NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 2 settembre 2018

Io difendo la Monarchia - Cap V - 3


L’esame di quei discorsi e lo studio delle posizioni rispettive dimostrano come il Sovrano, privato dell'appoggio del Parlamento, non aveva aperta altra via che quella della forza e della guerra civile per liberarsi del fascismo e per liberarne l’Italia.
Diceva, infatti, il 3 dicembre 1924 il senatore Lusignoli: « È noto che la concezione di Mussolini intorno ai rapporti del potere esecutivo col potere legislativo è che il voto contrario del Parlamento non può segnare la fine del suo Governo la quale affermazione presa di per sé è costituzionalmente impeccabile perché tra il Parlamento e il Governo è pur sempre giudice la Corona... Ma la concezione del fascismo non è questa. Abbiamo preso, esso dice, il Governo con un procedimento rivoluzionario: dunque il governo fascista non può cadere col normale metodo costituzionale ».
Al sen. Lusignoli seguiva il sen. Albertini. Egli diceva: « Il Presidente del Consiglio non solo ha tolto di fatto al Parlamento la funzione legislativa ma, fedele al proposito di esercitare una lunga dittatura gli ha negato anche la suprema facoltà di provocare con voti di sfiducia le decisioni della Corona. Questa posizione assunta dall’on. Mussolini è la chiave di volta della situazione che attraversiamo. Essa ha per presupposto i così detti diritti della rivoluzione che non si sarebbero esauriti con l'investitura legale dei rivoluzionari da parte del Re ma, conseguiti con la forza, non potrebbero essere tolti che da un’altra forza. Esagero forse nell’esporre così la tesi del fascismo e del suo capo? Senz’andare troppo indietro nel tempo, a Palermo, il 5 maggio egli esclamava : « Abbiamo Roma per diritto di rivoluzione : soltanto da un altra forza e solo dopo un combattimento che non potrebbe non essere asperrimo ci potrebbe esser tolta ».
Il sen. Albertini citava altre dichiarazioni di Mussolini, successive al delitto Matteotti, sempre ispirate al concetto « di non considerare il Parlamento come l'unico posto nel quale la nazione potesse trovare le sue soluzioni ordinate e regolari ».
Questa volta Mussolini non poteva non rispondere in modo esplicito. Nella seduta del 5 dicembre egli per rassicurare il Senato pronunciava la nota frase ingannatrice: « Se Sua Maestà al termine di questa seduta mi chiamasse e mi dicesse che bisogna andarsene, mi metterei sull’attenti, farei il saluto e obbedirei ». Il Senato crede: gli sembra tutto regolare, tutto normale e facile: approva e vota in favore del Ministero a grande maggioranza. Ma nello stesso discorso Mussolini, subito dopo la ingannatrice affermazione di lealismo costituzionale, aggiungeva: « E quale procedura seguireste per arrivare al governo militare? (1). La procedura è: o il colpo di Stato, o l’insurrezione della piazza. O è l’esercito che prende l’iniziativa di dare un Governo alla nazione o è la Corona la quale, consigliata a fare il colpo di Stato, si serve dell’esercito per disperdere la Camera che non le piace».
Come si vede la procedura normale, prima solennemente accolta, non è neppure accennata. Il Sovrano non poteva di sua iniziativa aprire la crisi senza provocare la guerra, civile. Mussolini sino a quando la Camera votava in suo favore (ed egli contava sulla sua maggioranza) reputava che un invito del Sovrano a dimettersi sarebbe stato un colpo di Stato contro il quale egli sarebbe insorto con la milizia facendosi paladino delle libertà parlamentari. Vi è poi un’ultima considerazione. Sempre nello stesso discorso, Mussolini parla di una recente riunione delle opposizioni a Milano. « Si dice che la riunione di Milano è stata innocua. Certo ci sono giornali che prudentemente hanno ignorato alcuni episodi, ma la verità è tal