NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 22 aprile 2026

Saggi storici sulla Monarchia - XXI

 




4) L'ASSOLUTISMO.

Il prestigio della tradizione monarchica, decaduta almeno formalmente e da un punto di vista squisitamente dottrinario, ritrovò uno sprazzo dell'antico splendore in Francia sotto il lungo regno di Luigi XIV detto il Re Sole. Questi del suo splendido palazzo di Versailles fece i 'tempio della regalità e ribaldì con famosa frase: «L'état c'est moi» il principio della monarchia assoluta.

Il concetto monarchico di Luigi XIV è quello assoluto, nel senso più pieno della parola; per il principio dell'autorità il Sovrano è non soltanto il principe ma anche il tutore dei suoi sudditi ed in un certo senso il pesante protettore della Chiesa. Ed appunto in quell'epoca le correnti teologiche gallicane ebbero in Francia il loro maggiore sviluppo ed i tentativi di indipendenza del clero francese dalla Sede di Roma trovarono nel Re un tollerante osservatore anche se non un vero e proprio protettore.

Differente situazione presentava l'Inghilterra, retta dopo l'estinzione dei Tudor, dagli Stwart; mentre Luigi XIV si accontentava di dichiarare parte integrale del potere monarchico lo « ius regaliae » (cioè il diritto della Corona francese esercitato da secoli in gran parte del regno, di amministrare i vescovati e di conferire durante la vacanza i benefici di collazione vescovile) la nazione d'oltremanica continuava a mantenere nello spirito della tradizione monarchica, i principi ispira­tori dell'azione di Enrico VIII staccatosi da Roma e autoproclamatosi capo della Chiesa d'Inghilterra. Questa innovazione, che riuniva in una sola persona i due poteri civile e religioso, concedeva al Sovrano un po­tere praticamente assoluto, ma proprio l'Inghilterra pervenuta ad un assolutismo reale se non formale ai primi del cinquecento, cioè circa un secolo prima degli altri stati, battè poi la strada opposta, giungendo, attraverso due rivoluzioni ad un regime liberale, almeno un secolo prima del resto d'Europa.

Dopo il breve regno di Edoardo VI e quelli di Maria la Cattolica e di Elisabetta, tutti e tre figli di Enrico VIII, salì sul trono inglese agli inizi del XVII secolo, Giacomo Stuart, anglicano benché figlio della cattolica Maria Stuarda da cui aveva ereditato la corona scozzese. Giacomo I cru­dele ed ingiusto verso i cattolici, non fu gradito neppure ai protestanti puritani e presbiteriani offesi dal tentativo del Re di episcopalizzare la chiesa scozzese e poiché in quelle sette viva era la tendenza, ereditata dal calvinismo, verso la democrazia, essa giunse molto oltre fino a pro­fessare il diritto di resistenza alla tirannia religiosa e dell'uccisione del tiranno. Questi risentimenti vivissimi sotto il regno di Giacomo, tutto compreso dell'origine divina e dello sconfinato potere della regalità, crebbero sotto quello del figlio Carlo I.

Le lotte continue fra il Re ed I suoi ministri da una parte, ed il parlamento dell'altra ebbero vario esito, non senza gravissime umi­liazioni inferte alla Corona, come l'accusa al Duca di Buckingham e la condanna a morte del conte di Strafford, ambedue ministri e favoriti del Sovrano, e sboccarono nella guerra civile. Il Re sconfitto e cattu­rato, venne condannato a morte come «tiranno, traditore, omicida e nemico della comunità» e decapitato il 30 gennaio 1649. Era la prima testa coronata, troncata dalla rivoluzione borghese, sorta a chiedere impaziente ed insaziabile il sangue del Sovrano.

La proclamazione della repubblica inglese non è il primo episodio storico che mostra la ricca classe borghese dei mercanti in lotta contro il potere regio, sostenuto dalla nobiltà, ma è certo il più grave; la borghesia è ormai alla ricerca di un mezzo qualsiasi per poter assumere una funzione politica e non esita, per questo, a farsi strumento dei tiranni quale Oliviero Cromwell, e a calpestare ogni tradizione ed ogni principio di diritto.

