Il Giornale d’Italia, in un
articolo «Il prete intrigante e nefasto» così commenta: «Bisogna risalire alla
radice del presente marasma politico, la quale sta esattamente nello
snaturamento dell'istituto parlamentare dovuto all'atteggiamento
sostanzialmente anticostituzionale del gruppo popolare o, più esattamente, di
don Sturzo, che pretende di nominare i ministri e i sottosegretari e nega ogni
libertà d'azione all'incaricato di formare il ministero. La invadenza del
gruppo popolare, la sua oramai cronica mancanza di riguardo verso gli altri
gruppi della maggioranza, ruppe l'equilibrio della coalizione che aveva dato
vita al gabinetto Bonomi, e ne affrettò la fine. Il Ministero si logorò colle
gravissime difficoltà di questa aspra ora italiana e coi complessi problemi che
invano cercò di risolvere, onde già da tempo esso era fatto segno a critiche
per la sua scarsa fattività e per la sua debole e ondeggiante condotta; ma il
fattore determinante della crisi noi crediamo si trovi soprattutto nel
prepotere del gruppo popolare che, dopo essersi accaparrato tre fra i più
importanti portafogli, sottopose il ministero all'assiduo tormento delle sue
pretese e all'ersasperante controllo di don Sturzo ». La Voce repubblicana
richiama quanto aveva scritto in un articolo su «Don Sturzo arbitro dei destini
d'Italia» all'avvento di Bonomi: «Don Luigi detto volgarmente l'anticristo del
guelfismo, in un momento di rinascita clerico-liberale »... « da prima pone il
veto, in un secondo tempo il mezzo veto, poi un terzo veto, quindi si concreta
una formula di intesa a due, e, in ultimo, dopo il colloquio storico fra l'uomo
del collare e don Luigi, veniva il consenso dei centosei pretoriani che in
breve si mutava in una dedizione completa. La bestia nera, in omaggio alla
concessione di parecchi portafogli, diventava l'idolo verso cui si appuntano
gli sguardi dei clerico-popolari che anelano abbracci di quelle sgualdrine
delle sinistre consumate dalla febbre della simonia». Più chiara, più
esplicita, più convincente analisi dello stile ricattatorio dei popolari
democristiani non si può immaginare.
Soltanto con una coalizione di
destra o con una di sinistra si potrà avere un ministero parlamentarmente
stabile, ma né l'una né l'altra è resa possibile dal «veto». Ed il duello
Giolitti don Sturzo si fa sempre più serrato. Giornali liberali e popolari si accapigliano
per la condotta di costui. Egli insiste, irremovibile, nel divieto a causa del
progetto di legge sulla nominatività dei titoli, la quale, abbinata con quella
che disciplina i diritti del fisco sulle trasmissioni ereditarie fra persone
non legate da alcun vincolo di sangue, come sono i membri delle comunità
religiose, porterebbe, nel giro di un paio di generazioni, all'incameramento di
quasi tutte le proprietà ecclesiastiche. Bonomi aveva ritirata la legge,
evidentemente d'intesa con don Sturzo, ma questi sapeva che Giolitti non l'avrebbe
certamente fatto.
Eppure quella legge rimproverata
all'on. Giolitti era stata a suo tempo approvata dai popolari all'unanimità e
difesa alla Camera dal sottosegretario alle finanze on. Bertone di parte popolare,
ora promosso ministro col beneplacito del suo partito. Ma altre ragioni
suscitano il rancore del giovane prete per Giolitti e per queste ragioni
sopratutto vuol tenerlo lontano dal governo: egli teme l'energia del vecchio
Presidente, conosce il suo attaccamento allo Stato liberale perché lo sa devoto
al Re e alla Monarchia. E infatti è proprio dalle fucine del tribuno siciliano
che sono partiti gli attacchi alla Corona suscitando la reazione dei gruppi
nazionali, i quali temono che don Sturzo ripetendo il giuoco fatto con l'on.
Bonomi possa porre in soggezione l'incaricato della Corona rendendogli
impossibile la composizione di un ministero.
La crisii prolunga e pare che il
Re, vista la impossibilità di una soluzione pensi a rivolgersi al Senato.
Il Giornale d'Italia protesta
contro i popolari e si appella agli altri partiti interessati a non subire passivamente
le prepotenze altrui invitandoli a difendersi con qualche atto di ribellione: «
La remissività di fronte all'altrui prepotenza non sarebbe neanche cristiana,
dal momento che un prete in sottana fa sfoggio di un orgoglio che uno scrittore
religioso non potrebbe non chiamare satanico».
