NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 17 marzo 2020

1820-2020 IL BICENTENARIO DEL RE VITTORIO EMANUELE II


di Gianluigi Chiaserotti

Cade nel corrente anno il secondo centenario della nascita del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia.
Una delle fondamentali Figure nella storia del Casato e del Risorgimento Italiano.
Vittorio Emanuele (Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso) nacque a Torino il 14 marzo 1820, figlio primogenito del Re Carlo Alberto (1798-1849)  e di Maria Teresa d’Absburgo Lorena (1801-1855).
In seguito ai moti del 1821 i Principi di Carignano si trasferirono in Toscana, ove, il 16 settembre 1822, nella villa granducale di Poggio Imperiale, per poco  venne meno che il piccolo Vittorio perdesse la vita nelle fiamme appiccatesi per l’imprudenza della nutrice, Teresa Zanotti Racca, alla zanzariera del suo letto.
Fu salvo per il sacrificio della nutrice medesima.
Sorse quindi la leggenda che il piccolo principe fosse morto e che fosse stato sostituito da un bambino di origini popolane.
Ciò, a nostro modo di vedere, non poteva assolutamente essere  in quanto la madre, Maria Teresa, aspettava il secondo figlio, Ferdinando Maria Alberto (1822-1855), che sarebbe venuto al mondo il 15 novembre 1822.
Vittorio Emanuele II, come detto, è una fondamentale figura per la Storia d’Italia, ma è per il  decennio ‘48-’59 che va certamente ricordato.
Dopo la “Fatal Novara” [dalla poesia “Miramar” di Giosuè Carducci (1835-1907)], il Re Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele, ed il 29 marzo 1849 il nuovo Re si presentò davanti al Parlamento per pronunciare il giuramento di fedeltà, quindi, il giorno successivo, lo sciolse, indicendo nuove elezioni.
Tali elezioni non espressero una buona Camera, quindi il Re, dopo aver pronunciato il famoso “proclama di Moncalieri” (20 novembre 1849), con cui si invitava il popolo a scegliere rappresentanti consci della tragica ora dello Stato, sciolse nuovamente il Parlamento, per fare in modo che i nuovi eletti fossero di idee più pragmatiche.
Il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866) e quindi il 9 gennaio 1850 il trattato di pace con l’Austria (a cui il Re teneva molto) venne, infine, ratificato.
Ma ecco che, in questi anni, sorse un astro illuminato.
Fu Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), già candidatosi al Parlamento nell’aprile 1848, ma, non eletto, lo fece nuovamente nelle elezioni suppletive del 26 giugno 1848, e lo fu in ben quattro collegi elettorali, ma optò per quello di Torino.
Il 4 luglio, prese, per la prima volta, la parola alla Camera del Parlamento Subalpino.
Da quel momento la vita del Cavour nuovamente cambiò.
Da gentiluomo di campagna e giornalista, finalmente si immerse nella vita pubblica del suo Piemonte ed, appunto, nel Parlamento Subalpino.
Il Conte vi entrò, pur mantenendo una linea politica indipendente, cosa che non lo escluse da critiche ma che lo mantenne in una situazione di anonimato fino alla proclamazione delle leggi Siccardi [dal nome del Senatore del Regno, Giuseppe (1802-1857) che le propose], che prevedevano l’abolizione di alcuni privilegi relativi alla Chiesa, già abrogati in molti Stati europei.
Vittorio Emanuele fu sottoposto a pesantissime pressioni da parte delle gerarchie ecclesiastiche, affinché non promulgasse quelle leggi considerate “sacrileghe”.
Il Re, che pur non essendo bigotto come il padre era molto superstizioso, dapprincipio promise che si sarebbe opposto alle leggi, scrivendo addirittura una lettera al Papa nella quale rinnovava la sua devozione di cattolico e si ribadiva fiero oppositore di tali provvedimenti.
Tuttavia quando il Parlamento approvò le leggi, si disse dispiaciuto, ma lo Statuto non gli consentiva di opporvisi.
