NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 3 maggio 2026

Vita segreta al Quirinale VI parte


 

LO "SFINGEO" STONE

Intanto le nubi all'orizzonte po­litico s'infoschivano. Bisognava fare qualcosa, uscire dal riserbo, spezzare gli equivoci, evitare le false accuse, o smentirle. Tra l'al­tro, tutti i giornali di sinistra, in questo periodo, affermavano senza che nessuno li controbattesse, che la monarchia finanziava i neo-fasci­sti. Sarebbe bastato porre in ri­lievo che la monarchia avrebbe vo­luto poter finanziare, non che il neo-fascismo, almeno se stessa! Ma non fu fatto. Ed ecco la princi­pessa in persona sciogliersi dai le­gami burocratico - politici che sin dal suo ritorno in Italia l'avevano paralizzata al Quirinale, e incon­trarsi in case amiche con gente di ogni condizione che potesse dare un aiuto qualsiasi alla causa mo­narchica; e dovette lei stessa smen­tire in questi circoli le voci più calunniose circolanti a carico dei sovrani.

Maria José si recò pure alle Fosse Ardeatine, con la sola com­pagnia della marchesa di Monte zemolo, vedova dell'eroico colon­nello. Inoltre, insieme con la du­chessa Immacolata Salviati, vice­presidentessa delle Dame di San Vincenzo, la principessa di Pie­monte volle visitare, in strettissi­mo incognito, i quartieri più po­polari della capitale.

In questo periodo il Luogotenen­te aveva accentuato le pratiche re­ligiose, di cui era pur sempre sta­to assiduo. Se Umberto ebbe in gioventù alcuni momenti di spen­sieratezza, le sofferenze degli ul­timi anni lo avevano completamen­te trasformato: ora, salvo rare ec­cezioni impostegli dall'alta carica, rifuggiva i salotti per trascorrere ld sera in casa di amici d'ogni ca­tegoria sociale, purché colti ed in­telligenti, o con illuminati studio­si di materia religiosa. Evoluzione notevole, sconosciuta si può dire nel suo stesso entourage.

Ai primi d'aprile un gruppo di monarchici propose di installare una radio nelle vicinanze di Roma, possibilmente a Castel Porziano: idea non errata, data la vastità della tenuta. La radio avrebbe fun­zionato sino ad elezioni avvenute per controbattere tutte le affer­mazioni scritte o propalate a mez­zo della radio ufficiale contro la monarchia.

La cosa non fu possibile perché l'iniziativa era partita da una don­na, la signora Narici. Ella espose la propria idea ad un devoto uffi­ciale d'ordinanza, il maggiore G., e, fiduciosa, cercò d'ottenere i re­lativi permessi e lasciapassare a Castel Porziano. Ma tutto finì lì: forse attraverso il centralino del Quirinale si era riusciti a cono­scere qualche notizia in merito, e si corse subito ai ripari. Come ab­biamo detto, infatti, non pochi im­piegati al Quirinale erano iscritti a partiti di sinistra o comunque nettamente repubblicani.

Il 5 aprile si seppe ufficialmen­te (ma da tempo al Quirinale se ne parlava) che tutta la propa­ganda sarebbe stata da quel gior­no diretta personalmente dal mi­nistro Falcone Lucifero, molto at­tivo e intelligente, che godeva la fiducia del Luogotenente.

Infante era in licenza, e Garofalo ammalato. Si sospettò allora che si trattasse di una malattia diplomatica, ma pare invece che l'ammiraglio fosse effettivamente ammalato.

Sta di fatto che in quei giorni venne offerto al Quirinale un pranzo d'addio al ministro del Portogallo ed alla sua consorte, donna Marinez Carmona, e tutti notarono per la prima volta l'as­senza del generale Infante e del­l'ammiraglio Garofalo.

Il tempo, però, stringeva e la mo­narchia era sempre più minaccia­ta dalla abile propaganda oppo­sta. Si mossero allora le donne, e presero l'iniziativa di portare al­l'ammiraglio Stone migliaia di do­mande firmate da congiunti di pri­gionieri in Russia e in Jugoslavia, allo scopo dì poter far rinviare, se non le elezioni, almeno il referen­dum, per non defraudare i com­battenti lontani del diritto di e­sprimere la loro opinione su que­stioni interne di tanta importan­za. Le domande erano tutta firma­te, con indirizzo e professione di chi le aveva un tono di serietà all'iniziativa. Ma lo "sfingeo" Stone, monarchi­co quando gli era stato di giova­mento, fu irremovibile e, come Pi­lato, volle lavarsene le mani.

L'ammiraglio americano rimase del resto imperterrito dinanzi ad altri memoriali dello stesso gene­re recanti le firme di 30.000 don­ne, presentati dalla marchesa di Montezemolo, dalla baronessa de Grenet, madre del giovane diplo­matico (mutilato di guerra) fuci­lato assieme al colonnello Montezemolo alle Fosse Ardeatine, dal­la signora Martinengo, vedova dell'eroico ammiraglio ucciso dai te­deschi.

Tutto fu vano. Stone si disinte­ressò di ogni cosa nonostante avesse precedentemente e ripetutamen­te detto che per la buona riuscita del referendum occorreva far muo­vere le donne: < Women, women, women>. "Soltanto le donne pos­sono salvare il re".

