NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 15 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - IX

Il disertore Misiano, eletto deputato comunista,
cacciato dalla Camera dai Fascisti 
Il «rinunciatario» Sforza accusato di proteggere gli interessi stranieri a danno dell'Italia provoca le dimissioni del ministero Giolitti.

Dallo svolgimento delle sedute si nota che un alito nuovo aleggia nel Parlamento. Mentre nella Camera precedente non era possibile nemmeno accennare alla Vittoria senza essere urlati, ora gli esponenti della guerra, i reduci, i decorati sono acclamati: tanto Paolucci che Zaniboni, applaudito questo dagli stessi socialisti. Altro segno della cambiata mentalità dei deputati dell'estrema sinistra è la poca resistenza alla espulsione dell'on. Misiano. Costui, eletto in due collegi, Napoli e Torino, per il solo fatto di essere stato disertore, viene espulso più volte dalla Camera (1).

L'estrema sinistra protesta ma non impedisce che il collega venga materialmente trascinato fuori dall'aula e buttato sulla piazza, pur essendo questo gesto stigmatizzato dalla stampa quotidiana. L'elezione è stata una aberrazione del corpo elettorale è vero, e un'offesa permanente al sentimento della Nazione, ma il Misiano, una volta eletto, deve avere il diritto di esercitare il suo mandato. Socialisti e comunisti intanto si palleggiano la responsabilità di non aver avuto il coraggio di difendere i diritti del loro collega. Tutto questo indica soprattutto che il Paese si trova in via di trasformazione ma pur sempre in una fase transitoria del che ne risente la struttura parlamentare, trasformata si, ma non ancora in grado di poter dare ad un governo una maggioranza omogenea veramente vitale.

Un grave colpo alla stabilità ministeriale è dato dal discorso Sforza di esagerato slavofilismo, ancora dopo che la Jugoslavia a Rapallo ha fatto vedere di essere riconoscente della nostra attitudine remissiva e conciliativa. Il Ministero inciampa nella politica estera dopo aver avuto speranze di vita relativamente tranquilla. Lo stesso Turati afferma, sia pure in forma indecisa. l'eventualità di una partecipazione socialista al governo, o quanto meno «una benevola attesa verso un governo possibile ed accettabile». Pur dubitando che questo orientamento possa essere seguito dall'intero suo partito, aleggiano nell'aula serie speranze sui risultati di questa dichiarazione del saggio leader dei socialisti intonate alla conciliazione tra i partiti e dette con accenti talvolta serafici. Comunque la situazione del ministero si è ormai chiarita specialmente nei riguardi della politica interna con l'approvazione all'unanimità dell'ordine del giorno Tovini accettato dal Governo: «La Camera, riaffermando essere il Parlamento l'espressione vera e maggiore della rappresentanza della sovranità popolare, fa appello a tutte le forze politiche nazionali perché rinuncino ad ogni forma di violenza e di sovrapposizione individuale o collettiva agli organi legittimi della vita civile».

