NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 20 gennaio 2018

Per aver promulgato le leggi razziali è a “processo” il Re Vittorio Emanuele III ma non Mussolini che le aveva volute

Ancora un uso politico della storia

di Salvatore Sfrecola

Ricorrono quest’anno, il 17 novembre, 80 anni dalla promulgazione del regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728, recante “Provvedimenti per la difesa della razza”. Il provvedimento, “ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere”, emanato ai sensi dell’art. 2 della legge 31 gennaio 1936, n. 100, è stato emanato “sentito il Consiglio dei Ministri, sulla proposta del DUCE (tutto maiuscolo nell’originale), Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri degli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni”, come si legge nelle premesse, reca la firma oltre che di Mussolini, dei Ministri, Ciano, Solmi, Di Revel e Lantini. Registrato alla Corte dei conti, addì 18 novembre 1938, registro 403, foglio 76 (Mancini) è stato convertito dalla legge 2 giugno 1939, n. 739, approvata dal Senato e dalla Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il regio decreto legge, come gli altri riguardanti la medesima materia e la legge che globalmente li ha convertiti sono stati abrogati dal regio decreto legge 20 gennaio 1944, n. 25, sulla base della “urgente ed assoluta necessità di reintegrare nei propri diritti i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica per riparare prontamente alle gravi sperequazioni di ordine morale politico create da un indirizzo politico infondatamente volto alla difesa della razza”.
Governo, Parlamento, Re, ognuno in relazione alla specifica competenza, volontariamente (Governo e Parlamento) o ratione officii (il Re) coinvolti in quella normativa hanno concorso a quella legislazione. Ma uno solo è sotto “processo”, il Re Vittorio Emanuele III, non il Duce Primo Ministro e proponente in Consiglio dei Ministri, non coloro che lo hanno approvato in quella sede e in Parlamento.
È evidente il carattere “politico” dell’iniziativa. Cioè l’“uso politico della storia”, come si usa dire, come spesso è avvenuto. L’iniziativa è assunta dalla Comunità Ebraica di Roma organizzatrice dell’evento che andrà “in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 18 gennaio alle 20.30”. “In scena”, si legge nel sito http://moked.it/blog/2017/12/18/leggi-razziste-re-processo/. Ed è effettivamente uno spettacolo teatrale. Ogni responsabilità si fa ricadere sul Re, l’unico del quale è nota l’avversione al provvedimento, reiteratamente manifestata. E naturalmente nulla si dice della abrogazione di quella normativa, appena ha potuto decidere liberamente. Il motivo di questa aggressione alla figura del Sovrano, del quale non viene ricordata nessuna benemerenza nel suo lungo regno (1900-1946), sta nel fatto, come ha titolato Alessandro Meluzzi in un bell’articolo su Il Tempo del 18 dicembre che “Gli hanno fatto pagare le colpe di un Paese”. Quanti dal 1922 cercano – ma la storia li condannerà – di nascondere la verità: l’aver Giolitti, Sturzo e Turati declinato la responsabilità del Governo, come il Re li aveva invitati. E di aver successivamente assicurato la maggioranza al Governo Mussolini, per poi rifugiarsi sull’inutile Aventino all’indomani del delitto Matteotti. Poi di aver lasciato il Re solo, mentre il Fascismo smantellava una dopo le altre le istituzioni dello Stato liberale, a cominciare dallo Statuto del Regno, costituzione “flessibile” e pertanto modificabile da qualunque legge ordinaria, come le leggi di discriminazione razziale, per tornare all’argomento.
Nessuna benemerenza per il Re delle riforme del decennio giolittiano, come sottolinea Mario Missiroli, che ne aveva scritto su un libro famoso (“La monarchia socialista”) quanto oggi poco letto, nonostante sia stato ripubblicato da Le Letterenel 2015 con una prefazione di Francesco Perfetti, né per il Re “soldato” che a Peschiera, l’8 novembre 1917, non solo aveva difeso l’onore del soldato italiano ma con la sua autorevolezza dinanzi ai primi ministri di Francia e Gran Bretagna aveva imposto la difesa ad oltranza sul Piave così condizionando l’esito positivo della guerra che sarebbe stata irrimediabilmente perduta se gli austro tedeschi avessero dilagato nella pianura padana.
Il Re e solo lui responsabile della legislazione razziale voluta da Governo e Parlamento. La storia non può ammettere questa manipolazione della verità alla quale sembra si prestano personaggi illustri. Il “sembra” è d’obbligo, anche se è evidente che la sentenza è già scritta. E quando le sentenze sono già scritte non c’è giustizia nei tribunali, neppure in quelli della Storia.
