NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 27 febbraio 2018

Un voto contro il caos


di Aldo A. Mola                       
Giornale del Piemonte  25-02-2018



Malgrado l'apparenza e le narrazioni mediatiche, l'Italia è il paese più stabile d'Europa. Numericamente irrilevanti e (per ora) “dimostrativi” ma non “ultimativi”, i  deplorevoli ma  circoscritti “crimini” a sfondo  politico di questi giorni provano che è fallito l'enorme sforzo eterodiretto di dividere gli italiani in fazioni scatenate in zuffe continue. L'ormai noiosa reinvenzione della contrapposizione fascismo-antifascismo (o “resistenza”) mostra la povertà della subcultura estremistica, incapace di vedere i problemi italiani del Terzo Millennio. Benché noto, va ripetuto che  non c'è mai stato “il” fascismo. Tra il 1922 e il 1943 l'Italia fu governata da aggregazioni disparate, con progetti per nulla univoci, nel caos dell'Europa uscita da cinque anni di guerra devastante, squassata da rivoluzioni e movimenti armati. Evocare il “fascismo” quale soggetto politico dell'Italia odierna è irreale e infantile (semmai va ricordato che il suo vero unico argine fu la monarchia con Vittorio Emanuele III). Lo stesso vale della “resistenza” o “guerra partigiana”, che fu coacervo di pulsioni e progetti niente affatto convergenti. L'unico suo elemento unificante fu infine il tricolore indossato obbligatoriamente dal Corpo Volontari della Libertà, comandato del generale Raffaele Cadorna, da ricordare tra i “Sacerdoti di Marte” biografati dallo storico Oreste Bovio nell'ottimo volume edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. 

Con gesti delittuosi, ripresi ad arte ed enfatizzati dai “media”, qualcuno tenta ora di esibire  all'interno e all'estero il ritratto di un'Italia in preda a convulsioni. Tra una settimana i cittadini diranno quale essa in effetti è. Lo faranno col voto; e anche col probabile 35% di non votanti. Anche questo fa parte della dialettica democratica e dà il polso del paese. Infatti, a parte qualche desolato e isolato “predicatore” dell'astensione (per deluse ambizioni personali), molti italiani non andranno alle urne nella pacata certezza che il treno-Italia continuerà comunque a correre nei binari della ordinaria normalità. L'astensione “all'italiana” non è un squillo di tromba contro le istituzioni ma frutto della pigra fiducia che esse reggono anche sul silenzioso consenso di chi non va ai seggi ma fa la sua parte nella vita quotidiana.
Passato in rassegna il panorama dei partiti e dei movimenti in lizza, una constatazione s'impone: a parte frange ideologiche estreme, tutti dichiarano di voler governare e di cercare adesioni e suffragi “in Aula”, cioè nella sede deputata ad approvare o negare la fiducia al governo. Questa è la realtà di un paese dopotutto tranquillo, di cittadini che chiedono solo di essere amministrati meglio. Pesantemente tartassati da imposte e balzelli, gli italiani si attendono una politica estera decorosa (a proposito: dov'è Alfano?), sicurezza pubblica, servizi all'altezza dei tempi e a costi ragionevoli, l'attuazione del titolo II della Costituzione (rapporti etico-sociali) e dell'articolo 47: lo Stato “incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito”, impegno solenne, questo, che oggi suona beffardo, come la tutela della proprietà privata, della libertà di insegnamento e di tanti altri diritti enunciati della Carta.

L'Italia non ha le esasperate divisioni linguistico-religiose del Belgio, né una mina vagante come la pretesa di una parte dei catalani di ergersi a repubblica indipendente. A differenza di Berlino, non sconta il passivo storico dei quarant'anni di regime dispotico-terroristico imposto alla Germania Orientale, a suo tempo detta “Democratica”. L'Italia è un Paese con tante difficoltà ma un retaggio millenario di fondo, grazie al quale in dieci anni realizzò il “miracolo” dell'unificazione (1859-1870) e in altri dieci (1948-1960) quello della ricostruzione.

Lasciati nella polvere i fatui libretti esaltanti il brigantaggio come eroica lotta contro i “carnefici” del Mezzogiorno, per intendere il lento positivo progresso conseguito basta un'occhiata all'Italia del 1948. Appena uscita da una guerra civile che si trascinò molto oltre il maggio 1945 e dopo il cambio della forma dello Stato, essa rimase annichilita dal sanguinoso colpo di stato filo-sovietico a Praga (20-25 febbraio), culminato con l'assassinio di Jan Masaryk. Il 3 aprile venne definitivamente varato il Piano Marshall per la ricostruzione europea (ERP). L'Italia ne trasse enormi benefici nel periodo medio-lungo. Le elezioni del 18-19 aprile 1948 decretarono la clamorosa sconfitta del Fronte popolare (partito comunista di Togliatti, partito socialista di Nenni e frange dell'ex partito d'azione in netto conflitto con Ugo La Malfa e Ferruccio Parri che all'ANPI ormai succuba dei social-comunisti contrappose la FIAP) e la vittoria della Democrazia Cristiana. In Parlamento, però, entrò un centinaio di senatori di diritto (Bencivenga, Croce, Einaudi, Arturo Labriola, Emilio Lussu, Nitti, Orlando, Ruini...), che fecero la differenza. Impedirono a De Gasperi di governare con la sola DC e lo obbligarono a varare l'alleanza “centrista”, a “occidentalizzarsi”. All'inizio dell'anno una vignetta del “Travaso” rappresentò l'Italia con un fantaccino di spalle, armato di un fuciletto a tappo innalzante un tricolore ormai senza scudo sabaudo, minuscolo dinnanzi a due enormi militari ritti su carri armati, con in mano l'atomica e la controatomica. Benché sconfitta, l'Italia già aveva avviato la ripresa. Il 22 marzo il marchese Antonio Meli Lupi di Soragna presentò a Pio XII le credenziali di ambasciatore straordinario e plenipotenziario. Era iniziato un nuovo corso.

Ora il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, rappresentante di un artificioso frammento della storia qual è il Granducato di Lussemburgo, vede fosco il futuro di Italia, Germania e Spagna, paesi a suo avviso politicamente in stallo. Che cosa gli rimane dell'“Europa” del dopo Brexit? Il Benelux? La Francia? Da sola, con un presidente votato dal 20% degli aventi diritto e lacerazioni di gran lunga più profonde ed esplosive di quelle nostrane, Parigi non è un volano ma un problema. Non le basterà la fusione normativa con la Germania in questioni bancarie e fiscali. La Storia è politica estera e armi. 
L'Italia ce la fece e ce la farà con tenacia e senso pratico. Sul Paese incombono fantasmi fanatici. Ne è documento la relazione finale della “Commissione antimafia” che qualcuno vorrebbe elevare a Superpotere, col diritto di epurare le liste dei candidati alle urne e di stabilire quali associazioni siano lecite e quali no (per esempio quelle massoniche e “similari”) sulla base di chissà quali criteri, come avvenne nella Francia giacobina, della “legge sui sospetti” e delle esecuzioni capitali senza processo. Questo è il vero rischio politico incombente. Per fermarlo, comunque, gli italiani hanno a portata di mano la scheda elettorale: risposta pacata ma ferma all'estremismo ideologico dei cattocomunisti che vorrebbero precipitare in una sorta di guerra di religione un Paese che non conobbe eresie perché congenitamente politeista o, se si preferisce, “liberale”. 
Il voto è l'argine contro il caos e il fanatismo.

Aldo A. Mola