Il veto di don Sturzo impedisce la
formazione di un governo di coalizione e di pacificazione e spiana la via al
fascismo.
Dopo la rinuncia dell'on. Orlando
il Re respinge le dimissioni di Bonomi e lo invita a presentarsi alla Camera
onde fare le dichiarazioni sulla sua politica e sull'opera svolta dal suo
ministero. Ma la Camera il 17 febbraio, dopo aspre critiche al mancato funzionamento
del governo a causa della proporzionale, gli nega la fiducia con 295 voti
contrari e 127 favorevoli. Questo risultato è una segnalazione alla tendenza
collaborazionista, un voto che definisce sempre più le divisioni fra le varie
tendenze del partito socialista. E' un voto che rompe la sua compagine nella
sua espressione nettamente negativa.
Il Ministero si dimette e siamo
un'altra volta in crisi. Tramonta subito un grande ministero Giolitti e Orlando
- De Nicola: declina l'incarico Giolitti, poi De Nicola e quindi Orlando. Si
ritorna all'eventualità del grande ministero di concentrazione che potrebbe
raccogliere le adesioni tanto delle destre come delle sinistre, e per un certo
momento le possibilità si fanno strada. Il Re dopo alcuni giorni di laboriosi
alti e bassi e di alternative di ogni genere, manda a chiamare Giolitti e si ritiene
che gli abbia dato l'incarico di comporre il ministero, ma ecco che
sopraggiunge il voto unanime del gruppo parlamentare popolare il quale «riafferma
le dichiarazioni programmatiche fatte alla Camera dall’ on. Gronchi e De
Gasperi e rinnova alla Commissione direttiva il pieno mandato di fiducia
attendendosi che non defletta dalla linea di condotta seguita sino dall'inizio
della crisi in pieno accordo col gruppo ».
Le dichiarazioni dei due deputati
popolari si riferivano al fatto che il partito si sarebbe risolutamente opposto
al ritorno al governo di quella frazione della Camera che aveva procurato la
caduta del Ministero. Gronchi e De Gasperi, ligi agli ordini di don Sturzo
rompono così la norma costituzionale che chi ne provoca la caduta è designato
alla successione. Intanto lunghi colloqui hanno luogo in casa Giolitti, con
Orlando e De Nicola. I tre parlamentari preoccupati della situazione decidono
di tentare ancora di giungere alla pacificazione nazionale con una reciproca
collaborazione formando un grande Ministero di Coalizione. Giolitti recatosi
dal Re deve avere esposto questo progetto, e così si spiega il caso nuovissimo
della convocazione simultanea di due parlamentari a consulto dalla Corona: De
Nicola ed Orlando. Questi sono del parere che i socialisti non defletteranno
dalla loro ostilità contro Giolitti e che il nuovo governo potrebbe reggere
soltanto a condizione di avere l'appoggio dei democristiani. Ma don Sturzo persiste
nel suo veto e così tramonta anche l'ultimo progetto di un grande Ministero di
Coalizione avente come base del programma la pacificazione degli animi che la
Camera aveva votato con reale unanimità. Oramai si è costituita la partitocrazia
che porterà alla impossibilità del funzionamento della Camera.
Contro l'ultimo tentativo insiste
don Sturzo il quale sul Corriere d'Italia scrive: « ... illogico ci è sembrato
ieri il progettato Governo di concentrazione imperniato sui grandi nomi e più
illogico volerlo far capeggiare dall'on. Giolitti; questo sarebbe un
controsenso». Don Sturzo rinfaccia a Giolitti le violenze elettorali ed i
provvedimenti finanziari, ma dimentica che del ministero Giolitti facevano
parte i popolari! Questi cercano in tutti i modi di costituirsi un alibi alla
loro politica del doppio giuoco e del sistematico ricatto, e si aggrappano ai
più assurdi e contraddittori atteggiamenti al fine di esimersi da certe
responsabilità gettando errori propri sulle spalle altrui. Vi è infatti una
loro improvvisa levata di scudi contro i fascisti che provoca un violento
commento dell'Avanti!: «I popolari scontano i due anni della loro non nascosta
simpatia pel fascismo e le strette di mano che i loro Cappa e i loro Martire
hanno elargito agli oratori fascisti alla Camera ogni volta che costoro
esaltavano la santa azione violenta e la sua missione in Italia. E scontano
sopra tutto i voti di fiducia che essi hanno accordato ai ministeri che hanno
alimentato e sorretto il fascismo e le approvazioni loro ai discorsetti
questurineschi di Camillo Corradini ogni volta che costui trovava modo di
giustificare gli assassini e gli incendi delle bande fasciste ».
