NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 28 dicembre 2017

L'ultimo viaggio del Re

da "Candido" n.1, 4 gennaio 1948

«Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale». Cosi dispone la carta costituzionale della repubblica democratica italiana, ma non eran trascorse ventiquattr’ore da che l’on. De Nicola, assistito dagli on. De Gasperi e Terracini, aveva con la sua firma posto in vigore la severa disposizione, che l'ombra del vecchio Re penetrava inavvertita in territorio nazionale, l’ombra del vecchio piccolo Re che per quasi mezzo secolo aveva regnato sulle belle terre ora vietategli, e l’avevano mandato a morire in un ospedale africano, e il figlio non era arrivato in tempo a dirgli addio, così com’egli, giovane, non aveva potuto dire addio al padre. Penetrava inavvertita, non più silenziosa di quando, corpo, una sola volta in quarantaquattro anni aveva levata alta la voce, e tutti sentirono in essa quella della patria: fu a Peschiera, in una palazzina ora ridotta ad abitazione privata, e la sala dove venne decisa, per volontà del Re, la resistenza sul Piave, oggi è una anticamera, e la lapide è nascosta dietro una tenda, segno dei rispetto e della prudenza dell’inquilino. Chi s’avvede della presenza del vecchio Re che, elusa la pur strettissima vigilanza degli zelanti difensori della repubblica, torna nella sua Italia, e la ripercorre, silenzioso come in vita, col passo leggero delle ombre, e la sua meta e il Grappa dove, pure, un posticino, in quel cimitero, non dovrebb’essergli negato dai vivi quando i morti, riconosciuto il loro Re, volentieri si stringerebbero fra loro per fargli un po’ di spazio, tanto piccolo è il Re, e averlo vicino per sempre, ravvolto in quella bandiera che sul Grappa non ha perduto e non perderà mai lo stemma?
Colpevole della rovina d’Italia il Re di Tripoli, di Peschiera, di Vittorio Veneto?
I fanti non vogliono crederlo, e sarebbero onoratissimi di averlo accanto, felicissimi di riparlare un po' con lui, sotto la terra nella quale il sangue s’è trasformato in erba e fiori, di quelle giornate che la gente, a quanto sembra, ha fatto presto a dimenticare, non è vero Maestà?
Rimanga qui con noi, Maestà, questo è il suo regno, questa è la sua bandiera, questi i suoi sudditi, guardi quanti, e tutti fedeli, nessuno la rinnega, e abbiamo la nostra banda che in barba alle leggi della repubblica suona in questi silenzi la Marcia reale. Rimanga con noi, Maestà.
Sua meta è il Grappa. Col passo leggero delle ombre il vecchio re passa per il vuoto Quirinale, e nella piazza solitaria, immobile in mesto atteggiamento, un cittadino in cravatta nera guarda il balcone. Interrogato, dirà d’essere in lutto per una zia. Ma il vecchio Re apprezza la fedeltà pur ammantata di tanta prudenza un piccolo pensiero gli basta, sa bene,nella sua antica saggezza, ch’è già molto quando degli applausi di un’intera nazione rimane una cravatta nera in una piazza solitaria; e passa oltre, e sente un suono noto provenir dalle tasche d’un giovane cittadino riuscito a metter le mani sulla celebre collezione numismatica, e sorriderebbe se avesse mai sorriso durante la lunga vita; e musiche e luminarie, ecco, lo attirano, c’è una festa privata a Palazzo Giustiniani, mentre il popolo sovrano dorme l’on. De Nicola brinda alla nuova Costituzione, brindano gli illustri personaggi che lo attorniano. Ardono i doppieri, impalati nei corridoi i corazzieri sognano il Re. Passa l’on. De Nicola, corazzieri prescntat’arm!, non possono: divorati dalle tarme, al più piccolo movimento cadrebbero in polvere. C’è anche il Conte Sforza, anch’esso è divorato dalle tarme, morto anch’esso, più del Re, oh l’odore di naftalina, è la sua voce o quella d’un vecchio grammofono a tromba che dice: «In qualità di membro del governo repubblicano, non posso fare dichiarazioni sulla morte di Vittorio Emanuele III»? Ardono i doppieri, un’altra voce morta detta un telegramma : «Invio le espressioni del cordoglio mio personale e della Nazione per la morte dell'uomo che, nel più alto