NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 7 gennaio 2019

Io difendo la Monarchia - Cap VI - 4

Ma non basta ancora. Dopo Lord Rothermere, ecco Ward Price autore del volume: Conosco questi dittatori.
Le opinioni di Ward Price si modificarono dopo il 1938, ma nel 1924 anch’egli pensava che «dietro Mussolini sta(va) tutta la parte migliore dell’Italia». Il giudizio di Ward Price va più oltre: «Non soltanto nel nostro tempo - egli dice - ma in tutta la storia Mussolini rimarrà un’ispirazione per tutti coloro che pregiano la libertà e amano la patria! ». Si noti bene il legame tra il Governo di Mussolini e l'idea della libertà. Se un giornalista come Ward Price poteva sbagliare in modo così clamoroso, segno è che vi erano elementi assai contrastanti tra loro e tali da indurre in errore. « Il fascismo - scriveva ancora Ward Price nel 1926 - ha sollevato la nazione italiana ad un livello di ordine, di prosperità e fiducia in se stessa, che non ha riscontro in altri paesi europei. Dopo una prova di quattro anni il Governo fascista è più popolare, presso gli italiani, di qualsiasi altro essi abbiano avuto in passato da quando sono diventati una nazione ».


Arriviamo al 1938, un anno prima prima della seconda guerra mondiale. Dice Ward Price di Mussolini, dopo 14 anni di approfondita conoscenza dell’imputato: «Egli è un elisabettiano. Tenuto conto delle mutate condizioni egli rappresenta per l’Italia moderna ciò che Raleigh e Drake rappresentarono per l’Inghilterra nei giorni della Regina Elisabetta. Egli incarna il nuovo spirito di cui è pervasa la nazione e tra l’Italia del secolo ventesimo e l’Inghilterra del primo Cinquecento c’è molta somiglianza spirituale: lo stesso orgoglio nazionale all’interno, lo stesso ottimismo illimitato, la stessa fiera coscienza di un orizzonte che si schiude, la stessa indole accesa e sensibile, la stessa tendenza alla temerarietà, lo stesso schietto calore di una nazione che sente la propria giovinezza e la propria forza».

Dopo Ward Price, ecco Ludwig i cui Colloqui con Mussolini sono troppo noti per dover essere ricordati. Ed eccoci a Winston Churchill e ad una sua visita a Roma, il 20 gennaio 1927, in qualità di Cancelliere dello Scacchiere con il Governo Baldwin. «Non ho potuto fare a meno - disse Winston Churchill - di restare affascinato, come lo sono state tante altre persone, dal semplice e cortese contegno del sig. Mussolini e dal suo equilibrio tranquillo e distaccato nonostante tanti fardelli e tanti pericoli. Chiunque avrebbe potuto vedere che egli non pensa ad altro se non al bene duraturo, come egli lo concepisce, del popolo italiano e che ogni problema inferiore non ha per lui importanza. Se fossi stato italiano sono sicuro che sarei stato con tutto il cuore con voi dal principio alla fine della vostra lotta vittoriosa contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo. Dirò  tuttavia una parola sull'aspetto internazionale del fascismo. All’esterno il vostro movimento ha reso un servizio a tutto il mondo. La grande paura che ha ossessionato sempre qualsiasi capo democratico o capo della classe operaia è stata quella di venire scalzato o demagogicamente battuto da qualcuno più estremista di lui. L'Italia ha mostrato che esiste una maniera di opporsi alle forze sovversive, tale da attrarre le masse ad apprezzare e a difendere l’onore e la stabilità di una società civilizzata».

Infine, sempre nello stesso immaginario processo a Mussolini appare Neville Chamberlain non meno fervido difensore del fascismo e del suo capo. Con gli apprezza menti di lui arriviamo alla vigilia della guerra mondiale
Dunque in tutto questo lungo periodo, dal 1925 al 1938, la Corona non ebbe l'opportunità, né la possibilità di rimuovere Mussolini dalla carica di primo Ministro. Negli anni 1929 e 1934 si svolgono in Italia quelle elezioni «plebiscitarie che daranno a Mussolini circa il 99 per cento dei suffragi. Il 1933 è l’anno del Patto a quattro che pone Mussolini su un piano mai raggiunto di arbitro della politica europea. Tutti i capi di governo rendono
omaggio alla sua iniziativa. Il Presidente Roosevelt invia un messaggio di adesione: il Pontefice pronuncia, due giorni dopo il discorso di Mussolini al Senato, una allocuzione (9 giugno 1933) di incoraggiamento e di soddisfazione per la sigla del Patto. Nel 1929, dopo la firma dei Patti del Laterano, lo stesso Pio XI aveva parlato dell'«uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare».

