NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 12 marzo 2018

Le industrie femminili italiane

di Waldimaro Fiorentino




8 marzo, data che oggi indica comunemente la «Festa della donna». E si è festeggiata nei giorni scorsi; ma, ci sono anche altre date che, almeno per l’emancipazione delle donne italiane, rivestono importanza di rilievo; tra queste date, merita di essere rammentata quella del 23 aprile 1908, giorno in cui, a Roma, in Campidoglio, ebbe inizio il primo Congresso  delle donne italiane; venne inaugurato alla presenza della Regina madre Margherita di Savoia, della Regina Elena, della principessa Letizia di Savoia Bonaparte, del ministro della pubblica istruzione Luigi Rava e di un nutrito numero di signore dell’aristocrazia e della borghesia, accomunate dal comune impegno al di là delle distinzioni sociali.

L’evento suscitò interesse tale da meritare una tavola di Achille Beltrame nella prima copertina a colori de «La Domenica del Corriere», che, all’epoca, era il settimanale più popolare e diffuso d’Italia.
Non era il punto di partenza del programma di emancipazione della donna italiana; l’avvio era di molto precedente e risaliva alle origini del nostro Risorgimento nazionale; e, sin dai primi passi, il processo aveva ricercato il criterio della solidarietà tra le classi sociali che del Risorgimento fu il principio informatore.
Primo tassello di questo mosaico di raro valore civile fu la creazione della «Industrie femminili italiane», che fu stimolata da una iniziativa della Regina Margherita e della contessa veneziana Marcello, impegnate, sul finire dell’Ottocento, nel recupero della lavorazione del merletto di Burano, la cui produzione era ormai estinta da decenni e che da quella iniziativa venne restituita a nuovo prestigio.
L’esperienza felice contratta a Burano incoraggiò la nascita di iniziative analoghe e, nel volgere di pochissimi anni, nelle zone più povere del Paese, che recava ancora i segni dell’arretramento dovuto alla più che millenaria divisione ed alla dominazione straniera, sorsero una sessantina di scuole che divennero fulcro di produzione, di crescita sociale e di emancipazione della donna. A far comprendere l’importanza di quel processo, è sufficiente riportare alcuni passi di una cronaca pubblicata su un periodico del 1908: «Nell’Isola Maggiore nel Lago Trasimeno, 200 persone vivevano di fame e di miseria, in uno stato di primitività che raccontavano come un gran fatto di essere andati a riva e di aver venduto un cavallo! Gli uomini pescavano, ma le donne non facevano nulla perché l’isola è così piccola che non c’è modo di lavorare nei campi o di far la pastorizia, quando la marchesa Guglielmi introdusse nell’isoletta il lavoro ad uncinetto… la marchesa fornisce la materia prima, i modelli e paga immediatamente all’operaia il lavoro che essa le porta… e sono più di 80 le donne che ora lavorano e dal loro lavoro il paese è stato completamente trasformato: case riattate, un maestro chiamato a far scuola, in ogni casa un libretto della Cassa di risparmio e, particolarità non trascurabile, i pescatori, quando non vanno a pesca, compiono essi le faccende domestiche, perché le donne non si insudicino le mani ed abbiano più tempo per dedicarsi a questo lavoro miracolosamente redditivo».
Dunque, in una società ancora molto maschilista, un’automatica presa di coscienza, da parte degli uomini, della parità dei ruoli nella famiglia.
Iniziative di questo tipo vennero promosse in tutte le regioni italiane; a stimolarle ovunque dame dell’aristocrazia, che, all’epoca, si rendeva conto dell’importanza di farsi promotrice di solidarietà sociale, come strumento di compattezza nazionale, a correzione di divisioni storiche che avevano favorito l’altrui dominio in casa nostra. Si realizzava, insomma, una sorta di recupero dello spirito e dell’ammonimento dell’«apologo di Menenio Agrippa», attraverso il quale a scuola cercavano di spiegarci che una società è forte solo quando ciascuna persona e ciascuna classe si rende conto della funzione degli altri e sente il valore della complementarità.
Le attività produttive vennero canalizzate, appunto, nella «Industrie femminili italiane», che realizzarono in ogni regione italiana centri di raccolta dei prodotti e punti di vendita oltre che in tutta Italia, anche A Bruxelles, Parigi, Londra, Liegi, New York ed in diverse altre città estere. La «Industrie femminili italiane», concepita sin dal 1892, venne costituita il 22 maggio 1903, in forma di società per azioni, con azioni da 100 lire ciascuna; e Vittorio Emanuele III e la regina Elena sottoscrissero il massimo delle azioni
Non vennero avviate soltanto attività produttive, ma anche scuole per stimolare un vero e proprio processo di emancipazione.
Raccolgo frammenti di notizie da una serie di cronache dell’epoca, nella fiducia che siano sufficienti a far comprendere le proporzioni di quel movimento di grande valore morale, prima ancora che economico.
