NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 15 agosto 2018

Buona Festa dell'Assunzione di Maria!


Reino, convegno storico: “La Grande Guerra che cambiò il mondo”


La Grande Guerra che cambiò il mondo rivive a Reino grazie ad un interessante convegno storico che ha visto, tra gli altri, la partecipazione dello storico e studioso piemontese Aldo A. Mola e del Generale di Corpo d’Armata dell’Arma dei Carabinieri Massimo Iadanza. Sabato 11 agosto a Reino, infatti, presso la sala consiliare del Comune, si è tenuto il convegno storico dal titolo “La grande guerra che cambiò il mondo”. L’evento si inserisce nella serie di manifestazioni celebrative della Prima Guerra Mondiale che, partite lo scorso maggio, si concluderanno il prossimo 10 novembre.

LA GRANDE GUERRA – Il convegno, brillantemente moderato dal giornalista Tullio Calzone, ha visto la partecipazione di quattro relatori. Ad aprire i lavori l’illustre storico prof. Aldo A. Mola che, giunto dal Piemonte, ha, con eleganza e dovizia di particolari, inquadrato il contesto storico europeo antecedente lo scoppio della Guerra fino all’attentato di Sarajevo. Sono state analizzate le ragioni politiche, economiche e sociali che spinsero i Governanti del tempo verso il conflitto, con particolare attenzione ai regnanti di casa Savoia. Secondo lo studioso piemontese, infatti, l’Italia si mosse in quegli anni seguendo le linee dettate dalla politica di Vittorio Emenuele III.

IL RUOLO DELL’ARMA – A seguire, l’ex Generale di Corpo d’Armata Massimo Iadanza, di origini reinesi, ha fatto chiarezza su alcuni luoghi comuni relativi al ruolo di polizia militare che i Reali Carabinieri ebbero durante la Guerra. Iadanza ha rivendicato, con forza e con documenti alla mano, che nessun carabiniere “sparò alle spalle” dei combattenti italiani renitenti; ciò che fecero, e questa è la tesi conclusiva, rispettò sempre le decisioni dei tribunali militari, unici organi giudicanti.


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http://www.ntr24.tv/2018/08/14/reino-convegno-storico-la-grande-guerra-che-cambio-il-mondo/

La Principessa Maria Gabriella in visita al Castello di Sarre


Una visitatrice di eccezione per l’esposizione 'Reine de l’élégance. Abiti di corte di Maria José di Savoia', allestita al Castello reale di Sarre.
E' giunta infatti in visita la Principessa Maria Gabriella di Savoia: ad accoglierla vi erano l’assessore regionale all’Istruzione e Cultura, Paolo Sammaritani e il sindaco di Sarre, Massimo Pepellin.
Organizzata dal Comune di Sarre, in collaborazione con la Presidenza della Giunta e l’assessorato regionale all’Istruzione e Cultura, realizzata con il sostegno della Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia di Ginevra e l’apporto delle delegazioni FAI della Valle d’Aosta e della Svizzera, l’esposizione presenta i preziosi abiti legati alla vita di corte e ai momenti più ufficiali di Maria José di Savoia.
A concedere in prestito per l’evento una selezione di superbi manti e di splendidi abiti provenienti dal guardaroba dell’ultima Regina d’Italia è stata proprio la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, presieduta da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, che sabato è tornata al Castello reale di Sarre dopo vent’anni dalla ultima visita.


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http://www.valledaostaglocal.it/2018/08/13/leggi-notizia/argomenti/cultura-2/articolo/la-principessa-maria-gabriella-accolta-al-castello-di-sarre.html

https://www.aostasera.it/articoli/sarre-la-principessa-maria-gabriella-visita-la-mostra-dedicata-agli-abiti-della-madre

