NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 7 febbraio 2018

9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia.


di Domenico Giglio

Testo della conferenza del 4 Febbraio 2018 per il Circolo Rex

I parte

Premessa

La scomposta reazione dei ministri repubblicani nel governo De Gasperi dei loro partiti e dei loro giornali alla notizia il 9 maggio 1946 della abdicazione di Vittorio Emanuele III con accuse di “tradimento” della “ultima fellonia dei Savoia” come intitolò l’ Unità della “rottura della “tregua istituzionale” e simili dimostrano che la assunzione al trono del Principe Umberto avrebbe senza dubbio giovato alla causa monarchica. E’ infatti ridicolo ed assurdo-che coloro i quali due anni e più prima avevano richiesto pretestuosamente preteso intimato l’abdicazione del RE, dallo stesso all’epoca giustamente respinta -la ritenessero adesso una scorrettezza! E che l’abdicazione potesse giovare alla Monarchia fu anche recepita dalla stampa estera come il caso del giornalista inglese Martin Moore che sul “Daily Telegraph” scrisse:” La reazione della stampa di sinistra al momento dell’abdicazione dimostra che quei partiti ne temono gli effetti”.
In realtà come lo stesso Umberto ebbe a precisare nel suo messaggio di saluto agli italiani nulla cambiava in merito alle sue prerogative ed agli impegni presi se non questa apparentemente ininfluente modifica nelle Leggi e nei Decreti che gli stessi ora fossero firmati da Re e non più dal Luogotenente anche se questo Re non lo era più “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Era però la figura di Umberto a risaltare e ad assumere quel carisma che storicamente accompagnava la figura dei Sovrani per cui da quel momento i monarchici che ad esempio a Roma accorsero in folla ad acclamarlo in piazza del Quirinale potevano gridare la loro convinzione che era anche una fede con le parole “Viva il Re”.
A questo punto viene spontanea una domanda. Perché questo anziano Sovrano Vittorio Emanuele che aveva amato l’Italia appassionatamente malgrado la sua apparente freddezza aveva tardato così tanto a prendere la decisione della abdicazione? Il 5 giugno del 1944 con la istituzione della Luogotenenza aveva rinunciato in via definitiva ed irrevocabile ai suoi poteri costituzionali ma era pur sempre Re e la sua effigie era rimasta può sembrare banale ma non lo era sui francobolli sulle marche da bollo e simili. L’Italia all’epoca era ancora divisa dilaniata dalla guerra e Vittorio Emanuele era quello che ne aveva indicato e promosso la strada della rinascita che voleva attendere come Re. Il 25 aprile o meglio ancora la successiva data della firma a Caserta della resa delle truppe germaniche poteva essere una data possibile per una abdicazione ma grondava ancora troppo sangue. Il successivo 29 luglio data della sua assunzione al Trono? Allora il primo gennaio 1946 inizio dell’anno che avrebbe visto le elezioni ed il referendum? Nel diario di Falcone Lucifero dobbiamo giungere alla data dell’8 marzo 1946, per trovare un accenno ad una possibile abdicazione che acquista concretezza solo alla fine di aprile quando in data 22-aprile è lo stesso Principe Umberto a comunicare riservatamente al Ministro della Real Casa che l’abdicazione sarebbe avvenuta tra il 2 ed il 10 maggio. Nessuno -ha dato una motivazione di questo ritardo per cui accettiamolo per quello che è stato, anche se il rilancio delle motivazioni a favore del mantenimento della Monarchia avvenuto-dopo il 9 maggio ci fanno ragionevolmente pensare che anche un solo mese in più di effettivo regno di Umberto avrebbe potuto aumentare-ulteriormente i consensi rendendo più difficile od impossibili le manipolazioni referendarie di Romita e le manovre nella magistratura di Togliatti.
Tutta la famiglia del nuovo Re acquistava così il giusto risalto sintetizzato nel bellissimo ed unico manifesto stampato per la Monarchia, con la foto della Famiglia Reale nei giardini del Quirinale e Maria Josè come Regina acquisiva prestigio ed aumentava simpatie, ed a proposito delle insinuazioni su un preteso “repubblicanesimo” della Regina solo perché il successivo 2 giugno non volle ritirare la scheda per il “referendum” istituzionale sempre nel diario di Lucifero, in data 22 aprile vi è la notizia di una festa di beneficenza alla quale la Principessa aveva presenziato con i principini dove essendo stata suonata la Marcia Reale Maria Josè esclamasse: “ Finalmente. Era tanto che non la sentivo!”.

