerra è cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei “politici” e che la politica estera è altrettanto importante. Va affidata a diplomatici dotati di comprovate capacità: anzitutto malleabilità e duttilità, aurei requisiti ignoti allo spigoloso Sonnino.

Da Versailles a Sanremo
La delegazione italiana a Versailles rimase celebre per dilettantismo e cocciutaggine. Dopo le sue molte prove negative, il governo fu sfiduciato poco prima che il Congresso finisse. “Faute de mieux”, il 28 giugno Orlando e Sonnino figurarono firmatari del trattato di pace, ma già sostituiti. Caso unico nella storia. Il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, si trovò sulle spalle la passività del governo precedente, il colpo di mano di d'Annunzio a Fiume, la diffidenza degli altri governi. S'aggiunse la sconfitta di Wilson nelle elezioni e il rifiuto degli USA di aderire alla Lega delle nazioni, che pertanto rimase per sempre orfana del suo ideatore.
Londra e Parigi fecero subito un passo verso il passato: tornarono alla visione euro-centrica della Società (non più Lega) delle Nazioni. La sua sede, originariamente ipotizzata a Londra, poi spostata a Parigi, fu infine accampata a Ginevra in attesa che venisse terminato il sontuoso Palazzo, adeguato alle sue ambizioni. Ebbe un organigramma complesso e più ampolloso che funzionale, ma nessuna forza armata, neppure simbolica. Avrebbe emesso voti, raccomandazioni e magari anche deciso sanzioni economiche contro i propri membri discoli (fu il caso dell'Italia, quando dichiarò guerra all'Etiopia). Perciò la SdN si ridusse a porta girevole di Stati che entrarono e uscirono secondo le convenienze. L'Italia, che era tra i Quattro Grandi originari (Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) vi tenne una condotta discontinua, alternando retorica e polemiche.

Il primo appuntamento importante per dirimere le grandi questioni lasciate aperte dalla sequela di trattati di pace del 1919 fu proprio al “Secondo cielo del Paradiso dell'anima” in Sanremo nell'aprile 1920. Alla Conferenza allestita al Castello Devachan parteciparono il primo ministro francese Alexandre Millerand, il britannico David Lloyd George, l'ambasciatore del Giappone Keishiro Matsui e Nitti, che nella biografia del 1984 Francesco Barbagallo paragona nientemeno che a Camillo Cavour (Utet, p.366). La “Porta del Paradiso” era suggestiva, il paesaggio incantevole, la compagnia eccellente, l'ospitalità memorabile. Poiché lo zucchero disponibile andò rapidamente esaurito, giunse in soccorso l'Hotel de Nice.
Alle spalle la Conferenza di Sanremo ebbe anche gli antichi accordi Sykes-Picot per l'egemonia franco-britannica su Vicino e Medio Oriente. Il governo italiano ovviamente non ne era stato informato. Gli anglo-francesi ignorarono tutti i precedenti riconoscimenti di indipendenza della Siria, includente il Libano, Iraq ed Egitto. Con molto sussiego la Francia dichiarò di assumere direttamente l'amministrazione della Siria. La Gran Bretagna fece altrettanto con Mesopotamia, Palestina ed Egitto. A Sanremo furono ratificate le decisioni assunte a Londra nel febbraio precedente. E l'Italia? Quasi zero. Ottenne il riconoscimento di Rodi e del Dodecanneso, che possedeva da quasi dieci anni, e l'utilizzo di Konya e Antalya sulla costa di quella Turchia che da decenni contava ampie comunità italofone e persino varie logge massoniche sia del Grande Oriente sia della Gran Loggia d'Italia.
Di più. A Sanremo venne definita la spartizione delle colonie dell'Impero di Germania, che già ne era stato privato dal trattato di Versailles. Parte andarono alla Gran Bretagna, parte alla Francia e in quota minore addirittura al Belgio, che era e rimase l'esempio peggiore della colonizzazione più ottusa, come si vide quando nel 1960 Bruxelles lasciò il Congo, subito teatro di guerre orrende e carneficine, tra le cui vittime vanno ricordati anche i militari italiani assassinati a Kindù e il segretario generale dell'ONU, Dag Hammarskjold (l'aero sul quale viaggiava venne sabotato).