In questa triste e tragica
situazione, il Re deve nascondere tutta la sua angosciosa sofferenza. Egli è il
più preoccupato della lotta faziosa che insanguina le strade e le piazze
d'Italia e guarda a questo ministero della pacificazione come a un'ancora di
salvezza. Fa un ultimo tentativo e richiama ancora una volta Giolitti, ma
questi deve suo malgrado declinare l'invito. Don Sturzo ha vinto sulla Corona e
ha dato scacco al Re. La faziosità democristiana ha sconfitto la saggezza e
l'equilibrio pacificatore del Sovrano, venendo a turbare quella linea di
condotta che si era imposta dopo la morte del Padre. Umberto I aveva sempre
difeso le prerogative concesse alla Corona dallo Statuto, cioè la facoltà di
nominare i ministri ma Re Vittorio Emanuele III aveva rivolto le soluzioni
delle crisi attenendosi scrupolosamente alle designazioni della maggioranza.
Don Sturzo, ponendo il veto a
Giolitti sottrae la Corona persino a questo squisito senso democratico del Re
che viene a trovarsi nella impossibilità di creare un governo poggiante sulla
maggioranza, costretto a rinunciare al Ministero Giolitti, malgrado questi
abbia le designazioni dei gruppi autorevoli e numerosi della Camera. Don Sturzo
si sostituisce alla Corona ed alla maggioranza. Evidentemente il prete
intrigante ed invadente pone la sua candidatura alla dittatura personale.
Pertanto la condotta dei popolari da lui guidati ha deviato la storia d'Italia
gettando il paese sopra una strada che porterà al trionfo del fascismo prima, e
poi alla catastrofe. La tragedia della nostra decadenza nasce qui: dal cinico
livore di don Sturzo e dei popolari contro il liberalismo soprattutto perché
questo era l'alfiere della Gloria risorgimentale e difensore della Monarchia.
Le difficoltà della crisi e gli
atteggiamenti dei democristiani danno buon giuoco all'Avanti! che scrive: « Il
mondo borghese è tutto un vasto caos, nel quale la classe dominante governa
attraverso difficoltà che s'accrescono di giorno in giorno, sempre più. Non vi
è Stato capitalista - grande o piccolo - che non soffra di questa crisi di
governo e nel quale tutti i partiti borghesi non siano - come in Italia -
costretti ad andare tastoni, alla cieca, in cerca di uno sbocco, di una via di
uscita che non si trova, perché non ha una via d'uscita, fuorché quella della
rivoluzione, il tremendo sconvolgimento che la conflagrazione internazionale ha
creato tra i popoli». E più tardi commenta: « Non è tutto oro quel che riluce
nel campo popolare: i giolittiani, furenti, ricordano ai popolari il governo in
comune, d'amore e d'accordo; il governo in comune di tutte le violenze, di
tutte le sopraffazioni, delle spedizioni punitive, degli smaccati brigantaggi
».
