NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 25 luglio 2013

La Monarchia e il Fascismo - quarto capitolo - III

Il veto di don Sturzo impedisce la formazione di un governo di coalizione e di pacificazione e spiana la via al fascismo.

Dopo la rinuncia dell'on. Orlando il Re respinge le dimissioni di Bonomi e lo invita a presentarsi alla Camera onde fare le dichiarazioni sulla sua politica e sull'opera svolta dal suo ministero. Ma la Camera il 17 febbraio, dopo aspre critiche al mancato funzionamento del governo a causa della proporzionale, gli nega la fiducia con 295 voti contrari e 127 favorevoli. Questo risultato è una segnalazione alla tendenza collaborazionista, un voto che definisce sempre più le divisioni fra le varie tendenze del partito socialista. E' un voto che rompe la sua compagine nella sua espressione nettamente negativa.
Il Ministero si dimette e siamo un'altra volta in crisi. Tramonta subito un grande ministero Giolitti e Orlando - De Nicola: declina l'incarico Giolitti, poi De Nicola e quindi Orlando. Si ritorna all'eventualità del grande ministero di concentrazione che potrebbe raccogliere le adesioni tanto delle destre come delle sinistre, e per un certo momento le possibilità si fanno strada. Il Re dopo alcuni giorni di laboriosi alti e bassi e di alternative di ogni genere, manda a chiamare Giolitti e si ritiene che gli abbia dato l'incarico di comporre il ministero, ma ecco che sopraggiunge il voto unanime del gruppo parlamentare popolare il quale «riafferma le dichiarazioni programmatiche fatte alla Camera dall’ on. Gronchi e De Gasperi e rinnova alla Commissione direttiva il pieno mandato di fiducia attendendosi che non defletta dalla linea di condotta seguita sino dall'inizio della crisi in pieno accordo col gruppo ».
Le dichiarazioni dei due deputati popolari si riferivano al fatto che il partito si sarebbe risolutamente opposto al ritorno al governo di quella frazione della Camera che aveva procurato la caduta del Ministero. Gronchi e De Gasperi, ligi agli ordini di don Sturzo rompono così la norma costituzionale che chi ne provoca la caduta è designato alla successione. Intanto lunghi colloqui hanno luogo in casa Giolitti, con Orlando e De Nicola. I tre parlamentari preoccupati della situazione decidono di tentare ancora di giungere alla pacificazione nazionale con una reciproca collaborazione formando un grande Ministero di Coalizione. Giolitti recatosi dal Re deve avere esposto questo progetto, e così si spiega il caso nuovissimo della convocazione simultanea di due parlamentari a consulto dalla Corona: De Nicola ed Orlando. Questi sono del parere che i socialisti non defletteranno dalla loro ostilità contro Giolitti e che il nuovo governo potrebbe reggere soltanto a condizione di avere l'appoggio dei democristiani. Ma don Sturzo persiste nel suo veto e così tramonta anche l'ultimo progetto di un grande Ministero di Coalizione avente come base del programma la pacificazione degli animi che la Camera aveva votato con reale unanimità. Oramai si è costituita la partitocrazia che porterà alla impossibilità del funzionamento della Camera.
Contro l'ultimo tentativo insiste don Sturzo il quale sul Corriere d'Italia scrive: « ... illogico ci è sembrato ieri il progettato Governo di concentrazione imperniato sui grandi nomi e più illogico volerlo far capeggiare dall'on. Giolitti; questo sarebbe un controsenso». Don Sturzo rinfaccia a Giolitti le violenze elettorali ed i provvedimenti finanziari, ma dimentica che del ministero Giolitti facevano parte i popolari! Questi cercano in tutti i modi di costituirsi un alibi alla loro politica del doppio giuoco e del sistematico ricatto, e si aggrappano ai più assurdi e contraddittori atteggiamenti al fine di esimersi da certe responsabilità gettando errori propri sulle spalle altrui. Vi è infatti una loro improvvisa levata di scudi contro i fascisti che provoca un violento commento dell'Avanti!: «I popolari scontano i due anni della loro non nascosta simpatia pel fascismo e le strette di mano che i loro Cappa e i loro Martire hanno elargito agli oratori fascisti alla Camera ogni volta che costoro esaltavano la santa azione violenta e la sua missione in Italia. E scontano sopra tutto i voti di fiducia che essi hanno accordato ai ministeri che hanno alimentato e sorretto il fascismo e le approvazioni loro ai discorsetti questurineschi di Camillo Corradini ogni volta che costui trovava modo di giustificare gli assassini e gli incendi delle bande fasciste ».
In questa triste e tragica situazione, il Re deve nascondere tutta la sua angosciosa sofferenza. Egli è il più preoccupato della lotta faziosa che insanguina le strade e le piazze d'Italia e guarda a questo ministero della pacificazione come a un'ancora di salvezza. Fa un ultimo tentativo e richiama ancora una volta Giolitti, ma questi deve suo malgrado declinare l'invito. Don Sturzo ha vinto sulla Corona e ha dato scacco al Re. La faziosità democristiana ha sconfitto la saggezza e l'equilibrio pacificatore del Sovrano, venendo a turbare quella linea di condotta che si era imposta dopo la morte del Padre. Umberto I aveva sempre difeso le prerogative concesse alla Corona dallo Statuto, cioè la facoltà di nominare i ministri ma Re Vittorio Emanuele III aveva rivolto le soluzioni delle crisi attenendosi scrupolosamente alle designazioni della maggioranza.
Don Sturzo, ponendo il veto a Giolitti sottrae la Corona persino a questo squisito senso democratico del Re che viene a trovarsi nella impossibilità di creare un governo poggiante sulla maggioranza, costretto a rinunciare al Ministero Giolitti, malgrado questi abbia le designazioni dei gruppi autorevoli e numerosi della Camera. Don Sturzo si sostituisce alla Corona ed alla maggioranza. Evidentemente il prete intrigante ed invadente pone la sua candidatura alla dittatura personale. Pertanto la condotta dei popolari da lui guidati ha deviato la storia d'Italia gettando il paese sopra una strada che porterà al trionfo del fascismo prima, e poi alla catastrofe. La tragedia della nostra decadenza nasce qui: dal cinico livore di don Sturzo e dei popolari contro il liberalismo soprattutto perché questo era l'alfiere della Gloria risorgimentale e difensore della Monarchia.
Le difficoltà della crisi e gli atteggiamenti dei democristiani danno buon giuoco all'Avanti! che scrive: « Il mondo borghese è tutto un vasto caos, nel quale la classe dominante governa attraverso difficoltà che s'accrescono di giorno in giorno, sempre più. Non vi è Stato capitalista - grande o piccolo - che non soffra di questa crisi di governo e nel quale tutti i partiti borghesi non siano - come in Italia - costretti ad andare tastoni, alla cieca, in cerca di uno sbocco, di una via di uscita che non si trova, perché non ha una via d'uscita, fuorché quella della rivoluzione, il tremendo sconvolgimento che la conflagrazione internazionale ha creato tra i popoli». E più tardi commenta: « Non è tutto oro quel che riluce nel campo popolare: i giolittiani, furenti, ricordano ai popolari il governo in comune, d'amore e d'accordo; il governo in comune di tutte le violenze, di tutte le sopraffazioni, delle spedizioni punitive, degli smaccati brigantaggi ».

