Aldo A. Mola
Una
questione di metodo. Storia o affabulazione?
In principio erano gli Archivi, Sacri e
inviolabili, voluti dagli Stati, consci che sono il deposito della Verità. Da
lì nacquero i grandi saggi. Di seguito viene la divulgazione, che giova se si
basa sulla storiografia, a sua volta debitrice degli archivi. Se preferisce
esprimere “apprezzamenti” su “fatti”e “personaggi”, basati più o meno su
pregiudizi e “simpatie personali” (di cui lo storico deve spogliarsi quando
propone la sua sofferta interpretazione degli eventi), la narrazione, anziché
stare alla realtà, diviene affabulazione e scivola verso la parodia. Nulla di
grave. Ma, ben inteso, non è storia.
La sequenza cronologica non insinua (o non
dovrebbe insinuare) un rapporto di causa tra il prima e il poi. Il cammino
degli eventi, un “processo”, è frutto dell'azione umana, imprevedibile. Non è
una linea retta, e meno ancora ascensionale. Procede a segmenti, per intervento
di imponderabili che sfuggono al controllo degli umanoidi, come avvenne per le
età e le epoche del passato remoto. Alcuni sedicenti “occidentali”, che forse
non hanno mai letto i “sacri testi”, ritengono che al punto di partenza e di
arrivo del processo storico vi sia “la libertà” (una parola… in libertà). Non
sempre comprendono che, forse, il “percorso” è solo susseguirsi di
accidentalità. Un diluvio, un uragano, una siccità prolungata. Le pesti. Un
bomba di troppo, il terrore, la catastrofe… perché gli Stati si aggrediscono per
paura assai più che per certezza di vittoria.
Nessun prima contiene il poi, se non agli occhi
di chi viene dopo e lo sentenzia perché il poi è accaduto ed egli crede di
poterlo spiegare. Non solo, il prima dell'oggi o dello ieri a sua volta ha un
precedente e così via risalendo all'indietro nel tempo. Lo avevano chiaro gli
antichi, rassegnati a rimettersi all'intervento di forze sovrumane nella vita
degli individui e dei popoli. All'improvviso irrompeva sulla scena l'“invidia
degli dèi”, che atterra gli imperi più possenti e riduce i sogni degli uomini a
mera vanità.
Nel secolo scorso, in risposta agli orrori di
due guerre mondiali e dei regimi totalitari, completi di razzismo e genocidi,
fiorì l'illusione che gli ideali di libertà e fratellanza tra le persone e i
popoli siano comunque e sempre destinati a prevalere sulle forze del male. Ma
nessuno fu chiamato a rendere conto dell'impiego di quelle bombe nucleari che
mutarono irreversibilmente il corso della storia e generarono l'equilibrio del
terrore, anticamera di una “pax” inevitabilmente precaria. L’oggi è
condizionato dall’assenza di accordi tra le maggiori potenze planetarie e
dall'incontrollabilità di quelle medie e piccole. Alcune di queste ultime sono
armate quasi quanto le prime e, per motivi identitari e fanatismi teologici,
paiono più aggressive e insofferenti di ogni vincolo. Infine, a fronte della
potenziale “ribellione delle macchine” (l'ormai leggendaria AI), molto più
pericolose di quella “delle masse”, temuta all'inizio del Novecento, prevale un
ragionevole pessimismo su “come andranno le cose” a breve e a medio
termine. L'“ottimismo della volontà” si
è perso per strada. Sui tempi lunghi nessuna persona avveduta scommette più. Il
futuro, mirando al quale molti muovono sconsolati il capo, è nelle mani di…
chissà chi.
Per aiutare gli italiani a conoscere le tappe
fondamentali della loro storia almeno dall'unità in poi, lo Stato promosse
opere di impegno vasto e durevole, a cominciare dall'organizzazione e dalla
tutela di Archivi pubblici e privati, e mise a disposizione dei cittadini
repertori di fonti per la storia. Ne sono esempio insigne i “Documenti
diplomatici italiani”, disponibili gratuitamente in rete, e ampie raccolte di
“carte”, tra le quali spiccano, per gli anni più difficili vissuti dal Paese,
l'edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri, luglio 1943-maggio
1948” curata da Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello
Stato (dieci volumi in tredici tomi) e quella dei “Verbali del Consiglio dei
ministri della Repubblica sociale italiana, settembre 1943-aprile 1945” curata
da Francesca Romana Scardaccione, con prefazione di Ricci (1611 pagine). A
queste e a consimili opere, si aggiunge la mole di memorie, diari ed
epistolari. Strumenti ignorati dagli affabulatori, sono tuttavia ineludibili
per chi voglia conoscere e soprattutto per chi si prefigga di far conoscere,
ovvero di proporre senza imporre, nel rispetto del lettore o uditore.
