NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 23 maggio 2018

La politica del Re soldato. Vittorio Emanuele III e la Grande Guerra


di Eugenio Di Rienzo

Nella ricorrenza del centenario della Grande Guerra, numerosi sono stati gli studi che hanno cercato di analizzare e, soprattutto, di comprendere un fenomeno complesso come quello della prima “apocalissi della modernità”. E, nonostante l’argomento sia stato sempre al centro dell’attenzione degli storici, è indubbio che nuovi approcci metodologici e nuove prospettive abbiano arricchito le interpretazioni del conflitto e, soprattutto, abbiano dato dello stesso una visione più complessa e articolata di quanto non fosse stato fatto in precedenza. In tal modo, si sono affrontate le ricadute socio-economiche del conflitto, se ne sono contestualizzate le implicazioni culturali, si è dato spazio alla dimensione internazionale della guerra e ci si è soffermati anche sulla dimensione extraeuropea di questo evento.
In questa variegata produzione relativa al primo conflitto globale, si inserisce il libro di Andrea Ungari: “La Guerra del Re. Monarchia, sistema politico e Forze armate nella Grande guerra”, Luni Editrice, 2018. Un saggio importante che intende analizzare un tema sommamente complesso: quello della funzione della monarchia all’interno di questo evento. Tema squisitamente politico, che si ricollega a un rinnovato interesse per il ruolo della Corona nell’Italia liberale, iniziatosi con i volumi di Paolo Colombo e, successivamente, con gli interventi di Fulvio Cammarano, di Gerardo Nicolosi e di Caterina Villa.
In questo libro, Ungari si pone l’obiettivo di rispondere a due domande, parimenti rilevanti dal punto di vista storiografico; il regime politico instaurato dallo Statuto Albertino nel 1848 divenne mai compiutamente una monarchia parlamentare o no? E, all’interno di questo quadro, quale fu il reale peso e ruolo della Corona nell’Italia liberale?
Per quanto riguarda la prima domanda, dalle pagine del lavoro di Ungari emerge chiaramente come l’assetto costituzionale dell’Italia liberale non fu mai pienamente parlamentare; questo per i numerosi poteri che alla Monarchia erano riconosciuti dallo Statuto e, soprattutto, perché i Sovrani sabaudi mai rinunciarono ad esercitare tali poteri. In effetti, nel corso della lunga storia dell’Italia liberale si assisté a una continua tensione tra mondo politico e corona alla ricerca di una delimitazione delle reciproche sfere di influenza. Tale tensione era tipica anche delle altre monarchie europee, ma la particolarità del caso italiano fu dovuta al fatto che mentre all’estero ci si avviò progressivamente verso la parametrizzazione del sistemo politico, in Italia la Dinastia mantenne intatti tutte le sue prerogative fino all’ascesa del fascismo. Nel corso della Grande guerra, poi, la dialettica tra governo e istituto monarchico assunse toni paragonabili solo al periodo delle guerre risorgimentali e del decennio post-unitario. In questo periodo, infatti, lo scontro vide da un lato collocarsi i governi di guerra, e i ministri che li componevano, e, dall’altro, il Comando supremo e la corona, che nel corso del conflitto, pur cercando di rimanere neutrale e di mediare tra le parti in lotta, dimostrò a più riprese di appoggiare il Generalissimo Cadorna. 
Nelle valutazioni del Re vi era la convinzione che prioritario fosse portare il paese alla vittoria e, dunque, che il Comando supremo dovesse essere lasciato libero di operare, senza le inframmettenze della politica e dei giochi parlamentari. Già da queste poche battute appare chiaro come la risposta di Ungari al primo quesito si orienti nella direzione di negare al sistema costituzionale italiano una dimensione compiutamente parlamentare, in considerazione dell’evidente “mancata riconsiderazione dei poteri statutari che erano concessi al sovrano”.
L’analisi del ruolo di Vittorio Emanuele III nel periodo bellico consente, altresì, di rispondere anche al secondo quesito. Scorrendo le pagine del volume, ricco di documentazione archivistica originale, italiana e straniera, appare chiaro il carattere di perno che la monarchia svolse dal 1915 al 1918. Il Re, infatti, nel corso del conflitto non solo divenne il punto di mediazione del governo e, dunque, della classe dirigente liberale nello scontro con il Comando supremo, ma fu anche l’elemento al quale si affidarono gli Alleati per ottenere la garanzia del mantenimento degli impegni siglati con il Patto di Londra. Non minore fu il carattere simbolico che la dinastia assunse, grazie alla costante presenza di Vittorio Emanuele nelle trincee del lungo fronte italiano. Il Sovrano, come ricordò Joseph Rudyard Kipling nel suo reportage sulle vicende belliche del fronte dolomitico (The War in the Mountains), condivise, in parte naturalmente, con i suoi soldati i travagli del conflitto in prima persona, contribuendo a edificare quel mito di “Re soldato” che ebbe larghissima diffusione in Italia e fuori del nostro Paese.
In questa prospettiva, Ungari si spinge ancora più in là, restituendoci un’immagine complessa del sovrano e, per certi aspetti, assolutamente innovativa, ben lontana dalle precedenti visioni stereotipate. Dalle pagine del suo libro si profila l’immagine di un regnante che partecipò alla temperie culturale ed emotiva della nostra classe dirigente (politica ma soprattutto intellettuale), la quale si decise a favore dell’intervento sì per completare il Risorgimento nazionale ma anche con l’obiettivo di realizzare un’Italia più grande, che potesse giocare un ruolo politico sia nei Balcani, sia nel Mediterraneo. 
Vittorio Emanuele III emerge, dunque, come figura centrale del sistema politico, croce e delizia del ceto politico che, se da un lato, proteggeva dagli attacchi delle fazioni neutraliste, dall’altro, teneva sotto tutela, temendo la frammentazione del sistema istituzionale che si era profilata dopo l’uscita di scena di Giolitti e l’allargamento del suffragio.
Un buon libro, dunque, quello di Ungari che ci porta per mano nei meccanismi concreti del sistema politico liberale, gettando nuova luce sui rapporti che caratterizzarono le élites politiche e il sovrano. In estrema sintesi, la sua analisi bene spiega le aspirazioni di Vittorio Emanuele III, le sue contraddizioni e la sua progressiva disaffezione per il mondo politico che proprio nel corso del grande conflitto cominciò a emergere e che avrebbe avuto le sue fatali conseguenze nell’infuocato primo dopoguerra fino alla tragica data del 28 ottobre 1922.


da www.corriere.it