domenica 12 agosto 2018

La Regina Elena

di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni ho incontrato una donna che mi ha raccontato che sua nonna aveva visto la Regina Elena durante la Grande Guerra, quando indossava la divisa da crocerossina. Quello che l’era rimasto fermamente nel cuore era il sorriso di questa Regina che aiutava i soldati consolandoli con la parola e curando e medicando le loro ferite. 
Quella scena non la dimenticò mai, specialmente, quando le dissero che era la Regina d’Italia. Le rimase dentro nel cuore le mani e l’abito bianco sporchi di sangue. Nessuno potrà mai cancellare dalla storia dell’Italia questa donna così meravigliosa, sposa e madre esemplare. 
Passano gli anni e si dimenticano certi fatti, come il grande aiuto morale e fisico che diede alle popolazioni colpite dal terremoto di Messina del 1908. Sono passati centodieci anni da allora e nella bella città di Messina, nel 1952, si inaugurò un monumento a questa donna. Nei momenti difficili della patria, nella sofferenza, l’ancella di Dio era sempre presente ad aiutare gli altri. 
Ci sono persone che nascono con un grande cuore e con molta umiltà che portano sempre con sé. Non mi voglio dilungare, ma questa madre degli italiani aveva la carità nel cuore perché veniva da un Paese lontano e aveva conosciuto tante situazioni difficili, in cui la povertà regnava. 
La buona Regina riposa accanto al marito in Italia dallo scorso anno, ci sono voluti decenni perché questo avvenisse. In questi giorni, spinto dal desiderio di leggere delle pagine che mi facessero aprire il cuore verso questa donna, mi sono imbattuto in un vecchio articolo uscito nella rivista - il Borghese - del 31 marzo 1960, scritto da Ester Lombardo. 
E’ una di quelle pagine che andrebbero messe nelle antologie delle scuole, per far conoscere lo spirito del tempo, in cui regnavano i Savoia. Nel nostro Paese, volutamente, si dimentica il suo passato monarchico. L’idea che mi sono fatto è che il nostro popolo tema di conoscere la sua storia, addebitando alla Monarchia qualsiasi colpa. 
Non c’è umiltà in questo, un Paese non deve temere ciò che è stato e non deve dimenticare le sue radici. 
Nell'articolo si parla di un libro uscito molti anni fa, in una edizione modesta, di pochi esemplari, scritto dal conte Suardi che fu per anni vicino ai Savoia, ed è stato Gran Maestro delle Cerimonie, e poi Gran Maestro Onorario di Umberto di Savia. L’episodio, legato alla Regina Elena raccontato dal Suardi, riguarda il periodo felice della Monarchia. Come ben si sa, la Regina non amava i fasti, le feste ed altri divertimenti. Conduceva una vita morigerata e si prodigava nell’aiutare i bisognosi anche attingendo ai suoi beni personali. 
Nel libro che spero possa essere ristampato, racconta degli episodi inediti. Così scrive il Conte: “ La giornata della Regina cominciava alle sei del mattino ed era sino a sera, minuziosamente distribuita. E si può dire che non un’ora di questa giornata si trascorresse senza che una miseria venisse alleviata. Quale stile discreto in questi continui interventi. 
La Regina inviava un gentiluomo vestito di nero, che consegnava agli interessati una busta “ di ignota provenienza. ” La sua cassetta serviva a pagare i soccorsi, le rette di clinica, le ammissioni in scuole e ospedali. Elena diceva: “Quando saranno terminati i miei, metteremo mano ai fondi del Re”. 
Viene anche ricordata per il grande interesse che mostrò per la cura dell’encefalite letargica. Spese somme spropositate per la costruzione di ospedali, laboratori e consulti con scienziati stranieri. Quando sua figlia Giovanna, divenne Regina di Bulgaria, inviò alla madre dei campioni della radice “ veratropa” usata dai pastori per la terapia di questa malattia. 
Tale rimedio si mostrò efficace, però, solo negli stadi iniziali della patologia. Un giorno di giugno d’un anno che poteva essere tra il 1930 e il 1935, la Regina, dopo aver visitato gli ammalati encefalitici, disse ai coniugi Suardi che la accompagnavano di voler recarsi a trovare i figli dei carcerati che soggiornavano presso l’ospizio gestito dalle suore Calasanziane. 
Quando entrò nell’istituto alla Regina apparve uno spettacolo di grande desolazione. La superiora era assente, nelle stanze regnavano la sporcizia e il disordine più totale. I bambini trasandati stavano urlando e piangendo. Delle monache si avvicinarono alla Regina e la informarono che i bambini avevano appena consumato la prima colazione e per questo non avevano ancora sistemato, pur essendo quasi mezzogiorno. 
La Regina Elena replicò dicendo che le stanze erano molto sporche e dovevano essere immediatamente pulite. Fece chiamare un’inserviente che con una vecchia scopa incominciò a pulire sollevando una nuvola di polvere. La Regina Elena aggiunse che le avrebbe fatto vedere il modo corretto di pulire lo stanzone. Si tolse quindi il mantello e i guanti. Suggerì di versare un po’ d’acqua sul pavimento ed iniziò a spazzare lentamente e con sicurezza. A loro volta anche i coniugi Suardi iniziarono a pulire. 
La Regina si allontanò dall’ospizio solo dopo aver riordinato accuratamente tutto il camerone; nel pomeriggio fece pervenire all’istituto enormi quantità di vettovaglie, cibo, biancheria e dodici scope nuovissime.


sabato 11 agosto 2018

Il socialista spagnolo Sanchez difende la Corona: «Abbiamo una monarchia rinnovata ed esemplare»


L'idolo della sinistra liberal europea dopo aver calzato l'elmetto NATO si scopre monarchico

L’ineffabile socialista spagnolo Pedro Sanchez, già assurto ad idolo della sinistra liberal italiana, dopo aver calzato l’elmetto della NATO si scopre anche monarchico. Ebbene sì, monarchico, avete capito bene. Il presidente del governo iberico, infatti, in una conferenza stampa ha dichiarato che a suo modo di vedere la Spagna possiede una Monarchia «rinnovata ed esemplare», come informa il quotidiano Publico. 

Lo scorso venerdì dopo il Consiglio dei Ministri c’è stata una conferenza stampa. In quella occasione è stato chiesto al ‘socialista’ Sanchez se ritiene ancora necessario porre fine al «principio di inviolabilità» del Re come reclamato nel giugno del 2014 prima dell’approvazione della legge organica sull’abdicazione. 

La risposta di Pedro Sanchez è eloquente: «Adesso abbiamo una Monarchia rinnovata ed esemplare nella figura di Felipe VI». 

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Come sempre riportiamo articoli presuntivamente interessanti per i monarchici senza per questo condividerli in toto. Siamo ovviamente d'accordo con il primo ministro di Spagna quando elogia la Monarchia.
Molto meno quanto riattizza focolai di guerra civile, per fortuna finita quasi 80 anni fa, cercando di dividere gli spagnoli morti in buoni e cattivi.

Nelle guerre civili distinzioni di questo tipo sono impossibili.

venerdì 10 agosto 2018

I vestiti della Regina sorprendono il pubblico di Sarre


·         di Alessandra Borre
SARRE - Esposti diversi capi unici provenienti dalla collezione personale della principessa Maria Gabriella, assente a Sarre, ma che si è detta emozionata e felice del ritorno dei vestiti in questa stupenda residenza.


Un weekend decisamente impegnativo quello dei castelli della Media Valle: dopo l'apertura straordinaria di Aymavilles, sabato 4 agosto è toccato al Castello Reale di Sarre rubare la scena e vestirsi a festa. Vestirsi. Nessun verbo potrebbe essere più consono: le sale dell'edificio, reso celebre come residenza di caccia, ospiteranno fino al 23 settembre la mostra Reine de l'Elégance – Abiti di corte di Maria José di Savoia, esposta per ora solo a Parigi e Istanbul.
Organizzata dall’assessorato regionale alla cultura in collaborazione con l’amministrazione comunale di Sarre, la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, le delegazioni Fai Valle d’Aosta e Suisse Romande e l’Académie Saint-Anselme d’Aoste di cui la regina Maria José era socia onoraria, l'esposizione raccoglie nel salone di rappresentanza gli abiti più sontuosi del membro della casa reale, ma anche due pezzi molto particolari, come l'abito in seta color avorio confezionato su misura per lei dalla sartoria napoletana di Concettina Buonanno e reso celebre perché protagonista di un intenso scatto della fotografa Ghitta Carrel nel 1938, nel quale la regina sfoggia dei gioielli creati in Italia, all'epoca chiaro gesto politico di orgoglio italiano.
[...]
La mostra rimarrà aperta dal 5 agosto al 23 settembre, tutti i giorni, dalle 9 alle 19, visita ogni mezz’ora, ultimo ingresso alle 18.30.
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05 agosto 2018 ore 09.16


