2) LA TRADIZIONE CONTRO LA RIVOLUZIONE.
La caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna,
restituirono all'Europa il suo primitivo volto politico mentre la tradizione
monarchica, uscita più forte dalla minacciosa bufera rivoluzionaria presentava
una novella fioritura d'ingegni e di opere tutte intente a ricostruire quello
che la rivoluzione aveva distrutto.
Purtroppo il Congresso di Vienna, che pure non mancò di
presentarsi come il vero strumento delle rivendicazioni della giustizia, non
esitò a sacrificare in realtà i diritti legittimi alla ragione politica in
alcuni casi o a compiere delle vere e proprie usurpazioni in altri, come per
alcuni territori transpadani della Santa Sede, ma non si può negare che il
principio monarchico ebbe nel grande consesso internazionale una delle sue
maggiori affermazioni perché ancora una volta venne chiaramente riconosciuto come
l'unico strumento idoneo ad assicurare pace e tranquillità al mondo.
Uno dei due principi base del Congresso di Vienna, che furono
l'equilibrio europeo e la legittimità del potere, confermava il concetto che i
regni fossero proprietà inalienabile dei Sovrani, onde ciascuno rientrava nel
possesso del suo di cui non doveva più essere spogliato e respingeva nettamente
le idee di nazionalità e di libertà, implicanti un diritto dei popoli e degli
individui all'autodecisione ritenendo che spettasse solo ai Re il compito di
provvedere al benessere dei sudditi senza ingerenza di questi e senza che di
fronte ad essi fossero in alcun modo responsabili i governanti, che da Dio
unicamente e direttamente traevano il loro potere.
Poiché il principio del diritto divino era stato gravemente
scosso dagli avvenimenti della recente rivoluzione, i governi compresero quanto
fosse per loro necessario rivolgersi alla Chiesa per rinsaldarlo, ed appoggiarla
in tutti i modi, esaltandola di fronte all'opinione pubblica; e per questo, vennero
sepolte molte controversie fra Chiesa e vari governi, si rinunciò a varie
ingerenze statali negli affari ecclesiastici, si cercò di addivenire a molti
concordati e si giunse in una parola, a ricostituire una stretta alleanza fra
trono e altare, riconosciuti come i due pilastri della società umana.
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Su questa base, molti furono i pensatori che indirizz arono
la loro ricerca in un senso nettamente pubblicistico e politico per dare una precisa definizione della fonte della
legittimità del potere e le condizioni politiche
non fecero che favorire ed (incoraggiare questo loro indirizzo di pensiero,
provocando quello che alcuni vogliono chiamare il ritorno romantico alla
tradizione; ma è opportuno notare che tale ritorno non può essere inquadrato
nella rivalutazione che le correnti letterarie del Romanticismo tentarono di
tradizioni e costumi esteriori del medio evo trovando la giustificazione logica
piuttosto nell'esigenza sentita da molti di determinare i caratteri
di un reggimento politico saldo e stabile ed estraneo il più possibile ai
rivolgimenti ed ai capricci umani, ai quali per troppo tempo era stato
sacrificato il benessere dei cittadini, la prosperità delle nazioni e la pace
del mondo.
Una singolare manifestazione di questa tendenza, rivolta a
mantenere l'ordine stabilito, in cui i vecchi principi assolutisti si univano
alla rifiorente spiritualità religiosa, fu la S. Alleanza stabilita fra i
Sovrani d'Austria, Russia e Prussia che s'impegnavano di prestarsi in ogni occasione
aiuto e assistenza, proclamando di voler governare i loro stati secondo i
precetti del Cristianesimo, precetti di giustizia, di carità e di pace, ed
anche se tutto si limitò a delle pure dichiarazioni di principio, destinate a
restare senza alcuna attuazione pratica, pure ebbero un valore orientativo
notevolissimo ed ancora oggi, possono essere la migliore espressione dello
stato d'animo dei politici del tempo.
