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| Il disertore Misiano, eletto deputato comunista, cacciato dalla Camera dai Fascisti |
Dallo svolgimento delle sedute si nota che un alito nuovo
aleggia nel Parlamento. Mentre nella Camera precedente non era possibile
nemmeno accennare alla Vittoria senza essere urlati, ora gli esponenti della
guerra, i reduci, i decorati sono acclamati: tanto Paolucci che Zaniboni,
applaudito questo dagli stessi socialisti. Altro segno della cambiata mentalità
dei deputati dell'estrema sinistra è la poca resistenza alla espulsione
dell'on. Misiano. Costui, eletto in due collegi, Napoli e Torino, per il solo fatto
di essere stato disertore, viene espulso più volte dalla Camera (1).
L'estrema sinistra protesta ma non impedisce che il collega
venga materialmente trascinato fuori dall'aula e buttato sulla piazza, pur
essendo questo gesto stigmatizzato dalla stampa quotidiana. L'elezione è stata
una aberrazione del corpo elettorale è vero, e un'offesa permanente al
sentimento della Nazione, ma il Misiano, una volta eletto, deve avere il
diritto di esercitare il suo mandato. Socialisti e comunisti intanto si palleggiano
la responsabilità di non aver avuto il coraggio di difendere i diritti del loro
collega. Tutto questo indica soprattutto che il Paese si trova in via di
trasformazione ma pur sempre in una fase transitoria del che ne risente la
struttura parlamentare, trasformata si, ma non ancora in grado di poter dare ad
un governo una maggioranza omogenea veramente vitale.
Un grave colpo alla stabilità ministeriale è dato dal
discorso Sforza di esagerato slavofilismo, ancora dopo che la Jugoslavia a
Rapallo ha fatto vedere di essere riconoscente della nostra attitudine
remissiva e conciliativa. Il Ministero inciampa nella politica estera dopo aver
avuto speranze di vita relativamente tranquilla. Lo stesso Turati afferma, sia
pure in forma indecisa. l'eventualità di una partecipazione socialista al
governo, o quanto meno «una benevola attesa verso un governo possibile ed
accettabile». Pur dubitando che questo orientamento possa essere seguito
dall'intero suo partito, aleggiano nell'aula serie speranze sui risultati di
questa dichiarazione del saggio leader dei socialisti intonate alla
conciliazione tra i partiti e dette con accenti talvolta serafici. Comunque la
situazione del ministero si è ormai chiarita specialmente nei riguardi della
politica interna con l'approvazione all'unanimità dell'ordine del giorno Tovini
accettato dal Governo: «La Camera, riaffermando essere il Parlamento
l'espressione vera e maggiore della rappresentanza della sovranità popolare, fa
appello a tutte le forze politiche nazionali perché rinuncino ad ogni forma di
violenza e di sovrapposizione individuale o collettiva agli organi legittimi
della vita civile».
Il Ministero Giolitti non può più reggersi per un complesso
di circostanze ma anche per la politica estera del conte Sforza col quale esso
si è dichiarato solidale (2). Il discorso di Sforza non ha accontentato
nessuno, specialmente per la incapacità dimostrata dal ministro nel negoziare.
A lui soprattutto viene imputata la scomparsa del Montenegro che poteva e
doveva essere una nostra pedina nei Balcani, ma del Montenegro egli rifiuta di
farne cenno, malgrado le violente interruzioni e gli inviti di alcuni deputati
repubblicani e nazionalisti. La Camera accusa Sforza di avere sacrificato il
piccolo eroico regno balcanico: alle volte è costretto a sospendere il suo
discorso. Si grida da ogni parte: « Ci parli del Montenegro! ». Seguono
interruzioni, urla, invettive, rumori assordanti. Mai ministro degli esteri ha
avuto una tale accoglienza. Per ben 20 minuti egli non può proseguire.
Quando si leva a parlare di fronte ai suoi violenti
interruttori non è il ministro degli esteri di una grande nazione, ma un
accusato chiamato a scolparsi. Nessuna politica estera nostra è stata così
discussa e, disapprovata tanto in Italia come all'estero.