Come si vede, grande diffusa straripante era l'esaltazione del fascismo. Persistiamo a non citare scrittori fascisti. Preferiamo richiamare ancora l'opinione di un fiero tenace oppositore quale Luigi Albertini. Egli, nel discorso pronunciato al Senato il 24 giugno 1924, due settimane dopo l’assassinio Matteotti, diceva: «La discussione sul discorso della Corona arriva al Senato quando un tragico evento è sopraggiunto a turbare profondamente gli animi nostri. Ma io farò ogni sforzo per elevarmi sopra le passioni che esso agita e per dare l'espressione più serena al mio pensiero posizione netta, inequivocabile, nel campo della politica interna nel quale esclusivamente mi terrò…» .

«Nella classe borghese dirigente così la condanna del passato, come l'esaltazione del predente, hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce di chi non si associava al coro quasi unanime delle approvazioni.

«Sì, il regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo l’incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa (1) e molto altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione. Ma i problemi che esso doveva risolvere non erano questi soltanto...».

Qui il discorso assume un tono critico: ma il giudizio che precede fa impressione perché viene da un avversario autorevole e sicuro, condotto anche lui a riconoscere che l'opinione pubblica era molto favorevole al fascismo.

Le numerose citazioni che abbiamo fatto contengono impressioni significative di critici severi e liberi e non gli errori e le esagerazioni di fanatici e di illusi. Esse dicono che il fascismo è un complesso fenomeno che si è imposto anche agli spiriti meno benevoli e più saldi.

E allora non si scagli l'anatema alla Monarchia se ha dovuto accettare questo fenomeno.  È ingiusto pretendere che essa con un gesto magico, potesse dissolvere il regime, indovinando, quando tutti lo esaltavano la rovina che avrebbe prodotto.

Mussolini ha fatto tanto male all'Italia: più di qualsiasi altro uomo della nostra lunga e dolorosa storia. Ma prima di sentenziare che la Monarchia doveva risparmiare al nostro paese questo gran male, bisogna domandarsi se ciò era possibile e riconoscere che nel 1922 e dopo, vi era materia abbondante, per ingannarsi, e per essere indotti in errore. Se non si ammette questo, le vicende italiane dell’ultimo quarto di secolo non si comprendono e tutto il nostro popolo appare dissennato, sconvolto da follia o preso da stupidità.

Il 1934 vede la mobilitazione italiana al Brennero per difendere l’indipendenza austriaca. Il 1935 vede la Conferenza di Stresa ove l’Italia sembra avere l’iniziativa tra le Potenze dell’Occidente europeo.

Per il Patto a quattro non vengono in Italia i ministri conservatori, ma il Lord cancelliere Simon e il Primo Ministro laburista Ramsay Mac Donald. L’intesa tra Palazzo Chigi e il Foreign Office non è mutata con il mutato indirizzo del Governo britannico.

Gli anni 1935 e 1936 vedono iniziarsi e compiersi l’impresa di Abissinia. A questo punto diminuiscono i consensi esterni, ma si accrescono quelli interni. Inviano lettere di adesione a Mussolini uomini politici intemerati e lungimiranti, di grande prestigio personale e di acutissimo intelletto.

Ma insorge l'antifascismo all’estero a condannare quella impresa come il primo atto delle aggressioni che portarono alla guerra 1939. Senza dubbio l'impresa etiopica aprì il conflitto tra l’Italia e la Società delle Nazioni, tra Roma e Londra. Ma quel conflitto non sanabile. L'Etiopia non costituiva un interesse vitale per l’Inghilterra (2). Una commissione ministeriale inglese concludeva, nel giugno 1935, un suo studio dicendo che una conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia non avrebbe offeso vitali interessi britannici (3). Fu così possibile raggiungere nel gennaio 1937 un gentlemen's agreement tra Londra e Roma e poi, nella Pasqua del 1938 si poté sottoscrivere un patto di assai più ampia portata tra gli stessi due Governi.