«A Pischiello in Umbria, nella scuola fondata dalla marchesa Ranieri di Sorbello, ogni donna guadagna dalle 200 alle 300 lire ogni anno (la retribuzione di 100 giornate di operaio); è una ricchezza inimmaginabile per queste povere campagnuole che vivevano in un paesino di montagna lontano cinque ore da un paese civile… Foppolo è un paese di 2000 abitanti  situato sopra una collina, distante quattro chilometri dalla strada carrozzabile e non accessibile che a cavallo per una mulattiera che attraversa campi e burroni… Nel 1903, la signora Emmellina De Renzis, creò una piccola scuola per dare occupazione e guadagno alle ragazze del luogo e trarle fuori da questo stato di ignavia e di incuria… ed ha potuto in breve tempo conseguire risultati meravigliosi… specialità della scuola sono i ricami in filo colorato su tela eseguiti in punto italiano antico, punto a croce, riquadrato senza rovescio, punto corsivo, punto greco, riprodotti per la maggior parte da antichi disegni italiani. Dapprincipio le ragazze erano sei, adesso si avvicinano all’ottantina e han dovuto essere trasportate in una casa all’uopo e la loro produzione è molto ricercata… Analoga è la storia della scuola di Casamassella nelle Puglie, fondata dalla contessa Carolina Starace de Viti de Marco…una scuola che non fa distinzione di classe né di provenienza e che ha raggiunto rapidamente le 500 alunne, che guadagnano in media fino a lire 1,50 il giorno (quasi la paga di un operaio qualificato) ed eseguiscono mirabili ricami in punto a reticello, punto in aria, punto avorio… Le donne di Casalguidi si vantano di guadagnare come i muratori, che sono gli artieri meglio pagati del paese…nella Valvogna perfino l’emigrazione è diminuita».
E gli esempi potrebbero proseguire a lungo; la conclusione? «Sono già 56 le scuole delle Industrie femminili sparse per tutta l’Italia e fiorentissime; il segreto del loro incremento sta nel fatto che le dame che hanno preso questa iniziativa si sono preoccupate non solo di mettere nelle mani di queste donne il lavoro, ma un lavoro tale che, per la sua originalità artistica e praticità e bellezza, potesse, al di fuori di ogni protezione e raccomandazione, avere un valore in sé ed essere una risorsa durevole, e non accidentale e momentanea per la popolazione che l’aveva adottata».
La «Industrie femminili italiane» non furono che un tassello in un mosaico molto articolato nel processo di emancipazione della donna italiana; crebbe anche l’impegno ad un ruolo adeguato della donna nella cultura; crebbe il numero delle donne nella letteratura, nella musica, nelle professioni intellettuali; per il momento, mi limito a rammentare l’«Esposizione internazionale femminile di belle arti» organizzate a Torino nel 1913 dalla rivista «La donna», sotto l’alto patronato della regina Elena e della principessa Laetizia di Savoia Napoleone.
Il momento conclusivo di quel processo che ebbe il carattere della evoluzione virtuosa fu l’organizzazione a Roma del «Congresso internazionale delle organizzazioni femminili», l’«Internationale Council Woman» (I.C.W.); il congresso  venne inaugurato il 16 maggio in Campidoglio, nella sala degli «Orazi e Curiazi», e durò sette giorni; vi presero parte le rappresentanti delle organizzazioni femminili di 24 Stati; tra le relatrici italiane, vi furono la contessa Camozzi, la marchesa Lucifero, la contessa Spalletti Rasponi, la signora Dora Melegari; tutte le congressiste vennero ricevute a «Villa Margherita», attuale sede dell’Ambasciata Usa, dalla regina madre ed ebbero incoraggiamento da Vittorio Emanuele III e dalla regina Elena.
Una cronaca dell’epoca, ci fa sapere che «ognuna delle relazioni mise in rilievo una data lacuna, una data inferiorità nelle condizioni attuali della donna; giacché nobile caratteristica di questo convegno promosso dalle signore italiane fu di occuparsi della sorte delle donne e del fanciullo nelle classi meno colte e meno protette… venne trattato il tema della tutela delle donne emigranti… altri capisaldi del Congresso furono il riconoscimento dell’importanza sociale del bambino, il lavoro a domicilio, la lotta contro l’alcoolismo, il pauperismo, la morale unica per i due sessi, l’igiene femminile, l’igiene delle abitazioni, il miglioramento della razza umana. Un po’ di effervescenza produsse la contessa di Robilant quando sostenne, appoggiando il suo dire sui risultati di una minuziosa inchiesta, che il guadagno economico della donna che lavora in casa sia spesso maggiore del guadagno-salario della donna che lavora fuori casa; e la marchesa Lucifero presentò in seduta plenaria la proposta di introdurre una leva femminile per i servizi d’assistenza sociale».
L’aspetto più polemico e meno rispondente ai principi di solidarietà che avrebbero dovuto informare i lavori del Congresso riguardò la scelta della lingua; le congressiste estere, nonostante l’assisa si tenesse a Roma, imposero che le lingue ufficiali fossero esclusivamente l’inglese, il francese ed il tedesco, escludendo l’italiano; un comportamento arrogante, cui le congressiste italiane replicarono con ironia; rispose per tutte la contessa Gabriella Spalletti Rasponi: «Le rappresentanti italiane sono tutte in grado di comprendere e di godere le relazioni nelle lingue da nostre graditi ospiti reclamate; pensavamo potesse loro far piacere intendere le nostre relazioni nella lingua del Paese che ospita il Congresso».
Nella fotografie, un gruppo di partecipanti al primo Congresso femminile internazionale tenutosi a Roma; un francobollo emesso per raccogliere finanziamenti per le industrie femminili: la sede della «Industrie femminili italiane».


