NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 25 aprile 2026

Vita segreta al Quirinale V parte

 

 

UNA RISPOSTA DI FABRIZI

Intanto il Luogotenente, con se­reno stoicismo, continuava a ricevere uomini politici e militari, mu­tilati e artisti. Una mattina chiese udienza il popolare attore Peppino De Filippo, che il Luogotenente co­nosceva e apprezzava. De Filippo,


[…] parte mancante, nota dello staff

 

le dita, non sapendo dove posarlo e non volendo gettarlo sul tap­peto, se lo mise in tasca.

Umberto lodò il film e l'interpre­tazione dei due bravissimi attori.

Ed annunciò a Fabrizi che lo nominava commendatore della Coro­na d'Italia. Fabrizi finemente rispose:  “Se Lei rimane, Maestà, mi basta essere stimato; se Lei dovesse lasciare l'Italia, mi dispiacerebbe invece non potermi fregia­re di un'onorificenza datami da Vostra Maestà
”.

Nel febbraio 1946, intanto, giun­se a Roma la regina Elena che andò ad abitare Villa Savoia, ri­manendovi quindici giorni; natu­ralmente la cosa passò presso­ché inosservata, specie da parte del grosso pubblico (che forse la ignorò del tutto).

Elena era accompagnata dalla sua dama duchessa di Torrecuso, la quale, contrariamente a ciò che era avvenuto nel passato quando prestava servizio, abitò essa pure a Villa Savoia. La re­gina era stata richiamata a Roma dalla malattia di sua cognata, la principessa vedova del principe Mirko di Montenegro: inferma da tempo, la principessa si era aggra­vata improvvisamente.

In quei giorni la Regina Elena non si recò mai al Quirinale e, se le occorse qualcosa, se lo fece por­tare dalla sua cameriera Umberta che abitava in un appartamentino al mezzanino della "Manica Lun­ga". Il Luogotenente, invece, tut­ti i giorni andava a vedere la ma­dre, ma sempre solo. I nipotini, che la regina Elena amava vede­re spesso, andavano dalla nonna in automobile, uscendo dalla por­ta di via XX Settembre.

Durante la breve permanenza nella capitale, la regina Elena ri­cevette a Villa Savoia tutte le sue dame, così pure parecchi dei suoi gentiluomini del Nord venuti a Roma per ossequiarla. Dando pro­va di molta nobiltà, ricevette anche le dame che avevano parteggiato dopo l'8 settembre per la repubblica di Salò. Evidentemente la re­gina, al suo gesto aveva inteso dare, passata la tempesta, un si­gnificato di ritrovata concordia fra italiani.

La malattia della principessa Militza s'aggravò ancora, e il 18 febbraio la cognata della regina Elena passava a miglior vita. Per la morte della zia, il Luogote­nente convocò nel villino abitato dalla defunta tutti i principi residenti in Roma e le loro Corti. Otto staffieri in livrea erano al di là e al di qua della breve scala del villino di via Scialoja. Anche la principessa di Piemonte era presente, così i principi Romanoff, nipoti della regina Elena. Arrivò il pope russo, essendo la defunta di religione greco-ortodossa. Cerimo­nia breve, intima. Fuori sostava­no alcune macchine e poca folla. In quei giorni Roma era occu­pata a seguire l'arrivo del nuo­vi cardinali creati dopo il Concistoro. Il Luogotenente ricevette naturalmente, secondo la prassi di rito, l'invito ad assistere alla so­lenne cerimonia finale del 21 feb­braio: e alle otto del mattino si mosse in automobile verso San Pietro.

La Basilica era stata meravigliosamente addobbata. Lungo la na­vata centrale erano erette delle tri­bune, per tutta la sua lunghezza adorne di arazzi preziosi le cui tin­te si fondevano in una leggiadra e armoniosa gamma di colori, sul­lo sfondo degli ori e dei marmi, ri­splendenti alla luce viva dei riflet­tori. San Pietro era gremito, sia le tribune, che avevano soltanto posti a sedere, sia i recinti costruiti nella grande crociera, ove il pub­blico stava in piedi. Al completo il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: fastose uni­formi, nere toilettes delle signore, scintillanti di gioie.

Alle 9 precise si notò un movi­mento tra la folla adunata nel tem­pio; poi ripetutamente il grido di "Evviva" echeggiò sotto le volte altissime: erano entrati nella Ba­silica i principi di Piemonte. Per quanto il Luogotenente facesse se­gno di non applaudire per rispetto al luogo sacro, l'ovazione si pro­lungò.

Alle 9,30 precise le trombe d'ar­gento fecero udite i loro squilli, seguì l'inno pontificio e, dalla Cap­pella della Pietà, il Pontefice, sul­la sedia gestatoria, entrò in San Pietro.

Un lunghissimo irrefrenabile ap­plauso salutò anche il vicario di Cristo. Era attorniato dalla sua nobile Corte, e, particolare mai veri­ficato da secoli, era seguito dai due principi assistenti al Soglio: prin­cipe Colonna e principe Orsini, quest'ultimo ancora prestante no­nostante la tarda età.