Non solo non era impossibile ricostruire un equilibrio europeo, ma doveva, anzi, essere più facile raggiungere questo intento con un'Italia diventata più forte e dotata di un Impero coloniale al quale dedicare alcuni decenni di lavoro produttivo e fecondo. Se la pace del 1919 aveva lasciata un'Italia insoddisfatta, bramosa di territori coloniali ove trasferire i suoi uomini e le sue intraprese, l'acquisto dell'Etiopia doveva consentire all'Italia di dichiararsi soddisfatta, di accostarsi alle potenze democratiche, di arrestare quel processo morale e politico di revisione di Versailles che costituiva motivo di turbamento della politica internazionale. Per tutta la prima metà dell'anno 1936 si poté sperare che questo fosse l'indirizzo politico di Mussolini. A molti giornalisti stranieri di Francia, d'Inghilterra e degli Stati Uniti egli dichiarava che l'Italia poteva ormai collocarsi tra le potenze soddisfatte. Sopravvenne la guerra civile di Spagna e le cose mutarono. Mussolini, senza consultare nessuno, cominciò a praticare una politica d'intervento che già, all'inizio del 1937, faceva assumere all'Italia una posizione di antagonismo rispetto alla politica russa e francese e, più moderatamente, rispetto a quella inglese.
Gli studiosi italiani non hanno però mai ammesso (3) che l’intervento italiano precedesse quello francese e russo. Hanno anzi affermato sempre il contrario assegnando al settembre 1936 l’intervento delle brigate internazionali e al dicembre dello stesso anno quello italo-tedesco.
Gli uomini politici italiani che hanno combattuto in Spagna dalla parte dei rossi e sono ora al governo del paese, tendono a presentare un quadro degli avvenimenti totalmente diverso da quello descritto negli anni del fascismo.
In realtà quello sciagurato conflitto si inserì nella lotta ideologica già aperta in Europa e la inasprì sino a renderla acutissima. «Nazionalsocialismo, fascismo, conservatori e gran parte dei cattolici stettero per il governo di Franco, mentre democratici, socialisti e in genere i "fronti popolari" parteggiarono per la repubblica» (5).
Non vogliamo dire che tutta la ragione e tutto il bene fossero dalla parte dei primi, ma neppure è accettabile il criterio opposto che vorrebbe esaltare come eroi gli assassini di Calvo Sotelo, i massacratori di sacerdoti e gli incendiari dei monasteri e dei conventi.

L'errore di Mussolini fu un altro. Egli prese alla lettera la propaganda che tendeva a mostrare, con l’avvento dei rossi in Spagna, il bolscevismo come padrone del Mediterraneo e si cacciò in una nuova lotta senza risparmio e senza quartiere, in cui doveva logorare le risorse militari (materiali, aerei e cannoni) residuate dalla dispendiosa guerra di Abissinia. Egli fece di più e di peggio: giunse a lasciare a Franco tremila pezzi di artiglieria nel 1939 alla vigilia del nuovo conflitto europeo, al quale noi ci presentavamo totalmente sprovvisti di armi, con i magazzini militari vuoti e con una nazione stanca di avventure e di guerre dopo quattro di frenetica propaganda bellica.       

In questo senso e non in quello denunciata dall’antifascismo di Nenni o dello Spano propagandisti o combattenti della Spagna rossa, l’intervento di Mussolini fu un imperdonabile errore. Assai più opportunamente avrebbe potuto cercare una intesa con i conservatori britannici per tentare di arrestare le conseguenze di un conflitto ideologico che diveniva sempre più acuto.


(1)                 Il resoconto ufficiale a questo punto segna: commenti, determinati, crediamo, dalla impressione che la reazione impulsiva e avventata di Mussolini contro la Grecia (per l’eccidio della missione Tellini), reazione sproporzionata al pur doloroso avvenimento, faceva prevedere una funesta impulsività e la megalomania del domani, purtroppo verificatasi.

(2)                 Lord Simon dichiarava ai comuni il 24 giugno 1936 di non essere disposto a vedere affondare neppure una nave britannoca sia pure in una battaglia vittoriosa per l’indipendnza dell’Abissinia.
(3)                 Vedi Salvatorelli : Vent’anni tra due guerre. Edizioni Italiane, Roma 1941.
(4)           Vedi Ambrogio Bollati e Giulio del Bono: La guerra di Spagna. Einaudi, Torino. - Generale Francesco Belforte: La guerra civile in Spagna. Ispl, Milano.
 (5)        Salvatorelli: Vent’anni tra due guerre (pag. 472).