Il tribunale impone che la città di Barcellona esponga il ritratto del Re


Il tribunale amministrativo n.3 di Barcellona ha dichiarato che il Comune è obbligato a collocare il ritratto del Re "in un luogo privilegiato e onorevole nella sua sala plenaria".

Come riportato oggi il presidente del gruppo Popolare, Alberto Fernandez, il giudice Ana Suárez ha valutato la causa intentata dalla Delegazione del Governo della Catalogna contro il Comune di Barcellona per non aver rispettato il requisito di conformarsi al regolamento statale che obbliga a collocare il ritratto del Re in un posto privilegiato e onorevole nella sala plenaria dei municipi.

La delegazione del governo in Catalogna ha richiesto il collocamento dell'effige di Felipe VI nel luglio 2015 dopo che il Consiglio comunale di Barcellona ha rimosso il busto di Juan Carlos I, sostenendo che non rappresentava l'attuale figura del capo dello stato.

http://www.cope.es/noticias/politica/una-sentencia-obliga-ayuntamiento-barcelona-colgar-retrato-del-rey_174641

domenica 11 marzo 2018

Io difendo la Monarchia - Cap IV - 1


Fascismo e socialismo dinnanzi all’uso della violenza - L’atteggiamento dell’opinione pubblica. I fatti dell’ottobre 1922, dal Congresso di Napoli alla Marcia su Roma - I primi atti del fascismo - L’anno dei pieni poteri - La filosofia della volontà - Le prime esaltazioni retoriche degli stranieri - Restaurazione o rivoluzione? - Discussioni e Polemiche sul fascismo.



Quale fu dunque, tra il settembre e l’ottobre 1922, la posizione della Monarchia? Un forte governo parlamentare non esisteva. La seconda incarnazione Facta era un non senso, incapace di imporsi alla minoranza fascista. Il socialismo si macerava nelle sue crisi. La Confederazione del Lavoro e la destra riformista e collaborazionista non riuscivano a realizzare le condizioni di uno stabile accordo con il gruppo popolare e con le varie frazioni della democrazia. Nè il partito era riuscito a costituire delle minoranze combattive ed entusiaste del tipo di quelle fasciste. Sul terreno militare il fascismo aveva vinto: esso manovrava le sue squadre come in un combattimento regolare. L'animo neutralista del socialismo, in un’età di ferro e di sangue, aveva paralizzato l’azione del partito. Ora esso si accorgeva che la sua teorizzazione della violenza, a petto della pratica fascista, non era stato che un ingenuo giuoco di uomini dotti, ma inesperti. Turati aveva chiaramente compreso quale sarebbe stato l’esito del conflitto. Al Congresso socialista di Bologna egli aveva annunciato : « Quando il nostro appello alla violenza sarà raccolto dai nostri nemici cento volte meglio armati di noi, allora addio  per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio partito socialista! »

