NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 21 luglio 2020

Io difendo la Monarchia Cap IX - 6


Non si vuole con questo affermare che tutti gli errori furono degli alleati. No, vi furono errori anche nostri; inesplicabili incertezze, assurde, ma pur diffuse speranze di una inoffensiva partenza dei tedeschi e, quindi, il desiderio di ammansirli, di non compiere atti che potessero apparire provocatori. Questo nostro atteggiamento era provocato anche in molti Comandi da un eccesso di coscienza morale; si, voleva, sì, uscire dalla guerra, ma sparare contro l'alleato di ieri, no. Tutto ciò è comprensibile, è umano, ma condusse a gravi conseguenze perché i tedeschi presero l'iniziativa dovunque e si guardarono bene dall'obbedire ad analoghe preoccupazioni morali. L'iniziativa, in guerra, dà, in genere, grossi vantaggi, ma nella lotta per il controllo di una città assicura quasi sempre la vittoria. Vi furono anche gravi ritardi nelle misure da adottare e inesplicabili deficienze (si pensi al difetto di carburante per il corpo motocorazzato). Infine vi furono circostanze avverse e impreviste come l'assenza di Ambrosio nella notte tra il sette e l'otto settembre all'arrivo del generale Taylor che doveva portare la sua divisione aviotrasportata per partecipare alla battaglia per Roma. Vi fu, insomma, la sorpresa morale che paralizzò l'azione di comando nella fase delicata della preparazione dell'azione prevista per la metà circa del mese. Perché poi non fu diramato immediatamente a tutte le unità sul territorio nazionale e fuori l'ordine di eseguire l'op. 44 e perché esso venne dato solo il giorno undici? Perché infine non fu lasciato alla stazione radio di Roma un disco da mettere in onda a regolari intervalli, contenente il preciso ordine di combattere contro i tedeschi appena nascesse il sospetto di un loro atteggiamento ostile o appena essi prendessero l'iniziativa della lotta?
Perché non fu convocato un consiglio dei ministri nella notte per dare a Roma la sensazione che v'era una rappresentanza del Governo e perché non fu diffuso un bando che affidasse ad una autorità militare il Comando della città e la sua difesa? A quest'ultima domanda qualcuno risponderà che era inutile un tale bando dato che la città non doveva essere difesa. t facile rispondere che non è vero perché per ore e ore i comandi di posti isolati e dei posti attorno alla città non seppero a chi rivolgersi e furono rinviati dall'uno all'altro comando con le conseguenze morali e disciplinari che è facile immaginare. Ed è anche chiaro che così facendo nessuno avrebbe potuto parlare di una fuga, ma di un piano predisposto, certamente assai grave e doloroso, ma evidentemente dettato dalla ferrea necessità della nuova guerra.
Detto tutto ciò, e molto, altro probabilmente vi sarebbe da dire (perché, ad es. non fu posto in salvo tempestivamente l'oro della Banca d'Italia, perché non fu predisposto l'allontanamento preventivo della Famiglia Reale per evitare l'impressione di una fuga), torniamo a domandarci: come questi avvenimenti, senza dubbio gravi e       dolorosi, ma rispondenti alla imperiosa necessità, da tutti accettata e sollecitata, di un rovesciamento dell'alleanza di guerra, come essi possono toccare la responsabilità del Sovrano?
Quando il Governo, su suggerimento dell'Alto Comando, decise, nella notte tra l'otto e il nove settembre di non difendere più la capitale e di trasferirsi lontano dal campo di azione tedesco, il Re non poteva che aderire, a malincuore, alla richiesta del Governo e trasferirsi in località italiana (distante dalla minaccia tedesca) ove potesse trattare l'armistizio con gli anglo-americani.
Forse che il Presidente della Repubblica francese, Lebrun non ha lasciato Parigi, nel giugno 1940, quando il Governo, per consiglio di Weygand, decise di non difendere la capitale e di trasferirsi a Bordeaux? E non avvenne la stessa cosa nella Francia nel 1914? Forse che Re Hakoon non ha lasciato, per lo stesso motivo, la Norvegia e la Regina Guglielmina, l'Olanda? E al re Leopoldo del Belgio non si fa, invece, l'accusa di essere rimasto? Quale legittimità avrebbe avuto il Governo Badoglio senza Re Vittorio a petto del Governo illegittimo di Mussolini e dei tedeschi? Chi e con quale autorità avrebbe potuto dare ordini agli ufficiali, ai soldati, ai funzionari, ai civili di non collaborare con i tedeschi?
È inaudito che in un paese di alta civiltà si debbano discutere argomenti così elementari. Ciò è forse dovuto alla tendenza inguaribilmente provinciale della nostra politica, a quella tale natura amorosa del nostro popolo che porta il sentimento e il culto della persona nell'esame e nel giudizio dei fatti politici. Si formarono subito i mussoliniani e i badogliani come in tempi lontani e altrettanto feroci v'erano stati palleschi e piagnoni. Deriva da ciò una concezione medioevale e anacronistica della funzione monarchica. Il Re doveva, ieri, montare a cavallo e caricare con le sue guardie le milizie del dittatore e avrebbe dovuto', nel settembre del 1943, portarsi con la spada mozza di Garibaldi sulle mura di Roma e al Vascello per difendere la capitale del suo Regno. Verrà giorno in cui l'aver dovuto portare la discussione su questo tema apparirà a noi, o agli studiosi che verranno, per lo meno grottesco: ma a ciò si è giunti per il carattere tristemente fazioso assunto in Italia dalla lotta politica. In un paese anglosassone ò scandinavo ci si preoccuperebbe di accertare una cosa sola. E cioè: Roma poteva o no essere difesa? È interessante il giudizio lasciato a questo proposito dal vecchio maresciallo Caviglia che in, quei due giorni prese il comando, come ufficiale più anziano e di grado più elevato, della città.

