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| L'ordine nuovo, giornale diretto da Gramsci |
Mentre liberali e
repubblicani solidarizzano col fascismo, socialisti e comunisti si accapigliano
fra di loro.
Fuori dal Parlamento la vita politica dei partiti continua ad
avvelenare l'atmosfera. Al convegno fascista di Milano il Consiglio Nazionale
si dichiara solidale con Mussolini per la sua tendenzialità repubblicana. I
fasci che salgono oramai a 1500 telegrafano quasi tutti la loro adesione. Di
fronte a questo ingiusto ed ingeneroso contegno contro la Monarchia il convegno
liberale di Milano viene fuori con questa inconcepibile dichiarazione: «Non
bisogna svalutare l'opera dei fasci di combattimento poiché non sono le
pregiudiziali che contano dal momento che c'è un comune denominatore che unisce,
cioè l'amore per il Paese». E così i due movimenti politici sempre più si
affratellano ed il liberalismo delinea sin dalla costituzione in partito la sua
responsabilità nello sviluppo del fascismo.
Socialisti e comunisti continuano a dilaniarsi ritorcendosi
atroci accuse in una polemica detta dei «puri e impuri». Vi sono in palio le
organizzazioni economiche. Interessanti le accuse del sindacalista Mario
Guarnieri contro Antonio Gramsci considerato il capo degli intellettuali del
comunismo, ex redattore dell'Avanti!. Il Guarnieri conferma che «Tonino Gramsci
doveva andare al Popolo d'Italia ed era quasi deciso a partire per Milano ed a
farsi arruolare da Mussolini». E Mario Gioda del Popolo d’Italia annota che Gramsci,
« il capo dei pari non è altro che un bollato e matricolato interventista, un
impuro che per mero caso non entrò nella nostra famiglia di venduti
guerrafondai». I repubblicani continuano ad aggredire la periferia investe
sempre più violentemente la direzione del partito. Si fondano nuovi circoli in contrasto
coi dirigenti romani al fine di «separare la loro responsabilità da quella dei
dirigenti i quali, pure invocando Mazzini seguono in pratica le vie che esso
condannò». I circoli « mazziniani » mandano il loro saluto di solidarietà al
congresso fascista. Battista P. Solinas, dirigente del Partito sardo d'Azione, di
cui è primo esponente Lussu, scrive al Popolo d’ltalia: « Questo movimento che
vive e rigurgita in Sardegna è vero e puro fascismo timbrato con etichetta di
Partito sardo d'Azione per il fatto semplicissimo che il Fascismo originale non
vi è stato importato da nessuno». Ed aggiunge che il movimento sardista si identifica
col fascismo «in quanto tutti i postulati fascisti sono postulati di ordine
nazionale».
Dal Congresso di Falconara alla costituzione dei circoli
repubblicani autonomi ed alle «Avanguardie repubblicane» è messo in rilievo
come si prepari un urto fra le due anime che agitano il P.R.: quella
tradizionale, classica, italiana e mazziniana e quella moderna che oscilla fra
l'apologia del comunismo e la copiatura dei metodi fascisti. Questa crisi si
era già delineata nel congresso di Roma del 1919 con attacchi a Chiesa ed a
Comandini i quali, con Cappa, Federici, Mirabelli, Colajanni, demoralizzati
dalle tendenze bolsceviche della direzione del partito, amoreggiano col
fascismo. A Genova viene costituita l'Alleanza repubblicana composta delle
associazioni genovesi «Mazzini» e «Unione repubblicana» che pubblica una
rivista, L'Italia del popolo, diretta
dall'on. Macaggi ed ha in testa questa dichiarazione di principi: culto della
rivoluzione per la rivoluzione noi lo consideriamo, come Mazzini, pericoloso ed
immorale». Quando la Voce repubblicana chiede in un violento articolo lo
scioglimento delle squadre d'azione e Mussolini protesta, l'on. Eugenio Chiesa
manda a questi una calorosa lettera di adesione.
Il dissidio repubblicano è caratterizzato tanto dalla
personalità degli esponenti del movimento che dalla tendenza della massa degli
adepti. Questi esponenti del partito hanno nella politica e nella cultura
posizioni di rilievo, sia nel Foro che nelle cattedre Universitarie; la massa
non è molto rilevante ma aggressiva e intransigente. In Romagna, animata dalla
passione interventista che la fa scagliare contro le leghe socialiste,
riprendono le antiche lotte che passarono alla storia sotto il nome di «gialli
e rossi» preparando ai fascisti i quadri per la futura grande offensiva che ha
la sua prima impostazione, all'inizio di settembre a Forlì, nel convegno delle
Avanguardie e squadre d'azione repubblicane, assorbite poi in massima parte da
quelle fasciste. Il pernio della crisi è Cesena con la sua Consociazione
capeggiata dall'on. Ubaldo Comandìni sul quale puntano gli strali della Voce,
mentre tutta la Romagna partecipa dello stato d'animo dei repubblicani di
Cesena. Fra gli oppositori dei bolscevizzanti della direzione vi è, sempre il
vecchio Napoleone Colajanni il quale nella sua Rivista Popolare così li
investe: «Canaglie simili è difficile trovarne nei più bassi strati della
delinquenza politica e della degenerazione parlamentare: chi vuole vederne i
campioni più caratteristici deve cercarli presso la redazione della Voce
repubblicana ». Questa poi, sia nel linguaggio dei suoi redattori che nelle
vignette, cerca di superare in violenza le figure di Scalarini sull'Avanti!
Il settimanale socialista La lotta di classe di Forlì raccomanda
ai comunisti di non scendere in piazza: «La nostra guerra deve essere
l'imboscata». Compaiono qua e là gli arditi del popolo, lo squadrismo dell’estrema
sinistra al Comando dell'on. Mingrìno, «militarmente inquadrati e marcianti al
passo militarmente - come li descrive l'Ordine Nuovo - portano a spalla nodosi
randelli e vere clave di legno, grossolanamente foggiate». La lotta sulle
piazze fra i vari squadrismi, fascista-repubblicano e socialista, imperversa
ancora: oltre alla delinquenza vi è il gusto sportivo della guerriglia. Si era
tentata da Giolitti una intesa fra capi socialisti e fascisti al fine di
gettare le basi di una durevole pace che ponesse termine alla violenza e
conciliasse gli animi ma le trattative subirono impreveduti arresti.
Intanto si fatica per risolvere la crisi. Si pensa a De
Nicola, sempre incerto e dubbioso, indi si profila la possibilità di un
Ministero Orlando, che farebbe comodo ai socialisti per il dominio della
politica interna e darebbe modo a don Sturzo di realizzare un potere superiore
a quello che Giolitti gli aveva concesso. Ma dello statista siciliano sono
troppi i ricordi che danno corpo alla sua debolezza per tener testa
all'eccessivo assolutismo del prete di Caltagirone il quale vuol disporre di
portafogli e sottoportafogli, nel trattare basi programmatiche, nell'accordarsi
direttamente col Presidente del Consiglio, senza tener conto alcuno del
Direttorio del Gruppo del suo partito, ridotto a funzioni puramente consultive
e privo di qualsiasi mezzo d'azione.

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