Molti si domandarono perché l’appello alla violenza sarebbe stato accolto con più successo dal fascismo che dal socialismo. G. Perticone spiega questo fatto con la confessione che le élites del socialismo avevano perduto e non erano in grado di rifarsi un’anima rivoluzionaria.
Ma dire questo non è come riconoscere che, nel clima dell'altro dopoguerra, il socialismo, corrotto e gonfiato nel 1919-1920 dal bolscevismo, era venuto perdendo via via la sua ragion d’essere, ogni suo valore attuale, la sua aderenza al presente, la sua influenza morale sulle masse? Esso aveva smarrita la sua anima all’inizio della prima guerra mondiale e non riusciva a riconquistarla.
Fra il settembre e l’ottobre del 1922 Mussolini accentuò la speculazione sul sentimento patriottico. Squadre di Vicenza, di Mantova, di Trento, di Cremona, di Brescia occuparono il Municipio di Bolzano e il palazzo dell’amministrazione provinciale di Trento da dove demandarono l’allontanamento del Commissario del Governo, Credaro. Poi il 4 ottobre Mussolini, in un discorso alla squadra Antonio Sciesa di Milano, annunciò « ore decisive »; parlò del diffuso « presagio di qualche avvenimento che dovrà arrivare ». A metà ottobre vi fu lsnota riunione a Milano in cui fu decisa la marcia su Roma; il 24 ottobre il congresso di Napoli. «Noi siamo — disse Mussolini, nel suo discorso al San Carlo — a’ punto in cui la freccia si parte dall’arco o la corda troppo tesa dell’arco si spezza ». Qui, in una città di calda tradizione monarchica, l’adesione alla monarchia fu naturalmente più calorosa. In una adunata a Piazza San Ferdinando echeggiò il grido; «A Roma! A Roma! » Mussolini si affrettò a raccogliere quel grido: «Ma vi dico con tutta la solennità che il momento impone che o ci daranno il governo o lo prenderemo calando su Roma ».
Poi, nel solito stile pittoresco e canagliesco aggiunse che l’azione dovrà «essere simultanea e dovrà prendere per la gola, la miserabile classe politica dominante » .
E certo, se tutto questo era possibile, se il Governo si lasciava così oltraggiare e minacciare, quella classe politica, quel Parlamento e quel governo parlamentare dovevano essere scesi molto in basso. Eppure erano essi l'unico scudo della Monarchia. Vi era, sì, l'esercito, ma esso avrebbe dovuto aprire il fuoco contro coloro che avevano esaltato per quattro anni la guerra e il valore guerriero e avevano restaurato il prestigio della Patria Trieste e a Trento e avevano combattuto a Fiume; per difendere il potere di coloro che l’avevano offeso con l’inchiesta su Caporetto e avevano consentito l’indegna gazzarra del 1919 -1920 contro i reduci, gli ufficiali e i decorati della guerra. I capi dell’insurrezione imminente affermavano intanto che si era prodotta una frattura insanabile tra l’Italia legale e l’Italia reale e che bisognava scavalcare la Camera per sanare la situazione. Ci trovavamo dinnanzi a un fenomeno in tutto simile a quello del maggio 1915.

Anche questa volta la stampa e l’opinione pubblica parteggiavano in gran parte per l’insurrezione contro il Parlamento. Nei giorni 26 e 27 la situazione precipitava: il fascismo mobilitava; il quadrumvirato entrava in azione, un proclama redatto da Mussolini veniva lanciato al paese. Nel proclama si invitavano l’esercito e la polizia a rimanere fuori della lotta; si esaltava l'anniversario della vittoria, si rassicurava la borghesia, si affermava di voler dare un governo alla nazione. Vi furono scontri qua e là a Casal Monferrato, a Cremona, nel bolognese, ma in genere vi fu un senso di attesa angosciosa e la speranza di una soluzione favorevole senza spargimento di sangue. Il fascismo aveva adunate a Napoli il maggior numero delle «medaglie d’oro» della guerra 15-18 e le aveva fatte sfilare alla testa del corteo in piazza San Ferdinando; una grande manifestazione era stata fatta sotto il palazzo del Comando Militare : la vittoria, l'esercito erano stati sempre esaltati fin dai primi giorni successivi all’armistizio : un conflitto era penoso per tutti.

I fascisti avanzavano inneggiando all’Italia, alla vittoria: come aprire il fuoco contro di loro? «La nostra marcia, dirà Mussolini, (voi. in degli Scritti e discorsi pag. 235) non era diretta contro l’esercito, non era diretta contro la Monarchia, non era diretta contro la polizia, non era diretta contro il proletariato. E chi poteva resistere? » Ecco un aspetto della sua azione. Ma ecco subito l’altro aspetto. Appena lo stato di assedio sarà revocato egli si fa esigente. « Non valeva la pena di
mobilitare l’esercito fascista, di fare una rivoluzione, di avere dei morti, per una soluzione Giolitti - Mussolini o Salandra - Mussolini e per quattro portafogli. Non accetto». E nello stesso Popolo d'Italia del 28 ottobre, appena liberato dallo stato di prigionia nella caserma dei bersaglieri: «Il fascismo non abuserà della sua vittoria, ma intende che essa non venga diminuita. Ciò sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio è grande e deve essere coronato da una pura vittoria. Ogni altra soluzione è da respingersi. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla co' vieti formalismi, mille volte, e in occasioni meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi può ottenersi rimanendo ancora nelI’ambito della più ortodossa costituzione, ma che domani sarà forse troppo tardi ».

Non è questo un nuovo ricatto alla Corona? Lo stesso storico del socialismo Giacomo Perticone (1) mette in rilievo questa tipica manovra dell’agitatore romagnolo.
Ma la Corona non poteva più contare sul Parlamento.

