NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 15 febbraio 2018

Io difendo la Monarchia - Cap III - 2


Così nelle provincie di confine era il fascismo che metteva fine all'autonomismo spiccato di quei territori. Nel marzo 1922 a Fiume il deputato toscano Giunta capitanava una vera azione guerresca contro lo Zanella che dopo l'avventura di D’Annunzio impersonava l'autonomismo locale. Si trattava di saturare gradualmente il paese dell’attività del fascismo con azioni di gusto popolare e patriottico così da potersi, alla prima occasione sostituire agevolmente al Governo parlamentare sin troppo debole e screditato. Invano in tutto questo processo si potrebbe ricercare qualche episodio, sia pure minimo, di iniziativa monarchica. L’antifascismo odierno cerca di inventare questa presunta complicità ma non vi riesce.

I fascisti si mobilitavano ora in una regione, ora in un'altra, per dare spettacolo e per tener vivo il fermento: a Roma per il 21 aprile 1922 : «Molto dello spirito immortale di Roma risorge nel fascismo; romano è il littorio, romana la nostra organizzazione di combattimento, romano il nostro orgoglio e coraggio. Roma è il nostro mito » - così scriveva Mussolini nel Popolo d'Italia e tutte queste parole che oggi ispirano diffidenza e fastidio pel male che hanno fatto, allora accendevano l'entusiasmo dei giovani e creavano fantasmi di grandezza e di gloria nei reduci della guerra vittoriosa. Dopo tre settimane grande adunata di 50 mila fascisti a Ferrara capitanati da Italo Balbo per domandare l’esecuzione di grandi opere pubbliche. Era un nuovo genere di sciopero per affermare che « chi ha fatto la guerra ha diritto alla vita» Le masse cittadine rurali si mobilitano, occupano le città con formazioni di combattimento. È un fenomeno nuovo, disastroso per lo Stato liberale e per tutte le autorità di tale Stato a cominciare dalla più alta.
Molti si domandavano: «Vuole il fascismo restaurare o sovvertire lo Stato?» E i fascisti rispondevano che essi volevano restaurare l’autorità dello Stato per impedirgli di cedere alla pressione sovversiva, ma nello stesso tempo dicevano di tendere a un nuovo Stato più forte di quello «agnostico» del liberalismo.
Il momento decisivo della lunga battaglia si può considerare quello della crisi governativa dell’estate 1922 con lo sciopero «legalitario» del 31 luglio. Il giorno prima Filippo Turati era stato consultato dal Re per la soluzione della difficile crisi. Era la prima volta che il Turati consentiva di recarsi dal Re. Ma egli non accettava di salire al Governo: forse anche, per dissuaderlo da qualunque adesione, il socialismo massimalista deliberava lo sciopero generale per il giorno dopo. Nessun atto fu più sconsigliato di quello. L'attenzione del paese fu immediatamente distolta dalla crisi parlamentare per essere portata allo sciopero e alle sue reazioni. Il fascismo che aveva perduto nei mesi precedenti un po’ del favore popolare per certi episodi di violenza unanimemente deplorati, ebbe un motivo nuovo e straordinariamente opportuno per accusate la sinistra di voler impedire il funzionamento dello Stato e di voler paralizzare la vita della nazione in un momento così delicato come quello della laboriosa crisi di Governo, con lo sciopero dei servizi pubblici.

