NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 11 marzo 2018

Io difendo la Monarchia - Cap IV - 1


Fascismo e socialismo dinnanzi all’uso della violenza - L’atteggiamento dell’opinione pubblica. I fatti dell’ottobre 1922, dal Congresso di Napoli alla Marcia su Roma - I primi atti del fascismo - L’anno dei pieni poteri - La filosofia della volontà - Le prime esaltazioni retoriche degli stranieri - Restaurazione o rivoluzione? - Discussioni e Polemiche sul fascismo.



Quale fu dunque, tra il settembre e l’ottobre 1922, la posizione della Monarchia? Un forte governo parlamentare non esisteva. La seconda incarnazione Facta era un non senso, incapace di imporsi alla minoranza fascista. Il socialismo si macerava nelle sue crisi. La Confederazione del Lavoro e la destra riformista e collaborazionista non riuscivano a realizzare le condizioni di uno stabile accordo con il gruppo popolare e con le varie frazioni della democrazia. Nè il partito era riuscito a costituire delle minoranze combattive ed entusiaste del tipo di quelle fasciste. Sul terreno militare il fascismo aveva vinto: esso manovrava le sue squadre come in un combattimento regolare. L'animo neutralista del socialismo, in un’età di ferro e di sangue, aveva paralizzato l’azione del partito. Ora esso si accorgeva che la sua teorizzazione della violenza, a petto della pratica fascista, non era stato che un ingenuo giuoco di uomini dotti, ma inesperti. Turati aveva chiaramente compreso quale sarebbe stato l’esito del conflitto. Al Congresso socialista di Bologna egli aveva annunciato : « Quando il nostro appello alla violenza sarà raccolto dai nostri nemici cento volte meglio armati di noi, allora addio  per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio partito socialista! »

Molti si domandarono perché l’appello alla violenza sarebbe stato accolto con più successo dal fascismo che dal socialismo. G. Perticone spiega questo fatto con la confessione che le élites del socialismo avevano perduto e non erano in grado di rifarsi un’anima rivoluzionaria.
Ma dire questo non è come riconoscere che, nel clima dell'altro dopoguerra, il socialismo, corrotto e gonfiato nel 1919-1920 dal bolscevismo, era venuto perdendo via via la sua ragion d’essere, ogni suo valore attuale, la sua aderenza al presente, la sua influenza morale sulle masse? Esso aveva smarrita la sua anima all’inizio della prima guerra mondiale e non riusciva a riconquistarla.
Fra il settembre e l’ottobre del 1922 Mussolini accentuò la speculazione sul sentimento patriottico. Squadre di Vicenza, di Mantova, di Trento, di Cremona, di Brescia occuparono il Municipio di Bolzano e il palazzo dell’amministrazione provinciale di Trento da dove demandarono l’allontanamento del Commissario del Governo, Credaro. Poi il 4 ottobre Mussolini, in un discorso alla squadra Antonio Sciesa di Milano, annunciò « ore decisive »; parlò del diffuso « presagio di qualche avvenimento che dovrà arrivare ». A metà ottobre vi fu lsnota riunione a Milano in cui fu decisa la marcia su Roma; il 24 ottobre il congresso di Napoli. «Noi siamo — disse Mussolini, nel suo discorso al San Carlo — a’ punto in cui la freccia si parte dall’arco o la corda troppo tesa dell’arco si spezza ». Qui, in una città di calda tradizione monarchica, l’adesione alla monarchia fu naturalmente più calorosa. In una adunata a Piazza San Ferdinando echeggiò il grido; «A Roma! A Roma! » Mussolini si affrettò a raccogliere quel grido: «Ma vi dico con tutta la solennità che il momento impone che o ci daranno il governo o lo prenderemo calando su Roma ».
Poi, nel solito stile pittoresco e canagliesco aggiunse che l’azione dovrà «essere simultanea e dovrà prendere per la gola, la miserabile classe politica dominante » .
E certo, se tutto questo era possibile, se il Governo si lasciava così oltraggiare e minacciare, quella classe politica, quel Parlamento e quel governo parlamentare dovevano essere scesi molto in basso. Eppure erano essi l'unico scudo della Monarchia. Vi era, sì, l'esercito, ma esso avrebbe dovuto aprire il fuoco contro coloro che avevano esaltato per quattro anni la guerra e il valore guerriero e avevano restaurato il prestigio della Patria Trieste e a Trento e avevano combattuto a Fiume; per difendere il potere di coloro che l’avevano offeso con l’inchiesta su Caporetto e avevano consentito l’indegna gazzarra del 1919 -1920 contro i reduci, gli ufficiali e i decorati della guerra. I capi dell’insurrezione imminente affermavano intanto che si era prodotta una frattura insanabile tra l’Italia legale e l’Italia reale e che bisognava scavalcare la Camera per sanare la situazione. Ci trovavamo dinnanzi a un fenomeno in tutto simile a quello del maggio 1915.

Anche questa volta la stampa e l’opinione pubblica parteggiavano in gran parte per l’insurrezione contro il Parlamento. Nei giorni 26 e 27 la situazione precipitava: il fascismo mobilitava; il quadrumvirato entrava in azione, un proclama redatto da Mussolini veniva lanciato al paese. Nel proclama si invitavano l’esercito e la polizia a rimanere fuori della lotta; si esaltava l'anniversario della vittoria, si rassicurava la borghesia, si affermava di voler dare un governo alla nazione. Vi furono scontri qua e là a Casal Monferrato, a Cremona, nel bolognese, ma in genere vi fu un senso di attesa angosciosa e la speranza di una soluzione favorevole senza spargimento di sangue. Il fascismo aveva adunate a Napoli il maggior numero delle «medaglie d’oro» della guerra 15-18 e le aveva fatte sfilare alla testa del corteo in piazza San Ferdinando; una grande manifestazione era stata fatta sotto il palazzo del Comando Militare : la vittoria, l'esercito erano stati sempre esaltati fin dai primi giorni successivi all’armistizio : un conflitto era penoso per tutti.

I fascisti avanzavano inneggiando all’Italia, alla vittoria: come aprire il fuoco contro di loro? «La nostra marcia, dirà Mussolini, (voi. in degli Scritti e discorsi pag. 235) non era diretta contro l’esercito, non era diretta contro la Monarchia, non era diretta contro la polizia, non era diretta contro il proletariato. E chi poteva resistere? » Ecco un aspetto della sua azione. Ma ecco subito l’altro aspetto. Appena lo stato di assedio sarà revocato egli si fa esigente. « Non valeva la pena di
mobilitare l’esercito fascista, di fare una rivoluzione, di avere dei morti, per una soluzione Giolitti - Mussolini o Salandra - Mussolini e per quattro portafogli. Non accetto». E nello stesso Popolo d'Italia del 28 ottobre, appena liberato dallo stato di prigionia nella caserma dei bersaglieri: «Il fascismo non abuserà della sua vittoria, ma intende che essa non venga diminuita. Ciò sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio è grande e deve essere coronato da una pura vittoria. Ogni altra soluzione è da respingersi. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla co' vieti formalismi, mille volte, e in occasioni meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi può ottenersi rimanendo ancora nelI’ambito della più ortodossa costituzione, ma che domani sarà forse troppo tardi ».

Non è questo un nuovo ricatto alla Corona? Lo stesso storico del socialismo Giacomo Perticone (1) mette in rilievo questa tipica manovra dell’agitatore romagnolo.
Ma la Corona non poteva più contare sul Parlamento.

(1) Giacomo Perticone: La politica italiana nell'ultimo trentennio. Edizioni Leonardo, Roma, 1945, voi. n, pag. 189.