Maggiore e quattro signori in abito civile. Lasciamo a lui la parola:
«Furono fatti entrare in due stanze separate, ed io andai subito da Calvi di Bergolo. Lo trovai col suo capo di stato maggiore, colonnello Giaccone, e col tenente colonnello Cordero dì Montezemolo.
Calvi mi portava un "ultimatum" di Kesselring. Per le ore 16 doveva essere accettato; in caso contrario Kesselring avrebbe fatto saltare gli acquedotti di Roma già minati, e fatto bombardare la città da 700 aeroplani. Io calcolavo mentalmente che gli aeroplani potevano essere 70, ma bastavano. Le condizioni erano: disarmare le divisioni intorno a Roma e scioglierle mettendo in libertà gli ufficiali ed i soldati. Ai primi si lasciava l'onore dell' arma.
I tedeschi avrebbero occupato l'Ambasciata tedesca, la centrale telefonica e l'Eiar. Tutte le truppe tedesche sarebbero rimaste fuori Roma.
Non v'era che chinare la testa. Consigliai Calvi di mandare il suo capo di stato maggiore da Kesselring a portargli l'accettazione dell' "ultimatum". Dolorosa  decisione! In quel momento triste ebbi una buona impressione di quei tre uomini: bravi soldati, forti, onesti, e risoluti. Formavano un insieme serio e fedele: si completavano. Giaccone rappresentava il metodo disciplinato e rettilineo; Montezemolo lo spirito aperto, pronto e multiforme.
Mi lasciarono, ed io passai all'altra stanza, dove trovai Ivanoe Bonomi, il senatore marchese Casati, l'on. avv. Ruini, ed il Ministro delle Corporazioni Piccardi. Bonomi cominciò a parlare, ma io l'interruppi: «   Scusa Bonomi, se ti interrompo, e scusatemi tutti, se vi ho fatto aspettare : vi era Calvi di Bergolo con un ultimatum e la minaccia per il caso che non fosse accettato ».
Dopo ciò aggiunsi: — Cosa avrebbe fatto ognuno
di Voi?
Essi mi risposero ad una voce:
- Avremmo accettato.
- E così ho fatto io.
Allora essi si alzarono e si congedarono. Tutti conoscono quelle quattro brave persone. Uomini politici, parlamentari onesti, ognuno guidato da idee proprie; concordi però tutti e mossi dagli interessi dell'Italia e non dai propri interessi ed ambizioni».
Il Maresciallo Caviglia e i membri più influenti del Comitato di liberazione concordavano dunque sulla opportunità della resa. Ma il maresciallo Caviglia dice di più. Dopo i colloqui predetti egli ritornò al Ministero: vide De Bono e poi alcuni ministri, tutti furiosi contro Badoglio che non li aveva preavvisati della sua partenza (in tutto il diario del vecchio Caviglia sono contenute delle violente puntate contro Badoglio e nessuno che conosca i suoi libri sulla guerra del 1915-18 se ne mera-viglierà) e poi, vide anche Carboni. Racconta Caviglia:
« Ritornò il generale Carboni. Lo pregai di leggermi l'ordine che aveva ricevuto da Roatta, per cui le divisioni del corpo d'armata erano dislocate ai quattro venti. Era presente De Bono. L'ordine terminava con il consiglio di non difendere Roma. Certo Roatta conosceva la situazione delle forze nostre e tedesche, ed era necessariamente venuto a quella conclusione. Purtroppo alla stessa conclusione avevo dovuto venire io, non appena ebbi conoscenza dei vari elementi che componevano la situazione. Ora appariva chiaro che il Capo del Governo ed i capi militari avevano dovuto mettersi in salvo, appunto perché sapevano che non vi era altro da fare. E nella loro fuga avevano trascinato il Re e la Famiglia Reale Caviglia dice anche, nel suo diario, che egli spedì un telegramma al Re per essere investito dell'autorità di Governo e che non-gli pervenne nessuna risposta (probabilmente, egli dice, la risposta fu intercettata). La risposta fu invece inviata e riportiamo qui di seguito i due telegrammi :
Maresciallo Caviglia al Re - Prego Vostra Maestà data la situazione che si è determinata nella Capitale volermi concedere temporaneamente poteri che mi permettano di far funzionare il Governo durante l'assenza del Presidente del 'Consiglio. - CAVIGLIA.
Risposta del Re al Maresciallo Caviglia — In risposta suo telegramma, Vostra Eccellenza è da me investita potere mantenere funzionamento Governo durante temporanea assenza Presidente del Consiglio che si trova con me e ministeri militari. — VITTORIO EMANUELE.

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