Il discorso, riletto ancora oggi, appare sempre scialbo,
prolisso, slegato, pieno di contraddizioni. Non dà una giustificazione per la
consegna del Montenegro alla Jugoslavia che con il possesso delle Bocche di
Cattaro diventa una minaccia permanente sul nostro fianco. E’ evidente che il
povero nostro alleato è stato dallo Sforza ignobilmente trattato per
intromissioni diplomatiche e affaristiche. I baratti che Sforza ha fatto nel
Trattato di Rapallo appaiono senza necessità alcuna e senza alcun diritto. Il
Paese in un fondo intitolato «La libertà del popolo montenegrino venduta dal
ministro Sforza al conte Volpi» riporta l'articolo 1 del Paragrafo V11 del
Trattato nel quale il giornale ravvisa il sacrificio degli interessi nazionali
a beneficio di particolari ceti affaristici (11). Lo Sforza si preoccupa, nel
Trattato, di proteggere interessi bancari, privati e non fa cenno alla
conservazione del Montenegro, questione nella quale è investito l'interesse
nazionale. Egli, dimenticando le dichiarazioni fatte in Senato il 14 luglio
1920 e gli impegni internazionali, a Rapallo si impegna arbitrariamente
segretamente e personalmente a liquidare la questione montenegrina a favore
della Jugoslavia, senza portarla avanti ad un consesso internazionale e promettendo
ai delegati jugoslavi di soffocarla a vantaggio del nuovo Stato. Nega di aver
ceduto Porto Barros (sobborgo di Fiume) mentre sotto la pressione dell'opinione
pubblica è costretto ad ammetterne il baratto stipulato di sua iniziativa con
clausola segreta.
E' dimostrato trionfalmente che nessuna potenza aveva preso
impegno di dare il Montenegro in pasto alla Jugoslavia. Anzi, America,
Inghilterra, Francia e Italia avevano sempre manifestato il proposito di
tutelare l'integrità dello Stato di Re Nicola. Colò a picco nei retroscena
della Conferenza di Parigi e Sforza non ebbe né la volontà né la capacità di
difendere questo popolo eroico che rappresentava la chiave dell'Adriatico in
mano nostra. Solo il Corriere della Sera, poiché è tramontata anche l'eventualità
di includere il piccolo Stato in una Federazione serbocroata, seppellisce
cinicamente la questione: «Agli effetti adriatici che ci possono interessare
importa poco che i montenegrini siano federati o siano... schiavi» i D'Annunzio
manda al coraggioso popolo un suo messaggio: « Il vecchio capestro austriaco è
da ritorcere per sostituire il collare cavalleresco intorno al collo dello
svergognato barattatore del popolo montenegrino. Per ogni frode e per ogni
tradimento il castigo si prepara». Del sacrificio del Montenegro se ne fa eco
alla Camera - assieme ad Eugenio Chiesa - anche Mussolini che accusa
esplicitamente lo Sforza di baratteria, e questi non perdonerà più a Mussolini
l'atroce accusa, dalla quale del resto il ministro degli esteri non seppe mai
discolparsi.
Così la politica estera va declinando: la politica di Sforza
è tutto un complesso di opportunismo e di interesse personale che si risolve
nel sollecitare l'ambita onorificenza del Collare dell'Annunziata che lo eleva
a cugino del Re. Intanto i repubblicani storici, approfittano per definire il
sacrificio del Montenegro e la cessione di Porto Barros operati dallo Sforza,
«un misfatto della Monarchia»; fanno un'aspra critica al «nullismo» del
ministro e ricostruiscono un panoramico quadro dei disastri materiali e morali
in cui ci ha condotti la sua tattica di eterno «rinunciatario» (3). Fra le
infinite contraddizioni nelle quali è inciampato lo Sforza si nota quella nei
riguardi dei componenti la Missione militare di Vienna il cui arresto clamoroso
mise alla berlina il decoro nazionale. Il ministro si scusa dicendo di non
essere stato informato e di averlo appreso dai giornali, mentre il
provvedimento era stato decretato dal suo Ministero.