Il Ministero Giolitti non può più reggersi per un complesso di circostanze ma anche per la politica estera del conte Sforza col quale esso si è dichiarato solidale (2). Il discorso di Sforza non ha accontentato nessuno, specialmente per la incapacità dimostrata dal ministro nel negoziare. A lui soprattutto viene imputata la scomparsa del Montenegro che poteva e doveva essere una nostra pedina nei Balcani, ma del Montenegro egli rifiuta di farne cenno, malgrado le violente interruzioni e gli inviti di alcuni deputati repubblicani e nazionalisti. La Camera accusa Sforza di avere sacrificato il piccolo eroico regno balcanico: alle volte è costretto a sospendere il suo discorso. Si grida da ogni parte: « Ci parli del Montenegro! ». Seguono interruzioni, urla, invettive, rumori assordanti. Mai ministro degli esteri ha avuto una tale accoglienza. Per ben 20 minuti egli non può proseguire.
Quando si leva a parlare di fronte ai suoi violenti interruttori non è il ministro degli esteri di una grande nazione, ma un accusato chiamato a scolparsi. Nessuna politica estera nostra è stata così discussa e, disapprovata tanto in Italia come all'estero.
Il discorso, riletto ancora oggi, appare sempre scialbo, prolisso, slegato, pieno di contraddizioni. Non dà una giustificazione per la consegna del Montenegro alla Jugoslavia che con il possesso delle Bocche di Cattaro diventa una minaccia permanente sul nostro fianco. E’ evidente che il povero nostro alleato è stato dallo Sforza ignobilmente trattato per intromissioni diplomatiche e affaristiche. I baratti che Sforza ha fatto nel Trattato di Rapallo appaiono senza necessità alcuna e senza alcun diritto. Il Paese in un fondo intitolato «La libertà del popolo montenegrino venduta dal ministro Sforza al conte Volpi» riporta l'articolo 1 del Paragrafo V11 del Trattato nel quale il giornale ravvisa il sacrificio degli interessi nazionali a beneficio di particolari ceti affaristici (11). Lo Sforza si preoccupa, nel Trattato, di proteggere interessi bancari, privati e non fa cenno alla conservazione del Montenegro, questione nella quale è investito l'interesse nazionale. Egli, dimenticando le dichiarazioni fatte in Senato il 14 luglio 1920 e gli impegni internazionali, a Rapallo si impegna arbitrariamente segretamente e personalmente a liquidare la questione montenegrina a favore della Jugoslavia, senza portarla avanti ad un consesso internazionale e promettendo ai delegati jugoslavi di soffocarla a vantaggio del nuovo Stato. Nega di aver ceduto Porto Barros (sobborgo di Fiume) mentre sotto la pressione dell'opinione pubblica è costretto ad ammetterne il baratto stipulato di sua iniziativa con clausola segreta.
E' dimostrato trionfalmente che nessuna potenza aveva preso impegno di dare il Montenegro in pasto alla Jugoslavia. Anzi, America, Inghilterra, Francia e Italia avevano sempre manifestato il proposito di tutelare l'integrità dello Stato di Re Nicola. Colò a picco nei retroscena della Conferenza di Parigi e Sforza non ebbe né la volontà né la capacità di difendere questo popolo eroico che rappresentava la chiave dell'Adriatico in mano nostra. Solo il Corriere della Sera, poiché è tramontata anche l'eventualità di includere il piccolo Stato in una Federazione serbocroata, seppellisce cinicamente la questione: «Agli effetti adriatici che ci possono interessare importa poco che i montenegrini siano federati o siano... schiavi» i D'Annunzio manda al coraggioso popolo un suo messaggio: « Il vecchio capestro austriaco è da ritorcere per sostituire il collare cavalleresco intorno al collo dello svergognato barattatore del popolo montenegrino. Per ogni frode e per ogni tradimento il castigo si prepara». Del sacrificio del Montenegro se ne fa eco alla Camera - assieme ad Eugenio Chiesa - anche Mussolini che accusa esplicitamente lo Sforza di baratteria, e questi non perdonerà più a Mussolini l'atroce accusa, dalla quale del resto il ministro degli esteri non seppe mai discolparsi.
Così la politica estera va declinando: la politica di Sforza è tutto un complesso di opportunismo e di interesse personale che si risolve nel sollecitare l'ambita onorificenza del Collare dell'Annunziata che lo eleva a cugino del Re. Intanto i repubblicani storici, approfittano per definire il sacrificio del Montenegro e la cessione di Porto Barros operati dallo Sforza, «un misfatto della Monarchia»; fanno un'aspra critica al «nullismo» del ministro e ricostruiscono un panoramico quadro dei disastri materiali e morali in cui ci ha condotti la sua tattica di eterno «rinunciatario» (3). Fra le infinite contraddizioni nelle quali è inciampato lo Sforza si nota quella nei riguardi dei componenti la Missione militare di Vienna il cui arresto clamoroso mise alla berlina il decoro nazionale. Il ministro si scusa dicendo di non essere stato informato e di averlo appreso dai giornali, mentre il provvedimento era stato decretato dal suo Ministero.
Strana condotta quella dello Sforza: invoca continuamente gli «immortali principii» a favore della Serbia nostra acerrima nemica ma li nega energicamente al Montenegro, amico nostro ed alleato! Certo è che lo Sforza riscuote le lodi alla sua politica soltanto dagli stranieri nostri nemici. Egli darà poi la colpa della sua caduta al fascismo, in realtà è colpa della sua incapacità e della assoluta mancanza di sentimento nazionale.
Il Ministero Giolitti ottiene 34 voti di maggioranza ma si dimette egualmente. Si dimette per la insincerità del voto: la democrazia sociale aveva, sì, votata la fiducia, ma con riserva per via della questione montenegrina. Il paese è ferito dalla politica di Sforza il quale, al Quirinale, dopo il ritorno del Sovrano dalla seduta reale è stato urlato e fischiato dai combattenti al grido di Viva la Dalmazia! Viva il Montenegro! Abbasso il rinunciatario!. La politica sforziana non gli garantisce l'adesione incondizionata delle destre che minacciano da un momento all'altro di dare l'attacco al governo, mentre i popolari intendono negargli i pieni poteri per l'assetto del bilancio. Il deficit trovato da Giolitti di 14 miliardi è ridotto, dalla sua oculata politica, a 4. Egli vuole affrettare il pareggio, e gli occorrono pieni poteri per la riforma della burocrazia, onde smantellare l'amministrazione da quella immensa bardatura di guerra che pesa sul bilancio. Ma i popolari, dietro ordine di don Sturzo fanno conoscere la loro opposizione. Giolitti rifiuta di ricomporre il ministero e se ne torna a Cavour. Il Corriere della Sera, sistematico ed inesorabile e non sempre sereno avversario dello statista piemontese, questa volta ha uno spiraglio di sincerità: «Giolitti può tornare a Cavour con soddisfazione perché considerando obiettivamente, senza esagerazione e senza livore i grandi avvenimenti svoltisi entro l'anno del suo Governo, valutando così gl'infausti come i lieti, tenendo conto così degli errori come dei meriti e delle fortune avute, si deve riconoscere facilmente che il bilancio di quest'anno si è chiuso con notevole beneficio dell'Italia ».