Perché questo irrigidimento im­provviso? Perché simile atteggia­mento, in contrasto con quello precedente? In quei giorni l'am­miraglio era tornato dall'America insieme con il proprio aiutante di bandiera Sunny Behn, che lo a­veva accompagnato in patria. Sco­po del viaggio: conoscere il pen­siero di alcuni loro amici nei con­fronti della monarchia italiana, a dispetto della clausola dell'armi­stizio che parlava di "non inge­renza degli alleati" negli affari interni italiani. Avevano trovato un ambiente più propenso in quel momento alla forma di governo pubblicano. Forse pensavano al ro governo che non era mai stata per forza di cose, monarchico. poi Stone teneva moltissimo ali sua popolarità in America, dato ci agli inizi della guerra era sotto to capitano e desiderava mani nere la solida posizione raggiunta.

Alcune volonterose dame andarono a perorare la causa monarchica anche presso la giovanissima fidanzata del cinquantaseienne ammiraglio, donna Renata di Sant'Elia. Ma ella disse che non aveva alcun ascendente su di lui.

Il 17 aprile 1946, nella 'Sala Borromini gremita di gente di tut­te le condizioni sociali, ebbe luogo, ad opera di Donna Carlotta Orlando, la commemorazione della opera principessa Mafalda.

Per quanto nessuna pubblicità fosse stata fatta, l'affluenza del pub­blico fu enorme. La Principessa di Piemonte giunse accompagnata dal­la figlia Maria Pia dalla contessa Guendalina Spallettí. Un uragano di applausi ne e salutò l'ingresso.

 

UMBERTO SALE AL TRONO

Il discorso di Carlotta Orlando terminò coll'invito a Maria José di farsi vedere più spesso « perché il popolo italiano vuole che le princi­pesse di Casa Savoia prendano par­te alla sua rinascita politico-mora­le; ed alla fine molti occhi erano velati dalla commozione. Quando la principessa uscì con la figlia, al­cune popolane gridarono: «Ti vo­gliamo bene! Fatti vedere più spes­so!»; ed una, facendosi avanti: «Sono venuta da Napoli apposta per vederti: fammi baciare la piccirilla, Dio vi assista e benedica!

Donna Carlotta Orlando aveva vissuto molti anni in America e sapeva che cosa significasse, per le elezioni, la propaganda; e si meravigliava che la cosa non fosse compresa in campo monarchico. Ella si assunse la responsabilità di por­tare nei quartieri della periferia il principe di Napoli, onde fosse co­nosciuto dai bimbi della sua età. La cosa fu criticata negli ambienti di Corte, mentre fu appoggiata dal Luogotenente. Era stata pure Don­na Carlotta a suggerire di far en­trare la principessa Maria Pia fra le guide; e la giovane si con­quistò molte simpatie per la sua dolcezza e la sua affabilità.

Per il 1° maggio si temevano di­sordini in tutta Italia; l'opinione pubblica era allarmatissima: inve­ce, contro ogni previsione, la gior­nata trascorse tranquilla, senza il minimo incidente.

Questa grande calma avrebbe do­vuto però spaventare, come dimo­strazione anzitutto della disciplina raggiunta dalla organizzazione co­munista.

Il 5 maggio ebbe luogo al Pala­tino il primo comizio monarchico, organizzato da pochi audaci. Par­larono diversi oratori; poi, alla spicciolata, poiché i cortei erano proibiti dagli alleati, tutti s'av­viarono per adunarsi sulla piazza del Quirinale. Al Palazzo Reale si sentiva arrivare la folla, prima an­cora di vederla. Proveniva da via XXIV Maggio, da via XX Settem­bre, da via della Consulta, dalla Datarla. La piazza si riempì come per incanto, e la parola Savoia! si scandiva alternandosi con il nome di Umberto! Finalmente il Luogotenente s'affacciò, accolto da grandi applausi.

La manifesta­zione si ripeté l'8 maggio.

La mattina del 9 maggio venne notata al Palazzo Reale una agita­zione insolita: il Luogotenente alle 7 era partito all'improvviso in au­tomobile, diretto a Napoli, in com­pagnia del primo aiutante di cam­po, degli ufficiali d'ordinanza e del mastro delle cerimonie, marchese Graziani. Il vecchio sovrano, dopo aver abdicato in favore del figlio, si sarebbe imbarcato quello stesso giorno per l'Egitto su un incrocia­tore insieme alla regina Elena.

Questa la notizia che corse su­bito di bocca in bocca. I giornali ne parlarono a lungo, descrivendo minutamente la cerimonia dell'ab­dicazione, che era stata semplicis­sima, e la partenza di Vittorio Ema­nuele III per l'esilio.

Umberto di Savoia saliva così al trono 20 giorni prima delle elezioni e del referendum.

L'opinione pubblica fu scossa dal duplice avvenimento perché Vitto­rio Emanuele III era ancora molto popolare fra i vecchi combattenti della guerra '15-'18, i quali lo ave­vano visto dividere con loro pericoli e disagi; ma non si poteva non riconoscere da un punto di vista più che obbiettivo, come il gesto avrebbe potuto essere fatto prima, con evidente vantaggio per il nuo­vo re. Comunque il vecchio sovrano prima dl lasciare la patria aveva voluto compiere un gesto di indub­bia nobiltà, donando al popolo la sua preziosissima collezione numi­smatica. A questo proposito è bene ricordare che nel 1946 erano state fatte pressioni su Vittorio Ema­nuele III perché vendesse all'este­ro quel tesoro, dal quale avrebbe ricavato certamente più di un mi­liardo. Ma egli non volle.

Umberto quella sera tornò assai tardi alla capitale: per quanto avesse sempre fortissimo il domi­nio di sé, si notava sul suo volto il dolore per la partenza senza ritor­no dei genitori.

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