Da San Remo a Sion
La vera novità di Sanremo però fu un'altra: l'approvazione della Dichiarazione Balfour del 1917 che riconosceva il “focolare ebraico” in Palestina. Fu una concessione al sionismo blando, che in sé non è affatto un “male” ma legittimo rifugio di un popolo soggiogato, annientato in patria, costretto alla diaspora dai tempi degli imperatori Tito e Adriano e perseguitato per millenni. Del resto il “focolare” venne incluso nella Palestina, sotto mandato di Londra, poco incline a riconoscere speciali privilegi agli ebrei.
Oltre due anni dopo, il 24 luglio 1922, l'accordo di Sanremo ebbe veste “definitiva” con la risoluzione della Società delle Nazioni redatta in inglese, arabo ed ebraico. Mandataria rimase la Gran Bretagna. Venne riconosciuto un “organismo ebraico conveniente” col diritto di “dare pareri all'amministrazione della Palestina e di cooperare con essa in tutte le questioni economiche, sociali, ed altre suscettibili di interessare lo stabilimento della Sede nazionale ebraica e gli interessi della popolazione ebraica in Palestina”. Il Mandatario s'impegnò a “facilitare l'immigrazione degli ebrei, ferma restando la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della regione a qualsiasi razza o religione appartenessero”, e assunse “la responsabilità dell'ordine e della decenza dei Luoghi Santi, compresi i diritti esistenti” per “assicurare il libero accesso ai Luoghi Santi, agli edifici ed ai luoghi religiosi e il libero esercizio del culto per tutti gli abitanti della Palestina”. Tutte partite ancor oggi aperte e sempre più in forse per l'esasperazione degli opposti fanatismi.

Il tramonto di Nitti
Ci voleva la villa di un buddista per arrivare a una visione universale della religiosità e della pace?
Un mese dopo la Conferenza diplomatica di Sanremo, fallimentare per l'Italia, Nitti venne messo in minoranza. Il 22 maggio formò un secondo governo, sempre con Vittorio Scialoja agli Esteri. Crollò un mese dopo e cedette il passo al settantottenne Giolitti, presidente del suo quinto e ultimo governo (1920-1921). Nelle “Memorie di un fesso” (ed. Forni) il “fratello” Alberto Giannini ha vergato un ritratto indimenticabile di “Cagoia”, come Nitti venne appellato da d'Annunzio.
Qualcuno forse deplora che a Sanremo in quell'aprile di cent'anni orsono l'Italia non sia riuscita a strappare qualche lembo di terre lontane, un pezzetto di Tanganika, di Africa Australe, della Mesopotamia e, chissà mai, non abbia rivendicato il Monte Ararat. In quel dopoguerra, però, essa già non sapeva come condursi in Eritrea, Somalia e Libia, tutta da riconquistare. E soprattutto doveva ricostruire se stessa dalle macerie della guerra, vinta sul campo ma persa con l'indebitamento dello Stato, passato da 7 a 90 miliardi di lire dell'epoca. La delusione tuttavia rimase. Cocente. La sfruttarono i nazionalisti, il d'Annunzio della Vittoria mutilata e, più abile di tutti, Benito Mussolini, che poi ritenne di lenirla con la conquista dell'Impero d'Etiopia: un'impresa anacronistica, costata una fortuna, naufragata in soli cinque anni: 1936-1941.
Perciò merita tornare a Sanremo, per intravvedere il Castello Devachan, ombra di un sogno fuggente. Apprezzarvi l'aurora, l'esalazione dei fiori, il sentore del mare, il crepuscolo. È il “mondo” uguale nei secoli, migliorato dal “Maestro” Mario Calvino e dai suoi emuli. “Porta” dell'unico  Paradiso sicuro: un lembo di questa “valle di lacrime” ove rileggere in santa pace Epicuro e Lucrezio, al riparo dai “rumori molesti”.