(1) Giacomo Perticone: La politica italiana nell'ultimo trentennio. Edizioni Leonardo, Roma, 1945, voi. n, pag. 189.

sabato 10 marzo 2018

LA GRANDE GUERRA ED IL RE

Conferenza per il Circolo Rex

Domenica 11 Marzo, ore 10.30

il Prof. Dr. Andrea UNGARI
professore di Storia Contemporanea

“ LA GRANDE GUERRA ED IL RE “

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale),
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus, “ 910”,” 223” e “ 52”


Intervista alla Regina Maria José

Sul sito dedicato al Re continua l'intervista alla Regina Maria José del 1958 con la IX parte.

venerdì 9 marzo 2018

"La Grande Guerra e il Re": Conferenza per il Circolo Rex

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA
REX



“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

La presenza del Re Vittorio Emanuele III, nella Grande Guerra, è stata sottovalutata o addirittura ignorata, mentre è fondamentale nei momenti cruciali oltre alla presenza costante tra i soldati che fino ad allora, forse, avevano visto il Re solo nei suoi ritratti sulle monete e sui francobolli. 
Su questo tema parlerà

Domenica 11 Marzo, ore 10.30

il Prof. Dr. Andrea UNGARI
professore di Storia Contemporanea

“ LA GRANDE GUERRA ED IL RE “

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale),
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” 
ed autobus, “ 910”,” 223” e “ 52”

giovedì 8 marzo 2018

Conosciamo Meglio Vittorio Emanuele III


di Waldimaro Fiorentino

Il 28 dicembre 1947 si spegneva nell’esilio di Alessandria d’Egitto Vittorio Emanuele III; era stato Re d’Italia per 46 anni, durante i quali aveva dato l’avvio alla lotta per la fame nel mondo istituendo l’Istituto Internazionale di Agricoltura, progenitore della FAO (febbraio 1905); aveva promosso la fondazione a Milano della prima «Clinica di medicina del lavoro» (1910) con 20 anni di anticipo su ogni altro paese del mondo; e l’«Istituto nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro», che fu uno dei primi nel mondo intero.

Nel 1907, Vittorio Emanuele III fondò la «Società italiana per il progresso delle scienze», che aveva il compito di razionalizzare il progresso scientifico, attraverso lo scambio di conoscenza tra gli studiosi italiani, in congressi che si svolgevano ogni anno in città diverse della Penisola, di modo che non vi fossero solo le assise di vertice, ma che la cultura scientifica si diffondesse anche ai diversi strati di un Paese che era più conosciuto per i prodotti della creatività artistica, che non per le scoperte scientifiche e le produzioni tecnologiche.
Nel 1917, il Sovrano aveva istituito, primo esempio al mondo, il «sussidio alla disoccupazione involontaria» ed aveva fondato l’Opera nazionale Combattenti, per la distribuzione ad ex Combattenti di terre di proprietà della Corona e di terre bonificate. Nel 1919, Vittorio Emanuele III equiparò i cittadini d’Oltremare ai cittadini Metropolitani; nel 1921, istituì in Cirenaica il primo Parlamento liberamente eletto nella storia dell’intero Continente Africano.
In 46 anni di regno, il suo appannaggio non aumentò di una sola lira; anzi, diminuì di quattro milioni, perché, all'indomani della prima guerra mondiale, fu lo stesso Re a chiederne la riduzione, per dare un esempio di rigore al Paese; e lo fece con una lettera inviata all'allora presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti; lettera della quale vi voglio dare lettura, ma che sarebbe opportuno fosse fatta conoscere a tutti gli italiani; rileggiamolo:
"Caro presidente,
dopo la nostra grande guerra che ha riunito tutti gli italiani in uno sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato e quanti costituiscono fonte di rendita siano ceduti all 'Opera nazionale combattenti.
L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico nazionale, che è tanta gloria italiana, dovrebbe compiersi in questa occasione.
I tesori dell'arte nostra potrebbero essere degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la corona e che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle antichità e delle belle arti.
Vorrei, infine, che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di tre milioni; ferma mantenendo la restituzione allo Stato, che sarà da me operata come nel passato, del milione rappresentante il dovario della mia genitrice.
Le sarò molto tenuto se ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno di legge.
La ringrazio fin d'ora e le stringo cordialmente la mano.
Vittorio Emanuele"

Ed è inutile dire che allorché, l'11 settembre 1919, Francesco Saverio Nitti lesse alla Camera quella lettera, i rappresentanti della Nazione, in piedi, applaudirono lungamente.
Con quelle poche e semplici parole, il piccolo grande Re aveva indicato, incamminandovisi per primo, la via del sacrificio, come l'unica che potesse condurre al superamento della crisi.
Da quello stesso momento, infatti, egli rinunziava a 3 milioni di lire (non inflazionati) ad un altro milione aveva rinunciato in precedenza; e rinunziava anche ai palazzi reali di Genova, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Caserta, Palermo (si riservava soltanto quelli di Torino e di Roma), ai castelli di Moncalieri e di Stupinigi, alle ville di Monza, Milano, del Poggio a Caiano, dì Castello della Petraia, di Capodimonte, della Favorita e ad altre minori, alle tenute di Coltano, Poggio a Caiano, Carditeilo, Licola, Astroni e ad altre vaste proprietà fondiarie cedute all' "Opera nazionale combattenti".
Nessun presidente di repubblica, forse in nessuna parte dei mondo, ha mai fatto altrettanto !