Tale stato d'animo ebbe una sistemazione dottrinaria
attraverso l'opera di una schiera di pensatori in cui primeggiano Giuseppe de Maistre,
Luigi de Bonald, Monaldo Leopardi e Luigi Taparelli d'Azeglio. Maggiore di
tutti fu forse il savoiardo Giuseppe de Maistre, ambasciatore e fedele di
Vittorio Emanuele I che scrisse tutte le sue opere in lingua francese; egli è
un po' il padre della nuova dottrina monarchica e nello stesso tempo il grande
esaltatore della potestà pontificia. Nella sua prima opera « Les considerations
sur l'histoire de France » De Maistre dichiara ch eogni tentativo dell'uomo di
muovere in una via diversa da quella segnata dall'autorità è rovinoso e dimostra
il suo assunto mostrando l'orrido esempio della sorte toccata alla Francia
rivoluzionaria, immersa in un lago di sangue .
Il francese Luigi de Bonald invece, nelle sue opere « Teoria
del potere politico e religioso nella società civilizzata » e « La legislazione
primitiva » attribuisce allo Stato non solo un'origine divina ma anche la funzione
di intermediario tra Dio e il popolo ed alla teoria illuministica dei diritti
dell'uomo sostituisce quella tradizionalista dei doveri del dei
doveri dell'uomo di fronte a Dio e alle autorità che lo rappresentano
In tutti questi pensatori è comunque sempre vivo e presente
il senso della regalità nella sua più alta espressione; il sentimento
monarchico è in loro non solo un'esigenza politica ed un mezzo umano di
governo, ma soprattutto un'esigenza spirituale ed un mezzo di elevazione della
politica concepita come aspetto della scienza morale.
La divinità, prima negata o relegata in un mondo lontano ed
irraggiungibile, ha invece, nel pensiero della filosofia tradizionalista, una parte
determinante e la filosofia della storia viene ripudiata per cedere il posto
alla teologia della storia, intesa come intervento della Provvidenza nelle
vicende umane.
Il pensiero politico di Monaldo Leopardi trovò invece una
veste letteraria di carattere divulgativo nei «Dialoghetti sulle materie
correnti nell'anno 1831» dove in forma allegorica vengono ridicolizzate le
nuove idee e poste in rilievo le manchevolezze ed i punti deboli delle dottrine
in voga; nonostante la semplicità della forma, i Dialoghetti ebbero un grande
successo perché le idee propugnate con tanta semplicità e tanto buonsenso
conquistarono molti e fecero ravvedere altri che con troppa facilità avevano
accolto l'invasione francese 'come una liberazione.
Altra statura ebbe però il pensiero di Luigi Taparelli
d'Azeglio gesuita che, nel suo « Saggio teoretico di diritto naturale
appoggiato sul fatto » disse una delle parole più elevate in fatto di problema
della Sovranità; nella sua compilazione sistematica di diritto naturale sulla
base del pensiero tomistico il potere monarchico viene considerato come parte integrante
dell'ordinamento del mondo ed al Sovrano viene riconosciuto un carattere
superiore, simile a quello attribuitogli da de Maistre e da de Bonald. E'
peraltro interessante notare che attraverso la penna di Taparelli, esponente
qualificatissimo della Compagnia di Gesù e fondatore della celebre rivista
gesuita « La civiltà cattolica » veniva espreso un orientamento di una fra le
più poderose organizzazioni del mondo cattolico, che non esitava in pieno
secolo XIX a schierarsi decisamente per la legittimità del potere e per una
concezione morale del potere monarchico.
Né tale posizione era da considerarsi pacifica, perché
implicava resistenza ad una corrente di idee liberali abbastanza diffusa,
specie nelle classi colte e che aveva come protettrice malcelata una potenza
come l'Inghilterra, che per motivi politici aveva tutto l'interesse a favorire
le rivoluzioni che con le nuove idee sempre si accompagnavano.
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