Il Resto del Carlino a sua volta fa della strana situazione questa severa diagnosi: «L'ostilità dei popolari contro l'on. Giolitti ha raggiunto forme di incredibile parossismo: essi si sono mostrati disposti a gettare a mare persino l'on. De Nicola in quanto questi poteva partecipare a un Ministero Giolitti, quell'on. De Nicola che è sempre stato ed è il loro uomo di fiducia. E' lecito chiedersi che cosa i popolari vogliano, quale scopo perseguano con questo scatenamento di «antipersonalismi » non meno ripugnanti dei «personalismi». E perché giocano ipocritamente sulla parola «veto» sostenendo che si tratta di una antitesi di orientamenti programmatici? Non basta gridare in tutti i modi sonore parole, bisogna concentrarle in concetti positivi. Ma come possono essi far ciò essi che hanno fervorosamente partecipato al Ministero Giolitti, che hanno condotto le ultime elezioni politiche con due loro ministri? Affermano tuttavia di non volere avere più nulla da spartire con chi «reca con sé il ricordo di leggi economiche che hanno rovinato l'economia nazionale»! Come se ai provvedimenti finanziari dell'on. Giolitti i popolari non avessero consentito, nella loro qualità di elementi di governo! Questa si chiama, dobbiamo ripeterlo, slealtà politica».

La Tribuna vede nel veto a Giolitti una sfida contro l'intero Partito Liberale, elemento di equilibrio nella vita politica italiana. Il giornale, amico del Presidente, conferma essere ispirato il veto da motivi personali: «E' verissimo che l'on. Giolitti ricevette ripetutamente don Sturzo e si intrattenne con lui di vari problemi, assai cortesemente come egli usa fare e aveva il dovere di fare come Presidente del Consiglio, per qualunque persona che rappresentasse forze reali e legittime aspirazioni del Paese. Ma quando don Sturzo, non rendendosi conto dei limiti, pretese di ridiscutere con l'on. Giolitti i problemi trattati nel Consiglio dei Ministri, l'on. Giolitti con la sua incrollabile fermezza, gli fece comprendere chiaramente che quella era materia gelosamente riservata al governo, nel quale collaboravano con la maggiore reciproca lealtà e cordialità anche i rappresentanti del Partito Popolare ».
Il Giornale d'Italia constatando gli appetiti sempre crescenti dei popolari trova che «il modo fazioso con cui essi concepiscono la funzione politica, finirà per rivoltare la coscienza del popolo italiano»; deplora questo contegno e si preoccupa del dannoso effetto che dal veto può derivare, avendo così essi acquistata la convinzione che sia loro lecito silurare il più autorevole uomo della democrazia, precludendo la via agli accordi con altri uomini della democrazia stessa.

I popolari fanno smentire dai loro giornali il veto ma lo mantengono nelle trattative e nelle congiure di corridoio montecitoriali, dimenticando che lo stesso don Sturzo si è chiaramente espresso sul Corriere d'Italia contro l'avvento di Giolitti. Qualche giornale fa carico alla Santa Sede di ispirare questa politica di invadenza e l'Osservatore Romano protesta per assicurare la neutralità del Vaticano nelle faccende politiche del Paese, ma il Giornale d'Italia osserva che «il proposito della Santa Sede di rimanere completamente estranea alle questioni di politica italiana, sia interna che estera, come ad ogni partito di qualsiasi colore, contrasta troppo apertamente con il contegno del suo Segretario di Stato verso l'uomo più eminente della democrazia italiana». Intanto don Sturzo si fa intervistare, parla di fratellanza cristiana e smentisce che il P.P. sia un partito religioso e confessionale. Il Corriere della Sera dopo aver detto delle mille ragioni che esso ha avuto per ribellarsi all'invadenza sturziana, non sa però nascondere la sua giustificazione al veto, ciò che costituisce uno scandalo inaudito e senza precedenti nella nostra storia parlamentare poiché a nessun ministero potrà essere consentito di vivere senza il beneplacito di un estraneo al Parlamento. E così a Montecitorio da tre settimane i politicanti si stanno logorando in una follia di rabbiosa impotenza mentre la situazione internazionale si fa sempre più oscura.

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