NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 28 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XIII

Il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti 
I fascisti di Bologna e di Firenze sconfessano Mussolini ed il Congresso di Roma rinnega il Patto.

A Bologna i fasci chiedono per l'Emilia libertà d'azione. Ovunque riprendono i conflitti. Contemporaneamente si acuisce sempre più l'attrito fra socialisti e comunisti. Questi, che al Patto furono decisamente avversi, tendono alla lotta ad oltranza. Atroci accuse si scambiano a vicenda i due partiti. Vi è meno asprezza nel linguaggio dei comunisti contro i fascisti che contro i cugini socialisti che chiamano «traditori». I fascisti dissenzienti temono che un periodo prolungato di questa pacificazione possa essere funesto al movimento che andrebbe a poco a poco spegnendosi. Il germe della indisciplina e della violenza dilaga, anche i fascisti fiorentini si pronunciano contro la pacificazione. Qualche giornale crede di intravedere una grave crisi nel fascismo. Questa crisi - scrive il Corriere d’Italia - dipende principalmente dal fatto che, avendo il suo capo condannato il fenomeno della violenza, espressione fondamentale, viene a mancare a questo movimento la sua base e la sua forza». Il Giornale d’Italia constatando la crisi rileva che, dopo avere disarmato «con santissima violenza» la violenza rossa, ha tolto di mezzo la sua ragione di essere ed è segnata l'ora della sua fine, pur auspicando che in caso di riapparizione del pericolo, «si ricomponga come per incanto e risorga con la più efficace e rapida energia».
Mussolini protesta che bisogna tener fede al Patto di pacificazione ma vede sfuggirgli di mano la sua creazione e si dimette da membro del Comitato Esecutivo dei fasci in seguito alla sconfessione inflittagli dal convegno di Bologna: «Dopo il Patto di Roma egli scrive - il partito che avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il vittorioso. Il fascismo esce da questa prova sconfitto. Altre più crudeli ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo, la partita è oramai chiusa. Chi è sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto e spero di poter restare, semplice gregario, del Fascio milanese». Mussolini rimane e finisce per riprendere la direzione del movimento, ma non riesce a frenare i suoi. Dopo aver portato in piazza le squadre educate alla violenza ed alle spedizioni punitive, non può capovolgerne la tattica.
Ricominciano infatti ovunque azioni e reazioni fra partiti avversari: aggressioni, imboscate, incendi di circoli, invasioni delle leghe di resistenza. A Mola di Bari viene ucciso il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, fervente sostenitore del collaborazionismo (1). A Modena in un conflitto con la polizia vi sono 7 morti ed è ferito l'on. Arturo Vicini. Il Corriere della Sera dopo alcune considerazioni sulle provocazioni socialiste e sulle reazioni fasciste aggiunge: «Oggi, purtroppo, gli eccessi si succedono agli eccessi, gli odi si perpetuano e si rinfocolano le passioni travolgendo talvolta gli stessi agenti dell'ordine. Così a Modena, dove alle assurde pretese fasciste le guardie regie hanno risposto con impulsività tragicamente eccessiva, impugnando i moschetti e le rivoltelle. E' dunque ora di arrestare la fatale altalena ».
La verità è che cittadini e soldati, carabinieri e guardie regie, tutti sono esautorati e stanchi, nessuno è più padrone dei propri nervi, il paese vive in stato anormale. Mentre il governo emana provvedimenti eccezionali per il disarmo e l'ordine pubblico, anche i combattenti pensano alla costituzione di squadre d'azione e così i cattolici formano i loro «Avanguardisti bianchi» che fanno sfilare a Milano alla maniera fascista. Dal canto suo l'Avanti! riprende contro Bonomi l'accusa fatta al Ministero Giolitti: «Non era stato forse da tempo proibito il porto d'armi? E non l'hanno per contro sempre autorizzato le autorità ai nostri nemici e nei nostri danni? Si è mai visto usare tante armi, circolare tanti camions, esplodere tante bombe da quando un decreto ne fece tassativa proibizione? Non è stato ad esuberanza dimostrato che è proprio nelle caserme dei carabinieri che i violenti si armano? Che si preparano le spedizioni punitive?».
Ma l'impotenza del governo ed un poco l'atmosfera medioevale che avvolge il Paese mutano anche la mentalità e gli atteggiamenti degli uomini nella lotta politica. A Bologna compaiono le squadre d'azione liberali al comando di Sandro Ruggiero mentre a Salerno domina la Legione Amendola costituita, secondo alcuni per fronteggiare le bande fasciste ma in effetti per tener testa alla candidatura del nazionalista Camera. Scrive il prof. Gaetano Rossi, presidente del Gruppo nazionalista di Salerno che «a testimonianza di reggenti di partiti avversari questa Legione amendoliana - avente per distintivo un nastrino verde - era composta « dalle più tipiche canaglie del Sarnese e da delinquenti comuni regolarmente e lautamente stipendiati, portavano spavaldamente armi, bivaccavano sui treni e sui tramvai in funzione di spie, provocavano tumulti, intimorivano gli elettori, contrattavano voti».

Il Congresso dei fasci a Roma (9-11-1921) segna la fine definitiva del Patto di pacificazione coi socialisti. Mussolini subisce l'influenza e la volontà dei più facinorosi e di Grandi il quale parla fra le acclamazioni dei congressisti con una certa asprezza rivolgendosi a Mussolini. A questi il congresso ha riserbato le più entusiastiche ovazioni, ma col chiaro ammonimento: Se tu vuoi essere il nostro Duce devi seguirci. A Roma i ferrovieri scioperano per impedire ai congressisti di affluire alla Capitale o di ripartire e vi sono scontri con 2 morti e 150 feriti: i fascisti ristabiliscono il servizio con personale aderente ai fasci di combattimento. Vi è del disagio per la denuncia del Patto, ed alcuni esponenti cercano di attribuirlo ai conflitti di Roma ma quando Grandi parlò all'Augusteo i fatti non erano ancora avvenuti. La denuncia del Patto è stata senza dubbio un grave errore che peserà sul Paese, poiché l'intolleranza politica si esaspera sempre più: i fascisti danno origine a conflitti per un fazzoletto rosso, socialisti e comunisti per una bandiera tricolore.

(1) Canditato in una lista opposta alla sua, ebbi col Di Vagno durante le elezioni un contraddittorio a Casamassima. Equilibrato e misurato, uomo generoso e sollecito del bene degli umili, intendeva il socialismo come una fede politica. Espansivo ed affettuoso, diventammo amici. La sua uccisione ed il trionfo decretato in seguito ai suoi uccisori - tutti giovani studenti - fu una brutta pagina nel passivo del fascismo. Il delitto venne organizzato a scopo vendicativo. I funerali furono veramente imponenti, fra una pioggia di fiori, data la mitezza e la lealtà della vittima e l'ingiustificato atteggiamento dei fascisti.

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