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| Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti |
A Bologna i fasci chiedono per l'Emilia libertà d'azione.
Ovunque riprendono i conflitti. Contemporaneamente si acuisce sempre più
l'attrito fra socialisti e comunisti. Questi, che al Patto furono decisamente
avversi, tendono alla lotta ad oltranza. Atroci accuse si scambiano a vicenda i
due partiti. Vi è meno asprezza nel linguaggio dei comunisti contro i fascisti
che contro i cugini socialisti che chiamano «traditori». I fascisti
dissenzienti temono che un periodo prolungato di questa pacificazione possa
essere funesto al movimento che andrebbe a poco a poco spegnendosi. Il germe
della indisciplina e della violenza dilaga, anche i fascisti fiorentini si
pronunciano contro la pacificazione. Qualche giornale crede di intravedere una
grave crisi nel fascismo. Questa crisi - scrive il Corriere d’Italia - dipende
principalmente dal fatto che, avendo il suo capo condannato il fenomeno della
violenza, espressione fondamentale, viene a mancare a questo movimento la sua
base e la sua forza». Il Giornale d’Italia constatando la crisi rileva che,
dopo avere disarmato «con santissima violenza» la violenza rossa, ha tolto di mezzo
la sua ragione di essere ed è segnata l'ora della sua fine, pur auspicando che
in caso di riapparizione del pericolo, «si ricomponga come per incanto e
risorga con la più efficace e rapida energia».
Mussolini protesta che bisogna tener fede al Patto di
pacificazione ma vede sfuggirgli di mano la sua creazione e si dimette da
membro del Comitato Esecutivo dei fasci in seguito alla sconfessione inflittagli
dal convegno di Bologna: «Dopo il Patto di Roma egli scrive - il partito che
avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il
vittorioso. Il fascismo esce da questa prova sconfitto. Altre più crudeli
ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo, la partita è oramai chiusa. Chi è
sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto e spero di
poter restare, semplice gregario, del Fascio milanese». Mussolini rimane e
finisce per riprendere la direzione del movimento, ma non riesce a frenare i
suoi. Dopo aver portato in piazza le squadre educate alla violenza ed alle
spedizioni punitive, non può capovolgerne la tattica.
Ricominciano infatti ovunque azioni e reazioni fra partiti
avversari: aggressioni, imboscate, incendi di circoli, invasioni delle leghe di
resistenza. A Mola di Bari viene ucciso il deputato socialista Giuseppe Di
Vagno, fervente sostenitore del collaborazionismo (1). A Modena in un conflitto
con la polizia vi sono 7 morti ed è ferito l'on. Arturo Vicini. Il Corriere
della Sera dopo alcune considerazioni sulle provocazioni socialiste e sulle
reazioni fasciste aggiunge: «Oggi, purtroppo, gli eccessi si succedono agli
eccessi, gli odi si perpetuano e si rinfocolano le passioni travolgendo
talvolta gli stessi agenti dell'ordine. Così a Modena, dove alle assurde
pretese fasciste le guardie regie hanno risposto con impulsività tragicamente
eccessiva, impugnando i moschetti e le rivoltelle. E' dunque ora di arrestare
la fatale altalena ».
La verità è che cittadini e soldati, carabinieri e guardie
regie, tutti sono esautorati e stanchi, nessuno è più padrone dei propri nervi,
il paese vive in stato anormale. Mentre il governo emana provvedimenti
eccezionali per il disarmo e l'ordine pubblico, anche i combattenti pensano
alla costituzione di squadre d'azione e così i cattolici formano i loro «Avanguardisti
bianchi» che fanno sfilare a Milano alla maniera fascista. Dal canto suo l'Avanti! riprende contro Bonomi l'accusa
fatta al Ministero Giolitti: «Non era stato forse da tempo proibito il porto
d'armi? E non l'hanno per contro sempre autorizzato le autorità ai nostri
nemici e nei nostri danni? Si è mai visto usare tante armi, circolare tanti
camions, esplodere tante bombe da quando un decreto ne fece tassativa
proibizione? Non è stato ad esuberanza dimostrato che è proprio nelle caserme
dei carabinieri che i violenti si armano? Che si preparano le spedizioni
punitive?».
Ma l'impotenza del governo ed un poco l'atmosfera medioevale
che avvolge il Paese mutano anche la mentalità e gli atteggiamenti degli uomini
nella lotta politica. A Bologna compaiono le squadre d'azione liberali al
comando di Sandro Ruggiero mentre a Salerno domina la Legione Amendola
costituita, secondo alcuni per fronteggiare le bande fasciste ma in effetti per
tener testa alla candidatura del nazionalista Camera. Scrive il prof. Gaetano
Rossi, presidente del Gruppo nazionalista di Salerno che «a testimonianza di
reggenti di partiti avversari questa Legione amendoliana - avente per
distintivo un nastrino verde - era composta « dalle più tipiche canaglie del
Sarnese e da delinquenti comuni regolarmente e lautamente stipendiati,
portavano spavaldamente armi, bivaccavano sui treni e sui tramvai in funzione
di spie, provocavano tumulti, intimorivano gli elettori, contrattavano voti».
Il Congresso dei fasci a Roma (9-11-1921) segna la fine
definitiva del Patto di pacificazione coi socialisti. Mussolini subisce
l'influenza e la volontà dei più facinorosi e di Grandi il quale parla fra le
acclamazioni dei congressisti con una certa asprezza rivolgendosi a Mussolini.
A questi il congresso ha riserbato le più entusiastiche ovazioni, ma col chiaro
ammonimento: Se tu vuoi essere il nostro Duce devi seguirci. A Roma i
ferrovieri scioperano per impedire ai congressisti di affluire alla Capitale o
di ripartire e vi sono scontri con 2 morti e 150 feriti: i fascisti
ristabiliscono il servizio con personale aderente ai fasci di combattimento. Vi
è del disagio per la denuncia del Patto, ed alcuni esponenti cercano di
attribuirlo ai conflitti di Roma ma quando Grandi parlò all'Augusteo i fatti
non erano ancora avvenuti. La denuncia del Patto è stata senza dubbio un grave
errore che peserà sul Paese, poiché l'intolleranza politica si esaspera sempre
più: i fascisti danno origine a conflitti per un fazzoletto rosso, socialisti e
comunisti per una bandiera tricolore.
(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.
(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.

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