cosa che esce dalla luminosa luce del giorno tutte le volte che è necessario e qui c’è un giornale che dice chiaramente che tutta l’assemblea di Milano fu pervasa da uno spirito repubblicano ». Così parlò Mussolini. Ora, vediamo di essere sinceri. Volevano le opposizioni che non riuscivano a divenire maggioranza, né alla Camera, né al Senato, che non sapevano tentare la via dell’insurrezione in difesa della costituzione e della libertà, volevano che il Re di sua iniziativa dimettesse il capo del fascismo dalla Presidenza del Consiglio per affidare a loro il potere quando si proclamavano repubblicani? È questo un vecchio sogno dei rivoluzionari italiani di volere arrivare alla repubblica con decreto reale. Tenace sogno che oggi si ripete.
Nel gennaio 1925 la rivista repubblicana Critica Politica così riassumeva la lotta politica tra l’Aventino e la maggioranza : « Dobbiamo riconoscere in Mussolini quella potenza  di decisione e quell’indifferenza verso i mezzi impiegati che mancano assolutamente ai suoi avversari e in ciò consiste la loro debolezza... L'opposizione cadde nel gioco di Mussolini e questo fu il suo errore, l'avere aperto una battaglia senza la decisione di condurla fino in fondo o anche senza combatterla; di aver creduto e fatto credere gli altri nella propria vittoria senza aver nulla che potesse dar loro quella certezza... Errore di metodo, difetto di azione, mancanza di  programma... ». Più tagliente è il giudizio conclusivo dello scrittore americano antifascista Matthews nel libro citato: « L'Aventino — egli afferma — fu un movimento suicida ». Se i  repubblicani nel gennaio 1925, durando ancora l'eco del discorso Mussolini, pensavano nel modo da noi riferito, se l'antifascista Matthews può concludere con una definizione tanto negativa sull'Aventino, ci sembra almeno azzardata la glorificazione postuma che ora si vuol fare di quella secessione che noi reputiamo mossa da un nobile sentimento di fierezza e di condanna dei metodi fascisti, ma non indirizzata al fine pratico di vincere una battaglia parlamentare o di ricorrere alla insurrezione popolare per cacciare il tiranno. Quanto al Sovrano egli non poteva fare di più di quanto fece: negare al presidente del Consiglio il decreto di scioglimento della camera nell’attesa — vana — clic uno dei due rami del Parlamento votasse contro Mussolini per licenziarlo. Ma egli fece di più: e quel che fece viene rivelato, proprio di questi giorni, da un giornale repubblicano “l’Epoca” un vecchio antifascista Carlo Silvestri (2). Narra il Silvestri che per ben due volte « il Re fece sapere ad Amendola, il quale venne a riferirlo immediatamente a Filippo Turati, che l’occasione era buona per il ritorno nell’aula alla ripresa dei lavori parlamentari e per giovarsi del documento (il memoriale Rossi) corno di un altro elemento all’atto di accusa contro Mussolini, fu allora che Turati cominciò a dubitare dell’utilità politica della secessione e la sua evoluzione a questo proposito si sviluppò a tal punto che egli a un dato momento si trovò ad essere l’unico autorevole esponente dell’Aventino che fosse pienamente d’accordo con Luigi Albertini sulla opportunità del ritorno nell’aula per dare inizio a una battaglia che avrebbe potuto anche non essere metaforica » (3). Re Vittorio domandava alla opposizione di restare al suo posto e di provocare un voto che potesse dargli modo di constatare un mutamento nella maggioranza nata dalle elezioni del sei aprile di quell’anno. In tal caso egli — come aveva assicurato a Giolitti avrebbe invitato il Presidente del Consiglio a ritirarsi. Il Re fece quindi nel secondo semestre del 1924 il suo dovere; l'opposizione, per pregiudizio teorico o per mancanza di coraggio civile non fece il suo. E così si giunse al colpo di Stato del 3 gennaio.