Quanto alla monarchia inglese, restaurata nel 1660, nella persona del figlio di Carlo I, Carlo II, ebbe pochi anni di vita perché il nuovo Sovrano non riuscì a consolidarne le basi in un terreno minato dalla eresia protestante; il fratello e successore Giacomo II che tentò di re­staurare nel regno il Cattolicesimo fu travolto dell'infedeltà dei sudditi, ormai formati nello spirito anglicano e antiromano, e dovette abban­donare l'Inghilterra nel 1688 mentre vi entrava, chiamato dai partiti protestanti, il genero Guglielmo d'Orange-Nassau statholder d'Olanda, che ottenne la corona accettando definitivamente la Chiesa anglicana e la forma costituzionale del governo.

Con la caduta della dinastia degli Stuart, si può considerare finita in Inghilterra la tradizione monarchica da un punto di vista ideolo­gico; ancora perdura formalmente ed è viva nella coscienza nazionale inglese, la devozione verso la monarchia britannica ma tale fedeltà si esplica soltanto in formule esteriori di carattere sentimentale e coreografico senza che la tradizione monarchica riesca a dare al paese una sua impronta politica ed il Sovrano non è che un simbolo, di fronte al parlamento ed al governo, espressione di questa assemblea.

Né in Francia, Luigi XIV nonostante il suo assolutismo più politico che ideologico, riuscì a dare una nuova vitalità al principio monarchico sul piano teoretico. Alcuni suoi atteggiamenti di fronte alla Chiesa resero talvolta la sua figura di politico piuttosto contrastante con quel­la del Re consacrato e la sua vita privata non permise di poterlo sem­pre considerare come l'esempio dei suoi sudditi.

Il pensiero politico dell'epoca del resto, non va molto discosto dal­l'andamento pratico e benché il grande Vescovo di Meaux, Boussuet ab­bia illustrato con le più belle pagine dettate dalla sua eloquenza, l'al­tezza e la dignità della tradizione monarchica, pure non mancarono altri come Thom'as Hobbes che pur riconoscendo al Sovrano il diritto ed il dovere di difendere i diritti della sovranità e di rendere conto del pro­prio operato solo a Dio, non tralasciarono di affermare che il Re riceve­va il potere dai componenti dello stato, cioè i sudditi che con un patto di tutti glielo avevano trasferito. «Questa - egli dice - è l'origine di quel grande leviatano, o per usare maggior rispetto, di quel Dio mor­tale, al quale dobbiamo pace e difesa, giacche per l'autorità conferi­tagli dai suoi componenti, ha tanta forza e potere che può disciplina­re la volontà di tutti in vista della pace interna e dell'aiuto scambievole contro i nemici esterni » Leviatano II, 17).

E' chiaro che con questo, Hobbes benché teorico dell'assolutismo viene a negare l'essenza del potere monarchico quale era stato concepito da S. Paolo in poi; la sua teoria della necessità di un potere unico che è indispensabile per la pace e la tranquillità della società, non implica che un riconoscimento del potere monarchico come espediente pura­mente politico, di carattere essenzialmente umano e pratico, anche se
il delegato della società ha diritto al massimo onore ed alla massima venerazione.

In fondo si può dire che il pensiero di Hobbes, rispecchi le vicende della sua epoca che vide le rivoluzioni inglese e gli atteggiamenti di Luigi XIV contro la Chiesa cattolica, due situazioni cioè che mostrano un distacco, non solo formale, fra i due aspetti del monarca: il reggito­re politico ed il rappresentante morale del principio di autorità, ed il pensiero del filosofo inglese assume un carattere particolarmente indi­cativo, in quanto rappresenta l'ultima espressione dell'assolutismo dot­trinario, prima del sorgere dell'illuminismo.

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