Giolitti, come del resto Nitti, aveva assunto il potere in momenti veramente drammatici. Egli, elevato al governo sugli scudi di quegli interventisti che lo avevano fucilato in effigie, seppe superare, con saggezza veramente cavourriana ogni contrasto di politica personale per assurgere alla visione di una grande politica nazionale. Qualcuno aveva potuto temere che Giolitti potesse avere la tentazione di vendicarsi di costoro e della causa che essi avevano servita. Egli capì che non conveniva né a lui né al Paese assumere quella posizione e gli sorrise l'idea di disarmare uno per uno i suoi avversari conquistandoli personalmente con una politica che non rinnegasse i frutti della Vittoria, ma anzi li esaltasse. Questo inaspettato atteggiamento fu di grande vantaggio ed all'uomo che lo assumeva ed al Paese che veniva liberato dalla più triste lotta intestina. Nel suo ultimo discorso alla Camera egli conferma ancora chiaramente questo suo atteggiamento e per questo i giornali di sinistra lo accusano di aver fatto l'esaltazione del fascismo. Errore. Fra le righe del discorso si può trovare soltanto più una giustificazione al movimento di reazione, giustificazione ch'egli continuerà a fare per due anni successivi. I socialisti volevano, sì, batterlo quale complice dei fascisti o almeno come colui che aveva sciolto la Camera, ma egli cade per la politica estera, più che per la politica interna.


(1) Il Misiano si era fatto credere condannato a morte per avere disertato. Egli disertò, è vero, ma non per un'idealità politica. Passò la frontiera a Cuneo quando seppe che gli era stata negata la nomina ad ufficiale della sussistenza dove intendeva imboscarsi. Disertò per vigliaccheria e non venne nemmeno processato. Egli non smentì mai queste accuse rivoltegli dagli anarchici. Fu processato dopo, quando era già deputato, e condannato a 10 anni di carcere dal tribunale di Bari. Espulso dalla Camera fuggì in Russia dove alcuni anni dopo venne fucilato dai bolscevichi.

(2) Nel dibattito sulla politica estera si rileva lo scambio di invettive fra gli on. Tuntar, Flor e De Gasperi. Poiché questi vanta il suo irredentismo Tuntar lo investe: «Ma se hai votato le spese militari contro l'Italia al Parlamento austriaco! ». L'on. Flor deputato trentino a sua volta rammenta all'on. De Gasperi che il Partito Popolare è venuto alla Camera italiana «a far pompa di un postumo patriottismo dopo avere in altri tempi benedetto le bandiere austriache». Risponde De Gasperi ed ammette timidamente di avere votato le spese militari contro l'Italia al parlamento viennese. Tuntar insiste ancora: «L'on. De Gasperi tenta di separare la sua responsabilità da quella del P.P. trentino di cui era l'esponente. Questo partito tenne sempre un contegno austriacante e votò lo spese militari, mentre i socialisti di qualunque nazionalità votarono sempre contro. Solo nel 1917, quando era evidente lo sfacelo dell'Impero asburghese i deputati clericali del Trentino mutarono contegno».



(3) L'art. 1 del paragr. V Il dei Trattato di Rapallo dice: « Le concessioni di carattere economico fatte dal Governo e da Enti pubblici degli Stati [Montenegro] ai quali è succeduto il Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a società o cittadini italiani, sono pienamente rispettati, obbligandosi il Governo del Regno dei Serbo-Croati-Sloveni a mantenere gli impegni assunti dai Governi anteriori ». Le « società ed i cittadini italiani » erano il conte Volpi e le società da lui controllate.


Il Grassetto circa  il De Gasperi è opera dello Staff. Questo è il beatificando, mille volte traditore della nostra Patria.

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