NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 1 luglio 2013

La Monarchia e il fascismo - terzo capitolo - XIV

Le armi ai fascisti. Gasparotto vettovaglia le squadre mentre il democristiano Micheli le fa viaggiare gratis.

Riprendono con insistenza le accuse al Ministero Bonomi di fare armare dal suo ministro della guerra on. Gasparotto le squadre fasciste. Questi è anche accusato di avere fatto concedere il rancio militare e gli alloggiamenti a Roma durante il congresso nonché la concessione dei biglietti ferroviari gratuiti. Gasparotto fa smentire dalla Stefani ma la Voce repubblicana commenta e rileva che egli non smentisce il suo intervento nelle cerimonie ed alle riunioni fasciste all'Hótel des Princes durante i tumulti di Roma, quasi volesse mettere a disposizione del fascismo le forze armate della Nazione: «Sarebbe ora che questo ministro tirato su al dicastero della guerra per dimostrare ancora più a qual basso livello è ridotta l'Italia ufficiale, smettesse le sue arie buffonesche poiché la Nazione non può assistere senza reagire, ai suoi tentativi di trascinare l'Esercito ai piedi del fascismo». «Quando il processo di decomposizione vince in un organismo, questo non ha più pudore, e oggi assistiamo allo spettacolo di un ministro d'Italia, del quale non si contano più le gaffes, che tenta di portare l'esercito nell'organizzazione fascista, carezzando stolidi sogni di presidenza del consiglio e colpi di Stato militareschi».
L'Avanti! chiama Gasparotto «il più tenace difensore delle squadre armate dei fascisti perché segue la tradizione dell'on. Bonomi che, quando dirigeva il dicastero della guerra sotto Giolitti aveva voluto e saputo rendere saldi i vincoli tra il fascismo e l'esercito. Gasparotto perfeziona l'opera di Bonomi. Egli considera le squadre degli uccisori e degli sbafatori come dei veri reparti dell'esercito italiano, reparti che egli fa armare e vettovagliare ed ai quali presta - ove occorra - la direzione tecnica degli ufficiali, i camions le munizioni». Più tardi l'Avanti! ripeterà l'accusa aggravata dalla documentazione: «Cinque giorni prima della data della grande impresa, un comunicato ufficiale del segretario generale dei fasci toscani a firma Perrone, avvertiva che per una speciale concessione dell'Amministrazione ferroviaria erano stati concessi tre treni speciali partenti per Roma. Si stabiliva l'itinerario determinando le ore e le fermate obbligatorie come se si fosse trattato di un regolare dislocamento di truppa militarmente inquadrata e ufficialmente riconosciuta». Per la storia e per le responsabilità è bene rilevare che è ministro dei Lavori Pubblici, dai quali dipende l'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato, l'esponente del Partito Popolare on. Micheli.
L'accusa degli aiuti dati agli squadristi è rivolta in modo particolare all'on. Bonomi come ministro della guerra del Ministero Giolitti (1). I giornali ne sono pieni, le interruzioni e le invettive dell'estrema sinistra alla Camera su questo tema sono quasi quotidiane. Noi non vogliamo qui fare un processo a questo atteggiamento dei due ministeri, ma unicamente fare opera di rilievo storico. Del resto i fascisti sfilano per le città inquadrati ed armati e nessuno pensa né a disarmarli né a scioglierli.
Il nostro rilievo muove pertanto soprattutto, oltre che alla ricerca della verità, a stabilire le responsabilità di coloro i quali, dopo avere appoggiato il fascismo in tutte le sue manifestazioni, culturali, legislative, apologetiche, sportive e squadristiche, un giorno tenteranno invano rinnegare la loro complicità addossando ogni responsabilità alla Monarchia. La letteratura e la documentazione a conforto della nostra inchiesta ha tanta materia da riempire dei volumi.
Roberto Farinacci nella sua Storia della rivoluzione fascista rileva sovente gli atteggiamenti della forza pubblica durante le contese fra fascisti e sovversivi. Già nel novembre del 1919 (ministero Nitti) Bissolati, capo spirituale del socialismo riformista, deve parlare in un comizio elettorale con Farinacci del quale è compagno di lista. Prima della riunione, in un caffè, sono insultati e fatti segno ad una intensa sassaiuola da una schiera di leghisti rossi e stanno per essere sopraffatti: «Ma ad un tratto giungono a grande velocità due autocarri, uno pieno di fascisti, l'altro di guardie di P.S. al comando del commissario Petruccelli. Essi intuiscono il pericolo che corriamo: fermano di colpo le macchine e bastonano senza pietà». L'elezione di Bissolati fu assicurata dalla coraggiosa propaganda fascista, ostacolato com'era dalle masse a causa della sua adesione e partecipazione alla guerra. Tutti gli altri candidati del Blocco fascista, compreso Ettore Sacchi, furono soccombenti.
Afferma il Farinacci nelle sue considerazioni per il 1921: «Il fuoco dei sovversivi d'altra parte, era diretto là, dove quelli che dovevano esserne le vittime erano sempre o fascisti o carabinieri. Qual meraviglia che nelle rappresaglie di Portomaggiore dopo l'uccisione del Moretti, i Carabinieri Reali cantassero gli inni fascisti? Come si poteva esigere che gli stessi sentimenti non vibrassero in questi forti uomini ch'erano stati sempre i soldati più fedeli e disciplinati dello esercito, mentre l'esplosione dell'odio sovversivo cercava proprio nell'esercito l'oggetto della distruzione? Certo, gli eccessi dei fascisti furono molti e molto dolorosi; e noi possiamo accettare per vera anche la fosca amplificazione che delle spedizioni punitive fu fatta dai capi del partito socialista ufficiale» (p. 309 v. 11). E più avanti: «Anche il Governo, con la sua ignavia che prima era stata utile ai sovversivi o con quell'astuzia vecchia, che Giolitti si illudeva di poter applicare genialmente ai casi nuovi (opprimere la violenza dei rossi con le violenze dei fascisti), anche il governo, con i suoi stessi vizi, contribuì, almeno nei primi momenti, e contro le sue previsioni, all'esaltazione del moto fascista; come vi contribuirono istintivamente, fatta eccezione per casi particolari o per ordini formali di governo, gli agenti della forza pubblica, ch'erano stati ingiuriati e percossi e avevano visto massacrare i colleghi dall'odio plebeo e dalla nuova rabbia sovversiva per tutto questo tempo». Le cronache dei giornali di quel dopo guerra sono piene di fatti che rivelano la naturale, spontanea solidarietà fra fascisti e forza pubblica, presi entrambi di mira dalle turbe rosse ma sopratutto affluiscono a dare man forte alle squadre agenti e militari isolati spinti dall'istinto di conservazione. Nei conflitti i Carabinieri accorrono e alle volte vengono presi fra due fuochi, ma accolti da applausi dai fascisti e insultati come «belve monturate» dai Socialisti, è naturale che le loro simpatie vadano ai primi.