Il fascismo poté anche ostentare la sua forza e mostrare che esso era capace di sostituirsi agli organi e ai poteri dello Stato in una vicenda nella quale aveva per sé il favore della opinione pubblica. Non basta. Esso poteva affermare allora e sempre continuerà ad affermare che il pericolo del bolscevismo non era affatto superato in Italia nei mesi che precedettero la «marcia su Roma» . Se il Sovrano faceva appello a Turati è chiaro che faceva un lodevole tentativo per risollevare il prestigio del Parlamento suggerendo la coalizione di tutte le correnti democratiche per isolare l’estrema sinistra e la destra fascista e nazionalista. Questa coalizione non si poté fare: il vecchio Giolitti non poté tornare al Governo per il veto, si disse, di don Sturzo.
Il partito popolare, come abbiamo detto più sopra, aveva già il triste vanto di avere reso impossibile il funzionamento del sistema parlamentare con l’applicazione della proporzionale; ora avrà il vanto di avere impedito l’ultimo tentativo di salvezza del Parlamento minacciato dalle squadre armate del fascismo. Il nuovo Ministero Facta, nato dalla lunga crisi dell’estate 1922, significava che il dramma politico, non risolto sul terreno legale, sarebbe arrivato nei prossimi mesi alla sua logica conclusione con il prevalere di una delle due forze: quella legale o quella insurrezionale. I fascisti lanciarono un ultimatum agli scioperanti e al Governo: «O nelle 48 ore lo sciopero cesserà o noi agiremo per farlo cessare».
E dopo 48 ore uffici e stazioni furono occupate nei centri nevralgici da squadre fasciste; i treni vennero condotti da tecnici volontari o difesi da formazioni fasciste. Il movimento approfittò dell’occasione per dilagare.
Occupò con la forza il comune di Milano (3 agosto) cacciandone i socialisti e inalberandovi il tricolore. D’Annunzio parlò quel giorno dal balcone del palazzo. Violenza dunque, sempre violenza, ma non si racconti che non era appoggiata dal favore popolare e dallo Spirito della Vittoria.
Qualunque Monarca avrebbe subito ceduta a tanta declamazione eroica, e a tanta e così infiammata suggestione popolare: Re Vittorio no. Egli esita, resiste: E’ ancorato fortemente alla soluzione costituzionale e parlamentare; un po’ per educazione mentale e per debito del suo alto ufficio; molto per il suo temperamento serio, schivo, riflessivo, avverso a tutte le improvvisazioni, alle romanticherie e alla rettorica.
Ma la guerra civile riprende con sanguinosi scontri a Savona, a Parma e a Livorno. E anche qui un eroe dannunziano della impresa di Buccari capeggia l'occupazione del comune di Livorno; anche qui riti e simboli fiumani e fascisti; ventimila cittadini si inginocchiano nella piazza al momento della «riconsacrazione» del Municipio con il tricolore. È facile ora parlare di bande armate ma allora erano folle interminabili, commosse, plaudenti. Il 5 agosto è la volta di Genova, Palazzo S Giorgio viene occupato. L’illegalità è certa e deplorevole e avrà, a ciclo conchiuso, funeste conseguenze: ma il consenso popolare v’era, sicuro, entusiasta, travolgente. Se oggi i Comitati di liberazione avessero un decimo di quei consensi che cosa non oserebbero?
Sarà stato un male, anzi fu certo un male, ma la cronaca o la storia di quegli avvenimenti non può essere modificata per utilità polemica. I socialisti non seppero collaborare con la democrazia per impedire la rivoluzione antiparlamentare e non seppero educare le masse alla propria rivoluzione. Per legge di natura, per istinto di conservazione la nazione italiana doveva darsi rapidamente uno Stato perché quello legale cadeva da tutte le parti sotto i colpi del fascismo.
Lo sciopero di agosto era stato, così si disse da parte socialista, la Caporetto del socialismo. «Era l’ultima carta, si leggeva nel giornale: La Giustizia di Reggio Emilia (22 agosto 1922), l’abbiamo giocata, l’abbiamo persa.

Ci hanno tolto Milano e Genova nostri capisaldi che parevano imbattibili. Ci hanno dato alle fiamme i due maggiori giornali, L’Avanti! a Milano e II Lavoro a Genova.

Dovunque è giunta la raffica fascista ci ha spazzato. Le varie soluzioni che noi abbiamo tentato al problema della nostra esistenza sono state tutte tardive; tardiva la soluzione collaborazionista che si doveva tentare nel 1921; tardiva quella rivoluzionaria dello sciopero generale di protesta tentata quando molti dei nostri fortilizi erano già caduti. La colpa è dei dissensi interni di metodo e delle deviazioni dalla rotta originaria. Bisogna ritornare alle origini, alla carta costituzionale del socialismo italiano del 1892...».