Strana condotta quella dello Sforza: invoca continuamente gli
«immortali principii» a favore della Serbia nostra acerrima nemica ma li nega
energicamente al Montenegro, amico nostro ed alleato! Certo è che lo Sforza
riscuote le lodi alla sua politica soltanto dagli stranieri nostri nemici. Egli
darà poi la colpa della sua caduta al fascismo, in realtà è colpa della sua
incapacità e della assoluta mancanza di sentimento nazionale.
Il Ministero Giolitti ottiene 34 voti di maggioranza ma si
dimette egualmente. Si dimette per la insincerità del voto: la democrazia
sociale aveva, sì, votata la fiducia, ma con riserva per via della questione
montenegrina. Il paese è ferito dalla politica di Sforza il quale, al
Quirinale, dopo il ritorno del Sovrano dalla seduta reale è stato urlato e
fischiato dai combattenti al grido di Viva la Dalmazia! Viva il Montenegro!
Abbasso il rinunciatario!. La politica sforziana non gli garantisce l'adesione incondizionata
delle destre che minacciano da un momento all'altro di dare l'attacco al
governo, mentre i popolari intendono negargli i pieni poteri per l'assetto del
bilancio. Il deficit trovato da Giolitti di 14 miliardi è ridotto, dalla sua
oculata politica, a 4. Egli vuole affrettare il pareggio, e gli occorrono pieni
poteri per la riforma della burocrazia, onde smantellare l'amministrazione da
quella immensa bardatura di guerra che pesa sul bilancio. Ma i popolari, dietro
ordine di don Sturzo fanno conoscere la loro opposizione. Giolitti rifiuta di
ricomporre il ministero e se ne torna a Cavour. Il Corriere della Sera,
sistematico ed inesorabile e non sempre sereno avversario dello statista
piemontese, questa volta ha uno spiraglio di sincerità: «Giolitti può tornare a
Cavour con soddisfazione perché considerando obiettivamente, senza esagerazione
e senza livore i grandi avvenimenti svoltisi entro l'anno del suo Governo,
valutando così gl'infausti come i lieti, tenendo conto così degli errori come
dei meriti e delle fortune avute, si deve riconoscere facilmente che il
bilancio di quest'anno si è chiuso con notevole beneficio dell'Italia ».
Giolitti, come del resto Nitti, aveva assunto il potere in
momenti veramente drammatici. Egli, elevato al governo sugli scudi di quegli
interventisti che lo avevano fucilato in effigie, seppe superare, con saggezza
veramente cavourriana ogni contrasto di politica personale per assurgere alla
visione di una grande politica nazionale. Qualcuno aveva potuto temere che Giolitti
potesse avere la tentazione di vendicarsi di costoro e della causa che essi
avevano servita. Egli capì che non conveniva né a lui né al Paese assumere
quella posizione e gli sorrise l'idea di disarmare uno per uno i suoi avversari
conquistandoli personalmente con una politica che non rinnegasse i frutti della
Vittoria, ma anzi li esaltasse. Questo inaspettato atteggiamento fu di grande
vantaggio ed all'uomo che lo assumeva ed al Paese che veniva liberato dalla più
triste lotta intestina. Nel suo ultimo discorso alla Camera egli conferma
ancora chiaramente questo suo atteggiamento e per questo i giornali di sinistra
lo accusano di aver fatto l'esaltazione del fascismo. Errore. Fra le righe del
discorso si può trovare soltanto più una giustificazione al movimento di
reazione, giustificazione ch'egli continuerà a fare per due anni successivi. I
socialisti volevano, sì, batterlo quale complice dei fascisti o almeno come
colui che aveva sciolto la Camera, ma egli cade per la politica estera, più che
per la politica interna.
(1) Il Misiano si era fatto credere condannato a morte per avere disertato. Egli disertò, è vero, ma non per un'idealità politica. Passò la frontiera a Cuneo quando seppe che gli era stata negata la nomina ad ufficiale della sussistenza dove intendeva imboscarsi. Disertò per vigliaccheria e non venne nemmeno processato. Egli non smentì mai queste accuse rivoltegli dagli anarchici. Fu processato dopo, quando era già deputato, e condannato a 10 anni di carcere dal tribunale di Bari. Espulso dalla Camera fuggì in Russia dove alcuni anni dopo venne fucilato dai bolscevichi.