Cazzullo
dixit…
La prima puntata della nuova serie di “Una
giornata particolare” di Aldo Cazzullo per la rete televisiva La7, intitolata
“8 settembre 1943. Morte e rinascita della Patria” ha suscitato qualche
perplessità, non per la pregevole abbondanza di fotografie e di filmati ma per
quella, prevalente, di epiteti ingenerosi calati su alcuni personaggi via via
proposti, specialmente Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele III. Ma la
narrazione televisiva è stata davvero aderente alle “cose”, ai “fatti” che
accaddero? Qualcuno ha osservato che quei due, il Re e Badoglio, fecero ciò che
molti ancora non comprendono: salvarono lo Stato, senza il quale nessuna
“patria” ha probabilità di esistere.
Il
Re: rimasto solo di fronte al regime
Per comprendere “una giornata particolare” non
si può certo risalire ad Adamo ed Eva. Tra i “precedenti” dell'8 settembre 1943
Cazzullo ha insistito sulla notte del 27-28 ottobre 1922, quando però, a
differenza di quanto emerge dal racconto, l'unico a vegliare fu proprio
Vittorio Emanuele III, invocato a Roma dal presidente del Consiglio Luigi
Facta, che la sera del 27 lo accolse alla Stazione Termini annunciandogli le
dimissioni del governo. Da settimane il re, informato e consapevole ma
scrupolosamente costituzionale, gli aveva chiesto di convocare le Camere per
“parlamentarizzare” la crisi. Invano. Facta non lo fece nell'illusione senile
di succedere a se stesso, con Mussolini assegnato a un ministero di terza fila.
Anche Giolitti, malaticcio assai, fu assente. Stava festeggiando il suo 80°
compleanno a Cavour, un borgo lontano da strade ferrate. Vi riceveva messaggi
in cifra all'“ufficio” provvisoriamente postato in una locanda. Per fargli
conoscere termini di trattative occulte il prefetto di Milano, Alfredo
Lusignoli, lo raggiungeva in automobile.
Come andarono veramente le cose emerge dai
verbali del Consiglio dei ministri pubblicati in “Mussolini a pieni voti? Da
Facta al duce. Inediti sulla crisi del 1922” (ed. del Capricorno, 2012).
Insomma, le “carte” sono disponibili a stampa,
a beneficio di chi non ha tempo di frequentare gli archivi. In sintesi, a parte
comunisti, socialisti e repubblicani, tutti gli altri partiti, i “poteri
forti”(esistevano anche allora: alta finanza, banche, industriali...) e l'altra
riva del Tevere (la Chiesa cattolica) erano per un governo comprendente i
fascisti. Poiché nessun altro accettò l'incarico o non riuscì nell'impresa (fu
il caso di Antonio Salandra, liberale conservatore), nelle ore concitate
seguenti le dimissioni di Facta il re nominò Mussolini, che dimorava a Milano,
abilmente consigliato da Margherita Sarfatti, con fastidio di sua moglie,
Rachele.
Formato il governo, quando si presentò in
Parlamento e provocò la Camera con parole sferzanti, il “duce delle camicie
nere” ottenne consenso plebiscitario. Ebbe il voto di Giolitti, De Gasperi,
Einaudi, Benedetto Croce e di un lunghissimo eccetera di liberali, cattolici,
socialriformisti, democratici. Sono cose note, ma vanno ricordate a cospetto
della demonizzazione del re, che, oltretutto, per Statuto non poteva respingere
leggi approvate dalle Camere e neppure accettarle “con riserva” come oggi può
fare invece il presidente della Repubblica. In un profilo storico, altra cosa
dall'affabulazione, questo va precisato perché è il vero “nodo” del “famigerato
ventennio”, che non nacque il 27 o il 31 ottobre 1922, quando si insediò il
governo più durevole d'Italia (detto con buona pace di chi ne presiede uno da
quattro anni), ma dalle elezioni del 1919 e del 1921 e dal suicidio della
Camera dei deputati. Divisa su tutto essa mostrò che “governare gli italiani
non è difficile, è inutile”, tanto essi son pretenziosi e capricciosi.
