NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 28 marzo 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 2


Dal momento in cui, per il veto di don Sturzo, cioè dei popolari, non aveva potuto far ritorno al potere Giolitti, la macchina parlamentare continuava a girare a vuoto. I popolari avevano motivato il loro veto con ragioni di moralità politica. Essi, infatti, avevano determinato, unendosi ai socialisti, la caduta di Giolitti alcuni mesi prima. Senza dubbio vi erano stati dei motivi per determinare allora la crisi, ma nel febbraio 1922 e, infine, nell’agosto dello stesso anno, si presentava l’occasione di tentare con Giolitti l'ultimo esperimento parlamentare fondato sulla collaborazione delle sinistre democratiche e dei popolari con il socialismo riformista e la Confederazione del lavoro. Ogni altra combinazione non poteva realizzare l'unione dei due maggiori partiti: socialisti e popolari. Doveva cadere quindi l'avversione  di don Sturzo al ritorno di Giolitti poiché nessuno era in socialisti e popolari. Doveva cadere quindi l’avversione di don Sturzo al ritorno di Giolitti poiché nessuno era in grado di offrire una soluzione migliore. I fascisti videro bene il pericolo di un ritorno di Giolitti. Nel resoconto di una seduta segreta del 16 ottobre 1922 della direzione del partito fascista a Milano, Farinacci esclamava: «Bisogna impedire a Giolitti di andare al Governo. Come ha fatto sparare su d’Annunzio, farebbe sparare sui fascisti».
Intanto appariva sempre più grave la situazione che si era determinata con il Congresso di Napoli e con la minaccia mussoliniana di calare su Roma. Il Re giungeva da San Rossore la sera del 27 ricevuto da Facta, Presidente del Consiglio, che gli aveva telegrafato.
Il Re appena disceso dal treno apparve molto preoccupato: qualcuno che era alla stazione ricorda il suo viso oscurato e pensoso. Sapeva che i fascisti avanzavano da nord e da sud verso la Capitale che egli non avrebbe voluto lasciare assalire, ma gli ripugnava l’urto, il probabile spargimento di sangue: bramava evitare delle giornate di lutto al paese. L’on. Facta disse la sua fiducia che tutto poteva volgersi in bene: era ancora fermo nell’idea e nella speranza della combinazione Giolitti-Mussolini, ormai tramontata come diciamo più oltre.
Credeva che con il capo del fascismo al Governo, le camicie nere non avrebbero ecceduto: intanto conveniva impedire che invadessero Roma. L’on. Facta si intrattenne con il Re un quarto d’ora e chiese di essere ricevuto più tardi — la sera stessa — per recare al Sovrano le ultime notizie. Infatti egli andò a Villa Savoia alle ore 22 e ne uscì dopo un’ora, dirigendosi al Palazzo Viminale ove era convocato il Consiglio dei Ministri che si può dire, sedeva in permanenza e seguiva di ora in ora la marcia fascista segnalata dai telegrammi dei Prefetti. Nel Governo contrastavano due tendenze, due opinioni: una parte credeva si dovesse ormai decretare lo stato di assedio per fermare le squadre fasciste: l’altra parte giudicava inopportuno tale provvedimento. Dopo lunga animata appassionata discussione, a notte tarda in seguito alle notizie che le camicie nere avanzavano sempre più ed erano ormai presso Roma, pronte all'assalto, prevalse la decisione dello stato di assedio: fu redatto, nella notte stessa, il manifesto col quale il comando e il controllo della città erano affidati all’autorità militare e furono diramati gli ordini in proposito in tutta Italia.
Alle dieci del mattino il Presidente del Consiglio ritornò dal Re per la firma del decreto che disponeva lo stato di assedio. Il Re aveva appreso dai giornali che già sui muri di Roma erano comparsi i manifesti ed espresse all’on. Facta la sua meraviglia. Rilevò che Roma non era difendibile giacché aveva solamente 8000 uomini armati compresi i carabinieri e la guardia regia, non sicura: invece i fascisti erano più di 100.000 secondo le informazioni pervenute al Governo, oppure 80.000 nei calcoli dei carabinieri (secondo Mussolini — colloqui con Ludwig — erano 50.000). « Fossero anche meno, concluse il Re, lo stato d'assedio opposto ai fascisti è la guerra civile con le sue gravissime conseguenze: e non è possibile, non è augurabile, soffocare nel sangue un movimento così forte nel paese e così sorretto dalla opinione nazionale». Vero. Tanto più che il Parlamento si era dimostrato incapace di costituire un governo solido e di risolvere nella legge, nella provvida legalità, desiderata, invocata dal Sovrano, un conflitto che si trascinava da quattro anni.