(2) Nel dibattito sulla politica estera si rileva lo scambio di invettive fra gli on. Tuntar, Flor e De Gasperi. Poiché questi vanta il suo irredentismo Tuntar lo investe: «Ma se hai votato le spese militari contro l'Italia al Parlamento austriaco! ». L'on. Flor deputato trentino a sua volta rammenta all'on. De Gasperi che il Partito Popolare è venuto alla Camera italiana «a far pompa di un postumo patriottismo dopo avere in altri tempi benedetto le bandiere austriache». Risponde De Gasperi ed ammette timidamente di avere votato le spese militari contro l'Italia al parlamento viennese. Tuntar insiste ancora: «L'on. De Gasperi tenta di separare la sua responsabilità da quella del P.P. trentino di cui era l'esponente. Questo partito tenne sempre un contegno austriacante e votò lo spese militari, mentre i socialisti di qualunque nazionalità votarono sempre contro. Solo nel 1917, quando era evidente lo sfacelo dell'Impero asburghese i deputati clericali del Trentino mutarono contegno».
(3) L'art. 1 del paragr. V Il dei Trattato di Rapallo dice: « Le concessioni di carattere economico fatte dal Governo e da Enti pubblici degli Stati [Montenegro] ai quali è succeduto il Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a società o cittadini italiani, sono pienamente rispettati, obbligandosi il Governo del Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a mantenere gli impegni assunti dai Governi anteriori ». Le « società ed i cittadini italiani » erano il conte Volpi e le società da lui controllate.
Il Grassetto circa il De Gasperi è opera dello Staff. Questo è il beatificando, mille volte traditore della nostra Patria.
(1) Il Misiano si era fatto credere condannato a morte per avere disertato. Egli disertò, è vero, ma non per un'idealità politica. Passò la frontiera a Cuneo quando seppe che gli era stata negata la nomina ad ufficiale della sussistenza dove intendeva imboscarsi. Disertò per vigliaccheria e non venne nemmeno processato. Egli non smentì mai queste accuse rivoltegli dagli anarchici. Fu processato dopo, quando era già deputato, e condannato a 10 anni di carcere dal tribunale di Bari. Espulso dalla Camera fuggì in Russia dove alcuni anni dopo venne fucilato dai bolscevichi.
(2) Nel dibattito sulla politica estera si rileva lo scambio di invettive fra gli on. Tuntar, Flor e De Gasperi. Poiché questi vanta il suo irredentismo Tuntar lo investe: «Ma se hai votato le spese militari contro l'Italia al Parlamento austriaco! ». L'on. Flor deputato trentino a sua volta rammenta all'on. De Gasperi che il Partito Popolare è venuto alla Camera italiana «a far pompa di un postumo patriottismo dopo avere in altri tempi benedetto le bandiere austriache». Risponde De Gasperi ed ammette timidamente di avere votato le spese militari contro l'Italia al parlamento viennese. Tuntar insiste ancora: «L'on. De Gasperi tenta di separare la sua responsabilità da quella del P.P. trentino di cui era l'esponente. Questo partito tenne sempre un contegno austriacante e votò lo spese militari, mentre i socialisti di qualunque nazionalità votarono sempre contro. Solo nel 1917, quando era evidente lo sfacelo dell'Impero asburghese i deputati clericali del Trentino mutarono contegno».
(3) L'art. 1 del paragr. V Il dei Trattato di Rapallo dice: « Le concessioni di carattere economico fatte dal Governo e da Enti pubblici degli Stati [Montenegro] ai quali è succeduto il Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a società o cittadini italiani, sono pienamente rispettati, obbligandosi il Governo del Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a mantenere gli impegni assunti dai Governi anteriori ». Le « società ed i cittadini italiani » erano il conte Volpi e le società da lui controllate.
Il Grassetto circa il De Gasperi è opera dello Staff. Questo è il beatificando, mille volte traditore della nostra Patria.

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