NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 20 aprile 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 3


Già a Milano nei giorni procellosi della crisi, un gruppo di parlamentari lombardi (vedi Corriere della Sera del 31 ottobre ’22) aveva espresso l’avviso che non conveniva insistere sulla combinazione Salandra «superata dallo sviluppo degli avvenimenti» (1). E abbiamo accennato al pensiero spavaldo di Mussolini: non valere la pena di fare una rivoluzione per alcuni portafogli: «Non accetto», disse a Salandra come aveva detto a Giolitti. È il giuoco sottile, doppio, triplice del romagnolo. Egli lo ripeterà in tutte le occasioni; nel 1924; nel 1940; nel 1943. Anche in punto di morte cercherà di ingannare i partigiani dicendo di odiare i tedeschi e il giorno prima ne aveva vestito la divisa per fuggire. Tra il 1922 e il 1923 affermava: «Non voglio abolire il Parlamento; voglio anzi migliorarlo». Ma agli ufficiali della Milizia a proposito delle elezioni: «Non vi scaldate troppo per questi ludi, tutto ciò è vecchio in Italia, è ancora ancien regime» (2). La Monarchia, si dice, avrebbe dovuto usare la forza: senza dubbio, ma bisognava avere un Parlamento efficiente, un Governo capace. «Non importa», si ripete, «l'Esercito avrebbe obbedito ».
Crediamo anche noi che in definitiva l’Esercito avrebbe obbedito, ma si poteva pensare anche il contrario, si poteva fondatamente temere che vi sarebbero stati incidenti incresciosi, qua e là episodi di fraternizzazione con i ribelli, comunque molto spargimento di sangue. Il Re voleva evitare la guerra civile; ma i partiti di sinistra speravano nell'urto tra l’esercito e lo squadrismo fascista. Quei partiti che non vogliono neppure vedere l’immagine del Re, reclamavano per l'occasione un Re forte, un Re capace di salire a cavallo e di porsi alla testa di quell’Esercito che essi avevano denigrato per trent’anni. Certo, sarebbe stato utile, alla Monarchia oltre che alla Patria, ma era facile, era possibile agire contro dei giovani entusiasti che gridavano viva l’Italia, viva l’Esercito e che volevano solo — a loro dire  la grandezza della Patria? Era facile era possibile andare contro l’opinione pubblica quasi unanime? Oggi si vuole accreditare la leggenda di un grave dissidio tra il Re e il Duca d Aosta. Questi - si afferma - (3) aveva posto il suo quartiere generale a Perugia nello stesso albergo dove agiva il Quadrumvirato. I due parlamentari De Vecchi e Federzoni avrebbero prospettato al Sovrano le intenzioni dei fascisti arrabbiati di levare sugli scudi l’antico condottiero della III Armata proclamandolo Re.
Questa considerazione avrebbe indotto il Sovrano a revocare lo stato d’assedio. Anche Emilio Lussu nella sua Marcia su Roma e dintorni dà questa versione degli avvenimenti.
I primi atti di Mussolini ministro, la partecipazione al Governo di Diaz e Thaon di Revel, lo scioglimento delle squadre, il monito agli ufficiali di non partecipare a dimostrazioni (4) e di astenersi dalla lotta dei partiti; il senso (illusorio) di fiducia e di vigore impresso a tutta l’attività nazionale e alla stessa burocrazia centrale, tutto dette al paese l'impressione che il Re avesse opportunamente seguito ora come nel 1915, il movimento generale della opinione pubblica. Dall’Italia e dall'estero per molti anni salì verso il Sovrano per quell’atto tempestivo e coraggioso un vasto coro di elogi. Non vi è bisogno di dire che la storiella che dava il duca d’Aosta insediato nello stesso albergo della insurrezione perugina è una grossolana invenzione. È possibile che queste cose siano state dette nell’esilio e nei campi di confino e passando di bocca in bocca per tanti anni, abbiano acquistato aspetto di veridicità, ma è inaudito che siano oggi divulgate e stampate quando sono ancor vivi i giovani di allora che acclamarono al Re, a Mussolini e alla Patria (nel loro ingenuo sentimento essi costituivano una idea sola) in quei giorni turbinosi nei quali non si sperava che di fare più grande l’Italia. Ognuno può ricercare le voci e il sentimento dell’ora nei giornali del tempo, quasi tutti favorevoli al fascismo e tutti plaudenti al Re per aver evitato il conflitto fra l’esercito e le squadre fasciste (5).
