NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 26 maggio 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 5


Ecco un autore che ha perfettamente capito la situazione e che fìssa con chiarezza il rapporto tra il fascismo vittorioso e la Monarchia (1). La Monarchia presa di fronte direttamente dai partiti politici, disancorata dal Parlamento, viene accantonata dal fascismo sostanzialmente repubblicano e da un « duce » che non concepisce altro potere che la illimitata personale dittatura. E come vedesi a nessun antifascista veniva, allora, in mente, amico o nemico della dinastia sabauda, di imputare al Re lo stato di immaturità politica del popolo italiano e di umiliante abbassamento e involuzione della sua classepolitica. Per molti anni, da ogni parte fu lodato il Sovrano per avere convogliato, almeno formalmente, l'insurrezione nei binari della legalità, evitando ulteriore spargimento di sangue dopo quattro anni di lotta civile.
Nel fascismo erano contenuti molti fermenti utili, molte energie che bene indirizzate, avrebbero potuto contribuire efficacemente al ritorno della normalità costituzionale.
Scrive, lo stesso Fisher dopo aver elencato gli elementi sfavorevoli della dittatura: «Sin dal principio, si trovavano umanisti italiani favorevoli ad un movimento il quale, malgrado la repressione, portava nella vita politica dell’Italia un sentimento di grandezza che richiamava l’epoca imperiale. L'ardente genio (!) e la divorante energia del duce si comunicavano a tutte le parti del corpo politico. Una efficienza nuova fu imposta ad ogni ramo dell’Amministrazione civile: i treni arrivavano in orario. Le malversazioni dei funzionari furono severamente punite. Si intrapresero grandi opere pubbliche. Si diede nuovo impulso all’esplorazione archeologica, alla ricostruzione di Roma e alla bonifica delle regioni malariche del Mezzogiorno. Gradatamente il fascismo, considerato dapprima come il violento sogno di un pazzo, fu accolto con rispetto ed ammirazione. Non era soltanto una politica, ma un credo: alla fede militante del comunismo internazionale opponeva una fede non meno combattiva e implacabile, un fervido socialismo nazionale, interpretato predicato ed imposto da un partito politico organizzato... Se anche tutto ciò si otteneva a prezzo della libertà, gli italiani erano disposti a pagarlo. Ancora una volta l’Italia aveva prodotto un uomo di grandezza cesarea! (2).
Più esplicito è un altro scrittore antifascista H. L. Matthews. A pag. 4 del suo recente libro: I frutti del fascismo (Laterza, Bari) egli scrive che nei paesi democratici si udiva troppo spesso dire che vi era bisogno, anche là, di un Mussolini. «Per guarire l’Europa dalla crisi del dopoguerra, il fascismo - scrive Matthews - aveva preso la direzione che il mondo voleva»... Mussolini ebbe l’abilità e la determinazione di restaurare la pace sociale e di rimettere in moto la nazione, le due cose a cui il popolo aspirava soprattutto». Nello stesso libro viene riportata la prefazione dell’Editore Wilson a un pamphlet di sir Percival Phillips corrispondente del Daily Mail di Londra. Il pamphlet, del 1922, si intitola: Il dragone rosso e le camicie nere: come l’Italia trovò la sua anima. L’Editore Wilson scriveva a prefazione del libro:
«I fascisti hanno acquistato una forza immensa perché essi obbediscono a quella che è realmente una religione del dovere e dell’amore. Lenin ha detto che fascismo e comunismo non possono coesistere nel mondo:
l'uno deve uccidere l'altro e ha ragione. Il fascismo deve vincere perché è fondato sull'amore mentre il comunismo è fondato sull'odio e l'amore è più forte dell'odio come il bene è sempre, in ultima analisi, più forte del
male. Di fatto gli ideali del fascismo sono così alti e la sua disciplina così rigida che sarà difficile per semplici uomini mantenersi alla loro altezza una volta passata la fase culminante. Mussolini a dispetto delle centinaia (?!) di ferite ricevute nella guerra, si fece avanti come un nuovo David a sfidare il Golìa bolscevico». Il Fascismo appariva allora a sir Percival Phillips come «una guerra santa della libertà». Questo concetto della libertà torna frequente tra gli storici del movimento e sembra, per vari anni, un concetto ortodosso. «V'era nel primo programma del fascismo (si legge nella Enciclopedia Treccani: Storia del fascismo) un grande desiderio di libertà : libertà per i produttori dal peso dello stato paternalistico e intervenzionista, libertà delle masse operaie da ogni influsso deviatore dei partiti politici, libertà da ogni dittatura o tiara o scettro, sciabola o capitale, tessera di iscrizione o mito».


