NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 22 luglio 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - II

De Gasperi con Sturzo
Invadenza popolare e prepotenza di don Sturzo.

Il Giornale d’Italia, in un articolo «Il prete intrigante e nefasto» così commenta: «Bisogna risalire alla radice del presente marasma politico, la quale sta esattamente nello snaturamento dell'istituto parlamentare dovuto all'atteggiamento sostanzialmente anticostituzionale del gruppo popolare o, più esattamente, di don Sturzo, che pretende di nominare i ministri e i sottosegretari e nega ogni libertà d'azione all'incaricato di formare il ministero. La invadenza del gruppo popolare, la sua oramai cronica mancanza di riguardo verso gli altri gruppi della maggioranza, ruppe l'equilibrio della coalizione che aveva dato vita al gabinetto Bonomi, e ne affrettò la fine. Il Ministero si logorò colle gravissime difficoltà di questa aspra ora italiana e coi complessi problemi che invano cercò di risolvere, onde già da tempo esso era fatto segno a critiche per la sua scarsa fattività e per la sua debole e ondeggiante condotta; ma il fattore determinante della crisi noi crediamo si trovi soprattutto nel prepotere del gruppo popolare che, dopo essersi accaparrato tre fra i più importanti portafogli, sottopose il ministero all'assiduo tormento delle sue pretese e all'ersasperante controllo di don Sturzo ». La Voce repubblicana richiama quanto aveva scritto in un articolo su «Don Sturzo arbitro dei destini d'Italia» all'avvento di Bonomi: «Don Luigi detto volgarmente l'anticristo del guelfismo, in un momento di rinascita clerico-liberale »... « da prima pone il veto, in un secondo tempo il mezzo veto, poi un terzo veto, quindi si concreta una formula di intesa a due, e, in ultimo, dopo il colloquio storico fra l'uomo del collare e don Luigi, veniva il consenso dei centosei pretoriani che in breve si mutava in una dedizione completa. La bestia nera, in omaggio alla concessione di parecchi portafogli, diventava l'idolo verso cui si appuntano gli sguardi dei clerico-popolari che anelano abbracci di quelle sgualdrine delle sinistre consumate dalla febbre della simonia». Più chiara, più esplicita, più convincente analisi dello stile ricattatorio dei popolari democristiani non si può immaginare.
Soltanto con una coalizione di destra o con una di sinistra si potrà avere un ministero parlamentarmente stabile, ma né l'una né l'altra è resa possibile dal «veto». Ed il duello Giolitti don Sturzo si fa sempre più serrato. Giornali liberali e popolari si accapigliano per la condotta di costui. Egli insiste, irremovibile, nel divieto a causa del progetto di legge sulla nominatività dei titoli, la quale, abbinata con quella che disciplina i diritti del fisco sulle trasmissioni ereditarie fra persone non legate da alcun vincolo di sangue, come sono i membri delle comunità religiose, porterebbe, nel giro di un paio di generazioni, all'incameramento di quasi tutte le proprietà ecclesiastiche. Bonomi aveva ritirata la legge, evidentemente d'intesa con don Sturzo, ma questi sapeva che Giolitti non l'avrebbe certamente fatto.
Eppure quella legge rimproverata all'on. Giolitti era stata a suo tempo approvata dai popolari all'unanimità e difesa alla Camera dal sottosegretario alle finanze on. Bertone di parte popolare, ora promosso ministro col beneplacito del suo partito. Ma altre ragioni suscitano il rancore del giovane prete per Giolitti e per queste ragioni sopratutto vuol tenerlo lontano dal governo: egli teme l'energia del vecchio Presidente, conosce il suo attaccamento allo Stato liberale perché lo sa devoto al Re e alla Monarchia. E infatti è proprio dalle fucine del tribuno siciliano che sono partiti gli attacchi alla Corona suscitando la reazione dei gruppi nazionali, i quali temono che don Sturzo ripetendo il giuoco fatto con l'on. Bonomi possa porre in soggezione l'incaricato della Corona rendendogli impossibile la composizione di un ministero.
La crisii prolunga e pare che il Re, vista la impossibilità di una soluzione pensi a rivolgersi al Senato.
Il Giornale d'Italia protesta contro i popolari e si appella agli altri partiti interessati a non subire passivamente le prepotenze altrui invitandoli a difendersi con qualche atto di ribellione: « La remissività di fronte all'altrui prepotenza non sarebbe neanche cristiana, dal momento che un prete in sottana fa sfoggio di un orgoglio che uno scrittore religioso non potrebbe non chiamare satanico».
Il giornale pubblica anche una intervista dell'avv. Francesco Carbone, sindaco di Caltagirone nella quale questi dopo avere narrato le vicende del suo comune e le conseguenze degli intrighi di don Sturzo nell'amministrazione locale, dice testualmente: « Che importa tutto ciò all'ambizioso e prepotente abate siciliano? Egli predilige gli amici più servili, non i più degni: e la indicazione di certi ministri di parte popolare dimostrano questa sua tendenza » (1).