Cosa poteva fare il Re per adeguare lo spirito pubblico alla situazione parlamentare?
Il ricorso alle urne era stato tentato da Giolitti nell’aprile del 1921 dopo solo 18 mesi dalle elezioni della alunno del 1919 e il risultato era stato nullo ai fini di una maggiore stabilità del Governo. Non rimaneva che tentare l’ultima esperienza : dare ragione allo spirito pubblico e affidare al fascismo, che già aveva costituito uno Stato nello Stato, i mezzi legali del Governo.
Ecco infatti i gruppi parlamentari sostenere il nuovo Ministero: che sembrava un comune Ministero di coalizione con l’adesione dei democratici sociali, dei popolari, dei giolittiani, dei nittiani, questi ultimi in maniera più riservata. I socialisti unitari si mostrarono titubanti e smarriti. Ma i massimalisti li investirono: tradirebbero il proletariato se. chiamati, rifiutassero di collaborare. Si parlò molto di una esortazione a Baldesi per partecipare al Governo in rappresentanza della Confederazione del lavoro. Baldesi dichiarò subito che invitato, avrebbe accettato, ma l'invito non venne (6). De Nicola rimase il presidente della Camera. L’on. Barzilai presidente dell’Associazione della Stampa telegrafava, sia pure per domandare il rispetto della libertà di stampa (alcuni giornali come II Corriere della Sera avevano subito delle violenze): Voi che raggiungeste la vittoria con audacia di pensiero sorretta dalla pubblica opinione...» E Mussolini si affrettava a garantire la libertà di stampa... come poi si è veduto. Nelle quarantotto ore tutto rientrava nell'ordine: ognuno rimaneva al suo posto, il paese si illudeva di respirare: il lungo conflitto aveva termine: i due Stati, quello legale e quello fascista, divenivano un solo Stato.
Il Re si era bene apposto perché tutto ciò era stato raggiunto senza spargimento di sangue. Le Camere si sarebbero riunite subito. Il 4 novembre tutto il Governo andava a inginocchiarsi dinanzi all'Altare della Patria: dove era più la rivoluzione che da quattro anni minacciava l'Italia? Il socialcomunismo doveva meditare per lungo tempo sulla tremenda lezione dei fatti. Il fascismo aveva assunto la difesa dell'ordine. Tutto sarebbe andato bene, tutto parve anzi che andasse ottimamente. Il discorso di Mussolini all'apertura del Parlamento fu troppo duro? Ma i deputati e poi i senatori votarono in grande maggioranza per lui e gli dettero un anno di pieni poteri. Il vanaglorioso accenno ai «bivacchi» spiacque certo a tutte le persone serie e ragionevoli, ma molti l'attribuirono alla cattiva letteratura dannunziana che dai giorni di Fiume in poi avvelenava il paese. E il guaio si fosse fermato alla letteratura!
La filosofia e ogni altro moto del pensiero e della vita apparivano guastati dai miti nietzschiani e sorelliani della forza e della violenza. Era una corrente insana che devastava tutta l'Europa: la guerra, la rivoluzione
ne avevano diffuso i germi e attuata l'esperienza. Ai decenni dell'umanitarismo e pacifismo dell'età positiva succedevano i decenni della mitologia eroica. Non erano solo d'Annunzio e Marinetti; non era solo il sindacalismo rivoluzionario: era il trionfo dell'irrazionale che trascinava il mondo moderno ai suoi moti convulsi, ai suoi miti tragici, alle sue guerre folli e suicide, alla sua rivoluzione continua. Nessuno meglio di Croce descrive questo trapasso nel primo ventennio del secolo, dall'una all'altra età. Con l'interventismo, con il fiumanesimo, con lo squadrismo e, infine, con l’avvento del fascismo al potere, l'Italia accetta e subisce il dominio del nuovo credo.
Tutto ciò si tradurrà storicamente a distanza di un quarto di secolo in una totale rovina, ma non si deformi per questo la verità di ieri, non si parli oggi di una minoranza di banditi e di criminali che presero il potere.
