NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 18 marzo 2018

Sono passati trentacinque anni dalla morte di Re Umberto II


 di Emilio Del Bel Belluz 

Il tempo della vita scorre e ci si accorge d’aver vissuto abbastanza quando troppi sono i ricordi che riemergono, ricordi che forse non scompariranno mai. Allo stesso tempo ognuno di noi possiede delle date che non dimenticherà mai. Ci sono persone che ci entrano nel cuore, perché le abbiamo incontrate nella vita.  
Ho conosciuto la figura di Re Umberto II dai racconti di mio zio e della mia maestra. Non ho mai compreso come si possa mandare in esilio un Re come Umberto II, che si è sacrificato per il bene della sua Italia, lasciando il suo Paese per evitare una guerra civile. 
Allo stesso tempo, non ho mai capito come i nostri politici possano aver lasciato in esilio il Re per ben 37 anni, non permettendogli nemmeno di chiudere gli occhi nella terra dove era nato.  
Il 18 marzo 1983 rimarrà come uno dei giorni più tristi della mia vita, il dolore che provai era davvero tanto. Tanto odio verso il Re non l’ho mai capito, anche perché non ho mai compreso cosa avesse fatto di tanto male. Una cosa era certa: il Re aveva messo al primo posto della sua vita la patria, il sacro suolo che lo aveva accolto alla nascita e che avrebbe voluto che l’abbraciasse alla morte. 
Penso a quel galantuomo di Guareschi che amava il suo Re, che tanto si era speso per scrivere di lui con il cuore. Credo che se il Signore avesse dato molti anni di vita a Guareschi, si sarebbe battuto anima e corpo per perorare la causa del rientro in Italia. La sua penna nobile e gentile avrebbe fatto miracoli, ma il destino volle che morisse cinquant’ anni fa. 
Dopo la sua morte non sono stati molti gli scrittori che si sono battuti per la stessa causa. Le salme di Re Umberto e della regina Maria Josè sono ancora sepolte in esilio, e questo la dice lunga. Lo stesso Umberto II si chiedeva come mai certi giornalisti si esprimessero contro di lui con offese ed insulti. Era andato a vivere in Portogallo, una terra lontana, ma dove è sempre stato amato dalla gente del posto. Il Re era l’amico umile dei pescatori, quelli cantati da grandi scrittori che avevano visto nella loro lotta alla sopravvivenza, la semplicità degna di grandi uomini. Il Re andava a messa ogni mattina, nella chiesa di Cascais, dove faceva sempre la comunione. C’è un episodio che vorrei raccontare. 
Mentre scrivo questo articolo è il nove marzo 2018, una giornata speciale per la mia città. Nel 1510, era comparsa la Madonna a un povero contadino che si era fermato davanti a un capitello a recitare il Santo Rosario, cosa che faceva ogni mattina. A questo vecchio la Madonna diede dei suggerimenti, tra cui quello di costruire un Santuario che ancora esiste. Collego questa cosa al fatto che quest’ anno, il 2 gennaio, è arrivata una Madonna che ho fatto benedire dai frati di Motta di Livenza, a Cascais. Questa Madonna è stata collocata nella chiesa dove il Re Umberto II si recava a pregare. Si tratta della chiesa Igreja Matriz Senhora da Assuncao di Cascais. La Madonna è giunta nella parrocchia di padre Nuno Filipe Fernandes Coelho, che ha permesso che questo avvenisse. Mi onora sapere che in quella chiesa che il Re frequentava ci sia un ricordo dell’Italia, di quell’Italia che non ha mai dimenticato il suo Re. Un piccolo pensiero per ringraziare quello che i portoghesi hanno fatto per il Re. 
La fede era la sola certezza che lo potesse aiutare a superare le tremende prove a cui fu sottoposto. Gli uomini non lo avevano capito. Il Re  leggeva tanti quotidiani dal suo esilio, gli piaceva essere informato su tutto quello che accadeva nel suo Paese. 
