NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 8 marzo 2018

Conosciamo Meglio Vittorio Emanuele III


di Waldimaro Fiorentino

Il 28 dicembre 1947 si spegneva nell’esilio di Alessandria d’Egitto Vittorio Emanuele III; era stato Re d’Italia per 46 anni, durante i quali aveva dato l’avvio alla lotta per la fame nel mondo istituendo l’Istituto Internazionale di Agricoltura, progenitore della FAO (febbraio 1905); aveva promosso la fondazione a Milano della prima «Clinica di medicina del lavoro» (1910) con 20 anni di anticipo su ogni altro paese del mondo; e l’«Istituto nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro», che fu uno dei primi nel mondo intero.

Nel 1907, Vittorio Emanuele III fondò la «Società italiana per il progresso delle scienze», che aveva il compito di razionalizzare il progresso scientifico, attraverso lo scambio di conoscenza tra gli studiosi italiani, in congressi che si svolgevano ogni anno in città diverse della Penisola, di modo che non vi fossero solo le assise di vertice, ma che la cultura scientifica si diffondesse anche ai diversi strati di un Paese che era più conosciuto per i prodotti della creatività artistica, che non per le scoperte scientifiche e le produzioni tecnologiche.
Nel 1917, il Sovrano aveva istituito, primo esempio al mondo, il «sussidio alla disoccupazione involontaria» ed aveva fondato l’Opera nazionale Combattenti, per la distribuzione ad ex Combattenti di terre di proprietà della Corona e di terre bonificate. Nel 1919, Vittorio Emanuele III equiparò i cittadini d’Oltremare ai cittadini Metropolitani; nel 1921, istituì in Cirenaica il primo Parlamento liberamente eletto nella storia dell’intero Continente Africano.
In 46 anni di regno, il suo appannaggio non aumentò di una sola lira; anzi, diminuì di quattro milioni, perché, all'indomani della prima guerra mondiale, fu lo stesso Re a chiederne la riduzione, per dare un esempio di rigore al Paese; e lo fece con una lettera inviata all'allora presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti; lettera della quale vi voglio dare lettura, ma che sarebbe opportuno fosse fatta conoscere a tutti gli italiani; rileggiamolo:
"Caro presidente,
dopo la nostra grande guerra che ha riunito tutti gli italiani in uno sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato e quanti costituiscono fonte di rendita siano ceduti all 'Opera nazionale combattenti.
L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico nazionale, che è tanta gloria italiana, dovrebbe compiersi in questa occasione.
I tesori dell'arte nostra potrebbero essere degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la corona e che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle antichità e delle belle arti.
Vorrei, infine, che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di tre milioni; ferma mantenendo la restituzione allo Stato, che sarà da me operata come nel passato, del milione rappresentante il dovario della mia genitrice.
Le sarò molto tenuto se ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno di legge.
La ringrazio fin d'ora e le stringo cordialmente la mano.
Vittorio Emanuele"

Ed è inutile dire che allorché, l'11 settembre 1919, Francesco Saverio Nitti lesse alla Camera quella lettera, i rappresentanti della Nazione, in piedi, applaudirono lungamente.
Con quelle poche e semplici parole, il piccolo grande Re aveva indicato, incamminandovisi per primo, la via del sacrificio, come l'unica che potesse condurre al superamento della crisi.
Da quello stesso momento, infatti, egli rinunziava a 3 milioni di lire (non inflazionati) ad un altro milione aveva rinunciato in precedenza; e rinunziava anche ai palazzi reali di Genova, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Caserta, Palermo (si riservava soltanto quelli di Torino e di Roma), ai castelli di Moncalieri e di Stupinigi, alle ville di Monza, Milano, del Poggio a Caiano, dì Castello della Petraia, di Capodimonte, della Favorita e ad altre minori, alle tenute di Coltano, Poggio a Caiano, Carditeilo, Licola, Astroni e ad altre vaste proprietà fondiarie cedute all' "Opera nazionale combattenti".
Nessun presidente di repubblica, forse in nessuna parte dei mondo, ha mai fatto altrettanto !

