NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 3 novembre 2019

Io difendo la Monarchia - Cap VIII - 2


Il primo atto; fu dunque, che condusse all'armistizio italiano fu un moto dell’intelligenza e della sensibilità straordinariamente acuta del nostro popolo «Se la guerra e perduta . tutti si dissero - è del tutto inutile, anzi è dannoso continuare a combatterla. Ogni giorno vi sarà  una distruzione dì più un bombardamento di più)  poi tutto il territorio sarà perduto: l'indipendenza nazionale forse compromessa. Senza l'aiuto dei vincitori sarà impossibile riprendersi e l'aiuto non vi sarà se noi persisteremo sino all'ultimo ad appoggiare i tedeschi ».
         I più pronti a ragionare così furono i più alti gerarchi, sia perché erano nelle condizioni più adatte per giudicare del danno arrecato dal- fascismo al paese, sia perché essi si sentivano responsabili e speravano ora. Con un tempestivo rivolgimento, di potersi salvare. Non passava ora che la radio di Londra non dicesse: « Sappiamo che il popolo , italiano era, contrario ed è rimasto contrario alla guerra. Liberatevi del fascismo prima che sia troppo tardi. Le Nazioni Unite non attendono che questo vostro gesto, per accorrere a liberarvi ». Il discorso dì Churchill che accusava « un uomo, un uomo solo dì aver condotto l'Italia alla guerra » era del 30 novembre 1942. Poi vennero gli appelli congiunti di Churchill e dì Roosevelt al popolo italiano.

Con quel tanto di ingenuità e di buona fede che riposa sempre nel fondo dei popoli, gli italiani credettero alla sincerità della propaganda britannica. Credettero alla parola dei governanti nemici. Immaginarono che  l'arrivo degli alleati segnasse la fine del       loro martirio e la riapertura delle vie marittime e dei rifornimenti dall'America.

         Ma la intelligenza e la sensibili del popolo italiano non avrebbe potuto arrivare ad una soluzione senza l’iniziativa del Re. La quale fu la prima e fu la Più decisa nel liberare il paese dal fascismo. « Fin dal gennaio 1943 (poté egli dire più tardi (1) ad un personaggio a lui vicino) io concretai definitivamente la decisione dì porre fine al regime fascista, col revocare il capo, del governo Mussolini. L'attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del paese. Lei è stato al corrente delle - mie decisioni e delle mie personali direttive e Lei sa che soltanto queste, dal gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo ».
I più vicini al Sovrano e i più fedeli furono in tutto questo periodo il duca Acquarone e il generale Ambrosio, convinti da tempo che la insensata guerra era perduta e che bisognava uscirne prima che fosse troppo tardi: questa convinzione essi non nascondevano, né al Re, né qualche volta, a Mussolini. Ma appena ne accennavano a Mussolini questi si arrabbiava e replicava prontamente che bisognava marciare sino in fondo, con l'alleato. Si potrebbe credere ad un movimento politico antimussoliniano più progredito di quello militare. Sarebbe un errore. Se il Gran Consiglio non si fosse riunito e non avesse avuto luogo la votazione contro Mussolini, questi sarebbe stato deposto ugualmente e presso a poco nello stesso modo. Il Re comprendeva bene quel che pensava il suo Ministro Duca Acquarone: cioè che per deporre Mussolini occorreva arrestarlo: e il Re ordinò con ferma risoluzione l'arresto, nella stessa ora che nominava il successore Badoglio.

         Il Re aveva veduto nei mesi che p recedettero il 25 luglio uomini politici delle opposizioni: nessuno suggerì un Ministero politico, nessuno pensò ad una rottura immediata con la Germania in concomitanza con la deposizione di Mussolini. Tutti suggerirono un Governo militare e tecnico, che assumesse la grave responsabilità della resa. E tutti consigliarono il distacco. dal fascismo: ma nessuno diceva il modo del distacco. E il modo fu trovato unicamente dal* Re con l’arresto di Mussolini.

Il prof. Concetto Marchesi che era allora il portavoce dei comunisti dichiarava che il suo partito era pronto a collaborare con la Monarchia. I vari Ruini scrivevano nel loro giornale segreto “Ricostruzione”, che solo con un’azione rapida è decisa « la Monarchia si sarebbe salvata e avrebbe adempiuto alla sua missione storica ». Il Re fece il dover suo egregiamente, ma a cose fatte, si trovò che la Monarchia non poteva più salvarsi...
Tra i punti esposti da Ambrosio a Mussolini nell'assumere la sua alta carica (i febbraio) v'era quello del ritiro delle, nostre divisioni dai Balcani. Mussolini si oppose e non certo perché indovinava l'uso che intendeva         farne lo Stato Maggiore., ma perché nella sua incommensurabile stoltezza pensava sempre di bilanciare in tal modo l'influenza tedesca in Europa. E intanto lasciava esposte le nostre coste e soprattutto lasciava l'Italia nelle mani dei tedeschi preparando i lugubri campi di concentramento in Polonia e in Germania per centinaia di migliaia dei nostri soldati.

I militari vollero anche, a un certo momento. tastare il polso dei gerarchi fascisti e il generale Castellano andò ad esporre un suo piano a Cíano che era il pì u facìje alla critica della nostra politica di guerra. Ci-ano ascoltò ma non si pronuncio che più tardi. Né gli uornìni politici che andarono dal Re o si tennero in contatto coia Badoglio o con Ambrosio, suggerirono o manifestarono mai alcun che dì concreto per eliminare Mussolini. Vero è che il Re volle tacere fino all'ultimo (sino, pare, al 20 luglio), ma questo fu un suo grande merito. In una città come Roma non vi è segreto, il più geloso, che non sia conosciuto da tutti entro una settimana dalla sua rivelazione alla persona più fidata. Sollecitazioni e incoraggiamenti al Re vennero da più parti: da Thaon di Revel a Zuppelli, Orlando, Bonomi, Badoglio, Caviglia, Casati, Solerí, ma nessuno (esclusione fatta dei comunisti pronti a partecipare al nuovo Governo) voleva assumersi la responsabilità di un Ministero che avrebbe dovuto firmare la resa. Probabilmente alcuni speravano che Mussolini, che aveva dichiarata la guerra ed era amico di Hitler, potesse arrivare alla resa con più facilità di convincere i tedeschi a filar via tranquìlli. Ma era un duplice errore. Ne i tedeschi erano disposti a portare la guerra nel proprio territorio, ne gli anglosassoni desideravano trattare con Mussolìni. Bisognava dunque liberarsi di Mussolini. Tutti quelli, che ora parlano del 25 luglio come di un tentativo della Monarchia per salvare se stessa., dimenticano il piccolo particolare che tutti erano d'accordo su tale opportunità; che nessuno vedeva altro modo di uscire dalla guerra da quello di deporre Mussolini dalla carica di Primo Ministro. D'altra parte nessuno, escluso Badoglio, si offriva per coadiuvare il Sovrano nella nuova aspra prova. Tutti suggerivano un ministero di transizione; di militari e di tecnici.

Poteva senza dubbio, tale suggerimento essere dettato dall'onesto scrupolo di evitare che i tedeschi avessero motivo per un Intervento, troppo brusco 'e immediato vedendo salire al potere gli avversari di Mussolini; ma vi era anche il legittimo desiderio di risparmiare a  sé e al proprio partito delle responsabilità, troppo gravi e in fondo immeritate. Tutto giusto, tutto concesso ma il Re restava solo nella sua decisione e nella sua responsabilità.


(1)  Vedi: PAOLO MONZUI, Roma 1943, Migitoresi, pag. 109.

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