I Benefici dell’ Unità : il servizio postale


di Domenico Giglio

Alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia, in tutti quelli che erano gli stati preunitari i servizi postali avevano adottato per la corrispondenza l’affrancatura in partenza tramite i francobolli, (sistema inventato in Gran Bretagna nel 1840), a partire nel 1850,per primo il Lombardo-Veneto, seguito dal regno di Sardegna nel 1851 e poi dalla Toscana, Modena, Parma e Stato Pontificio nel 1852 e per ultimi Napoli nel 1858 e la Sicilia nel 1859. I criteri di affrancatura erano naturalmente diversi e così i valori nella diverse monete, fiorini nella Lombardia, ducati nelle Due Sicilie, scudi nello Stato Pontificio, lire nel Regno di Sardegna, Modena, Parma e Toscana, dove in questi ultimi tre stati, più le Romagne, erano stati emessi, dopo la seconda guerra d’indipendenza del 1859, dai governi provvisori costituitisi in attesa della unificazione, francobolli aventi per soggetto lo scudo sabaudo per Modena e Toscana, e la scritta Stati Parmensi e Romagne, che si aggiungevano a quelli già in corso. Nelle Province Napoletane, dopo la caduta della dinastia borbonica, erano stati emessi francobolli con l’effige di Vittorio Emanuele II,ma ancora con il valore in moneta locale,cioè tornesi e grana,che erano la suddivisione dei ducati. 
Di fronte a questa babele di rettangolini postali anche qui lo Stato Unitario dovette intervenire fin dal 1860,prima della proclazione del Regno,con due Decreti Luogotenenziali uno per tutte le province del centro nord e l’altro per quelle meridionali in cui si impostava l’amministrazione postale con le sue divisioni operative, ed infine con una Legge Quadro del 5 maggio 1862 n. 604,con il relativo Regolamento di Esecuzione, Direttore Generale il conte Giovanni Barbavara, che già Cavour con la consueta lungimiranza aveva fin dal 1859, aveva messo a capo dell’amministrazione postale piemontese. L’effetto dell’unificazione si vide subito nell’aumento della corrispondenza, testimoniato dalla vendita dei francobolli che passò da un dato stimato del 1861 di 22.233.500 pezzi, ai 33.437.516 del 1862 e 40.575.914 del 1863. Anche gli uffici postali che nel marzo 1861 assommavano a 1632 dopo tre anni erano saliti 2220, per arrivare nel 1871 a 2666,aumento avutosi particolarmente nel Mezzogiorno, a dimostrazione dello sforzo economico compiuto per dotare di servizi,comprese strade e ferrovie, il maggio numero di comuni. Per la posta la strada da compiere era particolarmente lunga perché i comuni,dopo anche il ricongiungimento di Lazio e Veneto erano oltre ottomila, per cui si ricorse alla figura del “Collettore Rurale”, con il quale si poterono raggiungere altre 3867 località, e con la crescita costante degli uffici si poteva, nel cinquantesimo del Regno dire che gli stessi erano 8422.
Con la posta via via aumentavano anche i servizi telegrafici, i vaglia postali,che ad esempio nel Meridione, nel giro di sei mesi del 1861, giugno-ottobre, passarono, come emissione, da 2217 a 16321, mentre Torino ne emetteva 43002! E sempre per il servizio vaglia ci si attiva dal 1867 anche all’estero, grazie al servizio consolare, diffuso e abbastanza capillare,come solo uno stato di medie dimensioni poteva sostenere, facilitando e garantendo le rimesse degli emigrati. E ancora nel 1876 le Poste Italiane cominceranno ad operare in ben 607 uffici postali, come Casse di Risparmio, per consentire anche ai ceti più poveri ed agli abitanti delle aree più disagiate di iniziare una modesta azione di risparmio “....sotto la guarentigia dello Stato …” ed infine dal 1 ottobre 1881 le poste si assumono il servizio dei pacchi postali, per non parlare di tutta una serie di novità per facilitare la corrispondenza, dalle Cartoline Postali, a quelle con “risposta pagata”, ai biglietti ed alle buste predisposte, anche di carattere pubblicitario, senza dubbio per aumentare gli incassi,ma anche per valorizzare e far conoscere i prodotti ed incrementare e diffondere il commercio.
Le Poste con tutti i servizi svolti e con i francobolli specifici per i servizi stessi hanno costituito con le Ferrovie e l’ente delle strade, i pilastri dell’edificio statale che ha resistito a tutte le bufere, prima della attuale disgregazione.

Domenico Giglio

mercoledì 8 agosto 2018

Re Umberto II per la sciagura di Marcinelle

Nel sito dedicato a Re Umberto II la cronaca di quanto il Sovrano, esiliato ma presente, come felicemente sintetizzò il Ministro Lucifero all'indomani della sua scomparsa, fece in quella triste occasione per essere con il suo popolo.