In precedenza, aveva fatto approvare le seguenti leggi:
- sulla tutela giuridica degli emigranti (1901);
- per la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902);
- contro la malaria e per la chinizzazione (1902);
- per la istituzione dell’Ufficio del lavoro (1902);
- per la realizzazione delle case popolari (1903);
- il testo unico sugli infortuni sul lavoro (1904);
- sull’obbligo del riposo settimanale (1907);
- sull’istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907);
- sulla mutualità scolastica e sulla istituzione della Cassa nazionale per la maternità (1910);
Tappe di questo programma furono l’istituzione dei «Cavalieri del Lavoro» (1901), che comprendeva anche i «Maestri del lavoro», distinti solo nel 1923.
Sta di fatto che, tra il 1900 ed il 1921, l'Italia recuperò molti dei suoi ritardi storici, corresse i conti pubblici, realizzò opere pubbliche che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del Paese; basti pensare che, nel 1921 la nostra rete ferroviaria era pari a quella attuale; e l'Italia, come ha scritto il massimo storico dell'industria italiana Valerio Castronovo, da area quasi esclusivamente agricola, già alla vigilia della prima guerra mondiale era divenuta la 7a potenza industriale del mondo; l'Italia era tra i pochissimi Stati ad avere raggiunto il pareggio di bilancio ed era il solo Paese al mondo nel quale la carta-moneta era tanto stabile, da fare aggio sull'oro; venne ridotto verticalmente l'analfabetismo e sostenuta la cultura scientifica.
Lo spirito sociale di Vittorio Emanuele III apparve chiaro sin dal suo primo «discorso della Corona» (20 febbraio 1902), scritto di suo pugno e fu di sorprendente apertura alle ragioni della contestazione, che pure era costata la vita al padre, del quale non mancò rammentare l’impegno: «Conviene ora con prudente risolutezza proseguire sulla strada che la giustizia sociale consiglia...in sollievo delle classi lavoratrici... sono felici portati della civiltà nuova l’onorare il lavoro, il confortarlo di equi compensi e di preveggente tutela, l’innalzare le sorti degli obliati dalla fortuna».
Il tema della pace sociale ricorse frequentemente nelle raccomandazioni di Vittorio Emanuele III; nel «discorso della Corona» del 30 novembre 1904, annunciò l’introduzione di un nuovo istituto del quale si sente la mancanza ancor oggi: «L’ardente contrasto fra capitale e lavoro che ora si combatte con la sola arma dello sciopero, fonte di tanti dolori e nel quale vince solamente il più forte, potrà essere in molti casi composto con l’arbitrato che assicuri la vittoria alla giustizia e all’equità,...così un nuovo grande passo nelle vie della civiltà farà regnare sovrana la giustizia nei rapporti tra le classi sociali».
Nel «discorso» del 24 marzo 1909, sostenne: «La politica di ampia libertà ha assicurato, col miglioramento delle classi lavoratrici, le condizioni di una feconda pace sociale, senza arrestare, né ritardare il progresso delle industrie e dei commerci... vorrà il Parlamento proseguire quell’opera di legislazione sociale alla quale coraggiosamente l’Italia si è accinta».
Un nuovo appello al tema sociale lo si ritrova nel «discorso della Corona» del 27 novembre 1913, nel quale Vittorio Emanuele III definì «necessaria conseguenza un indirizzo legislativo ed un’opera di governo diretti ad un tempo a conseguire una più elevata condizione intellettuale, morale ed economica delle classi popolari e a promuovere una più intensa produzione che innalzi il livello della ricchezza nazionale ricordando sempre che massimo coefficiente di prosperità per un popolo è la pace sociale e che solamente un’agricoltura ed un’industria fiorenti possono assicurare il benessere delle classi popolari. Dovremo quindi perfezionare e completare la legislazione sociale a favore dei lavoratori, proseguire ed intensificare quella politica di lavoro alla quale si devono in molta parte i progressi economici compiuti; curare i grandi interessi dell’agricoltura e dell’industria... e poiché il valore di un popolo si commisura dal grado della sua cultura, dobbiamo coi mezzi più efficaci assicurare che l’istruzione popolare sia rapidamente estesa a tutti i cittadini e resa sempre più completa; che si intensifichi l’insegnamento di arti e mestieri e di agricoltura».
Dunque, Vittorio Emanuele III non fu solo il «Re soldato»; soprattutto, non merita di essere ricordato per ciò che di negativo accadde successivamente e che, semmai, il Sovrano tentò di correggere, scontrandosi contro faziosità e neghittosità di chi poi ha rimproverato al Sovrano colpe da addebitare ai suoi detrattori.