(1) La soluzione era stata proposta da Albertini per aver modo di procedere a una nuova consultazione elettorale.


(2) «L’Epoca»: Verità sull’Aventino (9-11 ottobre 1945).

(3) Continua ancora il Silvestri : « Giovanni Amendola al contrario fu irremovibile, fu inflessibile nel ritenere che la secessione aventiniana fosse il migliore e più efficace mezzo per rovesciare il fascismo. Non valsero le esortazioni di Albertini, più tardi quelle di Turati, né gli inviti di Giolitti, né quelli di Salandra e di Orlando. L’Aventino attese il 3 gennaio 1925 e nemmeno la mazzata in testa che ricevette quel giorno e l’affronto e l’umiliazione del discorso mussoliniano valsero a deciderlo all’azione, se non altro per morire in piedi, per innalzare finalmente la bandiera della libertà come quella dell’estremo combattimento per l’onore, per la dignità, per la civiltà italiana.
« A questo punto la storia diventerebbe molto interessante, istruttiva e formativa, ma essa richiederebbe un libro e non soltanto una serie di articoli. Un libro in cui parlerebbe Filippo Turati con una voce ora accorata, ora pungente e tagliente, ora ironica e mordace, ora triste, desolata, umiliata. Le sue parole furono raccolte, la storia politica d’Italia non lo ignorerà. Io qui ora esprimo solo una certezza, quella che Mussolini non avrebbe resistito a un assalto parlamentare, che costretto a porre la questione di fiducia, egli sarebbe stato battuto perché una quantità di transfughi della maggioranza si sarebbe schierata con le opposizioni già aventiniane e con quelle costituzionali.
« Non volendo accettare l’ipotesi di una sconfitta piena, è da escludere che Mussolini sarebbe riuscito ad ottenere più di pochi voti di maggioranza, consacrando così una sconfitta morale che sarebbe stata sufficiente a fornire alla corona il pretesto di un intervento. Non so se Vittorio Emanuele Savoia ricorderà nelle sue memorie il ragionamento che egli fece conoscere in quei giorni a Giolitti circa la possibilità di un intervento della corona per consigliare a Mussolini di ritirarsi anche se non fosse stato posto effettivamente in minoranza ma avesse
riportato una soltanto esigua votazione di maggioranza. Opinava allora il Reche il franamento della maggioranza uscita dal ” listone ” nelle elezioni del 7 aprile sarebbe stato sufficiente per sostenere che Mussolini non godeva più la fiducia del paese e per indurlo ad accettare le conseguenze della mutata situazione.
« Sono assai bene informato in proposito : chi andasse a consultare la raccolta del Popolo vi troverebbe qualche editoriale scritto da me (’’come gran parte degli editoriali del Popolo nel secondo semestre 1924 ”) che ero nello stesso tempo l’interprete delle opinioni di Giovanni Giolltti. di Luigi Albertini, di Filippo Turati, di don Luigi Sturzo, di Alcide De Gasperi e ”non” di Giovanni Amendola. Quegli editoriali, letti in
anticipo da Giolltti e da Turati, furono l’ultimo tentativo di mure il ministero cosi detto dei tre presidenti, che avrebbe avuto per scopo la liquidazione di Mussolini. Né è da credere, in contrario con l’opinione di coloro che si videro arrivare addosso il 3 gennaio cosi come giunge una tegola sulla testa, che ad un tempestivo intervento della corona ancora quindici giorni prima del famoso discorso. Mussolini sarebbe stato in grado di opporre una reazione fascista, che avrebbe dovuto essere una rivoluzione ben più rivoluzionaria della marcia su Roma. Per me è verità assiomatica che se l’Aventino non fosse stato tentennante, titubante, timido, podagroso, oscillante, non coraggioso, non lungimirante (o, da parte di qualcuno dei suoi componenti, troppo lungimirante con mire particolari) esso non sarebbe stato sconfìtto, tanto meno sconfitto senza combattere »

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