  • (1)             Non così avviene in un libro pseudo scientifico del libero docente Ernesto Orrei, Presidente del Consiglio Provinciale di Roma nei primi anni del governo di Mussolini, passato all’opposizione clandestina e alle non serene meditazioni giuridiche.Il che del resto era naturalmente nel suo diritto, per i molti errori, sempre nuovi e sempre più gravi, del fascismo. Il professore Orrei ha anche il diritto di manifestare il suo duro giudizio su tutti gli atti compiuti dal fascismo da quando egli non ha più avuto responsabilità politiche, ma non può modificare, secondo il vento dell'ora, e cancellare i giudizi già espressi sugli avvenimenti dell’ottobre 1922. Si legga, ora, un suo sdegnoso commento ai fatti del 28 ottobre 1922, apparso nel libro: La Monarchia fascista, a pag. 19 : « Si è detto che il re si era poi messo contro la data assicurazione (di decretare lo stato d’assedio) rivolta a ristabilire verso tutti il rispetto dell’autorità delia legge dello Stato, rifiutandosi di firmare il decreto relativo allo stato d’assedio, sotto la diretta minaccia, da parte fascista, di sostituirlo nel regno con un principe della stessa dinastia nel ramo laterale. Cosi l’interesse del trono nell’ordine interno dinastico avrebbe prevalso sinistramente e tragicamente sull’interesse della nazione per gettare questa sotto la più funesta tirannia di parte ». Il repubblicano prof. Orrei ha un grave torto. Egli ha dimenticato di avere solennemente aderito, come Presidente del Consiglio Provinciale di Roma, ai casi del 1922 e alla funesta tirannia. A pag. 21 del suo candido libro egli stesso ricorda il suo discorso del 29 aprile 1923 per l’inaugurazione di una mostra dell’agricoltura dell’industria e dell’arte applicata alla presenza del sovrano e del « duce ». Noi abbiamo voluto leggere quel discorso. Esaltato dalla superba visione di una città romana, disegnata dall’architetto Brasini per la mostra, eccitato dalla presenza di re Vittorio e di Mussolini, il prof, Orrei così prorompeva: «L’arco che, nell’armonia delle sue linee architettoniche di pura arte romana, segna l’ingresso della mostra è stato consacrato, nella ispirazione dell’artista e per volontà del Comitato, alla Vittoria, significazione ideale, etc., etc. ». Come si vede cl sono tutti gli elementi della retorica fascista: Roma, l’arco, la vittoria. Ma andiamo avanti. Continuava l’oratore: « Il Governo pertanto, presieduto da un eminente italiano la cui altezza d’intelletto é passione nobilissima per mi degno avvenire della Patria, etc., etc. ».Ed Infine indirizzandosi al re: «Maestà! La cerimonia di oggi, alla presenza di vostra Maestà assurge al magistero di un rito della Nazione. Roma vi esalta nella sua fede italica che è la sua storia, Roma, la luce del mondo e la rocca di tutte le genti civili». Questo era l’apprezzamento del prof. Orrei sul casi dell’ottobre 1922, sei mesi dopo del loro verificarsi: egli allora giudicava il Re in modo del tutto diverso da come lo giudica oggi... perché le cose sono andate male.

  • (2) H. A. L. Fisher: op. cit. vol. in, pag. 444.