L'ennesimo oltraggio alla Storia

Segnaliamo l'articolo dell'ottimo David Truscello a proposito della infima proposta di cambiare il nome alla Galleria Vittorio Emanuele di Messina. Quella Messina che vide il Re e la Regina tra i primi soccoritori nel terremoto del 1908. Che grazie all'intercessione della Regina ottenne l'aiuto dei marinai della flotta russa che erano alla fonda ad Augusta.
Quella Messina che diede alla Monarchia il 77% dei voti.
Quella Messina che sfidò la repubblica innalzando un monumento alla Regina Elena...

"La proposta di modificare l’intitolazione della Galleria Vittorio Emanuele III, nel ridurre i 46 anni di regno di Vittorio Emanuele III solo ad alcune interpretazioni secondo una visione ideologica della storia nella quale langue la contestualizzazione dei fatti, offre la possibilità di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda e il tentativo di rimediare al torto fatto al generoso popolo messinese, che più e più volte ha espresso la sua riconoscenza al terzo Capo dello Stato italiano."
[...]

mercoledì 7 marzo 2018

Impropri accostamenti...

A seguito del risultato disastroso per il PD alle recenti elezioni politiche ci sono vivaci fermenti nelle strutture del partito stesso e qualcuno, non sappiamo, e non ci interessa, se a ragione o a torto, chiede che le dimissioni del segretario Matteo Renzi siano effettive da subito.

Curioso il caso di La Spezia dove i dirigenti locali si dicono disposti ad occupare la locale federazione del partito affinché Matteo Renzi  tolga il disturbo al più presto.
Ancora più curiosa è l’affermazione che segue:

Queste elezioni sono state come il referendum costituzionale del '46 e tu - come Umberto II - devi andare a Cascais (come avevi già giurato che avresti fatto dopo un precedente referendum). Se ami davvero questo partito devi capire che non ti resta che la via dell'esilio. La pretesa di vigilare ancora sull'agonia della tua vittima con l'effetto di condizionarne le ultime volontà ed accrescendone la sofferenza è intollerabile. Vai via, e qualcosa sarà possibile cercare di fare per salvare il patrimonio di idee, di umane solidarietà, di passione politica autentica che il Partito Democratico ha incarnato prima che tu disperdessi tutto questo”.


Di tutti i paragoni che si potevano fare questo ci pare il più strampalato.
Accostare ad una figura nobile e purissima quale quella del nostro Re la figura non nobile e non purissima di Renzi ci mette nelle condizioni di non sapere se ridere  o se piangere.
Re Umberto con infinito gesto d’amore lasciò l’Italia per evitarle una nuova guerra civile.
Renzi, dopo aver avvelenato i pozzi con una legge elettorale assurda per la Nazione Italiana, resta aggrappato con le unghie e con i denti a quel briciolo di potere che ancora crede di poter gestire facendo il segretario quando si sceglieranno presidenti di Camera e Senato e quando si dovrà scegliere se questa legislatura è nata morta o boccheggiare per qualche mese.
Ci verrebbe voglia, se potessimo, di diffidarli dall’usare ancora il nome del Re per simili, ignobili accostamenti, ma la prendiamo come una battuta.
E stata l’occasione per sorridere del loro delirio post elettorale.

martedì 6 marzo 2018

Un libro da non perdere.


Dobbiamo ringraziare il Dottor Fiorentino, nome che non ha bisogno di presentazioni nel mondo della cultura e nel mondo monarchico in particolare, per due motivi e tutti e due questi motivi vengono a pari merito al primo posto.


Il primo è che il dottor Fiorentino nel 2018 ci fornisce con semplicità l’attualità del pensiero monarchico a dispetto di tutti quelli che lo vedono come una cosa del medio evo.
Lo fornisce con esempi tratti dalla cronaca attuale significativamente agganciati alla storia nazionale.

“Ma c’è un altro aspetto che rende la repubblica meno accettabile della Monarchia: quest’ultima, come abbiamo più volte detto, nasce come  espressione dell’autocrazia del Sovrano, ma evolve verso forme sempre più democratiche e liberali.
La repubblica compie il cammino inverso e spesse volte persino perverso; da rappresentanza e volere del popolo, evolve verso forme sempre meno rappresentative ed anzi spesse volte persino autoritarie.
Con il pretesto di garantire la governabilità, in repubblica si escogitano forme che tendano ad escludere dalla ripartizione dei seggi le liste che non raggiungano il 3, il 4, il 5 e qualche volta persino il 6 % dei voti e si nominano al Parlamento e al Governo personaggi che non vengono nemmeno votati dagli elettori”

“La Monarchia, pur non esercitando effettive funzioni di governo, esercita virtuose funzioni di orientamento, nell'interesse generale del Paese e per l’equilibrio delle classi sociali”.

“...Nelle Monarchie, dunque, il concetto della programmazione è implicito, mentre la repubblica è condannata a fronteggiare l’emergenza che la sua stessa natura determina. E la dittatura, come abbiamo visto, non rappresenta mai la soluzione ai problemi di uno Stato, ma costituisce l’illusione a risolverli”.