L’attiva partecipazione del Cavour alla discussione sulle leggi ne valse l’interesse pubblico, ed alla morte di Pietro de Rossi di Santarosa (1805-1850), egli divenne nuovo ministro dell’Agricoltura, cui si aggiunse la carica, dal 1851, di ministro delle Finanze del governo d’Azeglio.
Promotore del cosiddetto “connubio” (tra il centrodestra ed il centrosinistra in senso liberale), Cavour divenne il 4 novembre 1852 Presidente del Consiglio del Regno, nonostante l’avversione che Vittorio Emanuele II e d’Azeglio nutrivano nei suoi confronti.
Malgrado l’indiscusso connubio politico, fra i due mai corse grande simpatia, anzi Vittorio Emanuele più volte ne limitò le azioni, arrivando persino a mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali anche di notevole portata.
Però in tutto questo decennio la  storia è più che nota.
Fu, da parte del Cavour, un tessere, giorno per giorno, momento per momento, occasione per occasione, le maglie diplomatiche per l’unificazione dell’Italia sotto la fulgida guida del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II.
Le occasioni ed i momenti fondamentali furono, senza dubbio: la guerra di Crimea (ottobre 1853-gennaio 1856) e quindi l’appoggio piemontese alla Francia ed al Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord contro la Russia; il conseguente congresso (25 febbraio/16 aprile 1856) e trattato (30 marzo 1856) di Parigi, che sanzionò la sconfitta russa nella guerra di Crimea, ed ove il Conte di Cavour pose abilmente all’attenzione delle potenze europee la questione italiana, ed, infine, gli accordi di Plombières (les-Bains), conclusi il 20 luglio 1858 con l’imperatore dei francesi Napoleone III (1808-1873), i quali prevedevano l’aiuto della Francia al Piemonte per muovere guerra all’Austria, con la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia medesima.
Prima della Guerra di Crimea però il Re disse all’ambasciatore francese: «Se noi fossimo battuti in Crimea, non avremmo altro da fare che ritirarci, ma se saremo vincitori, benissimo! questo varrà per i Lombardi assai meglio di tutti gli articoli che i ministri vogliono aggiungere al trattato [...] se essi non vorranno marciare, io sceglierò altri che marceranno... ».
In un clima internazionale così teso, l’italiano Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone III (1808-1873) facendo esplodere tre bombe contro la carrozza imperiale, che rimase illesa, provocando otto morti e centinaia di feriti. Nonostante le aspettative dell’Austria, che sperava nell’avvicinamento di Napoleone III alla sua politica reazionaria, l’Imperatore francese venne convinto abilmente da Cavour che la situazione italiana era giunta a un punto critico e necessitava di un intervento sabaudo.
Fu così che si gettarono le basi per un’alleanza sardo-francese, nonostante le avversità di alcuni ministri di Parigi. Grazie anche all’intercessione di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (1837-1899) e di Costantino Nigra (1828-1907), i rapporti tra Napoleone e Vittorio Emanuele divennero sempre più prossimi.
La notizia dell’incontro di Plombières trapelò nonostante tutte le precauzioni. Napoleone III non contribuì a mantenere il segreto delle sue intenzioni, se esordì con questa frase all’ambasciatore austriaco: «Sono spiacente che i nostri rapporti non siano più buoni come nel passato; tuttavia, vi prego di comunicare all’Imperatore che i miei personali sentimenti nei suoi confronti non sono mutati.».
Dieci giorni dopo, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del «grido di dolore», il cui testo originale è conservato nel castello di Sommariva Perno: «Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi!».
In Piemonte, immediatamente, accorsero i volontari, convinti che la guerra fosse imminente, ed il Re cominciò ad inviare truppe sul confine lombardo, presso il Ticino.
Ai primi di maggio 1859, Torino poteva disporre sotto le armi di 63.000 uomini. Vittorio Emanuele prese il comando dell’esercito e lasciò il controllo della cittadella di Torino al principe Eugenio di Savoia-Carignano (1816-1888).