La crisi essendo extra parlamentare, è quindi naturalmente designato alla successione l'on. De Nicola presidente della Camera, indicato anche dall'on. Giolitti. A suo favore militano, oltre l'alta carica tenuta, le simpatie apertamente e a più riprese confessate dei socialisti. E così si profilano due tendenze: un ministero di pura sinistra con De Nicola candidato dei socialisti e dei popolari sostenuto dalla democrazia di Nitti, od un ministero di coalizione; egli è considerato l'unico che possa costituire una vasta maggioranza e quindi un governo vitale. Ma l'adesione dei popolari è sempre subordinata al veto posto a Giolitti da don Sturzo, e De Nicola vista la impossibilità di sanare il dissidio si vede costretto a restituire il mandato. E così deve arrendersi per le stesse ragioni l'on. Orlando il quale non può impegnarsi per la rappresentanza proporzionale applicata «a diritto e a rovescio» essendo egli favorevole al collegio uninominale. Anche la Tribuna nel fallito tentativo di De Nicola a costituire sia un ministero di sinistra che uno di coalizione vede la responsabilità dei popolari che, dopo avere introdotto criteri proporzionali nella formazione del Ministero Bonomi, avanzano ulteriori pretese. Così il veto di don Sturzo contro Giolitti impedisce la formazione di un governo di coalizione che potrebbe anche essere la via della pacificazione tra i partiti.
Il paese ha perduto la fiducia nel Parlamento, sia per le intemperanze dei rossi che per il mancato funzionamento causato dagli intrighi sturziani. A Bologna gruppi di cittadini si recano sotto le finestre del Comando dei Corpo d'Armata a gridare: «Vogliamo la dittatura! Abbasso il Parlamento!» E così per le vie di Roma, registra lo stesso Avanti!, si ripetono le stesse dimostrazioni con le medesime grida di evviva e abbasso. Si è già formato, nel popolo italiano, nella massa nei ceti medi, nella borghesia, quello stato di animo che farà loro accettare come estrema salvezza la dittatura di domani. Le azioni fasciste si fanno sempre più violente, vengono prese d'assalto le prefetture, ai irrompe nelle aule giudiziarie a chiedere l'assoluzione di squadristi o la condanna di leghisti, e ciò fa dire allo stesso Resto del Carlino, organo degli agrari dell'Emilia: «I fascisti, che hanno iniziato il loro movimento con una campagna violenta contro l'illegalità, eretta a sistema, dei socialisti, non possono oggi senza grave pericolo urtare contro il baluardo stesso della legalità Gli sdegni e le proteste devono essere contenuti dentro i limiti di quest'ultima e ispirarsi alla difesa e al rispetto incondizionato della legge, non alla sua svalutazione.
E' certo che la proporzionale ha dato alla Camera una composizione tale da rendere difficile o impossibile il suo funzionamento senza alleanze e contatti che possano essere ibridi e repugnanti, ed è certo che l'invadenza dei popolari non è fatta per attirare le aderenze e le simpatie. Tutti i tentativi di De Nicola e di Orlando falliscono per la troppo rigida applicazione del sistema proporzionale imposta dai popolari. L'on. Orlando così chiarisce la situazione: «Una volta si rivendicava l'assoluta libertà dell'uomo incaricato di formare il governo a scegliersi, dopo i tradizionali affiatamenti, i suoi collaboratori». I popolari gli dichiarano che non possono rinunciare al diritto di indicare i propri uomini. Questa deliberazione induce Orlando a declinare il mandato non essendo possibile in queste condizioni costituire un governo duraturo e fattivo.

(1)         Filippo Meda, capo spirituale dei cattolici alla Camera, così scrive nel suo volume: Il socialismo politico in Italia a proposito del veto: « Si determinò una inopportuna ostilità dei popolari che rimproveravano a Giolitti specialmente la politica finanziaria... che essi dal giugno 1920 al giugno 1921 avevano approvata e difesa, ben comprendendone allora la portata politica ».

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