In precedenza, aveva fatto approvare le seguenti leggi:
- sulla tutela giuridica degli emigranti (1901);
- per la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902);
- contro la malaria e per la chinizzazione (1902);
- per la istituzione dell’Ufficio del lavoro (1902);
- per la realizzazione delle case popolari (1903);
- il testo unico sugli infortuni sul lavoro (1904);
- sull’obbligo del riposo settimanale (1907);
- sull’istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907);
- sulla mutualità scolastica e sulla istituzione della Cassa nazionale per la maternità (1910);
Tappe di questo programma furono l’istituzione dei «Cavalieri del Lavoro» (1901), che comprendeva anche i «Maestri del lavoro», distinti solo nel 1923.
Sta di fatto che, tra il 1900 ed il 1921, l'Italia recuperò molti dei suoi ritardi storici, corresse i conti pubblici, realizzò opere pubbliche che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del Paese; basti pensare che, nel 1921 la nostra rete ferroviaria era pari a quella attuale; e l'Italia, come ha scritto il massimo storico dell'industria italiana Valerio Castronovo, da area quasi esclusivamente agricola, già alla vigilia della prima guerra mondiale era divenuta la 7a potenza industriale del mondo; l'Italia era tra i pochissimi Stati ad avere raggiunto il pareggio di bilancio ed era il solo Paese al mondo nel quale la carta-moneta era tanto stabile, da fare aggio sull'oro; venne ridotto verticalmente l'analfabetismo e sostenuta la cultura scientifica.
Lo spirito sociale di Vittorio Emanuele III apparve chiaro sin dal suo primo «discorso della Corona» (20 febbraio 1902), scritto di suo pugno e fu di sorprendente apertura alle ragioni della contestazione, che pure era costata la vita al padre, del quale non mancò rammentare l’impegno: «Conviene ora con prudente risolutezza proseguire sulla strada che la giustizia sociale consiglia...in sollievo delle classi lavoratrici... sono felici portati della civiltà nuova l’onorare il lavoro, il confortarlo di equi compensi e di preveggente tutela, l’innalzare le sorti degli obliati dalla fortuna».
Il tema della pace sociale ricorse frequentemente nelle raccomandazioni di Vittorio Emanuele III; nel «discorso della Corona» del 30 novembre 1904, annunciò l’introduzione di un nuovo istituto del quale si sente la mancanza ancor oggi: «L’ardente contrasto fra capitale e lavoro che ora si combatte con la sola arma dello sciopero, fonte di tanti dolori e nel quale vince solamente il più forte, potrà essere in molti casi composto con l’arbitrato che assicuri la vittoria alla giustizia e all’equità,...così un nuovo grande passo nelle vie della civiltà farà regnare sovrana la giustizia nei rapporti tra le classi sociali».
Nel «discorso» del 24 marzo 1909, sostenne: «La politica di ampia libertà ha assicurato, col miglioramento delle classi lavoratrici, le condizioni di una feconda pace sociale, senza arrestare, né ritardare il progresso delle industrie e dei commerci... vorrà il Parlamento proseguire quell’opera di legislazione sociale alla quale coraggiosamente l’Italia si è accinta».
Un nuovo appello al tema sociale lo si ritrova nel «discorso della Corona» del 27 novembre 1913, nel quale Vittorio Emanuele III definì «necessaria conseguenza un indirizzo legislativo ed un’opera di governo diretti ad un tempo a conseguire una più elevata condizione intellettuale, morale ed economica delle classi popolari e a promuovere una più intensa produzione che innalzi il livello della ricchezza nazionale ricordando sempre che massimo coefficiente di prosperità per un popolo è la pace sociale e che solamente un’agricoltura ed un’industria fiorenti possono assicurare il benessere delle classi popolari. Dovremo quindi perfezionare e completare la legislazione sociale a favore dei lavoratori, proseguire ed intensificare quella politica di lavoro alla quale si devono in molta parte i progressi economici compiuti; curare i grandi interessi dell’agricoltura e dell’industria... e poiché il valore di un popolo si commisura dal grado della sua cultura, dobbiamo coi mezzi più efficaci assicurare che l’istruzione popolare sia rapidamente estesa a tutti i cittadini e resa sempre più completa; che si intensifichi l’insegnamento di arti e mestieri e di agricoltura».
Dunque, Vittorio Emanuele III non fu solo il «Re soldato»; soprattutto, non merita di essere ricordato per ciò che di negativo accadde successivamente e che, semmai, il Sovrano tentò di correggere, scontrandosi contro faziosità e neghittosità di chi poi ha rimproverato al Sovrano colpe da addebitare ai suoi detrattori.