Nella foto il Re a Frejus nel 1959, dopo una sciagura che colpì lavoratori italiani.
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martedì 7 agosto 2018

Felipe VI su una barca italiana per celebrare Magellano ed Elcano


Il Re di Spagna esordisce alla Copa del Rey con Aifos 500, il Club Swan 50 dei cantieri Nautor di Leonardo Ferragamo. “Regate fino al 2022 per celebrare i 500 anni della prima circumnavigazione del mondo”. Il sovrano atteso a Porto Cervo

Il Re di Spagna Felipe IV si prepara a celebrare i 500 anni della prima circumnavigazione del mondo con una barca che parla anche un po’ italiano. E’ un Club Swan50 varato da Nautor, i cantieri italo-finlandesi di proprietà di Leonardo Ferragamo, battezzato “Aifos 500”. Aifos come le precedenti vele reali - è il nome di Sofia letto al contrario, quello della madre del sovrano Sofia di Grecia, ma anche della sua figlia secondogenita Sofia di Borbone - e 500 per la commemorazione del quinto centenario.
Magellano ed Elcano 
L’esordio c’è stato nei giorni scorsi a Palma de Mallorca, nella Copa del Rey, la prima delle regate che rientrano nel programma della Casa reale per ricordare l’impresa di Ferdinando Magellano ma soprattutto del suo nostromo Juan Sebastián Elcano, spagnolo originario dei Paesi Baschi, che portò a termine il viaggio intorno al globo dopo la morte dell’esploratore portoghese. Un calendario che entrerà nel vivo il prossimo anno e che - come precisa Jaime Rodriguez Toubes, l’ammiraglio delegato per la vela dell’Armada Española, che ha in carico la barca e che era a bordo col Re - “si estenderà fino al 2022”.
La Copa del Rey è uno degli appuntamenti velici principali del Mediterraneo. “E’ stato Re Juan Carlos a istituire questo evento 37 anni fa, nel solco del legame che da sempre lega la famiglia reale alla vela, da Alfonso XII a Afonso XIII, da Don Juan a Juan Carlos ed infine Felipe”, ricorda ancora l’ammiraglio.

[...]


Michels e il partito politico

di Domenico De Napoli

Il 3 agosto del 1997 Mimmo De Napoli ci lasciava. Come ogni anno - con il permesso dell’amico Luigi Marucci amministratore della pagina e che ringrazio per questa iniziativa - voglio ricordarlo insieme a tutti gli amici di Monarchia Oggi. Ho pensato di riproporre un interessante articolo comparso sul numero di marzo aprile de “l’Altra Italia” del 1992. In quell’anno la rivista - fortemente voluta da Mimmo - giungeva al quarto anno di vita ed era diventata bimestrale. Nasceva inoltre un Comitato di Orientamento Culturale del quale come si diceva nell’editoriale “non possiamo che essere orgogliosi”. In effetti ne facevano parte tutti docenti universitari che si ritrovavano nei nostri comuni ideali. L’Altra Italia era diventata, a mano a mano, un salotto dove dibattere temi nazionali e internazionali con rigore scientifico. Purtroppo la morte improvvisa di Mimmo ci ha privato, in un momento difficile per il mondo monarchico, di un amico che non aveva paura di proporre obiettivi difficili ma indispensabili per la difesa del nostro mondo. L’argomento dell’articolo che vi propongo è tuttora attuale. Personalmente l’ho trovato molto interessante. Colgo l’occasione per rivolgere un appello a tutti voi amici. Se avete qualche foto, qualche ricordo di Mimmo, qualche suo intervento in vari convegni di studio, pubblicateli. Potrebbero essere utili per qualche iniziativa a favore dell’ideale monarchico. Buona lettura. W il RE!
Antonio Ratti

Articolo riportato sul gruppo Facebook "Monarchia Oggi" che il nostro amico Antonio Ratti ha voluto condividere anche sul nostro blog. E lo ringraziamo.
A dimostrazione dell'impegno culturale di un giovane monarchico prematuramente  scomparso, e conferma  che non siamo i parenti  poveri  della  cultura .

L'attualità della problematica michelsiana è fuori discussione. Partendo dalla constatazione che la società moderna è una società di organizzazioni e che l'organizzazione comporta una struttura oligarchica, Michels studiò le organizzazioni politiche volontarie e in special modo i partiti.

Perché proprio i partiti? Perché questi erano diventati, ai primi del novecento , i protagonisti della vita politica e perché si reputavano i portatori della volontà popolare. Ma iniziamo esaminando un problema abbozzato dal Mosca, studiato dal Pareto ed ampiamente trattato dal Michels, cioè il problema della stabilità e della mobilità della classe politica.
Nel suo saggio II concetto di conservare in politica (1), Michels concludeva constatando "la esistenza di una profonda nota conservatrice nella storia del genere umano" dovuta alla "rapida trasformazione di idee rivoluzionarie in idee conservatrici, non appena abbiano loro sorriso il successo".



"Non vi sono teorie statali distruggitrici senz'altro, e la anarchia considerata sub specie aetemitatis non può essere che un tramite tra due periodi conservatori" (2). D'altronde il sistema conservatore (inteso sia in senso politico come mantenimento dello status quo, sia in senso filosofico come attaccamento alle tradizioni: monarchia, religione, patria ecc.) potrebbe auto perpetuarsi solo se la classe politica consente un certo processo di circolazione e di rinnovamento nel suo ambito. "Una conservazione stabile porta quindi automaticamente a fluttuazioni nella stratificazione sociale. Né una società, né una classe sociale, ancorché la più ricca e potente, possono conservarsi in virtù delle sole forze immanenti. Nella storia i cambiamenti sono inevitabili; resta solo a sapere se provengono dall'alto o dal basso, se operanti inavvertitamente o clamorosamente"(3).

Quella del Michels è una sorta di conservatorismo dinamico, in cui la stabilità è consentita dal continuo processo di mobilità sociale. Le classi non sono rigide, né i loro appartenenti sono stabilmente legati ad esse,
anzi sono facilmente riscontrabili nella storia fenomeni di ascesa e di declino di classi sociali e di uomini. "Il processo di trasformazione delle classi non tollera leggi, non sottosta a norme psicologiche precisabili. Come l'operaio si imborghesisce? Come la borghesia si trasforma in aristocrazia? Come la nobiltà si modifica? Infinite cause contribuiscono a queste trasformazioni. Il sociologo non può che dimostrare l’esigenza di questo processo di composizione e decomposizione... Se una legge può trarsi, se una considerazione valida può aversi, piuttosto è necessario affermare che,  comunque, esiste un destino per tutte le classi: quelle povere ad essere comandate e quelle aristocratiche a comandare; le prime a soggiacere, comunque si illudano, e le seconde a tenere il timone sul mondo
sociale e politico’’(4). Ciò comporta che ogni società politica non può costruirsi senza definire una struttura gerarchica, e, d’altronde, una classe politica chiusa in sé non può detenere stabilmente il potere, ma deve essere in qualche modo permeabile alle nuove forze sociali che emergono.

