NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 22 giugno 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XI

L'ordine nuovo, giornale diretto da Gramsci
Mentre liberali e repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano fra di loro.

Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce, cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci, « il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto coi dirigenti romani al fine di «separare la loro responsabilità da quella dei dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine nazionale».

Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una rivista, L'Italia del popolo, diretta dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste, riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce, mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema sinistra al Comando dell'on. Mingrìno, «militarmente inquadrati e marcianti al passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.

Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive e privo di qualsiasi mezzo d'azione.

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