A Busseto i sovversivi tentano di sorprendere i fascisti nella loro sede e si inizia un combattimento «in campo aperto fra i sovversivi da una parte e i fascisti e i carabinieri dall'altra, e si conclude con tre morti e parecchi feriti». «A Cerignola in un combattimento tra sovversivi da una parte, asserragliati nella Camera del Lavoro, e fascisti e Carabinieri dall'altra, questi hanno parecchi morti e una quarantina di feriti». E così per azioni innumerevoli dal 1919 al 1922.

Nel marzo del 1921 si preannunciano le elezioni e la Critica Sociale scrive: «Giolitti ha sentito l'instabilità della situazione ministeriale, ha visto che il gruppo parlamentare socialista non si adatta ad entrare a far parte della sua maggioranza e persisteva in una recisa opposizione: è andato quindi a cercar appoggio nella destra (da cui fu sino a ieri vituperato) e l'ha conquistata lasciando mano libera alla violenza dei fascisti». Matteotti alla Camera: «In moltissime città di pieno giorno, tutti i giorni, partono camions dalle piazze centrali con nuclei armati cantando inni di violenza, di distruzione». In una mozione presentata dal socialista Lollini è detto: « ... rilevando che il governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubblicamente armate a tale scopo e le proteggono anche con l'impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del governo».

L'on. Bergamo interroga il Presidente del Consiglio «per sapere quali provvedimenti intenda prendere per garantire nella provincia di Treviso la libertà di organizzazione per tutti i partiti, minacciata dalle bande armate del Partito Popolare spalleggiato dalle autorità», mentre l'on. Trozzi rimprovera al ministero Giolitti di «sussidiare, di presidiare, di confortare la guardia bianca reclutata fra studenti in veste di arditi, armati di rivoltelle senza possedere il porto d'armi».