Il Resto del Carlino a sua volta fa
della strana situazione questa severa diagnosi: «L'ostilità dei popolari contro
l'on. Giolitti ha raggiunto forme di incredibile parossismo: essi si sono
mostrati disposti a gettare a mare persino l'on. De Nicola in quanto questi
poteva partecipare a un Ministero Giolitti, quell'on. De Nicola che è sempre
stato ed è il loro uomo di fiducia. E' lecito chiedersi che cosa i popolari
vogliano, quale scopo perseguano con questo scatenamento di «antipersonalismi »
non meno ripugnanti dei «personalismi». E perché giocano ipocritamente sulla
parola «veto» sostenendo che si tratta di una antitesi di orientamenti programmatici?
Non basta gridare in tutti i modi sonore parole, bisogna concentrarle in
concetti positivi. Ma come possono essi far ciò essi che hanno fervorosamente
partecipato al Ministero Giolitti, che hanno condotto le ultime elezioni
politiche con due loro ministri? Affermano tuttavia di non volere avere più
nulla da spartire con chi «reca con sé il ricordo di leggi economiche che hanno
rovinato l'economia nazionale»! Come se ai provvedimenti finanziari dell'on.
Giolitti i popolari non avessero consentito, nella loro qualità di elementi di
governo! Questa si chiama, dobbiamo ripeterlo, slealtà politica».
La Tribuna vede nel veto a Giolitti
una sfida contro l'intero Partito Liberale, elemento di equilibrio nella vita
politica italiana. Il giornale, amico del Presidente, conferma essere ispirato
il veto da motivi personali: «E' verissimo che l'on. Giolitti ricevette
ripetutamente don Sturzo e si intrattenne con lui di vari problemi, assai
cortesemente come egli usa fare e aveva il dovere di fare come Presidente del
Consiglio, per qualunque persona che rappresentasse forze reali e legittime
aspirazioni del Paese. Ma quando don Sturzo, non rendendosi conto dei limiti,
pretese di ridiscutere con l'on. Giolitti i problemi trattati nel Consiglio dei
Ministri, l'on. Giolitti con la sua incrollabile fermezza, gli fece comprendere
chiaramente che quella era materia gelosamente riservata al governo, nel quale
collaboravano con la maggiore reciproca lealtà e cordialità anche i
rappresentanti del Partito Popolare ».
Il Giornale d'Italia constatando
gli appetiti sempre crescenti dei popolari trova che «il modo fazioso con cui
essi concepiscono la funzione politica, finirà per rivoltare la coscienza del
popolo italiano»; deplora questo contegno e si preoccupa del dannoso effetto
che dal veto può derivare, avendo così essi acquistata la convinzione che sia
loro lecito silurare il più autorevole uomo della democrazia, precludendo la
via agli accordi con altri uomini della democrazia stessa.
I popolari fanno smentire dai loro
giornali il veto ma lo mantengono nelle trattative e nelle congiure di
corridoio montecitoriali, dimenticando che lo stesso don Sturzo si è
chiaramente espresso sul Corriere d'Italia contro l'avvento di Giolitti. Qualche
giornale fa carico alla Santa Sede di ispirare questa politica di invadenza e
l'Osservatore Romano protesta per assicurare la neutralità del Vaticano nelle
faccende politiche del Paese, ma il Giornale d'Italia osserva che «il proposito
della Santa Sede di rimanere completamente estranea alle questioni di politica
italiana, sia interna che estera, come ad ogni partito di qualsiasi colore,
contrasta troppo apertamente con il contegno del suo Segretario di Stato verso
l'uomo più eminente della democrazia italiana». Intanto don Sturzo si fa
intervistare, parla di fratellanza cristiana e smentisce che il P.P. sia un
partito religioso e confessionale. Il Corriere della Sera dopo aver detto delle
mille ragioni che esso ha avuto per ribellarsi all'invadenza sturziana, non sa
però nascondere la sua giustificazione al veto, ciò che costituisce uno
scandalo inaudito e senza precedenti nella nostra storia parlamentare poiché a
nessun ministero potrà essere consentito di vivere senza il beneplacito di un
estraneo al Parlamento. E così a Montecitorio da tre settimane i politicanti si
stanno logorando in una follia di rabbiosa impotenza mentre la situazione
internazionale si fa sempre più oscura.
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