NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 21 marzo 2020

Federigo Tozzi scrittore, a cent’anni dalla sua morte


di Emilio Del Bel Belluz 

Nei miei tanti vagabondaggi nel mondo dei libri, un giorno trovai in una bancarella a Pordenone un volume di Federigo Tozzi . Era nato nel 1883 e morì nel 1920. 
Di questo scrittore ho letto tutti i suoi libri, e con rammarico constato che è caduto nell’oblio. Sono rari gli scrittori che lo ricordano nelle pagine dei giornali. 
Eppure Tozzi è molto attuale in questo periodo economico difficile. Rileggendo le prime pagine del libro - Tre croci - si scopre come si viveva agli inizi del novecento. 
Nel 1943 il Paese era attraversato dal tormento della guerra, e le sorti del conflitto erano ancora incerte Questo libro è il primo volume dell’opera omnia dello scrittore, stampato dall’editore Vallecchi di Firenze. Grande fu la mia sorpresa nel leggere sulla pagina interna del libro la dedica del figlio di Federigo Tozzi:“ Omaggio di Glauco Tozzi Siena, Marzo 1943 V. Cappuccini 150 “. 
Provai una grande gioia nello scoprire che questo testo fosse appartenuto al figlio Glauco e che lo avesse donato a un critico affinché lo recensisse. All’interno del libro trovai una recensione su Federigo Tozzi, apparsa sulle colonne del Corriere  della Sera a firma di Corrado Alvaro. L’articolo era stato ritagliato e piegato con precisione, forse dallo stesso figlio, e datato 13 Marzo 1943.  In questa recensione ho sottolineato alcune parole: “ 
Di quella stanza di via in  Arcione ho un’ immagine da una novella di Tozzi. Vi si racconta di un uomo che aspetta una donna, e la donna non arriva e non arriverà. Tozzi era un poeta di questi ambienti, delle quattro mura in cui si svolge gran parte, e la più drammatica, della scena umana. Era uno scrittore cittadino, come la maggior parte degli scrittori toscani, che hanno città perfette, e antiche mura, e una campagna ugualmente civile. 
Qualcuno vuole chiamare Tozzi un barbaro, perché figlio di un oste e autodidatta. Questo della barbarie, e della primitività, è un vezzo dei critici ingenui e degli scrittori decadenti: uno scrittore barbaro, da noi, con tanto passato, è una imitazione e una falsificazione, del resto non infrequente. Le quattro mura di Tozzi, dicevo, hanno una memoria, sono piene di dramma; spirano una violenza, un bollore di passioni, di aspirazioni, di odi, dietro al denaro e al piacere, dietro all’amore, alla purezza, alla bontà”. Il primo volume dell’opera omnia di Federigo Tozzi  conteneva il romanzo – Tre croci- e Giovani “. 
Leggendo questa recensione mi è venuta in mente la novella di Tozzi : “ La casa venduta” Mi è rimasta incollata al cuore come i suoi battiti. Il racconto analizza il comportamento del genere umano. Narra di un uomo costretto a vendere la sua casa per problemi economici, la proprietà inoltre é anche gravata da un’ipoteca. Il valore dell’immobile è superiore all’offerta dei tre acquirenti. Al povero proprietario non gli rimane altro da fare che vendere per ripianare l’ipoteca. Questo triste racconto mi fa pensare alla società attuale, in cui le persone che sono in difficoltà devono svendere a veri e propri approfittatori. Nel racconto di Tozzi si conferma l’animo umano che non ha pietà del prossimo in difficoltà.  In quella casa il protagonista abbandonava tutti i suoi ricordi e con il cuore in mano chiedeva solo di poter avere qualche soldo per sé. Nessuno dei tre acquirenti si dimostrò compassionevole, si erano accordati tra di loro per chiudere quest’affare a loro vantaggio. 
Cedendo la casa, il proprietario lasciava anche le foto che erano appese ai muri, erano quelle della sua famiglia, quella famiglia che ora non c’era più. La pietà moriva con i nuovi proprietari che con il bastone hanno buttato giù le foto rovinandole. “ Allora si fece dare il bastone dal signor Achille e ne buttò giù quasi una fila: quelle che erano senza cornice. Io avrei voluto raccattarle, ma pensai di aspettare che se ne fossero andati. Volevo, non di meno, far loro sapere che erano proprio quelle di mia madre e della mia sorella morte. Forse avrebbero capito il mio sentimento. Ma non mi arrischiavo, giacché il signor Leandro, ormai padrone, le aveva buttate giù a quel modo. Non volevo fare una cosa che non era sicuro se facesse piacere. Allora, siccome era restata, un poco più alto, una fotografia di mio padre dissi: butti giù anche quella!” 
Nel racconto di Tozzi il vecchio proprietario sprofondava in una grande malinconia data dal dover stare in compagnia con questi mercanti di disperazione, che non avevano che un cuore di pietra. Penso a un soldato vinto, che deve stare a tutti i costi alla mercé del vincitore,  ricco solo d’odio e non di compassione. Quella sera il vecchio rimase senza casa, dopo essere stato dal notaio, non sapeva dove andare per la notte. La casa ormai non era più sua e neanche un ricordo aveva potuto salvare. “ Scesi le scale del notaio, come se mi fossi tolto un peso d’addosso. 
Poi non ricordo più quel che feci e dove passai il resto della giornata. Per la sera non avevo né da mangiare né da dormire; e mi sentivo affranto. Ma facevo di tutto per resistere. Quando fu buio, cominciò a piovere dirottamente. Io, allora, andai a ripararmi sotto le grondaie della mia casa venduta.
Ero tanto triste; ma avrei voluto essere contento, almeno come la mattina, perché a quell’ora sapevo che i miei pigionali cenavano, e quelli del quartiere di mezzo avevano l’abitudine di suonare il pianoforte: sempre qualche polka nuova”.


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