Preoccupata dal riarmo sabaudo, l’Austria pose un ultimatum a Vittorio Emanuele II, su richiesta anche dei governi di Londra e di San Pietroburgo, che venne immediatamente respinto.
Ritiratisi gli austriaci da Chivasso, i franco-piemontesi sbaragliarono il corpo d’armata nemico presso Palestro e Magenta, arrivando a Milano il giorno 8 giugno 1859.
I Cacciatori delle Alpi, capitanati da Giuseppe Garibaldi (1807-1882), rapidamente occuparono Como, Bergamo, Varese e Brescia: soltanto 3.500 uomini, male armati, che ormai stavano marciando verso il Trentino. Ormai le forze asburgiche si ritiravano da tutta la Lombardia.
Decisiva fu la battaglia di Solferino e San Martino.
Dopo questa battaglia, moti insurrezionali sorsero un po’ in tutta Italia e Giuseppe Garibaldi, contro il volere del Cavour, ma con l’appoggio del Re, il 5 maggio 1860 partì (con il suoi “1000”) dallo scoglio di Quarto (Genova) e giunse in Sicilia.
Si assicurò l’isola, dopo aver sconfitto l’esercito  borbonico, in nome di «Vittorio Emanuele Re d’Italia».
Già in quelle parole si prefigurava il disegno del Nizzardo, che non si sarebbe certo fermato al solo Regno delle Due Sicilie, ma avrebbe marciato su Roma. Tale prospettiva era contro i progetti piemontesi, che adesso vedevano incombere il pericolo repubblicano e rivoluzionario e, soprattutto, temevano l’intervento di Napoleone III nel Lazio.
Vittorio Emanuele, alla testa delle truppe piemontesi, invase lo Stato Pontificio, sconfiggendone l’esercito nella Battaglia di Castelfidardo. Napoleone III non poteva tollerare l’invasione delle terre papali, e più volte aveva cercato di dissuadere Vittorio Emanuele II dall’invasione delle Marche, comunicandogli, il 9 settembre, che:
«Se davvero le truppe di V. M. entrano negli stati del Santo Padre, sarò costretto ad oppormi [...] Farini mi aveva spiegato ben diversamente la politica di V. M.».
L’incontro con Garibaldi, passato alla storia come “incontro di Teano”, avvenne il 26 ottobre 1860: veniva riconosciuta la sovranità di Vittorio Emanuele II su tutti i territori di quello che fu il Regno delle Due Sicilie.
Con l’entrata di Vittorio Emanuele a Napoli, la proclamazione del Regno d’Italia divenne imminente.
Rinnovato il parlamento, con Cavour primo ministro, la sua prima seduta, comprendente deputati di tutte le regioni annesse (tramite plebiscito), avvenne il 18 febbraio 1861.
Ed il 17 marzo 1861, nella nobile e suggestiva cornice dell’aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano di Torino, fu proclamato il Regno d’Italia.
La rivoluzione aveva dato forza alla diplomazia, ma, senza quest’ultima, la rivoluzione non avrebbe nulla concluso.
Però codesto spirito rivoluzionario, imbaldanzito dalla fortuna, era divenuto l’anima di una partito detto “di azione” che, insofferente di indugi, pretendeva di imporsi allo Stato e di trascinarlo alle più arrischiate avventure.
L’Italia era unificata, ma senza la capitale a Roma l’opera non poteva, non doveva essere completa. Infatti il 25 marzo 1861, il deputato di Bologna, Rodolfo Audinot (1814-1874), tenne alla Camera un vibrante discorso sulla questione romana, che dette lo spunto al Cavour per le sue celebri dichiarazioni e per l’emanazione dell’ordine del giorno con il quale Roma era proclamata capitale d’Italia [“(…) non ci sarebbe stata l’Italia unita se Roma non fosse stata la Capitale”].
Questa fu la formula assunta dal Parlamento per il Regno d’Italia: «Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Gli atti del governo e ogni altro atto che debba essere intitolato in nome del Re sarà intestato con la formola seguente: (Il nome del Re) Per Provvidenza divina, per voto della Nazione Re d’Italia».