posto, partecipò per un cinquantennio alla vita d’Italia». Anche tu partecipavi, vero on. De Nicola? Quanti colpevoli nella splendida sala di Palazzo Giustiniani! Come il Re, più del Re, ma i Re debbono espiare per butti, questo è il loro tragico mestiere. Ecco l’on. Bonomi, l’on. Orlando, l’on. Nitti, l’on. Gasparotto: la sfilata dei morti davanti ai corazzieri immobili continua. Ci fu uno solo, ma non è tra questi morti, è un’ombra come il Re, che in mezzo al gregge osò un giorno parlare da uomo, ma o non poté o non volle aiutare il Re che  pur l’aveva chiamato al Quirinale, e le splendide sciabole dei corazzieri avevano onorato la sua giacchetta; poi tutti si ritirarono prudenti togliendo al Re costituzionale il mezzo di valersi della Costituzione, colpevoli, se il Re fu colpevole, quanto lui, ma non sono in esilio, brindano a Palazzo Giustiniani nella bella sala splendidamente illuminata dai doppieri, e il Conte Sforza, l'ancor elegante Conte Sforza di cui le tarme hanno rispettato il viso e le mani, trae dall’interno del vuoto abito nero la voce per dichiarare che in qualità di ministro del governo repubblicano non può fare dichiarazioni sulla scomparsa di Vittorio Emanuele III, morto in esilio, all’ospedale, e il figlio Umberto ha dovuto allungare d’un giorno il viaggio per rivederlo: agli ex Re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. Ha dovuto fare un lungo giro questo Savoia che non sembra un ex Re, ma ancora un Principe Ereditario, per non allarmare una repubblica che se fosse più forte, oh, per abbreviargli il viaggio, permetterebbe il passaggio a un figlio che corre al letto di morte di suo padre; e Umberto non avrebbe toccato il territorio nazionale, ne avrebbe solo trascorso il cielo, ma anche quel rapido volo sarebbe stato cagione di timore alla repubblica non in condizione, ancora, d'esser generosa.
Corazzieri, presentat’arm! Si vada pure in polvere, ma si saluti il Re per l'ultima volta, il vecchio Re che s'allontana discreto per non turbare la festa, e compatisce : sa quanta ombra dia un re agli uomini smaniosi del potere, quanto loro pesi una superiore autorità che li costringa ad agire per il bene della nazione e li obblighi alla dignità nei confronti dello straniero. Ufficiali in borghese (poiché il ministro della guerra vi consiglia di uscire non in divisa reputandola forse una provocazione per alcuni e un ricordo per altri), salutate il Re per l'ultima volta; italiani che abbiate conservato ancora tanto di dignità da divider col vostro Re la responsabilità degli eventi, monarchici palesi e segreti, combattenti che in nome del Re e non di Pacciardi o di Togliatti vi rifiutaste di riconoscere la repubblica di Mussolini e affrontaste nei lagher la fame e la morte, uomini politici eletti coi voti di dieci milioni di monarchici, e anche lei, signor Guglielmo Emanuel, direttore di quel Corriere che cerca di farsi perdonare al pomeriggio quel che scrive la mattina, e assai più zelante dei quasi cavallereschi giornali di sinistra non ha saputo risparmiar un inutile oltraggio alla memoria di un Re d’Italia che aveva appena chiuso gli occhi in terra straniera, «aiutate il Re per l'ultima volta; si, lo saluti anche lei, signor Emanuel, vecchio monarchico cui la repubblica chiede solo rispetto al nuovo Stato e non oltraggi al Re, specchio perfetto d’una borghesia pavida che andando di questo passo finirà con l’affogare nella propria paura.
Il Re non si ferma a Peschiera: la lapide è dietro una tenda, e per riposare non c’è che una cassapanca, lui che ha il suo posto sul Grappa, in un bel letto di soffice terra fiorita preparatogli dai suoi soldati, dai suoi morti che non lo rinnegano, e chiedono ai vivi se nella disposizione del nuovo Statuto non si possa fare un'eccezione per il piccolo e leggero corpo di un Re che sbagliò, forse, a non morire lassù, nei bei giorni di gloria, e di quel gran monte che gloriosamente difese tutto, altro non chiede se non quanto spazio comprenderebbero le braccia d’un bambino, tanto il suo corpo è piccolo e leggero. 
Mosca