Per un'ora e mezzo si sussegui­rono tutti i cardinali di nuova no­mina. Poi il Papa scese dal trono, risalì sulla sedia gestatoria, com­piendo il giro dell'Altar' Maggiore, in modo da passare molto vicino alla tribuna reale. (Questo fatto venne aspramente criticato il gior­no dopo nei fogli di sinistra).

Sua Santità benedisse tre volte il Luogotenente, fissandolo negli occhi, poi proseguì tra i flabelli lungo la navata centrale, accolto da un crescendo di applausi. Allon­tanatosi il Papa dal tempio, Um­berto rimase ancora a pregare. Quando uscì dalla Basilica, il grido scandito di "Savoia" proruppe da molti popolani: fu la prima sponta­nea manifestazione pubblica alla Monarchia.

RICEVIMENTO Al CARDINALI

Si parlò moltissimo in quei gior­ni di un grande ricevimento che il Luogotenente avrebbe dato ai cardinali presenti in Roma per il Con­cistoro; si trovava strano che le porte del Quirinale, non più aperte a nessun ricevimento dopo il ritor­no di Umberto a Roma, si schiu­dessero solamente per tale occa­sione, e i pettegolezzi furono infi­niti.

Il ricevimento, ebbe luogo, infat­ti, il 25 febbraio. Erano stati invi­tati tutti i membri del governo. Togliatti e Nenni si astennero, De Gasperi vi partecipò con gli altri ministri. Per togliere ogni caratte­re mondano al ricevimento, le si­gnore della cosiddetta società elegante non vennero invitate, ciò che suscitò un nuovo vespaio.

Per la prima volta nel Regno di Italia i principi della Chiesa si re­carono in così gran numero al Qui­rinale. Il Luogotenente aspettava gli ospiti in piedi nella Sala del Trono, attorniato dai principi reali residenti in Roma. I cardinali, do­po aver parlato con Umberto, veni­vano uno alla volta introdotti dal gentiluomo di servizio, conte Solaro del Borgo, alla presenza della principessa di Piemonte che si tro­vava nella sala attigua, avendo vi­cine le duchesse di Genova e di Ancona.

Maria José indossava un vestito di merletto blu scuro, con sulle spalle una pellegrina di volpi ar­gentate, lunghi orecchini, quadru­plice giro di perle al collo. Primo ad entrare fu il cardinale Agagianian, che invitò la principessa a voler assistere al prossimo Ponti­ficale in rito armeno. La princi­pessa promise di assistervi, ma per ragioni politiche (giacché gli "Ev­viva" durante la cerimonia del Concistoro avevano impensierito gli uomini politici allora al gover­no), Maria José non andò più in San Pietro.

Finita la presentazione dei car­dinali alla principessa, il Luogote­nente s'avviò verso la sfilata delle ricche sale, in quella ov'erano sta­te preparate tre vaste tavole ovali, illuminate da venti candelabri di venti candele ognuno. Le can­dele rimasero al loro posto, il ric­co buffet sparve rapidamente: co­me accade in ogni importante ri­cevimento.

I ricevimenti per i neo-cardinali continuarono presso le varie am­basciate, ma quello di maggior ri­sonanza ebbe luogo al Grand Hotel, offerto dal cardinale Spellman.

Il Luogotenente e la principessa intervennero in forma ufficia­le. Enorme folla nell'aristocratico albergo di via delle Terme, rivin­cita per chi non era stato al Qui­rinale, ottima occasione per i principi onde avvicinare tante "per­sonalità" d'ogni parte del mondo. Essi s'intrattennero per più di due ore, parlando con tutti, nonostan­te i reiterati avvertimenti del pri­mo aiutante di campo. Questa pro­lungata partecipazione al ricevi­mento fu peraltro assai gradita agli ospiti ed i giornali americani com­mentarono molto favorevolmente la cosa.

Oramai il Luogotenente molti­plicava la propria attività, da so­lo, tenendosi a contatto con le au­torità alleate di passaggio, e par­tecipando assieme alla principes­sa a taluni ricevimenti.

L'ambasciatore americano Kirk, particolarmente legato all'Italia per aver passato I primi anni del­la sua carriera a Roma, invitò più volte il Luogotenente. Per natu­ra non amante delle feste, Kirk fece il possibile per dimostrare u­gualmente la sua devozione ed il suo attaccamento a Umberto: no­nostante egli usasse sempre una tavola rotonda, a distinguere il posto dell'augusto ospite metteva una grande poltrona dorata. Di tali suoi sentimenti fa fede, del resto, il ritiro volontario dalla car­riera dopo il referendum.

Un altro errore degli uffici stam­pa monarchici, in questo periodo, fu l'aver ignorato il ritorno dal­l'internamento in Germania della duchessa Anna d'Aosta. La du­chessa era priva di ogni cosa; al punto che, invitata ad un ricevi­mento intimo offerto al Quirinale in onore degli ufficiali della V Ar­mata, non avendo con sé neppu­re un abito da sera, ne indossò

uno della principessa Maria José.

A questo ricevimento gli ufficia­li alleati avevano chiesto di con­durre la banda del reggimento dei Filippini, che faceva parte del­l'armata stessa. Fu loro concesso e si videro così nell'austero pa­lazzo i soldati che, mentre suona­vano, si adornavano di ghirlande fiorite e si muovevano gesticolan­do, alternando marce e danze del­le isole dei mari del Sud.

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