Dopo la proclamazione del regno non venne cambiato il numerale “II” in favore del titolo “Vittorio Emanuele I d’Italia”.
Il mantenimento del numerale è rimarcato da alcuni storici, e alcuni di questi osservano che questa decisione, a loro giudizio, sottolineerebbe il carattere di estensione del dominio della Casa Savoia sul resto dell’Italia, piuttosto che la nascita ex novo del Regno d’Italia.
A tale riguardo lo storico Antonio Desideri commenta:
«Il 17 marzo 1861 il Parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele non già re degli Italiani ma «re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione». Secondo non primo (come avrebbe dovuto dirsi) a sottolineare la continuità con il passato, vale a dire il carattere annessionistico della formazione del nuovo Stato, nient’altro che un allargamento degli antichi confini, «una conquista regia» come polemicamente si disse. Che era anche il modo di far intendere agli Italiani che l’Italia si era fatta ad opera della casa Savoia, e che essa si poneva come garante dell’ordine e della stabilità sociale.».
Altri storici osservano che il mantenimento della numerazione era conforme alla tradizione della dinastia sabauda, come accadde ad esempio con Vittorio Amedeo II (1666-1732) che continuò a chiamarsi così anche dopo aver ottenuto il titolo regio (prima di Sicilia e poi di Sardegna).
Quindi la Capitale del Regno fu trasferita da Torino a Firenze.
Il 21 giugno 1866 Vittorio Emanuele lasciava Palazzo Pitti diretto al fronte, per conquistare il Veneto.
Sconfitto a Lissa e a Custoza, il Regno d’Italia ottenne comunque Venezia in seguito ai trattati di pace succeduti alla vittoria prussiana.
Roma rimaneva l’ultimo territorio (con l’eccezione di Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige) ancora non inglobato dal nuovo regno: Napoleone III manteneva l’impegno di difendere lo Stato Pontificio e le sue truppe erano stanziate nei territori pontifici. Vittorio Emanuele stesso non voleva prendere una decisione ufficiale: attaccare o no. Urbano Rattazzi (1808-1873), che era divenuto primo ministro, sperava in una sollevazione degli stessi Romani, cosa che non avvenne. La sconfitta riportata nella Battaglia di Mentana aveva gettato poi numerosi dubbi sull’effettiva riuscita dell’impresa, che poté avvenire solo con la caduta, nel 1870, di Napoleone III.
Il giorno 8 settembre fallì l’ultimo tentativo di ottenere Roma con mezzi pacifici, e il 20 settembre il generale Raffaele Cadorna (1815-1897) aprì una breccia nelle mura romane.
Vittorio Emanuele ebbe a dire: «Con Roma capitale ho sciolto la mia promessa e coronato l’impresa che ventitré anni or sono veniva iniziata dal mio magnanimo genitore.».
Con Roma capitale si chiudeva la pagina del Risorgimento.
A fine dicembre dell’anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all’addiaccio presso il lago nella sua tenuta  laziale; l’umidità di quell’ambiente gli risultò fatale.
Il 9 gennaio, alle ore 14:30, il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non dalla moglie morganatica, cui fu impedito di recarsi al capezzale, e dai ministri del Regno.
Poco più di due mesi dopo avrebbe compiuto cinquantotto anni.
Vittorio Emanuele II aveva espresso il desiderio che il suo feretro fosse tumulato in Piemonte, nella Basilica di Superga, ma Umberto I (1844-1900), accondiscendendo alle richieste del Comune di Roma, approvò che la salma rimanesse in città, nel Pantheon, nella seconda cappella a destra di chi entra, adiacente cioè a quella con l’”Annunciazione”.
Ed ora qualche citazione conclusiva.
Scrive lo storico Francesco Cognasso (1886-1986) nel suo “Vittorio Emanuele II” (Dall’Oglio 1986, pagg.  342ss.): «Vittorio Emanuele II, come altri creatori del Risorgimento, conservò tutta la sua individualità, la sua umanità, mentre perseguiva il raggiungimento del programma giurato a Novara. Così, tutto il suo regno fu una continua lotta.