La convinzione della mancanza di democraticità dei partiti politici e della impossibilità di instaurare, a livello statale, un'autentica democrazia, costituiscono il nucleo centrale della teoria michelsiana. "Il complesso di tendenze che impediscono una realizzazione della democrazia è difficile sceverare e catalogare in un’elencazione pedantesca. Ciò non di

meno noi riteniamo possibile compiere su basi induttive, un’analisi precisa, senza la minima pretesa di pervenire a risultati definitivi. Tali tendenze si rinvengono a) nell'essenza della natura umana; b) nella natura della lotta politica; c) nella naturadell'organizzazione. La democrazia porta all'oligarchia, diviene oligarchia. Assumendo questa tesi siamo ben lontani dal voler esprimere un giudizio di valore negativo nei confronti di qualsiasi partito al governo, o da voler avanzare una critica d’ordine morale"(5).

Secondo l'opinione comune l'avvento del sistema democratico è strettamente collegato con il raggiungimento di un certo stadio di civiltà.
Si osserva che nel tempo l’insieme dei diritti che inizialmente spettavano alla ristretta aliquota formante la classe dirigente, si è andato estendendo ad una massa sempre più vasta di uomini. Ma, osservava Michels, l'evoluzione della democrazia descri-ve una parabola discendente che è possibile misurare attraverso lo sviluppo dei suoi partiti politici. Col progredire delle organizzazioni viene a crearsi un apparato burocratico e gerarchico (che governa il partito) a cui si contrappone la massa degli iscritti "incompetente" e impossibilitata a partecipare a qualsiasi tipo di decisione.

“La legge sociologica fondamentale a cui i partiti politici vanno inesorabilmente soggetti, può, ridotta alla sua più breve esposizione, suonare all’incirca così: l’organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti’’(6). Una delle tendenze di fondo di qualsiasi partito in un regime democratico è quella di prospettare
la necessità di una maggiore partecipazione individuale alla vita politica attraverso una costante azione in funzione di controllo o d'intervento
diretto. Ma la burocratizzazione dei partiti ha reso poi praticamente impossibile l’attuazione di questo apostolato; sia per la obiettiva immaturità delle masse sia perché l’esigenza di organizzazione comporta la differenziazione di una casta di politici professionali.



Da ciò il Michels ne deduce l’esistenza di due leggi regolatrici dei rapporti tra gruppo dirigente e massa: a) la tendenza ideologica della democrazia verso il criticismo e il controllo; b) la controtendenza effettiva
della democrazia come creatrice di partiti sempre più complessi e sempre più differenziati; vale a dire sempre più basati sulla competenza di pochi. Ciò comporterebbe un rapporto inversamente proporzionale fra la tendenza all’organizzazione e la democraticità di un gruppo sociale. D’altra parte sembrerebbe inevitabile che un organismo ordinato ed efficiente si dia una struttura oligarchica. La conclusione, secondo Michels, non può che essere conseguente:"l’esistenza di capi è un fenomeno congenito a qualunque forma di vita sociale. Non incombe, quindi, alla scienza indagare se essa sia un male o un bene... Ha per, gran valore sia scientifico che pratico stabilire se ogni sistema di capi è incompatibile con i postulati della democrazia"(7).

Ma quali sono oggi i significati e i limiti del pensiero michelsiano? Giovanni Sartori,(8) uno dei maggiori studiosi contemporanei di scienza
politica, anzitutto riconosce l'interesse attuale dei problemi (l’organizzazione dei partiti politici, il rapporto classe dirigente massa ecc.) che indirizzarono la problematica dei Michels. Successivamente esamina alcune critiche alle diagnosi michelsiane. In primo luogo si parla di organizzazione e di oligarchia senza definire chiaramente il significato di questi due termini; è evidente che esistono molteplici tipi di organizzazioni diversamente strutturate, per le quali è generica l’equivoca formula di "sistema di capi".



In secondo luogo le osservazioni del Michels sul movimento socialista
in Germania e in Italia vengono generalizzate a tutti i partiti politici,
senza tenere conto che, nel particolare momento storico, il partito socialista non poteva costituire un campione rappresentativo. Infine è arbitrario partire dalla constatazione della antidemocraticità dei partiti e concludere che la democratica non democrazia. Secondo il Sartori alla prima obiezione si può replicare osservando che la legge di fondo di una qualsiasi organizzazione, cioè la sua tendenza oligarchica, non può essere smentita.

Alla seconda obiezione si può controbbattere constatando che i
moderni partiti di massa attraversano lo stesso stadio involutivo riscontrabile nella socialdemocrazia tedesca. Tuttavia, osserva il Sartori, facendo sua la terza obiezione: Michels cercava la democrazia dentro le organizzazioni. "Ma come trovarla? Organizzare è appunto articolare un vasto
organismo secondo strutture rigide eprecisi livelli gerarchici... il discorso si apre esattamente dove Michels lo chiude. Invece di guardare all'interno
di una organizzazione osserviamo i rapporti tra le singole organizzazioni
in concorrenza”.(9) La critica del Sartori nulla toglie, per, alla sostanza
della teoria michelsiana: in uno Stato moderno i partiti costituiscono la fucina della classe politica ed assurgono a centri di potere socio-economico, quindi evidente il rapporto di connessione tra la loro democraticità
e la democraticità dello Stato. Quanto poi al potere di controllo e di scelta tra le diverse oligarchie partitiche (circostanza che garantirebbe secondo il Sartori, l’effettiva sostanza della democrazia) possiamo osservare che
tale facoltà è più teorica che reale.



Essa presuppone la capacità e la possibilità di un’analisi selettiva da parte
di tutti gli uomini, ma non tiene evidentemente conto che l’uso ad esempio di strumenti di coercizione psicologica, quali i mezzi di comunicazione di massa, può rendere puramente ipotetica la "influenza della maggioranza".