La nostalgia lo opprimeva, ma amava la sua patria con il cuore. Rimaneva ferito nel leggere certi commenti negativi ed intrisi d’odio nei suoi confronti. Nel suo cuore aveva una citazione che spesso lo aiutava a superare quella bruna malinconia. Per questo citava uno scrittore americano, James Baldwin, che così scriveva: “Una delle ragioni per cui la gente si aggrappa così tenacemente all’odio è che sembrano avere la sensazione che una volta svanito l’odio gli resterà solo il vuoto e la pena”.  
Una frase che non ha bisogno di commento, che in qualche modo dava conforto al Re. Ogni persona cerca di trovare delle particolari frasi che possano abituarci a portare la croce con maggior forza. Re Umberto II conosceva bene la croce di Cristo. Ha vissuto tante ore di solitudine a osservare quel mare che con l’infrangersi delle onde lo accompagnava. Lo scrittore Thomas Paine scriveva : “ Quanto più aspra è la lotta, tanto più glorioso è il trionfo. Valutiamo poco ciò che otteniamo troppo facilmente : è l’alto prezzo da pagare che dà a ogni cosa il suo valore. Amo l’essere umano capace di sorridere nelle difficoltà, di trarre forza dalle angustie e coraggio dalla riflessione. Sono gli uomini meschini che si perdono d’animo. Ma chi ha un cuore saldo e una coscienza tranquilla perseguirà i propri principi fino alla morte”. La figura di questo sovrano è sempre stata quello di una persona che ha vissuto nel bene, che ha lottato per il bene, che si è sempre messa nelle mani del Signore. 
La Chiesa non ha mai fatto nulla per aiutare questo pellegrino nel mondo che tanto desiderava essere confortato. Ha fatto molto per la Chiesa, come il dono della Sacra Sindone. La solitudine di una persona buona è sempre difficile da comprendere e da sopportare. Tante sere d’inverso davanti al fuoco ho immaginato il mio sovrano intento a leggere un buon libro con il caminetto acceso. Diceva un poeta che dove c’è il fuoco si trova la famiglia. “ Non c’è sulla terra un suono più dolce del crepitio di un caminetto: aggiungetegli qualche ramo di pesco e di fico e il fuoco canterà il potere della terra e la triste nostalgia del vento”. 
Il Sovrano nella sua casa avrà sentito il vento che fischiava dalla finestra e la nostalgia della sua terra.  Gli uomini sono per loro natura capaci di mutare il pensiero con un’ estrema facilità, come spira il vento, ma nessuno di quelli che siedono oggi in comodi scranni potrà mai dire male del Re. Anni di sofferenza affrontati con cristiana fede, quella dell’esule che spera. Ha sempre manifestato il dolore per l’assenza della sua terra e l’incomprensione delle tante colpe attribuitegli, ma non commesse. Immagino il Re che cercava di dimenticare il dolore tra i suoi libri, in quella biblioteca dove riposavano tanti volumi che recuperò in giro per il mondo. In quel posto silenzioso, tra le sue adorabili  edizioni che raccontavano l’Italia, cercava conforto. 
Lo penso sempre seduto alla sua scrivania con un libro in mano, a cercare di viaggiare con la mente. Ogni tanto il suo cuore cerca dalla finestra un raggio di sole, e vorrebbe essere un uccello per raggiungere la sua patria, quei luoghi il cui respiro è ancora intenso. Magari ascoltando una canzone, la canzone dell’esule: 
“Viaggiare. Lasciarsi Paesi alle spalle/ Cambiare d’anima tutti i giorni .. / Io viaggio senza altro scopo / che sognare di andare. / Che mi resta se non la terra e il cielo .. ”  Sono passati trentacinque anni e lo ricordo con immutato affetto, perché se gli uomini non hanno compreso il suo cuore, Dio lo ha accolto nel regno dei giusti.