Combattè con il d’Azeglio e col Cavour, col Ricasoli e col Minghetti e con tutti gli altri ministri che ebbe sino al 1878, […]. Egli aveva le sue idee e sentiva il dovere di difenderle e di imporle a tutti, non riconoscendo a nessuno il diritto di sovrapporsi a lui, in nome di qualsiasi principio o ideologia democratica o liberale. Egli era il re e della sua sovranità aveva la più perfetta coscienza. Né in lui questa era un’ideologia. Si sentiva superiore a tutti, perché rappresentava la dinastia che da otto secoli governava con l’indipendenza i suoi Paesi, perché sentiva di essere l’erede e il prosecutore dell’opera degli Amedei, di Emanuele Filiberto, di Carlo Emanuele, di Vittorio Amedeo, di Carlo Alberto.
Non un’ideologia monarchica, ma tutta la concretezza della tradizione dei re sabaudi.». 
Scrisse il grande storico Gioacchino Volpe (1876-1971):
 «[…] La Monarchia, quella Monarchia rappresentata da quel Casato di antica origine, che nel ‘700 rimase l’unico Casato in certo senso “nazionale” della Penisola, cominciò ad operare, anche senza proporselo, per l’unità, sin da quando, nel ‘600 e ‘700, essa, per difendere il suo Stato o per guadagnare qualche provincia o città della Lombardia, ebbe a fronteggiare stranieri e soltanto stranieri, Spagna o Austria o Francia, richiamando su di sé l’attenzione, la simpatia e qualche speranza di Italiani di ogni paese, stanchi di tanta sarabanda di conquistatori e predoni, e diventando il punto di convergenza loro. […]».
 Ed ancora:
«[…] E il dualismo (Italia monarchica e sabauda e l’Italia di popolo) era poi destinato a scomparire, quasi risolvendosi in forza, nel crescente riconoscimento che la Monarchia era l’unità, era la continuità, era la forza necessaria in un paese che aveva, e per di più poco benevolo, il Papato. […]».
Quindi la monarchia sabauda fu accettata pur di veder realizzata l’Unità d’Italia.
E fu accettata anche in quella Sicilia borbonica, attaccata alle sue tradizioni millenarie. Al riguardo è interessante leggere quel capolavoro di romanzo che è “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957).
Da ultimo espongo un concetto letterario/politico, che ritengo fondamentale, per quanto ho cercato di scrivere fin qui. E’ di Francesco de Sanctis (1817-1883), storico della letteratura italiana e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo dell’Italia Unita presieduto da Camillo Benso Conte di Cavour (23 marzo 1861/12 giugno 1861). Nella sua opera “Storia della Letteratura Italiana”, che è, pertanto, anche storia dell’intera civiltà italiana dal Medio Evo agli inizi del secolo XIX, vi si trova esposta la sua interpretazione del Risorgimento come risultato della lotta delle due scuole, liberale e democratica. Esse combattendosi aspramente, furono gli elementi necessari di una dialettica feconda dalla quale scaturì l’azione concreta per l’Unità d’Italia.
Nel messaggio (alla Consulta dei Senatori del Regno) del Re Umberto II (1904-1983) del 17 marzo 1961, centesimo anniversario dell’Unità d’Italia, Egli brillantemente scrisse: «[…] L’epica impresa poté grado a grado raggiungere l’altissimo fine, perché il re Vittorio Emanuele II, con a fianco Camillo di Cavour, aveva assunto con mano ferma la direzione e la responsabilità del moto nazionale, coraggiosamente superando difficoltà di ogni genere.
Attorno ad essi sorsero da ogni parte d’Italia – magnifico prodigio – falangi di patrioti, sempre tutti presenti nei nostri grati cuori.
L’apostolato di Mazzini e l’eroismo di Garibaldi integrarono l’opera meravigliosa, risultato di forze confluenti e contrastanti, fuse dalla sintesi costruttiva della Monarchia nazionale. Discordie e rancori di partiti furono arsi dal sentimento religioso della Patria: così sorse il Regno d’Italia. […]».

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