Lo stesso grande italiano Benedetto Croce, che dieci anni più tardi darà nelle sue: Storia d’Italia (1870-1914) e Storia d'Europa nel secolo XIX un giudizio definitivo e negativo sul pensiero dannunziano, nazionalista e fascista, e sui consimili movimenti europei, sarà tratto in inganno nell’autunno del 1922 e voterà come senatore a favore di Mussolini sino all’agosto del 1925, due mesi dopo l'assassinio di Matteotti.
L’esaltazione torbida del nazionalismo non era solo della letteratura e della politica. Si guardi come scriveva uno studioso, senza dubbio degno di considerazione come G. Rensi, nella Sera di Milano del giugno 1921: «O si accettano i principi del liberalismo e si va per opera dell’elezionismo e del Parlamento alla padronanza dello Stato delle classi, delle categorie, dei circoli di interessi e, quindi, alla sostanziale impossibilità di un Governo e - cosa curiosa - alla soppressione della libertà che il liberalismo propugna. O non si vogliono tali conseguenze e bisogna respingere i principi del liberalismo (elezionismo, volontà popolare, libertà di stampa, ecc.) e tornare all’autorità di fonte ereditaria, alle aristocrazie e, cosa curiosa, così si mantiene il massimo di libertà possibile, che invece, con altro sistema, scorre nel nulla ». E nello stesso giornale, un anno dopo, il 6 giugno 1922, lo stesso autore incalzava: «Lo stesso comunismo antiparlamentare e autoritario è, a suo modo, una constatazione che è ora di finirla con la cosiddetta libertà». Con questo pensiero Rensi è ancora oggi attuale con il trionfo russo su tutta l’Europa Centro Orientale e sud Orientale e con la diffusione di quella propaganda nei paesi occidentali e attraverso i partiti comunisti e  i gruppi affini (i). «Ponete mente - avvertiva allora il Rensi - alla parola: il "duce”, il "comandante" per indicare Mussolini e d'Annunzio, che si sentono sempre più di frequente e con crescente devozione ripetere. Esse sono l'indice del bisogno in cui siamo, della sete che ci divora, dell’uomo che ci comandi e ci guidi e cui seguire ciecamente... ».
E a voler considerare come una stessa logica guidi tutti i movimenti totalitari, oggi che i comunisti si offendono nel sentirsi chiamare fascisti rossi, ecco quel che lo stesso Rensi, scriveva nello stesso tempo di Lenin (e con ciò egli dava valore alla sincerità del suo pensiero perché non poteva certo compiacere al fascismo poc’anzi elogiato): «Veramente grande è Lenin. A questo nostro mondo politico infrollito egli, offre un meraviglioso spettacolo. Quello di ciò che possa la volontà di un uomo o di pochi uomini al Governo, maneggianti risolutamente la forza, far quel che vuole di un popolo e della sua sedicente, anche contraria volontà ».

(1)           Lo stesso senatore Luigi Albertini, tenace avversario del fascismo, il 27 ottobre telegrafava al generale Cittadini, Aiutante di Campo del Re, che era ormai inutile pensare a una combinazione Salandra ed era ineluttabile l’esperimento di Mussolini. Vedi anche nel recentissimo libro di Efrem Ferraris, già Capo di Gabinetto di Facta: La marcia su Roma vista dal Viminale a pag. 122, il colloquio telefonico da Milano di Albertini con il comm. D’Atri ex Capo di Gabinetto di Salandra. Albertini scongiurava di affrettarsi a dare l’incarico a Mussolini « oppure lasciare andare tutto alla malora ».
(2)           Mussolini: Scritti e discorsi. Vol IV pag 52
(3)           Sinibaldo Tino: Storia di un trentennio (pag.72).
(4)           La risposta di Mussolini agli ufficiali - molto e giustamente lodata - fu direttamente ispirata dal Re.
(5)           Si legga nella citata opera di Ferraris a pag. 110 il telegramma di quel Prefetto che comunicava di aver passato in rivista le squadre armate in qualità di rappresentante del duce.
(6)           Questi elementi di cronaca sono tratti da un giornale Il Corriere della Sera, ostile al movimento fascista (vedi numero del 31 ottobre, prima pagina).
(7)    Si veda su Mercurio, 1945, n. 11, un articolo di Fedele d’Amico: «Libertà e dittatura».