A distanza di 23 anni dagli avvenimenti ci troviamo dinanzi a una inaudita mistificazione e a una totale alterazione di essi.
Ristabiliamo dunque la verità. Le ultime crisi parlamentari, quelle del febbraio e dell'agosto, erano state lunghe, faticose, snervanti. 11 paese reclamava un Governo e il Parlamento non riusciva a darlo. La crisi aperta il 26 ottobre con le dimissioni del Ministero Facta si presentò ancora più difficile delle altre. Furono discussi dalla stampa gli stessi uomini e le stesse soluzioni delle crisi precedenti, ma tutti declinavano l'invito: Mussolini sicuro che, quale animatore di un vasto movimento, sarebbe stato chiamato comunque al Governo, già aveva aperto dopo il suo discorso di Napoli, trattative con Giolitti per fare un Ministero del quale offriva al vecchio e forte statista piemontese di essere presidente.

Intermediari Camillo Corradini, che andò da Roma a Dronero, e il senatore Lusignoli Prefetto di Milano ove era Mussolini. Il quale aveva subdolamente altro scopo da quello che annunciava: mirava a guadagnare tempo per far arrivare fino a Roma le squadre fasciste e quindi imporre al Re, in pieno, la sua volontà, il suo vero disegno: che era un governo presieduto da lui stesso. Alla fine, fissò alte condizioni che credeva non sarebbero accolte da Giolitti: cioè 8 Dicasteri a deputati fascisti compresi l’Interno, gli Esteri, la Finanza, il Tesoro, la Guerra, la Marina. Fu riluttante il Giolitti, ma Corradini e Lusignoli si adoperarono a persuaderlo con tale calore che l'uomo di Dronero finì per consentire ad avere la presidenza sic et simpliciter, senza alcun portafoglio, senza quel Dicastero degli Interni che era la sua rocca tradizionale. Ma quando Mussolini seppe, con meraviglia, che tutte le sue condizioni erano accettate, dichiarò che non le... accettava più lui. Intanto aveva guadagnato, con la laboriosa discussione. 4 giorni, dal lunedì al giovedì. Ma le squadre fasciste non erano ancora a Roma: erano, al sud, a Capua e, al nord, a Civitavecchia: occorrevano altre 48 ore perché giungessero alle porte della capitale e impressionassero il Re. E Mussolini volse a Salandra Io stesso inganno teso a Giolitti, prolungato tinche gli era stato possibile: e riuscì. Non appena Mussolini fu informato a Milano, ove era rimasto, che la sua gente, più o meno armata era presso Roma, abbandonò Salandra come aveva abbandonato Giolitti. Più tardi si compiacque di aver “dupé” l'uno e l’altro.
La notizia del non corrispondeva alle correnti della Camera, ma poichéil Parlamento non era capace di altra designazione; ilRe, guidato dal suo rigoroso spirito costituzionale, dovè tener conto della chiara e irrompente volontà che mostrava la nazione. Del resto la Camera e il Senato non tardarono a confermare, a consacrare quella volontà a grandissima maggioranza. Vi fu più tardi la secessione dell’Aventino, ma essa fu sterile, fu un errore. E ne parleremo più avanti.
Il male è che da tempo si era creato un abisso tra il paese legale e il paese reale. Incaricando Mussolini la Corona andava incontro al paese. Senza dubbio il Sovrano si decideva ad un passo così grave con profondo rammarico. Le dichiarazioni di Mussolini erano state assai aspre e intimidatorie verso la Corona anche in quei giorni di lotta. Era la prima volta che si diventava Primi Ministri minacciando la rivoluzione e ricattando il Parlamento e il Re. Ma non vi era alternativa migliore: o aprire il fuoco con risultati imprevisti accendendo la guerra civile, o dare l’incarico a Mussolini con la speranza di riassorbire il movimento fascista nell’ordine costituzionale.