Durante le elezioni (maggio 1921) il sindaco di Barletta Antonio Violante ed il collega Aurelio De Tuddo inviano al ministro dell'Interno una protesta per le sopraffazioni delle squadre fasciste armate, sopraffazioni ch'essi sostengono siano organizzate dalla autorità politico-militare locale e tollerate dal governo. La protesta del De Tuddo è ripetuta all'Associazione della stampa romana. Il prof. Giuseppe Patruno, segretario del Partito Socialista Riformista, invia al suo capo partito on. Bonomi un vibrato richiamo.
L'Avanti! in un articolo di fondo del 31 maggio, accenna al fatto che i più sanguinosi scontri che si sono avuti sono quelli sotto il governo di Giolitti. Con Bonomi ministro della guerra, quando i fascisti si presentano armati di tutto punto. E' opinione comune dice il giornale, che siano stati armati dal governo.
Arturo Labriola, che è ministro di Giolitti con Bonomi, scrive sul Roma: «Egli (Bonomi) viene proprio dal circolo degli intimi di Filippo Turati, ciò che gli è valso il perdono di avere fatto organizzare il fascismo presso il ministero della guerra». Ancora in carica il 24 aprile in un discorso a Napoli il Labriola così commenta: «Sedicenti spedizioni punitive di armati che ostentano le armi vietate, su camions vietati dalla legge per futili pretesti, talora ad arte creati, si organizzano pubblicamente, scorrazzano, ricattano ogni militante...». Il Paese noto fra i più accaniti accusatori di Bonomi e di Giolitti, si domanda: «Chi fornisce camions, elmetti, bombe, pugnali, armi in genere ai violenti? D'onde essi li prelevano? Il governo deve saperlo e deve provvedere ad applicare contro chi detiene le armi e contro chi le fornisce. le sanzioni promulgate...» E l'Avanti! «La organizzazione armata del fascismo risale all'epoca in cui il Bonomi era ministro della guerra, quando incoraggiò gli ufficiali ad inquadrare le bande dei nuovi eroi» mentre Scalarini lo veste da squadrista col teschio e col manganello.
Già nel precedente Ministero Nitti l'on. Bonomi, ministro della guerra, aveva inviato ai Comandi di Corpo d'Armata una circolare a tutela della incolumità degli ufficiali nella quale fra l'altro era detto: « Oggi di fronte alle minacce di violenze l'ufficiale deve essere più guardingo e più difeso, giacché la divisa che egli indossa rappresenta l'immagine augusta della Patria che non può tollerare di essere offesa». E terminava dicendo che bisognava prendere «tutte le misure intese a garantire la sicurezza personale degli ufficiali e della truppa». (29 aprile del 1920).

Nitti nel suo libro La disgregazione dell'Europa dopo avere affermato che Bonomi «aiutò e fornì armi al fascismo», così precisa: «I Prefetti ebbero l'ordine di chiudere un occhio su tutte le violenze e il ministro Fera (ministero Giolitti) fece pressioni sui procuratori generali perché reati commessi «per fine nazionale», cioè dai fascisti, non fossero perseguiti. Al tempo stesso il ministro della guerra, l'ex socialista Bonomi, uomo onesto ma incerto e pavido sopratutto durante il periodo elettorale, lasciò armare i fascisti fornendoli di autocarri, di moschetti, ecc. ecc. e dando il permesso agli ufficiali di iscriversi ai fasci».

Questa politica di Bonomi verso il fascismo si accentua specialmente fra il dicembre 1920 e l'aprile 1921 e le accuse sono in questo periodo quotidiane e violente. Più tardi, nel marzo 1924, quando gli amori col fascismo sono rimasti disillusi, l'on Bonomi in una lettera a Guglielmo Quadrotta negherà questa circostanza, spiegando come nell'ottobre del 1920 uno dei tanti uffici dello Stato Maggiore, senza interrogare né il ministro della guerra, né il Capo di Stato Maggiore, chiedeva informazioni sui primi fasci di combattimento, con una dizione che poteva ingenerare qualche equivoco circa l'apprezzamento di quei primi fasci, allora più dannunziani che mussoliniani. «Un comandante dell'Italia Centrale - o meglio come si assodò in seguito, un suo subalterno - interpretò quella richiesta di informazioni come una adesione, e stillò e divulgò una circolare laudativa dei fasci, dirigendola ai comandi militari dipendenti e ai tre prefetti della regione».

L’on. Bonomi continua spiegando come egli - informato della cosa - sia intervenuto e, con circolare a firma del generale Badoglio allora Capo di Stato Maggiore, avesse richiamato i Comandi militari facendo rilevare il grave errore in cui taluno di essi era caduto. Ma i giornali insistono ed obbiettano: 1) che proprio nel periodo in cui egli era ministro della guerra le squadre fasciste depredarono allegramente i magazzeni militari comparendo per le strade d'Italia completamente armate ed equipaggiate con moschetti, elmetti, munizioni e buffetterie al completo: 2) che egli pronunciò in parlamento, nel momento più aspro della guerra civile, parole che diedero animo e forza e ardore alla sanguinosa offensiva fascista.

In questo discorso (6 dicembre 1921) Bonomi si difende dalle accuse di avere tollerato il congresso ed il corteo fascista del novembre, di avere concesso treni speciali, di avere lasciato circolare i fascisti armati, di avere dato alloggio ai congressisti nelle caserme. Interrompe daII’Estrema l'on. Cavina: «Parlateci della circolare emanata da voi quando eravate ministro della guerra, che autorizza l'armamento dei fascisti» - Bonomi: «Non è vero!» - Cavina e altri. «E' verissimo e non potete smentirlo!» Bonomi continua giustificando il movimento fascista come reazione alle violenze socialiste: «Fu allora che la divisa del soldato italiano, la divisa che sul Carso e sulle Alpi rappresentò l'immagine della Patria e si coprì di valore, venne oltraggiata e dileggiata nelle vie e nelle piazze. Fu allora che sorse questa reazione antirivoluzionaria».