(1) Cfr. Michels, Il concetto di conservare in politica, in “Studi sull'autorità e sulla democrazia”, Firenze 1933.

(2) R. Michels, op. cit., pag. 91.

(3) Ibidem   pag. 84.
(4) Curcio, L’opera politica di R. Michels, in "Studi in memoria di Roberto Michels", Annali della facoltà di giurisprudenza della R. Università degli Studi di Perugia, Padova 1938, pagg. 20-21.

(5) R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, Torino 1917, pagg. 497-498.

(6) R. Michels, “La sociologia ....cit., pag. 450.

(7) Ibidem.

(8) Sartori, "Democrazia e definizione", Bologna 1969.

(9) Ibidem.


venerdì 3 agosto 2018

Io difendo la Monarchia - Cap V - 2


Mussolini continua nella sua Storia di anno: «Un altro grave scontro avvenne con la legge che legalizzava il Gran Consiglio e stabiliva la sua competenza perfino nella successione al trono. La crisi durò alcuni mesi. Nel 1929 la Conciliazione dissipò l'irritazione e le relazioni tornarono normali».

Vi furono, dunque, varie crisi, e alcune assai lunghe, nei rapporti tra il Capo dello Stato e il Capo del Governo tra il 1925 e il 1929. Ma il Re non potè far prevalere la sua volontà perché era avvenuta una radicale trasformazione nell'equilibrio costituzionale dello Stato con la istituzione di un solo partito, l'unico autorizzato a vivere e l'unico ad essere rappresentato in Parlamento.

La fine del Parlamento veniva a significare a fortiori la fine della Monarchia costituzionale o rappresentativa o parlamentare. Non si può fare il processo al Re per questa crisi storica perchè egli è la prima vittima di tale rivoluzione da lui nè voluta, nè incoraggiata. Con la legge del Primo Ministro e con la legge che dava la facoltà al Governo di emanare norme giuridiche, fu compiuta la creazione dello stato fascista totalitario. Non vi furono più crisi ministeriali e Mussolini fece i suoi « cambi della guardia » nel Ministero senza bisogno delle consultazioni del Re. Egli aveva facoltà di nominare e deporre i ministri. Egli aveva ai suoi servizi una Camera docilissima e unanime. Tutto questo era avvenuto con regolari approvazioni e votazioni dei due rami del Parlamento
E quel che più conta con il favore del popolo sempre disposto all applauso all’indirizzo del « duce » e sotto la velata minaccia di una milizia di parte pronta a sostenere le ragioni della « rivoluzione in cammino » Con
la scusa del calendario fascista, vennero infine aboliti gli auguri del Capo d'anno. Così il Re fu estraniato dalla condotta politica del paese e non ebbe più contatti con le assemblee legislative. La Corona non aveva più una Camera dei deputati a cui rivolgersi, nè il Senato seppe compiere un gesto di energia e di lealismo verso il vecchio Sovrano. Ora la crisi non è finita. L'antifascismo dei sei partiti non pensa di ripristinare l'antico equilibrio dei poteri. Esso tende a perpetuare il sistema fascista. La folla dei violenti, dei facinorosi e degli armati in nome di un nuovo mito (la democrazia progressiva del comunismo) vorrebbe investire di sovrana autorità una assemblea dominata da qualche nuovo demagogo. Ogni altra autorità non deve essere riconosciuta. Appena Bonomi, nell'ottobre 1944, fece ritorno, saviamente, alla prassi regolare, al metodo delle consultazioni del Luogotenente per risolvere quella crisi di Governo, Nenni insorse e pose poi il veto nel maggio 1945, forte della insurrezione partigiana, alla permanenza dell'assennato parlamentare al potere. Giustamente un corrispondente straniero ha scritto che l’Italia ha subito nel maggio 1945 una seconda marcia su Roma. L'equilibrio dei poteri viene avversato perchè si tende alla nuova dittatura del socialcomunismo. Quel che giuoca in queste crisi non è la superiorità della dottrina o il rigore del ragionamento: giuoca solo il temperamento degli uomini. E se Bonomi, con il suo temporeggiare, con la sua tenacia nei tentativi di conciliare i conflitti, ha il temperamento di Giolitti, Nenni tende ad una mediocre ripetizione del suo conterraneo e maestro di gioventù, Mussolini. Nel giudicare degli eventi italiani dell'ultimo quarto di secolo ci troviamo dinnanzi ad un problema di civiltà e di costume politico assai più che dinnanzi a un problema di responsabilità giuridica o politica di alcuni istituti.
Già nel 1920, Vincenzo Morello (Rastignac) aveva fatto una osservazione che sembrò improntata a straordinario pessimismo suscitato nell’animo dello scrittore dalla visione poco confortante dell’aspra lotta politica di quel tempo. Scriveva il Morello: «La guerra nazionale che, proprio perchè tale, avrebbe dovuto unire tutti in un unico fascio, divise il popolo italiano fino alle sue più profonde radici provinciali e comunali. La guerra in breve, ruppe la leggera crosta di uniformità che la cosiddetta unità aveva creato e rivelò l'Italia a se stessa in tutte le sue più insuperabili differenze... Oggi la vita italiana ha di nuovo ripreso il suo antico ritmo di vita comunale, con la stessa energia negli odi e la stessa violenza nell’azione del Medioevo».
Questa grave analisi di V. Morello all'indomani dell'altra guerra deve essere attentamente considerata. Più volte Croce ha messo in rilievo che la vecchia Italia avversa alla rivoluzione dell'8oo, quella delle antiche Corri, non era entrata nel nuovo corpo italiano, non aveva più partecipato alla vita pubblica del paese. E ha notato il Croce anche recentemente e il suo giudizio ha rafforzato con quello, ci sembra, di Giustino Fortunato, che
quell'appartarsi di tutto un ceto, quello straniarsi della vecchia classe dirigente dalla vita nazionale fu un danno per tutti. In una lettera di Stefano Jacini ai suoi elettori di Temi nel 1869, si affermava che la vita pubblica italiana poggiava sul falso: vi era un'Italia reale distinta dall'Italia legale e tendente a ribellarsi a quella. Su 25 milioni di abitanti solo mezzo milione godeva del diritto elettorale. Di questo più della metà si asteneva dalle urne; sicchè senza contare gli agenti del potere esecutivo che concorrevano a formare la massa elettorale, l’un per cento degli italiani prendeva parte alla vita politica della nazione (1). Il nipote Stefano Jacini, attualmente Ministro della guerra, nel commentare le idee dell’avo scrive  (pag 33 op cit.) che in Italia il sistema parlamentare non ha mai funzionato correttamente e che il paese non ha mai goduto di un vero regime costituzionale. Anche nell’ottimo volume di Bonomi (2) che ha visto la luce dopo la liberazione di Roma dai tedeschi, viene notato questo fenomeno della scarsa partecipazione del popolo, dopo il 1860, alla vita politica del Regno. « Con un elettorato — egli scrive — ristretto per il fatto dell'enorme analfabetismo italiano e la propaganda astensionista della Chiesa, le urne elettorali raccoglievano a mala pena in ciascun collegio (che era allora di circa 50 mila abitanti) qualche centinaio di suffragi. Proprio nelle elezioni legislative del 20-27 novembre 1870 alcuni candidati erano entrati in votazione al ballottaggio con non più di trenta, quaranta voti. Erano, sì, venuti in luce uomini eminenti durante le lotte del Risorgimento e avevano preso posto nei due partiti che secondo l'esperienza inglese tenevano il campo della politica italiana. Poi con il diminuire dell influenza britannica i partiti erano venuti crescendo di numero nel paese e ancor di più i gruppi parlamentari secondo il costume di Palazzo Borbone. Infatti la nuova democrazia italiana tendeva a modellarsi su quella della sorella latina. Si venne via via dalla vittoria delle sinistre del 1876 alla guerra di Libia, allargando il suffragio sino ad addivenire dopo quella campagna coloniale, per iniziativa di Giolitti, al suffragio universale. E non si può dire che il paese non sopportasse bene quell’aumento costante del suo corpo politico attivo. Ma come abbiamo abbondantemente descritto, la guerra del 1914-1918 e l’ingresso tumultuoso in Parlamento di grossi partiti di masse, aveva spostato l’asse politico della nazione da Montecitorio ai Comitati direttivi o direttori nazionali dei partiti. Il 3 gennaio 1925 d Parlamento ebbe il colpo di grazia. Esso aveva faticosamente vissuto, ma non senza lustro di uomini eminenti e comunque, quale unico centro politico del paese dal 1861 al 1918 e poi aveva sopravvissuto tra crisi  sempre più acute e frequenti, sino a quel momento. Ora sorgeva un dittatore che si dichiarava responsabile di tutto il fascismo, dei suoi meriti come dei suoi delitti e invitava la Camera a deferirlo, se qualcuno poteva osarlo, all’Alta Corte di giustizia. Nessuno osò un tale gesto nemmeno degli eroici combattenti come Lussu o come Viola. Perchè? Perchè essi sapevano che la partita era perduta e che Mussolini aveva con sè le masse popolari, aveva la Milizia, aveva la grande riserva dello squadrismo padano e toscano. Poteva il Re, da solo, contro tutti, provocare la crisi e affrontare la lotta? Con quali possibilità e quali mezzi? Di delitti politici era piena la storia dei colpi di stato, ma assai più piena la storia delle rivoluzioni. Gli odierni antifascisti credono certo alla santità della loro rivoluzione partigiana, ma si sono fermati a considerarne il numero dei delitti?