Perciò, anche dopo il discorso del 3 gennaio
1925, con il quale Mussolini respinse ogni addebito nell'assassinio di Giacomo
Matteotti e rivendicò la “Rivoluzione fascista”, il Re emanò le leggi approvate
dal Parlamento, comprese quelle che limitarono la libertà di stampa e di
associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiararono
decaduti i deputati assenti ingiustificati ai lavori, istituirono il Tribunale
speciale per la difesa dello Stato e ripristinarono la pena di morte per
attentati contro lo Stato. A chi gli chiedeva in udienza privata (mai in
discorsi parlamentari) di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III rispose
sempre che gli sarebbe occorso un pronunciamento significativo almeno della
Camera. Non un voto di sfiducia, né una maggioranza contraria al governo, ma
almeno un segnale forte e concorde delle opposizioni. Le quali però, come
detto, passavano il tempo a scomunicarsi a vicenda: comunisti contro socialisti
(divisi in diverse parrocchie), repubblicani, democratici e liberali di varia
ascendenza e prospettive divaricate.
Per quanto superfluo giova ricordare
rapidamente il seguito. Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e
ministro degli Esteri, assunse la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica.
Dal 6 novembre 1926 fu ministro per l'Interno. Il 17 maggio 1928 la legge
approntata dal ministro Alfredo Rocco attribuì al Gran Consiglio del Fascismo
(solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal
Parlamento) la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da
approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime
retto dallo Statuto», il 18 marzo l'ottantaseienne Giolitti votò contro. Morì
il 17 luglio.
L'11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale
Pietro Gasparri firmarono i Patti Lateranensi: il regno d'Italia riconobbe lo
Stato della Città del Vaticano e fu riconosciuto dalla Santa Sede. La
“Conciliazione” chiuse la “questione romana” aperta dall'annessione di Roma (20
settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio
IX a scomunicare il re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia. Alle
elezioni del 24 marzo 1929 il governo ottenne straripante consenso. Al
giuramento di fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunse quello
di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, fu esteso ai
professori e ai docenti universitari, che giurarono in massa, anche per non
lasciare la cattedra a ometti del regime. L'iscrizione al PNF divenne requisito
per il concorso ai pubblici impieghi.
Nel 1932 fu fondato l'Istituto per la
Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato
socialista e massone.
Saltando a piè pari i vari passaggi attraverso
i quali il regime ampliò il consenso nelle “masse” (anzitutto la pace interna,
il riconoscimento dell'Italia nella comunità internazionale, le aperture di
credito da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna...), nel 1935 l'Italia
dichiarò guerra all'Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, che
deliberò sanzioni economiche contro Roma. Pressoché inefficaci, esse
suscitarono un'onda di solidarietà patriottica. L'offerta di oro alla patria
ebbe successo straripante. All'ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9
maggio) Vittorio Emanuele III assunse la corona di Imperatore d'Etiopia. Il 15
aprile 1937 Pio XI conferì la Rosa d'Oro della Cristianità alla Regina Elena,
«fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane».
Nel marzo 1938 la Germania annetté l’Austria: a
luglio l’“Anschluss”, sottoposto a plebiscito, fu approvato pressoché dal 100%
degli elettori, molti dei quali erano più nazisti dei tedeschi. L’Italia si
trovò quindi a confinare direttamente con il Reich dominato da Adolf Hitler,
che poco dopo fu in viaggio di Stato in Italia. Accolto gelidamente da Vittorio
Emanuele III, il “Führer” venne osannato da folle plaudenti. Nel Partito
nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
(MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini. La
conferenza di Monaco di Baviera (settembre 1938) concesse a Hitler l'annessione
di parte della Cecoslovacchia.
Nettamente contrario all'antisemitismo
dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per
gli ebrei» (20 novembre), il re emanò le leggi antiebraiche perché approvate
dai due rami del Parlamento. Non poté fare diversamente. È arcinoto ma viene
taciuto dagli affabulatori. La Camera le votò all'unanimità dei 360 presenti
(14 dicembre). Italo Balbo, vecchio massone, quadrumviro della mai avvenuta
“marcia su Roma” risultò assente ingiustificato. Al Senato si contarono dieci
voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Votarono contro
ambasciatori, generali e Luigi Einaudi, ma il verbale non lo dice.