Il processo a Vittorio Emanuele III, così si legge nella locandina, ma un po’ di pudore devono averlo avuto gli organizzatori se nella presentazione si legge che il “dibattimento processuale… esaminerà a tal proposito le responsabilità di quanti si resero protagonisti di una delle pagine più vergognose della recente storia italiana”. Ma i “quanti” non ci sono. Sono contumaci? E chi li difenderà, considerato che “la difesa è diritto inviolanile in ogni stato e grado del procedimento”, come si legge nel secondo comma dell’art. 24 della Costutuzione.
“Il processo” – testualmente - partirà proprio dalla figura di Vittorio Emanuele III. A condurlo il pm Marco De Paolis, l’avvocato Umberto Ambrosoli come imputato, l’avvocato Giorgio Sacerdoti come parte civile”.
Stimo Umberto Ambrosoli, figlio del martire della delinquenza bancaria, quell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona. Giorgio Ambrosoli era monarchico e forse questo ha spinto gli organizzatori a scegliere il figlio come difensore del Re. Umberto, un nome non scelto a caso, candidato alla presidenza della Regione Lombardia è di quelli che si definiscono “una brava persona”. Non una personalità e non risulta abbia fatto particolari studi storici né giuridici sullo “Stato fascista” e le sue istituzioni.
La Corte sarà invece composta da Paola Severino, ex Ministro della Giustizia, presidente del collegio, dal magistrato Giuseppe Ayala, e dal consigliere del CSM Rosario Spina. Stupisce come si siano prestati ad una farsa di processo. Forse l’italico desiderio di apparire che, per molti magistrati, costretti dalle regole della professione alla riservatezza, sembra essere stavolta appagato.
“Tante le testimonianze perdute che ritroveranno memoria nelle voci di Piera Levi Montalcini, nipote del Premio Nobel Rita, Federico Carli, nipote di Guido, l’economista Enrico Giovannini, Maurizio Molinari, direttore della Stampa”. Di tutti, persone degnissime, non si conoscono studi storici approfonditi. Faranno riferimento alla “vulgata” dei fuggiaschi del 1922, del 1924 e seguenti, tutti interessati a far ricadere sul Re le loro colpe?
“L’Italia, che deve ancora fare un profondo esame del proprio passato e non ha mai celebrato processi contro i propri governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, rischia di non poter fermare i nuovi movimenti di odio che ai quei falsi valori e simboli si ispirano nei loro moti” sottolinea Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha voluto l’evento e lo ha seguito nella fase ideativa. “Il Processo quindi lo facciamo noi, evidenziando la filiera delle responsabilità che dal Re e dal regime risalgono alle istituzioni, all’accademia, alla stampa, all’industria, alla chiesa, alla popolazione civile che, quando non si rese complice, accettò senza reagire che una comunità di cittadini italiani, presenti da duemila anni nel Paese, perdesse ogni diritto e libertà. Diritto di lavorare, studiare, avere una vita sociale, contribuire alla scienza, alla cultura, alla politica. Vogliamo sfatare la leggenda che le leggi razziali furono un provvedimento all’acqua di rose”.
Leggi infami che però da queste parole si comprende siano state emanate ed attuate da molta gente. Ma sotto processo è uno solo. Non è forse la prova della strumentalizzazione, dell’“uso politico della Storia”?
Non è una bella iniziativa. Non favorirà quell’“esame di coscienza” che si auspica. Finirà con la condanna di uno solo nel dispositivo anche se è probabile che nella motivazione si faccia cenno alle “altre” responsabilità, come innanzi richiamate.
Una brutta vicenda. Che non farà chiarezza sugli eventi e sulle responsabilità ed acuirà risentimenti politici dei quali questo nostro Paese non ha assolutamente bisogno.
L’evento curato, per la parte processuale, da Elisa Greco, autrice del format Processi alla Storia, su un progetto teatrale di Viviana Kasam e Marilena Francese, che da cinque anni curano per l’UCEI l’evento istituzionale per il Giorno della Memoria, e sarà ripreso da Rai5 e trasmesso da Rai Storia in prima serata alle ore 21.15 del 27 gennaio 2018, in occasione del Giorno della Memoria, all’interno di un documentario realizzato da Bruna Bertani.
Lo vedremo e ne parleremo ancora, giorno dopo giorno, fino a quando non sarà fatta giustizia.
14 gennaio 2018