NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 13 maggio 2026




 

3) TRADIZIONE MONARCHICA E STORIA CONTEMPORANEA

Abbiamo detto che il Congresso di Vienna nella sua azione di riordinamento dell'Europa, si era ispirato a due precisi principi: quello della legittimità e quello dell'equilibrio europeo.

Tale equilibrio era stato realizzato assegnando ai vari Sovrani i ter­ritori che loro spettavano e cercando d'impedire l'egemonia di una na­zione sulle altre, ma senza tenere alcun conto delle sorgenti aspirazioni nazionali dei popoli. Di questo stato di cose avevano approfittato i na­scenti movimenti liberali, associando alle idee di libertà politica quella d'indipendenza nazionale, a loro avviso irrealizzabile senza l'intervento delle forze nuove promandati dei principi della Rivoluzione francese.

Tale stato di cose era rafforzato dal fatto che non raramente le aspi­razioni nazionali erano in netta opposizione con le esigenze tradizionali­ste. come in Italia, dove a prescindere dall'occupazione austriaca del Lombardo Veneto, una unità nazionale avrebbe significato il tramon­to dei troni che come quello napoletano, quello pontificio e quello to­scano appartenevano a Sovrani legittimi e i cui nessuno avrebbe potu­to mettere in dubbio.

Un aspetto particolarmente grave presentava poi, la questione dello Stato pontificio, che per il suo carattere di sede del Vicario di Cristo me­ritava uno speciale riguardo da parte di Sovrani cattolici e quando il 20 settembre 1870 le truppe piemontesi irruppero nella Città santa, apri­rono con la breccia di Porta Pia, una intricata questione politica, giu­ridica e morale che non poca influenza ebbe negli avvenimenti italiani di questi ultimi ottanta anni.

Il problema che si apriva dinanzi ai Sovrani europei, immediata­mente dopo il Congresso di Vienna era appunto quello di scegliere fra reazione e rivoluzione, fra legittimismo e liberalismo; tale scelta talvol­ta costò anzi il trono ad alcuni Re come a Don Carlos in Spagna e a Car­lo X in Francia mentre altri come Vittorio Emanuele I di Sardegna, po­sti nell'alternativa di versare il sangue dei loro sudditi o di subire le pres­sioni rivoluzionarie, preferirono abdicare ed altri ancora concessero del­le libertà che revocarono dopo, ritornando sulle proprie decisioni.

In questo marasma politico, vivo restava però il problema della fon­te dell'autorità politica in genere e monarchica in particolare. Nono­stante che i rivoluzionari, grazie al loro ardimento ed alla loro attività, riuscissero a far prevalere in diverse occasioni la loro volontà, molti restavano coloro che continuavano a pensare come in passato e che intendevano restare fedeli al tradizionale binomio: trono e altare.

Portavoce ed esponente principale di questa corrente fu, special­mente in Italia, il conte Clemente Solaro della Margarita che per circa tredici anni fu ministro di Carlo Alberto, lasciando il suo posto alla vigilia della proclamazione dello Statuto Albertino; Solaro della Margarita che capeggiò poi nel parlamento subalpino l'opposizione con­servatrice di destra, fu anche scrittore politico ed il maggiore teorico della dottrina monarchica del suo tempo.


Per lui la fonte dell'autorità monarchica è puramente divina: « La autorità deriva da Dio — egli scrive — inclinate aures vestras o superbi; non può esservi diritto nell'uomo, nella società se vi si ascrive altra origine che quella della volontà del Supremo Fattore e Legislatore dell'Uni­verso». (Uomo di Stato, III, 2) ma ben lontano da certi suoi predecessori teorici dell'assolutismo, ripudia ogni concetto di superiorità del prin­cipe sulle leggi anche positive ed ogni giustificazione della ragion di Stato. «L'autorità è data ai regnanti — nota infatti — non perché pos­sano fare quanto a loro piace, ma perché l'esercitino con subordinazione alle sue leggi che lor non è lecito dì violare» (Ib. III, 2) ed infine sog­giunge: « ...non v'è circostanza di tempi, non riguardi di forza e di posizione particolare che autorizzino la violazione della giustizia. In nessun caso mai si può fare astrazione dalle leggi della morale» (Ib, II).

Tali principii non potevano naturalmente che essere in contrasto con la linea di condotta di coloro che volevano scacciare i vari sovrani italiani per fare un'Italia unita e liberale sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele II. Ai tradizionalisti italiani non ripugnava affatto il pensiero di un'unificazione della penisola ma ritenevano indispensa­bile che avvenisse per gradi, senza offendere i diritti di nessuno e so­prattutto senza che il concetto unitario implicasse quello di un indi­rizzo liberale della politica italiana.

Il processo unitario nazionale, avvenuto invece nell'ambito ideolo­gico del liberalismo non favorì una dinamica dialettica del problema della sovranità che non ebbe perciò sviluppi notevoli autonomi, rinser­randosi piuttosto nell'ambito del più vasto problema dell'autorità con­trapposto all'esigenza della libertà che i tempi postulavano.

Il problema rimaneva però aperto e mentre all'antica formula del «Re per grazia di Dio» veniva aggiunta anche la frase facente riferi­mento alla volontà nazionale, che sanzionava giuridicamente la validità dei plebisciti popolari, non pochi rimasero nei vecchi schemi tradiziona­listi, che in Francia risorsero sotto un particolare aspetto nel pensiero di Charles Maurras e della sua «Action francaise» e in Italia furono studiati da qualche non secondario scrittore politico.

Con questo arriviamo all'elaborazione teorica contemporanea, nel punto cronologico in cui la storia è ancora polemica politica e ci aste­niamo dall'entrare in un campo che in questo caso non sarebbe il no­stro; preferiamo attendere, prima di parlare del pensiero monarchico contemporaneo, che questo più solidamente si concretizzi e si sviluppi nelle formulazioni che caratterizzeranno la Monarchia di domani.

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