Inizio del Regno

Risolti i problemi giuridici con De Gasperi si apriva un periodo di 20 giorni drammatici perché a questo punto il nuovo Re, doveva assolutamente scendere in campo per difendere e riaffermare il ruolo e la funzione della Monarchia e più precisamente di una Monarchia che rinnovasse i valori con i quali si era affermata nella Italia del Risorgimento, adeguandoli alle mutate condizioni storiche politiche e sociali. E se le giornate quando era Luogotenente iniziavano prestissimo alle sei del mattino e si concludevano oltre la mezzanotte per potere assolvere ai compiti istituzionale visitare i soldati del Regio Esercito e le località via via liberate e ricevere infine tutte le persone che facevano richiesta di incontrarlo adesso come Sovrano il tempo era ancor più necessario a meno di un mese dalle elezioni che erano state irrimediabilmente fissate per il 2 e 3 giugno data che non poteva essere più modificata anche se molti in campo monarchico lo richiedevano. E così il 10 maggio primo giorno di Regno, i Reali alle 7 della mattina ascoltarono la Santa Messa nella Cappella del Quirinale e successivamente si affacciarono al balcone della Reggia per rispondere alle acclamazioni della folla accorsa a festeggiarli e nello stesso giorno il Re indirizzava al popolo italiano un nobile messaggio..
La modifica della originale legge relativa alla Costituente, con il contemporaneo voto referendario, che oltretutto ricordava i plebisciti che avevano sancito l’adesione degli abitanti dei precedenti stati al Regno costituzionale di Vittorio Emanuele II e suoi successori, dava una precisa motivazione ad una presenza personale del nuovo Sovrano che scendeva in campo per difendere la sua Casa in quanto sulla scheda per la Monarchia il simbolo scelto era stato lo stemma sabaudo, sormontato dalla Corona. Ben diverso sarebbe stata la posizione del Re se si fossero tenute le sole elezioni per l’Assemblea Costituente con liste partitiche dove non era presente un partito monarchico e quindi qualsiasi suo intervento poteva sembrare una indicazione che avrebbe contrastato con la posizione “super partes” tipica della istituzione monarchica.
Per il resto in quel periodo l’attività legislativa fu molto ridotta se si eccettua il decreto istitutivo della autonomia della Sicilia Regione a Statuto Speciale che veniva a concludere due anni difficili in cui in Sicilia si era arrivati a chiedere l’indipendenza costituendo addirittura un esercito l’EVIS con i suoi gradi e gerarchie e solo con una adeguato contenimento da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito la minaccia secessionistica era stata sconfitta ma era appunto opportuno tenere conto di-queste richieste di autonomia ed inserirle nel quadro unitario così da non metterlo più in discussione. E di questo rinnovato spirito unitario fu testimonianza il successivo referendum istituzionale che vide i siciliani votare a grandissima maggioranza per la Monarchia Sabauda, con punte superiori all’ 80 per cento in diverse città a dimostrazione che in uno stato monarchico le autonomie non avrebbero intaccato quella unità attuatasi il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia e completata poi nel 1866 con il Veneto nel 1870 con Roma ed infine nel 1918 con Trento e Trieste raggiungendo i confini storici e geografici.
-Fu pure significativa la nomina di Luigi Einaudi monarchico a viso aperto già dall’anno precedente Governatore della Banca d’Italia a Commissario dell’Istituto della grande Enciclopedia Treccani che così poteva riprendere il suo cammino storico di vero monumento della cultura italiana.
Abbiamo accennato all’assenza nella competizione elettorale di un partito monarchico anche se in realtà i due maggiori raggruppamenti esistenti dal 1944 che si richiamavano alla Monarchia Sabauda il Partito Democratico Italiano di Enzo Selvaggi e la Concentrazione Democratico Liberale di Alberto Bergamini ed Alfredo Covelli avevano concluso un accordo elettorale con il nome di Blocco Nazionale della Libertà e simbolo una “Stella a cinque punte”, senza alcun riferimento visivo sabaudo presentandosi in quasi tutte le circoscrizioni. In realtà per completezza di informazione vi furono alcune liste (Alleanza Monarchica Italiana – voti 30.505; Movimento Democratico Monarchico Italiano – voti 29.916 e Partito Patriottico Monarchico Rinnovatore - voti 11.102 ) con simboli monarchicizzanti che raccolsero complessivamente - 71.523 i voti, disperdendoli senza raggiungere il quorum per la elezione di un deputato per cui gli unici deputati dichiaratamente monarchici quali esponenti di partiti o movimenti monarchici furono i 16 del Blocco della Libertà che aveva avuto 636.489 voti anche se numerosi furono purtroppo minoritari rispetto al totale dei “Costituenti”, altri deputati di convinzioni monarchiche eletti nelle liste della Democrazia Cristiana e, particolarmente della Unione Democratica Nazionale ( PLI + Democrazia del Lavoro) e dell’ Uomo Qualunque molti dei quali successivamente entrarono o nel Partito Nazionale Monarchico sorto all’indomani del referendum per dare ai monarchici una propria voce partitica o nella Unione MonarchicaItaliana che doveva unire quanti pur monarchici ritenevano non dovere lasciare il proprio partito.