E' di questo periodo il rimprovero di Romita: «Bonomi, altro pioniere del fascismo che favorì in tutti i modi e che del fascismo fu vittima, altro fascista che armò il fascismo e dal fascismo fu schiacciato». L'onorevole Turati alla Camera (24 giugno 1921) nel discorso per la risposta a quello della Corona invoca: «Disarmiamo davvero da ambo le parti, dimenticando che, da parte nostra... c'è ben poco da disarmare». Egli dice questo metaforicamente, ma la sospensiva vuole alludere alle armi materiali. E mentre enumera gli articoli del Codice Penale che il governo continua a non applicare, dice: «E non ricordo la omessa denuncia di armi ed esplodenti, l'omessa consegna dei medesimi, prevista dal decreto 3 agosto 1919 ».
Il gruppo parlamentare socialista emana un comunicato col quale decide di opporsi con tutte le forze al Ministero Giolitti, e fra l'altro dice: «... udite le dichiarazioni della direzione del partito, ispirandosi al mirabile esempio offerto dal proletariato socialista nel resistere all'assalto violento ed illegale dei gruppi armati, incoraggiati e spalleggiati secondo i casi, dalla forza dello Stato; delibera in particolare di opporsi con tutte le forze al ministero Giolitti».

Il generale Roberto Bencivenga, in un articolo: «L'Esercito e le fazioni» scrive sul Paese: «Cosicché, per un motivo e per l'altro l'esercito non rimase, come avrebbe dovuto, estraneo alle questioni di parte. E prese partito, specie con i suoi giovani ufficiali, per quella fazione che più alto diceva o si vantava di porre l’idea della Patria». La Voce repubblicana in una critica al ministero Bonomi, parlando del suo titolare così lo descrive: «Egli, da ministro della guerra nel gabinetto Giolitti è stato l'armatore delle bande fasciste: questa accusa, apparsa come un pettegolezzo di Montecitorio, è stata fatta propalare dall’on. Corradini il quale aveva interesse a scagionarsi delle    accuse lui rivolte. Naturalmente Corradini pretendeva spogliare la politica interna della complicità  volontaria e necessaria col fascismo mettendo in evidenza le responsabilità del ministro della guerra il quale aveva potuto e saputo armare di sotto mano le bande fasciste, che in nessun altro modo avrebbero potuto armarsi. Ma Corradini rigettando su Bonomi la responsabilità dell'armamento non poteva escludere che dell'organismo armato da Bonomi, Giolitti e Corradini si erano valsi come efficace strumento di politica interna».

Nelle accuse per l'armamento dello squadrismo i giornali di sinistra volgono sopratutto le loro contumelie ed i loro strali a Giolitti ed a Bonomi ma chiamano sovente responsabili anche Benedetto Croce e Sforza, Fera e Rodinò. Micheli e Gasparotto, quali esponenti influenti di partiti e membri responsabili di governi che l'Avanti! definisce «briganteschi, turpi ed infami composti di assassini e di frodolenti, disonore di un paese libero». A queste accuse nessuno protesta, nessuno interviene a rettificare, nessuno nega. Solo venticinque anni più tardi, volte le sorti del fascismo alla catastrofe, fioccheranno le smentite.
Se fosse arriso il trionfo, quale gara per farsi un merito di avere dato consigli e dottrina al nuovo movimento ed armi e munizioni allo squadrismo, di avere insomma salvato la Patria dalle orde bolsceviche! D'altronde su questo increscioso argomento i bonomiani accusano Giolitti ed a loro volta i seguaci di questo - mentre fanno rilevare l'atteggiamento di prudenza del vecchio Presidente piemontese - rigettano ogni responsabilità su Bonomi al quale rimproverano la circolare ai Comandi militari e le sue aperte adesioni al fascismo. Responsabilità che estendono agli on. Rodinò e Gasparotto ministri della Guerra rispettivamente di Giolitti e di Bonomi. Noi abbiamo registrato imparzialmente le accuse venute da ogni parte, anche se esse dovessero avere un valore puramente polemico.

(1)Bonomi fu alla Guerra nel ministero Giolitti dall'avvento di questo il 5 giugno 1920 al 2 aprile 1921, poi passò al Tesoro e gli successe il popolare Rodinò. Il ministero Giolitti cadde il 4 luglio e gli successe Bonomi che durava in carica fino al 26 febbraio 1922 per lasciare il posto a Facta.


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