Il giornale pubblica anche una
intervista dell'avv. Francesco Carbone, sindaco di Caltagirone nella quale
questi dopo avere narrato le vicende del suo comune e le conseguenze degli
intrighi di don Sturzo nell'amministrazione locale, dice testualmente: « Che importa
tutto ciò all'ambizioso e prepotente abate siciliano? Egli predilige gli amici
più servili, non i più degni: e la indicazione di certi ministri di parte
popolare dimostrano questa sua tendenza » (1).
La crisi essendo extra
parlamentare, è quindi naturalmente designato alla successione l'on. De Nicola
presidente della Camera, indicato anche dall'on. Giolitti. A suo favore
militano, oltre l'alta carica tenuta, le simpatie apertamente e a più riprese
confessate dei socialisti. E così si profilano due tendenze: un ministero di
pura sinistra con De Nicola candidato dei socialisti e dei popolari sostenuto
dalla democrazia di Nitti, od un ministero di coalizione; egli è considerato
l'unico che possa costituire una vasta maggioranza e quindi un governo vitale.
Ma l'adesione dei popolari è sempre subordinata al veto posto a Giolitti da don
Sturzo, e De Nicola vista la impossibilità di sanare il dissidio si vede
costretto a restituire il mandato. E così deve arrendersi per le stesse ragioni
l'on. Orlando il quale non può impegnarsi per la rappresentanza proporzionale
applicata «a diritto e a rovescio» essendo egli favorevole al collegio
uninominale. Anche la Tribuna nel fallito tentativo di De Nicola a costituire
sia un ministero di sinistra che uno di coalizione vede la responsabilità dei
popolari che, dopo avere introdotto criteri proporzionali nella formazione del
Ministero Bonomi, avanzano ulteriori pretese. Così il veto di don Sturzo contro
Giolitti impedisce la formazione di un governo di coalizione che potrebbe anche
essere la via della pacificazione tra i partiti.
Il paese ha perduto la fiducia nel
Parlamento, sia per le intemperanze dei rossi che per il mancato funzionamento
causato dagli intrighi sturziani. A Bologna gruppi di cittadini si recano sotto
le finestre del Comando dei Corpo d'Armata a gridare: «Vogliamo la dittatura!
Abbasso il Parlamento!» E così per le vie di Roma, registra lo stesso Avanti!,
si ripetono le stesse dimostrazioni con le medesime grida di evviva e abbasso.
Si è già formato, nel popolo italiano, nella massa nei ceti medi, nella
borghesia, quello stato di animo che farà loro accettare come estrema salvezza
la dittatura di domani. Le azioni fasciste si fanno sempre più violente,
vengono prese d'assalto le prefetture, ai irrompe nelle aule giudiziarie a
chiedere l'assoluzione di squadristi o la condanna di leghisti, e ciò fa dire
allo stesso Resto del Carlino, organo degli agrari dell'Emilia: «I fascisti,
che hanno iniziato il loro movimento con una campagna violenta contro l'illegalità,
eretta a sistema, dei socialisti, non possono oggi senza grave pericolo urtare
contro il baluardo stesso della legalità Gli sdegni e le proteste devono essere
contenuti dentro i limiti di quest'ultima e ispirarsi alla difesa e al rispetto
incondizionato della legge, non alla sua svalutazione.
E' certo che la proporzionale ha
dato alla Camera una composizione tale da rendere difficile o impossibile il
suo funzionamento senza alleanze e contatti che possano essere ibridi e
repugnanti, ed è certo che l'invadenza dei popolari non è fatta per attirare le
aderenze e le simpatie. Tutti i tentativi di De Nicola e di Orlando falliscono
per la troppo rigida applicazione del sistema proporzionale imposta dai
popolari. L'on. Orlando così chiarisce la situazione: «Una volta si rivendicava
l'assoluta libertà dell'uomo incaricato di formare il governo a scegliersi,
dopo i tradizionali affiatamenti, i suoi collaboratori». I popolari gli
dichiarano che non possono rinunciare al diritto di indicare i propri uomini.
Questa deliberazione induce Orlando a declinare il mandato non essendo
possibile in queste condizioni costituire un governo duraturo e fattivo.
(1)
Filippo Meda, capo spirituale dei cattolici alla
Camera, così scrive nel suo volume: Il socialismo politico in Italia a proposito
del veto: « Si determinò una inopportuna ostilità dei popolari che
rimproveravano a Giolitti specialmente la politica finanziaria... che essi dal
giugno 1920 al giugno 1921 avevano approvata e difesa, ben comprendendone
allora la portata politica ».

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