Dal marzo 1848 al gennaio 1925 poche volte i Re d’Italia avevano sciolto la Camera su parere dei Governo in carica; mai era stato deposto un Presidente del Consiglio contro la volontà della maggioranza delle due Camere. È pur vero che i demagoghi professionali ritengono che il genio della politica si riveli nel fare sempre qualcosa di diverso e nuovo dal passato, ma una Monarchia non può seguire i sistemi cari alla demagogia. Essa si regge solo in quanto è un potere rigorosamente tradizionale e costantemente ancorato a delle formule non soggette a mutazione per il variare di volubili correnti.

(1) Vedi Stefano Jacini : Un conservatore rurale della nuo a Italia. Laterza. Bari. vol. II, pag 22
(2) Ivanoe Bonomi: La politica italiana da Porta  Pia a Vittorio Veneto. Einaudi, 1944.                                              
                                                                                                                                                    

mercoledì 1 agosto 2018

Intervista ad Alessandro Sacchi, avvocato e presidente dell’Unione Monarchica Italiana.


di Antonio Menna

Il 15%. Tanti sarebbero, secondo un sondaggio, gli italiani favorevoli al ritorno della Monarchia come forma di Governo. A più di settant’anni dal Referendum che ne decretò la fine, tra sospetti mai sopiti e proteste che sfociarono nel sangue, come a Napoli in via Medina, pare destinato a riaprirsi il dibattito.

Proprio nel capoluogo campano incontriamo Alessandro Sacchi, presidente, dal 2010, dell’UMI (Unione Monarchica Italiana). Con più di 80000 iscritti, è ad oggi il più numeroso movimento di ispirazione monarchica del nostro paese.

Avvocato civilista, Sacchi ci accoglie nello studio di Chiaia in una torrida giornata di Luglio. Alle pareti spiccano foto e dediche da parte di esponenti di Casa Savoia tra cui Amedeo duca d’Aosta. Sulla scrivania ingombra di documenti un libro con in copertina Vittorio Emanuele III immortalato nell’atto di celebrare la vittoria della Grande Guerra.
“Un uomo dalla estrema frugalità, dormiva su un materasso militare, a pranzo mangiava un uovo sodo, si svegliava alle cinque del mattino e ogni giorno coglieva qualche fiorellino da Regalare alla moglie, unico affetto della sua vita” racconta Sacchi, che si definisce un testimone “auricolare” di quelle epoche per aver conosciuto e raccolto le testimonianze di chi visse e combattè sulle pietraie del Carso, “ma un grande servitore dello Stato. La Prima Guerra Mondiale fu in fondo il primo conflitto bellico in cui gli italiani non si combatterono gli uni con gli altri. Dalla disfatta di Caporetto a Vittorio Veneto l’Italia ha vissuto il più grande momento di unione e fratellanza della sua storia. E quella guerra la vinse lui”, batte col dito sul volume, “il piccolo grande Re soldato”.