La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituì la
Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui
componenti, denominati “consiglieri”, erano in parte “gerarchi” del regime (parecchi
di media o piccola caratura) e in parte designati dal Consiglio nazionale delle
Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10 , “aggregati”, in
numero indeterminato.
Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII
Legislatura, Vittorio Emanuele III auspicò: «la pace duri il più a lungo
possibile». Il 16 aprile assunse la corona di re d'Albania, occupata da truppe
italiane pochi giorni prima.
Dall'intervento
in guerra alla svolta dell'estate 1943
Previo il patto di non aggressione con l'Unione
sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invase la Polonia. Dal 16
l'URSS ne occupò la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta
di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e
Francia dichiararono guerra alla Germania. Il governo Mussolini annunciò la
«non belligeranza» dell'Italia.
La Regina Elena, non ignaro il re, scrisse alle
sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo,
Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il
dilagare del conflitto.
Il 10 giugno 1940 il governo italiano dichiarò
guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, anche nel timore che i tedeschi, di
lì a poco a Parigi, arrivassero sul Mediterraneo chiudendo l'Italia in una
tenaglia germanica. Nell'errata previsione di imminente armistizio generale, il
governo condusse “guerra parallela”. Il 28 ottobre l'Italia aggredì la Grecia,
con esito sconfortante. Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto
dai tedeschi (6 aprile 1941), nacque quello di Croazia (10 aprile), la cui
corona fu assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio
assunse il nome di Tomislavo II ma rimase a Firenze, ove istituì un “ufficio
per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicò formalmente, rientrando nella
linea di successione alla corona d'Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca
di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell'Africa Orientale Italiana, morì
prigioniero (3 marzo 1942).
Il 22 giugno 1941 iniziò l'offensiva tedesca
contro l'URSS. L'Italia vi destinò un Corpo di spedizione e poi un'Armata. Il 7
dicembre il Giappone bombardò la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e
dichiarò guerra agli USA. L'11 dicembre Italia e Germania, alleate del
Giappone, dichiararono guerra agli USA. Nella Conferenza anglo-russa di Mosca
(12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettarono le rispettive aree di
influenza dopo la vittoria. Dell'Italia non dissero molto. Era scontato che
rimanesse “a occidente”. Gli inglesi sconfissero gli italo-germanici ad
El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e
Algeria (8 novembre). A dicembre l'Armata italiana in Russia (ARMIR) fu
travolta dall'offensiva sovietica.
Il
Re in campo
Sin dal gennaio 1943, perdute l'Africa
Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane erano disseminate al
di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa
Pietro d'Aquarone il re decise di revocare Mussolini e rompere l'alleanza con
la Germania. Su pressione dell'URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca
(14-26 gennaio) deliberò che gli Stati nemici dovevano arrendersi «senza
condizioni». Il 22 luglio 67 senatori presenti a Roma (militari, diplomatici,
banchieri, industriali...) chiesero per scritto al presidente Giacomo Suardo
l'immediata convocazione dell'assemblea plenaria dei “Patres”. Il 25 luglio, a
cospetto dell'assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del
bombardamento su Roma mentre Mussolini incontrò Hitler a Feltre (19 luglio), il
Gran consiglio del fascismo li scavalcò e a larga maggioranza invitò il re a
esercitare i poteri statutari. Non chiese né le dimissioni di Mussolini né lo
smantellamento del regime. Constatata l'incapacità del “duce” di separare
l'Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revocò Mussolini da capo del
governo e lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio, che sciolse la
Camera, il PNF, la MVSN e avviò la defascistizzazione. In stato di fermo (non
di arresto, a differenza di quanto più volte ripetuto da Cazzullo), Mussolini
si dichiarò disposto a collaborare con il nuovo governo.
Il 7 agosto il re autorizzò la trattativa
armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari: gli unici di cui si
fidava e dei quali gli anglo-americani avevano considerazione. I “partiti”
risultarono fuori scena, anche per loro scelta sin dal pomeriggio del fatidico
25 luglio 1943.
Come si sia arrivati alla resa senza condizione
e quali ne furono le conseguenze merita adeguata e separata trattazione.

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