Se c’è una cosa che non si può
sopportare è la narrazione ideologica che a ogni celebrazione importante e
storica per noi (1 maggio, 25 aprile, 2 giugno), le più alte cariche dello Stato
diano luogo a una versione della storia che sa, ancora oggi, di “ideologia
della storia”. E ci dispiace.
Lo schema che anche ieri è
stato affermato in pompa magna e ovviamente riportato con enfasi dai media è
che festeggiando doverosamente gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea
Costituente, si sia sancito il passaggio definitivo dalla dittatura alla democrazia.
Giusto, se il riferimento riguarda la guerra civile e il fascismo. Ma dal 1943
(la caduta di Mussolini e il Regno del Sud) al 1946, qualcosa di nuovo era
successo. Sbagliato, quindi, se si unisce la Monarchia “rinnovata” di Re
Umberto al passato. Il proclama del Re, all’atto del suo insediamento, era
proteso al futuro (“autogoverno di popolo, libertà individuale, giustizia
sociale, autonomie locali”), non alla mera continuità col vecchio Statuto che
tra l’altro, merito indubbio, ha anche normato legislativamente il processo
risorgimentale, lo Stato unitario parlamentare e lo Stato sociale (il Welfare
di Giolitti): un dato di modernizzazione non da poco.
Un invito: quando si
semplificano fatti basilari come questi, la memoria collettiva di un popolo,
bisogna affrontarli e riportarli dialetticamente in modo articolato, complesso
e soprattutto obiettivo.
Nel 1946, non siamo passati
dalla dittatura alla democrazia, ma dalla Monarchia alla Repubblica: due forme
di governo che in quella fase erano entrambe garanzia di libertà e pluralismo.
Anzi, se gli atti e i provvedimenti del governo di Re Umberto, prima
luogotenente del Regno (con tanto di partecipazione dei partiti del Cln), erano
acclarati e certificati, nero su bianco (l’indizione del referendum
istituzionale, il voto alle donne, la scelta della festa del 25 aprile etc, non
solo come atto del presidente del Consiglio Bonomi), stessa cosa non si poteva
dire della nascente Repubblica, ancora un mistero e una novità in quanto ad
attività e coerenza istituzionale.
Se da un lato, la Monarchia il
2 giugno 1946 pagò per le responsabilità, tutte da approfondire in sede
accademica, di Vittorio Emanuele III; dall’altro, gli italiani confermarono il
consenso alla Corona quasi per la metà del corpo elettorale, al netto delle
contestazioni note e oggetto di studi e approfondimenti a 360 gradi: il calcolo
relativo alla maggioranza legale che prevedeva la somma dei voti espressi,
nulli e bianchi diviso due (che avrebbe ridotto la maggioranza repubblicana di
poche centinaia di migliaia di voti), i 40mila ricorsi, la non omologazione dei
risultati da parte della Corte di Cassazione, il Nord-Est che non ha votato,
reduci compresi etc.
E come se non bastasse, Re
Umberto II nel suo proclama e giuramento alla nazione, come detto, ribadì la
sua fedeltà alla democrazia, alla legalità. Un forte richiamo all’identità e
all’indipendenza nazionale che in quel momento le potenze vincitrici non potevano
gradire: meglio una Repubblica da guerra fredda filo-Usa, che una Monarchia
troppo svincolata dai controlli esterni.
Domanda: se nel referendum del
1946 avesse vinto Casa Savoia ci sarebbe stata la nuova Carta? La risposta è
semplice quanto scontata.
Quindi, per favore basta con
le versioni che non fanno onore alla storia d’Italia e alla pacificazione
nazionale. Lungi da me il tentativo di criticare le più alte sfere delle
istituzioni (non dubito che nella elaborazione culturale si avvalgano di studiosi
e insigni esperti). Mi limito modestamente a ricordare il rimprovero che
Montanelli fece a Bruno Vespa, quando il giornalista veicolò più o meno il
medesimo concetto: “Nel 1946 abbiamo scelto la libertà”. E Montanelli lo
corresse con un altro concetto: “Abbiamo scelto tra due libertà”. Visto che lui
voto non pentito per la Monarchia.
E se proprio vogliamo
insistere sulla libertà, al di là dei presunti brogli del 1946 (comunque un
vizio di origine), non è che la nostra Costituzione così idolatrata in tante
parti sia totalmente perfetta. Altrimenti non avrebbe avuto bisogno dell’articolo
139 che dichiara eterna la Repubblica, a dispetto della sovranità che
appartiene al popolo, secondo l’articolo 1. E non avrebbe avuto bisogno di
comminare il reato di cognome per i Savoia (si pensi all’esilio per i
discendenti maschi, previsto dalla 13esima norma transitoria e finale).
Riflettiamo e meditiamo prima
di dire che “La Repubblica è di tutti”.
E a proposito di Monarchia
bandiera di retroguardia e di autoritarismo, guardiamo alle 10 Corone europee,
che tutelano maggiormente la democrazia, di quanto facciano alcune Repubbliche,
definite sinonimo di modernità, diventate invece, regimi dittatoriali,
comunisti o teocratici.

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