NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 6 maggio 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXIII

 


2) LA TRADIZIONE CONTRO LA RIVOLUZIONE.

La caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna, restituirono all'Europa il suo primitivo volto politico mentre la tradizione monarchica, uscita più forte dalla minacciosa bufera rivoluzionaria presentava una novella fioritura d'ingegni e di opere tutte intente a ricostruire quello che la rivoluzione aveva distrutto.

Purtroppo il Congresso di Vienna, che pure non mancò di presentarsi come il vero strumento delle rivendicazioni della giustizia, non esitò a sacrificare in realtà i diritti legittimi alla ragione politica in alcuni casi o a compiere delle vere e proprie usurpazioni in altri, come per alcuni territori transpadani della Santa Sede, ma non si può negare che il principio monarchico ebbe nel grande consesso internazionale una delle sue maggiori affermazioni perché ancora una volta venne chiaramente riconosciuto come l'unico strumento idoneo ad assicurare pace e tranquillità al mondo.

Uno dei due principi base del Congresso di Vienna, che furono l'equilibrio europeo e la legittimità del potere, confermava il concetto che i regni fossero proprietà inalienabile dei Sovrani, onde ciascuno rientrava nel possesso del suo di cui non doveva più essere spogliato e respingeva nettamente le idee di nazionalità e di libertà, implicanti un diritto dei popoli e degli individui all'autodecisione ritenendo che spettasse solo ai Re il compito di provvedere al benessere dei sudditi senza ingerenza di questi e senza che di fronte ad essi fossero in alcun modo responsabili i governanti, che da Dio unicamente e direttamente traevano il loro potere.

Poiché il principio del diritto divino era stato gravemente scosso dagli avvenimenti della recente rivoluzione, i governi compresero quanto fosse per loro necessario rivolgersi alla Chiesa per rinsaldarlo, ed appoggiarla in tutti i modi, esaltandola di fronte all'opinione pubblica; e per questo, vennero sepolte molte controversie fra Chiesa e vari governi, si rinunciò a varie ingerenze statali negli affari ecclesiastici, si cercò di addivenire a molti concordati e si giunse in una parola, a ricostituire una stretta alleanza fra trono e altare, riconosciuti come i due pilastri della società umana.

92

Su questa base, molti furono i pensatori che indirizz arono la loro ricerca in un senso nettamente pubblicistico e       politico per dare una precisa definizione della fonte della legittimità del  potere e le condizioni politiche non fecero che favorire ed (incoraggiare questo loro indirizzo di pensiero, provocando quello che alcuni vogliono chiamare il ritorno romantico alla tradizione; ma è opportuno notare che tale ritorno non può essere inquadrato nella rivalutazione che le correnti letterarie del Romanticismo tentarono di tradizioni e costumi esteriori del medio evo trovando la giustificazione logica piuttosto nell'esigenza sentita da molti di determinare i caratteri di un reggimento politico saldo e stabile ed estraneo il più possibile ai rivolgimenti ed ai capricci umani, ai quali per troppo tempo era stato sacrificato il benessere dei cittadini, la prosperità delle nazioni e la pace del mondo.

Una singolare manifestazione di questa tendenza, rivolta a mantenere l'ordine stabilito, in cui i vecchi principi assolutisti si univano alla rifiorente spiritualità religiosa, fu la S. Alleanza stabilita fra i Sovrani d'Austria, Russia e Prussia che s'impegnavano di prestarsi in ogni occasione aiuto e assistenza, proclamando di voler governare i loro stati secondo i precetti del Cristianesimo, precetti di giustizia, di carità e di pace, ed anche se tutto si limitò a delle pure dichiarazioni di principio, destinate a restare senza alcuna attuazione pratica, pure ebbero un valore orientativo notevolissimo ed ancora oggi, possono essere la migliore espressione dello stato d'animo dei politici del tempo.

Tale stato d'animo ebbe una sistemazione dottrinaria attraverso l'opera di una schiera di pensatori in cui primeggiano Giuseppe de Maistre, Luigi de Bonald, Monaldo Leopardi e Luigi Taparelli d'Azeglio. Maggiore di tutti fu forse il savoiardo Giuseppe de Maistre, ambasciatore e fedele di Vittorio Emanuele I che scrisse tutte le sue opere in lingua francese; egli è un po' il padre della nuova dottrina monarchica e nello stesso tempo il grande esaltatore della potestà pontificia. Nella sua prima opera « Les considerations sur l'histoire de France » De Maistre dichiara ch eogni tentativo dell'uomo di muovere in una via diversa da quella segnata dall'autorità è rovinoso e dimostra il suo assunto mostrando l'orrido esempio della sorte toccata alla Francia rivoluzionaria, immersa in un lago di sangue .

Il francese Luigi de Bonald invece, nelle sue opere « Teoria del potere politico e religioso nella società civilizzata » e « La legislazione primitiva » attribuisce allo Stato non solo un'origine divina ma anche la funzione di intermediario tra Dio e il popolo ed alla teoria illuministica dei diritti dell'uomo sostituisce quella tradizionalista dei doveri del dei doveri dell'uomo di fronte a Dio e alle autorità che lo rappresentano

 

In tutti questi pensatori è comunque sempre vivo e presente il senso della regalità nella sua più alta espressione; il sentimento monarchico è in loro non solo un'esigenza politica ed un mezzo umano di governo, ma soprattutto un'esigenza spirituale ed un mezzo di elevazione della politica concepita come aspetto della scienza morale.

La divinità, prima negata o relegata in un mondo lontano ed irraggiungibile, ha invece, nel pensiero della filosofia tradizionalista, una parte determinante e la filosofia della storia viene ripudiata per cedere il posto alla teologia della storia, intesa come intervento della Provvidenza nelle vicende umane.

Il pensiero politico di Monaldo Leopardi trovò invece una veste letteraria di carattere divulgativo nei «Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831» dove in forma allegorica vengono ridicolizzate le nuove idee e poste in rilievo le manchevolezze ed i punti deboli delle dottrine in voga; nonostante la semplicità della forma, i Dialoghetti ebbero un grande successo perché le idee propugnate con tanta semplicità e tanto buonsenso conquistarono molti e fecero ravvedere altri che con troppa facilità avevano accolto l'invasione francese 'come una liberazione.

Altra statura ebbe però il pensiero di Luigi Taparelli d'Azeglio gesuita che, nel suo « Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto » disse una delle parole più elevate in fatto di problema della Sovranità; nella sua compilazione sistematica di diritto naturale sulla base del pensiero tomistico il potere monarchico viene considerato come parte integrante dell'ordinamento del mondo ed al Sovrano viene riconosciuto un carattere superiore, simile a quello attribuitogli da de Maistre e da de Bonald. E' peraltro interessante notare che attraverso la penna di Taparelli, esponente qualificatissimo della Compagnia di Gesù e fondatore della celebre rivista gesuita « La civiltà cattolica » veniva espreso un orientamento di una fra le più poderose organizzazioni del mondo cattolico, che non esitava in pieno secolo XIX a schierarsi decisamente per la legittimità del potere e per una concezione morale del potere monarchico.

Né tale posizione era da considerarsi pacifica, perché implicava resistenza ad una corrente di idee liberali abbastanza diffusa, specie nelle classi colte e che aveva come protettrice malcelata una potenza come l'Inghilterra, che per motivi politici aveva tutto l'interesse a favorire le rivoluzioni che con le nuove idee sempre si accompagnavano.

Nessun commento:

Posta un commento