NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 26 giugno 2026

80 anni-Assemblea Costituente. Il vizio mai domo di confondere democrazia con Repubblica







Se c’è una cosa che non si può sopportare è la narrazione ideologica che a ogni celebrazione importante e storica per noi (1 maggio, 25 aprile, 2 giugno), le più alte cariche dello Stato diano luogo a una versione della storia che sa, ancora oggi, di “ideologia della storia”. E ci dispiace.

Lo schema che anche ieri è stato affermato in pompa magna e ovviamente riportato con enfasi dai media è che festeggiando doverosamente gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea Costituente, si sia sancito il passaggio definitivo dalla dittatura alla democrazia. Giusto, se il riferimento riguarda la guerra civile e il fascismo. Ma dal 1943 (la caduta di Mussolini e il Regno del Sud) al 1946, qualcosa di nuovo era successo. Sbagliato, quindi, se si unisce la Monarchia “rinnovata” di Re Umberto al passato. Il proclama del Re, all’atto del suo insediamento, era proteso al futuro (“autogoverno di popolo, libertà individuale, giustizia sociale, autonomie locali”), non alla mera continuità col vecchio Statuto che tra l’altro, merito indubbio, ha anche normato legislativamente il processo risorgimentale, lo Stato unitario parlamentare e lo Stato sociale (il Welfare di Giolitti): un dato di modernizzazione non da poco.

Un invito: quando si semplificano fatti basilari come questi, la memoria collettiva di un popolo, bisogna affrontarli e riportarli dialetticamente in modo articolato, complesso e soprattutto obiettivo.

Nel 1946, non siamo passati dalla dittatura alla democrazia, ma dalla Monarchia alla Repubblica: due forme di governo che in quella fase erano entrambe garanzia di libertà e pluralismo. Anzi, se gli atti e i provvedimenti del governo di Re Umberto, prima luogotenente del Regno (con tanto di partecipazione dei partiti del Cln), erano acclarati e certificati, nero su bianco (l’indizione del referendum istituzionale, il voto alle donne, la scelta della festa del 25 aprile etc, non solo come atto del presidente del Consiglio Bonomi), stessa cosa non si poteva dire della nascente Repubblica, ancora un mistero e una novità in quanto ad attività e coerenza istituzionale.

Se da un lato, la Monarchia il 2 giugno 1946 pagò per le responsabilità, tutte da approfondire in sede accademica, di Vittorio Emanuele III; dall’altro, gli italiani confermarono il consenso alla Corona quasi per la metà del corpo elettorale, al netto delle contestazioni note e oggetto di studi e approfondimenti a 360 gradi: il calcolo relativo alla maggioranza legale che prevedeva la somma dei voti espressi, nulli e bianchi diviso due (che avrebbe ridotto la maggioranza repubblicana di poche centinaia di migliaia di voti), i 40mila ricorsi, la non omologazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione, il Nord-Est che non ha votato, reduci compresi etc.

E come se non bastasse, Re Umberto II nel suo proclama e giuramento alla nazione, come detto, ribadì la sua fedeltà alla democrazia, alla legalità. Un forte richiamo all’identità e all’indipendenza nazionale che in quel momento le potenze vincitrici non potevano gradire: meglio una Repubblica da guerra fredda filo-Usa, che una Monarchia troppo svincolata dai controlli esterni.

Domanda: se nel referendum del 1946 avesse vinto Casa Savoia ci sarebbe stata la nuova Carta? La risposta è semplice quanto scontata.

Quindi, per favore basta con le versioni che non fanno onore alla storia d’Italia e alla pacificazione nazionale. Lungi da me il tentativo di criticare le più alte sfere delle istituzioni (non dubito che nella elaborazione culturale si avvalgano di studiosi e insigni esperti). Mi limito modestamente a ricordare il rimprovero che Montanelli fece a Bruno Vespa, quando il giornalista veicolò più o meno il medesimo concetto: “Nel 1946 abbiamo scelto la libertà”. E Montanelli lo corresse con un altro concetto: “Abbiamo scelto tra due libertà”. Visto che lui voto non pentito per la Monarchia.

E se proprio vogliamo insistere sulla libertà, al di là dei presunti brogli del 1946 (comunque un vizio di origine), non è che la nostra Costituzione così idolatrata in tante parti sia totalmente perfetta. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno dell’articolo 139 che dichiara eterna la Repubblica, a dispetto della sovranità che appartiene al popolo, secondo l’articolo 1. E non avrebbe avuto bisogno di comminare il reato di cognome per i Savoia (si pensi all’esilio per i discendenti maschi, previsto dalla 13esima norma transitoria e finale).

Riflettiamo e meditiamo prima di dire che “La Repubblica è di tutti”.

E a proposito di Monarchia bandiera di retroguardia e di autoritarismo, guardiamo alle 10 Corone europee, che tutelano maggiormente la democrazia, di quanto facciano alcune Repubbliche, definite sinonimo di modernità, diventate invece, regimi dittatoriali, comunisti o teocratici.


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