NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 28 dicembre 2017

L’eredità malata della legislatura.

Il mancato rispetto della sentenza che aveva dichiarato la incostituzionalità della legge elettorale di Camera e Senato

di SALVATORE SFRECOLA

Alla vigilia della conclusione della legislatura, la XVII della repubblica, i giornali sono impegnati a riassumere, secondo le diverse impostazioni ideologiche, quel che è stato fatto e quel che rimane del dibattito politico. Nessuno tuttavia ricorda che nel 2014, a poco meno di un anno dall’apertura dei lavori delle Assemblee legislative, la Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio (Presidente Silvestri, relatore Tesauro) ha affermato la contrarietà alla legge fondamentale dello Stato della normativa elettorale sulla base della quale deputati e senatori erano stati eletti. Infatti, ha spiegato la Corte, “il sistema elettorale, pur costituendo espressione dell’ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole”. Come l’attribuzione del premio di maggioranza “in difetto del presupposto di una soglia minima di voti o di seggi”,un meccanismo premiale “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa, in quanto consente ad una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi”. Ciò che può realizzare “in concreto una distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi che… nella specie assume una misura tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto”.
Le disposizioni censurate – ha ricordato la Corte – “sono dirette ad agevolare la formazione di una adeguata maggioranza parlamentare, allo scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale, ciò che costituisce senz’altro un obiettivo costituzionalmente legittimo”, ma viziato dalla ricordata assenza del raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti, con “compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della “rappresentanza politica nazionale” (art. 67 Cost.)” le quali si fondano “sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”. Inoltre, la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, “ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”.
Dichiarata incostituzionale la legge elettorale nondimeno rileva “il principio fondamentale della continuità dello Stato… in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento”. E poiché le Camere sono organi costituzionalmente necessari, esse non possono perdere la capacità di deliberare, come prevede la stessa Costituzione ad esempio, a seguito di nuove elezioni, con la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti “finché non siano riunite le nuove” (art. 61, comma 2), e come prevede per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo prescrivendo che leCamere, “anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni” (art. 77, comma 2).
Quindi continuità della funzione legislativa, ma limitatamente a quella che, in diritto, si chiama “ordinaria amministrazione”. Solamente atti necessitati. La continuità nell’emergenza, si potrebbe dire. Le Camera avrebbero dovuto approvare in primo luogo una nuova legge elettorale ed essere sciolte immediatamente dopo perché gli italiani potessero votare nuovamente.
Di queste indicazioni i partiti si sono fatti beffe. Per non perdere i vantaggi retributivi e pensionistici della legislatura? Probabilmente. Considerato che “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina”, secondo il saggio adagio di Giulio Andreotti.
E così, complice Giorgio Napolitano, che da Presidente della Repubblica avrebbe dovuto presidiare la legalità costituzionale e, quindi, il rispetto della pronuncia della Consulta, non solo è stata approvata una nuova legge palesemente incostituzionale, il cosiddetto Italicum, immediatamente bocciata dalla Consulta, ma si è addirittura votata una legge di revisione della Costituzione. Sì, un Parlamento delegittimato, perché eletto sulla base di una legge incostituzionale, modifica nientemeno che la Carta fondamentale dello Stato! I Padri Costituenti sarebbero inorriditi.
Gli italiani l’hanno bocciata sonoramente. Ma i partiti hanno fatto finta di niente, e Matteo Renzi, dopo aver detto che se il referendum avesse avuto un esito negativo avrebbe lasciato la politica, non solo è lì a dirigere il Partito Democratico e,dietro le quinte il Governo, ma si è fatto promotore di altre iniziative, tutte fortemente divisive, come si dice, nel silenzio generale. Anche i parlamentari dell’opposizione, infatti, “tengono famiglia” e non hanno mai pensato seriamente a perdere indennità e pensione per un principio di rispetto della Costituzione. Uno di quei principi che una classe politica seria dovrebbe onorare, sempre. Anche perché farsi beffe della Costituzione è grave nel presente e nel futuro. Determina assuefazione dei cittadini all’illegalità. Anche per questo aumenta l’assenteismo elettorale e crescono i “populisti”.
L’eredità della legislatura XVII, anche a non essere superstiziosi considerata la fama sinistra del numero, sarà, dunque, ricordata perché è stata violata impunemente una regola fondamentale dello Stato liberale e democratico, quella che le sentenze si rispettano. Ciò che avviene in altri stati, come spesso ricordiamo con non celato imbarazzo. Nel Regno Unito, ad esempio, dove il Primo Ministro, David Cameron, il quale all’esito negativo di un referendum consultivo non vincolante, che avrebbe potuto evitare di indire, ha lasciato Dowing Street, la presidenza del Partito Conservatore ed anche il seggio alla Camera dei Comuni.