NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 11 luglio 2013

La Monarchia e il Fascismo - terzo capitolo - XVI

In mezzo a tanto grigiore un avvenimento luminoso: l'apoteosi del Milite Ignoto circondato dalle bandiere dei reggimenti, alla presenza del Re Vittorioso.


Una parentesi di calma, quasi prodromo di una pace duratura per il sentimento che l'ha ispirata, si ha con il trasporto della salma del Milite Ignoto. Partita da Venezia scende a Roma sostando in tutte le stazioni del percorso. Cerimonia tutta pervasa di spirito religioso che assurge talvolta a vero misticismo. L'Italia è immersa in una commozione intensa, le popolazioni si assiepano lungo la ferrovia, uomini e donne, adulti e giovinetti, combattenti e mutilati si inginocchiano al passaggio del treno.

Si vive nella impressione che questo avvenimento possa essere un sintomo determinante di buon augurio perché le tensioni politiche abbiano a calmarsi. Mai fu vista, nella celebrazione di un popolo, una visione più grandiosa fra lagrime e fiori. Anche nelle zone più rosse i contadini accorrono al passaggio della salma. Ovunque si compongono cortei che non hanno precedenti perché vi accorrono genti di tutte le età, di tutte le classi, di tutte le fedi. 

A Firenze il generale Cadorna è in testa alla folla che muove verso la bara. A Roma la manifestazione assume una imponenza grandiosa. Il Re è alla stazione a ricevere la salma, tutte le bandiere dei reggimenti escono dalla saletta reale e sfilano per le vie della città, rigurgitante di reduci venuti da tutte le parti d'Italia: ognuno cerca il vessillo del proprio reggimento.

 Il 4 novembre anniversario della Vittoria avviene la tumulazione al monumento a Vittorio Emanuele Il mentre la popolazione è tutta per le strade, nelle piazze, sui tetti, a salutare le bandiere che ripartono passate in rivista dal Re. E' l'apoteosi della Fede Nazionale (1).



Il giorno dopo s'apre a Roma il congresso dei combattenti e già si ricomincia a litigare, mentre- riprende ovunque la lotta fra i partiti. Così si chiude questo 1921 che ha visto lo sviluppo del fascismo e la tenacia della sua lotta contro l'elemento sovversivo e la sua costituzione in partito politico, nonché la scissione fra socialisti e comunisti al congresso di Livorno, avvenimento di eccezionale importanza poiché elimina un ostacolo all'ascesa del fascismo.


La situazione parlamentare è sempre instabile; il governo si trova ancora davanti a difficoltà non indifferenti aggravate dalla nervosità nazionale mentre deve affrontare l'acerrima ostilità del gruppo socialista. Aziende industriali rovinano, specialmente le siderurgiche che trascinano la Banca italiana di sconto, che viene sacrificata anche per salvare il Banco di Roma esso pure in stato di dissesto per il finanziamento fatto al Partito Popolare. Delitti politici hanno turbato la serenità dei cittadini; i più atroci, e che hanno suscitato orrore, sono l'eccidio dei marinai a Empoli, la rivolta di Sarzana, la strage del Diana. La ratifica del trattato di Rapallo non riporta la serenità nel cielo internazionale poiché al sacrificio nostro non corrisponde la riconoscenza dei vicini jugoslavi.
In mezzo a tanto grigiore, alcuni ricordi luminosi i Sovrani festeggiano le nozze d'argento ed il Re concede la grazia all'anarchico d'Alba, a colui che pochi anni prima aveva tentato di ucciderlo; il Principe Ereditario è accolto festosamente a Bologna, a Modena, in Sicilia; imponenti dimostrazioni al Re per l'inaugurazione delle feste dantesche a Firenze e a Trento.
L'apoteosi del Milite Ignoto avvolge tutta la Nazione, l'Esercito ed il Sovrano che lo ha portato alla Vittoria.



(1) Queste bandiere, tutte decorate al valore saranno venticinque anni più tardi e per ordine del ministro democristiano Cingolani della Difesa nazionale, ritirate e nascoste in un sotterraneo perché adorne dello stemma Sabaudo quasi fossero l'espressione di un passato di vergogna.

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