Questi alcuni passi del libro che si legge davvero agilmente.

L'altra prima cosa per la quale dobbiamo ringraziare il Dottor Fiorentino è che ci ha onorato di due copie del suo libro consentendoci di leggerlo in anteprima. Ed è cosa che ci lascia commossi.

Spesso noi monarchici ci avviciniamo all'idea della Monarchia per istinto, per amore della storia, per crisi di rigetto nei confronti di una repubblica che tutto avvilisce, a partire dai suoi servitori. Solo con notevoli  difficoltà si trovano dopo questo avvicinamento i testi che trasformano una scelta inizialmente anche irrazionale in un modo di pensare articolato e capace di ribattere agli analfabeti funzionali, come si dice adesso, repubblicani sono per pigrizia, ignoranza, malafede.
Il Nostro Autore ci supporta offrendoci ragionamenti attuali senza omettere di riprendere quelli più datati che ancora conservano integro il loro valore ai nostri giorni.
Il libro sarà reperibile tra poco sul sito delle Edizioni Catinaccio al prezzo di 6 euro.
E noi ci sentiamo di consigliarvelo.

Il sassolino dalla scarpa

Magari siamo cattivi. Magari abbiamo buona memoria. Magari troppo forti sono state le parole di alcuni personaggi divenuti tali per uno scherzo del destino, altrimenti destinati al totale oblio. Personaggi ai quali i media hanno prestato la massima attenzione mentre ad una seria ed attenta lettura della storia non presta attenzione più nessuno.
All’indomani del ritorno in Patria delle Salme dei nostri Reali il ministro Franceschini ci elargiva il suo spocchioso pensiero nella maniera che riportiamo.






Apprendiamo con viva soddisfazione che  lo stesso ministro è stato trombato nel suo collegio di Ferrara e tanta è la soddisfazione per tale trombatura che neanche abbiamo il desiderio di approfondire la notizia per scoprire il vincitore.

Constatiamo con piacere che nel suo caso il popolo sovrano abbia espresso un verdetto in totale sintonia con il nostro.

Non sappiamo se tornerà in parlamento grazie agli astrusi marchingegni di questa ennesima legge elettorale truffaldina e non ce ne curiamo.

Ci soffermiamo a sorridere pensando che il suo debituccio infimo con la Storia abbia incominciato a pagarlo.


lunedì 5 marzo 2018

Poche, banali considerazioni


Come era abbondantemente previsto queste elezioni non le ha vinte nessuno nonostante un partito e una coalizione si proclamino  vincitori.

Sappiamo chi ha perso. E hanno perso quelli che per un voto e per ideologia riesumavano la guerra civile. Per fortuna.

Appaiono tuttavia alquanto patetici, oltre che velleitari, i proclami di chi si ritiene in diritto di ricevere l’investitura del presidente che ha consentito che tutto ciò accadesse.

Che sia Di Maio, che sia Salvini nessuno ha i numeri in parlamento per governare senza chiedere l’aiuto di altre forze.

E da questa situazione di stallo si uscirà solo con un governo tecnico, con una nuova legge elettorale e con nuove elezioni. 

Mentre il mondo ci divora.

La repubblica continua.



Perché siamo monarchici?


Perché nessun Re avrebbe mai firmato il "rosatellum" sapendo di consegnare il Paese alla paralisi.
Alla paralisi di questo preciso momento storico.
Lo staff

venerdì 2 marzo 2018

Le nostre raccomandazioni elettorali



Iniziativa editoriale del Corriere della Sera


Il Corriere della Sera, il giornalone che diffonde senza verificarla la bufala della bandiera del Kekistan, presentata come nazista ai comizi di Salvini, inaugura oggi una collana di libri dedicati alla Grande Guerra ed incomincia con Re Vittorio Emanuele III.
Il Sovrano viene presentato come "discusso" e come figlio di Re Umberto II.
E se il buongiorno si vede dal mattino crediamo che sia meglio destinare i nostri danari piuttosto all'acquisto del saggio del nostro Waldimaro Fiorentino, "Monarchia o Repubblica ?" di cui a breve proporremo una recensione.



È in edicola dal 2 marzo con il «Corriere della Sera» il primo volume della nuova collana «Protagonisti, armi e strategie della Grande guerra». Al costo di euro 7,90 più il prezzo del quotidiano, l’uscita dedicata a Vittorio Emanuele III di Savoia (1869-1947) è la prima di venti monografie sui grandi personaggi che determinarono il corso del conflitto mondiale (1914-1918).
[...]
Il volume in edicola, Vittorio Emanuele III, firmato da Pierangelo Gentile, ripercorre la vicenda del monarca asceso al trono a poco più di trent’anni, in seguito all’assassinio del padre Umberto II. 
[...]

http://www.corriere.it/gli-allegati-di-corriere/18_marzo_01/grande-guerra-la-collana-con-il-corriere-4e61ba0e-1d76-11e8-816c-92c77108475f.shtml