3) TRADIZIONE MONARCHICA E STORIA CONTEMPORANEA
Abbiamo detto che il Congresso di Vienna nella sua azione di
riordinamento dell'Europa, si era ispirato a due precisi principi: quello della
legittimità e quello dell'equilibrio europeo.
Tale equilibrio era stato realizzato assegnando ai vari
Sovrani i territori che loro spettavano e cercando d'impedire l'egemonia di
una nazione sulle altre, ma senza tenere alcun conto delle sorgenti
aspirazioni nazionali dei popoli. Di questo stato di cose avevano approfittato
i nascenti movimenti liberali, associando alle idee di libertà politica quella
d'indipendenza nazionale, a loro avviso irrealizzabile senza l'intervento delle
forze nuove promandati dei principi della Rivoluzione francese.
Tale stato di cose era rafforzato dal fatto che non raramente
le aspirazioni nazionali erano in netta opposizione con le esigenze
tradizionaliste. come in Italia, dove a prescindere dall'occupazione austriaca
del Lombardo Veneto, una unità nazionale avrebbe significato il tramonto dei
troni che come quello napoletano, quello pontificio e quello toscano
appartenevano a Sovrani legittimi e i cui nessuno avrebbe potuto mettere in
dubbio.
Un aspetto particolarmente grave presentava poi, la questione
dello Stato pontificio, che per il suo carattere di sede del Vicario di Cristo
meritava uno speciale riguardo da parte di Sovrani cattolici e quando il 20
settembre 1870 le truppe piemontesi irruppero nella Città santa, aprirono con
la breccia di Porta Pia, una intricata questione politica, giuridica e morale
che non poca influenza ebbe negli avvenimenti italiani di questi ultimi ottanta
anni.
Il problema che si apriva dinanzi ai Sovrani europei,
immediatamente dopo il Congresso di Vienna era appunto quello di scegliere fra
reazione e rivoluzione, fra legittimismo e liberalismo; tale scelta talvolta
costò anzi il trono ad alcuni Re come a Don Carlos in Spagna e a Carlo X in
Francia mentre altri come Vittorio Emanuele I di Sardegna, posti
nell'alternativa di versare il sangue dei loro sudditi o di subire le pressioni
rivoluzionarie, preferirono abdicare ed altri ancora concessero delle libertà
che revocarono dopo, ritornando sulle proprie decisioni.
In questo marasma politico, vivo restava però il problema
della fonte dell'autorità politica in genere e monarchica in particolare. Nonostante
che i rivoluzionari, grazie al loro ardimento ed alla loro attività,
riuscissero a far prevalere in diverse occasioni la loro volontà, molti
restavano coloro che continuavano a pensare come in passato e che intendevano
restare fedeli al tradizionale binomio: trono e altare.
Portavoce ed esponente principale di questa corrente fu,
specialmente in Italia, il conte Clemente Solaro della Margarita che per circa
tredici anni fu ministro di Carlo Alberto, lasciando il suo posto alla vigilia
della proclamazione dello Statuto Albertino; Solaro della Margarita che
capeggiò poi nel parlamento subalpino l'opposizione conservatrice di destra,
fu anche scrittore politico ed il maggiore teorico della dottrina monarchica
del suo tempo.
Per lui la fonte dell'autorità monarchica è puramente divina: « La autorità
deriva da Dio — egli scrive — inclinate aures vestras o superbi; non può
esservi diritto nell'uomo, nella società se vi si ascrive altra origine che
quella della volontà del Supremo Fattore e Legislatore dell'Universo». (Uomo
di Stato, III, 2) ma ben lontano da certi suoi predecessori teorici
dell'assolutismo, ripudia ogni concetto di superiorità del principe sulle
leggi anche positive ed ogni giustificazione della ragion di Stato. «L'autorità
è data ai regnanti — nota infatti — non perché possano fare quanto a loro
piace, ma perché l'esercitino con subordinazione alle sue leggi che lor non è
lecito dì violare» (Ib. III, 2) ed infine soggiunge: « ...non v'è circostanza
di tempi, non riguardi di forza e di posizione particolare che autorizzino la
violazione della giustizia. In nessun caso mai si può fare astrazione dalle
leggi della morale» (Ib, II).
Tali principii non potevano naturalmente che essere in
contrasto con la linea di condotta di coloro che volevano scacciare i vari
sovrani italiani per fare un'Italia unita e liberale sotto lo scettro
costituzionale di Vittorio Emanuele II. Ai tradizionalisti italiani non
ripugnava affatto il pensiero di un'unificazione della penisola ma ritenevano
indispensabile che avvenisse per gradi, senza offendere i diritti di nessuno e
soprattutto senza che il concetto unitario implicasse quello di un indirizzo
liberale della politica italiana.
Il processo unitario nazionale, avvenuto invece nell'ambito
ideologico del liberalismo non favorì una dinamica dialettica del problema
della sovranità che non ebbe perciò sviluppi notevoli autonomi, rinserrandosi
piuttosto nell'ambito del più vasto problema dell'autorità contrapposto
all'esigenza della libertà che i tempi postulavano.
Il problema rimaneva però aperto e mentre all'antica formula
del «Re per grazia di Dio» veniva aggiunta anche la frase facente riferimento
alla volontà nazionale, che sanzionava giuridicamente la validità dei
plebisciti popolari, non pochi rimasero nei vecchi schemi tradizionalisti, che
in Francia risorsero sotto un particolare aspetto nel pensiero di Charles
Maurras e della sua «Action francaise» e in Italia furono studiati da qualche
non secondario scrittore politico.
Con questo arriviamo all'elaborazione teorica contemporanea,
nel punto cronologico in cui la storia è ancora polemica politica e ci asteniamo
dall'entrare in un campo che in questo caso non sarebbe il nostro; preferiamo
attendere, prima di parlare del pensiero monarchico contemporaneo, che questo
più solidamente si concretizzi e si sviluppi nelle formulazioni che caratterizzeranno
la Monarchia di domani.
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