Nata nel 1944 nell’Italia appena liberata dai tedeschi, l’UMI è rimasta sempre un movimento trasversale al gioco dei partiti, ma ad oggi Ricca non esclude che possa diventarlo.
“Alle ultime elezioni siamo stati molto corteggiati, ma nessuno ha voluto sottoscrivere un documento sull’art.139 della Costituzione (che non prevede Revisione per la forma Repubblicana n.d.r.), solo chiacchiere. Sono state anche le prime in cui mi sono astenuto dal voto e ho espressamente chiesto ai monarchici di fare altrettanto. Mi è pesato, ma sono settantadue anni che i repubblicani chiedono voti ai monarchici. Non posso escludere, per il futuro, di presentare delle liste e creare un partito monarchico”.

Partito che però lo stesso Re Umberto II non volle nemmeno in occasione del Referendum del ’46.
“Vero, non lo volle e non vide mai di buon occhio i partiti monarchici. Umberto era affezionato all’UMI, che istituì come un fronte che perorasse le istanze della Monarchia quando tutti andavano schierandosi con la repubblica”.

Referendum che vinse la repubblica.
“Le racconterò una delle tante testimonianze legate a quei giorni. E’ la lettera di una suora al Questore di zona, in cui spiegava che essendo la prima volta che si recavano a votare lei e le altre sorelle del convento avevano deciso di consultarsi la sera precedente  e tutte avevano scelto di votare per la monarchia. In quel seggio non era stato scrutinato un solo voto a favore della Monarchia! “Posso pensare che tutte le mie sorelle abbiano cambiato idea”, scrisse, “ma almeno il mio voto ci doveva essere”“.
“Un broglio grossolano, documentato, scritto e ormai nemmeno più tanto dibattuto, e lo dico, guardi, senza alcun sentimento di rivincita. Non c’erano controlli all’epoca e Re Umberto si fidò. Quello è il passato, la monarchia che ho in mente io è un progetto per il futuro con in testa persone qualificate”.


[...]



lunedì 30 luglio 2018

Dall‘Impero dello Zar alla Federazione Russa sorvolando l’Unione Sovietica

La chiara simpatia che alcune parti politiche, giunte oggi al Governo, nutrono per il presidente russo Putin, non so quanto provenga dalla conoscenza della storia russa da Pietro il Grande ( 1672-1725) ad oggi, intrecciata con quella europea, quanto dall’autoritarismo dell’attuale leader, sia pure derivante dal voto popolare ottenuto in elezioni abbastanza regolari. Che questo atteggiamento contrasti con la posizione ufficiale del governo italiano fino ad oggi e con le sanzioni economiche verso la Russia non deve fare velo al nostro giudizio perché che l’odierna Russia vada recuperata all’Europa, nel nostro interesse, credo sia una esigenza storica, tanto più urgente, anche da un punto di vista strettamente numerico, in quanto i suoi circa 150 milioni di abitanti, con il suo P.I.L., andrebbe a sommarsi ai 515 milioni dell’Unione Europea, in evidente crisi demografica, surclassati dall’Africa e l’Asia, con i due giganti Cina ed India, ciascuno con oltre un miliardo di abitanti, e facenti parte di quel gruppo di paesi, il BRICS, le cui economie sono pure in sviluppo.
Guardare anche oggi sulla carta geografica la Russia estesa per migliaia di chilometri con la Siberia confinante in particolare con la Cina, anche se la popolazione di quella vasta area è meno di un terzo di quella complessiva, ed anche l’economia è ancora poco sviluppata ed i trasporti terrestri si reggono ancora sulla centenaria Transiberiana, potrebbe dare all’Europa una certa tranquillità, anche sul terreno economico se avvenisse un maggiore sfruttamento di parte di queste enormi estensioni. Ma recuperare e reinserire la Russia, fermo restando le nostre tradizionali alleanze e la NATO,sarebbe il ritorno a quel grande concerto europeo dove l’impero zarista ebbe, fino al tragico 1917, un ruolo estremamente importante toccando il culmine nel 1815 con la sconfitta di Napoleone, l’ingresso a Parigi dell’Imperatore Alessandro I ( 1777-1828 ) ed il successivo Congresso di Vienna, per non parlare delle sue vittoriose guerre contro l’Impero Ottomano, che portarono alla indipendenza della Grecia, della Serbia, della Bulgaria,dell’Albania e della Romania, tutte via via sottratte al dominio turco nel corso dell’ottocento. Ruolo imperiale e di patrocinio su tutto il mondo slavo ed ortodosso, che fu in parte bloccato dalle altre potenze europee, vedi la guerra di Crimea, nella quale seppe intelligentemente inserirsi anche il Regno di Sardegna, gelose di una eccessiva espansione russa e di un suo sbocco nel Mediterraneo, ma che dopo il 1878 ed il Congresso di Berlino assicurò all’Europa fino al 1914, 36 anni di pace e di sviluppo in tutti i settori.
Ed in questo periodo coincidente con il XIX secolo, la sua cultura, specie nel campo letterario e musicale si intreccia con le altre culture europee, avendo autori la cui fama oltrepassa le frontiere ed i suoi Puskin (1799-1837), Gogol’ (1809-1851), Turgenev ( 1818-1883), Dostoevskj (1821-1881 ), e poi Tolstoi (1828-1910) e Cechov ( 1860-1904), forse superano anche i grandi contemporanei inglesi, francesi e tedeschi, come romanzieri e commediografi, ed egualmente i Glinka (1804-1857), Borodin (1833-1887 ), Balakirev (1837-1910 ),Cajkovskj (1840-1893), Musorgskj ( 1839-1881 ), e poi Rimskj – Korssakov (1844-1908) e infine Stravinskij (1882- 1917) nel campo musicale si battono quasi alla pari con i musicisti francesi, italiani e tedeschi.
 Solo con la caduta dello Zar ed il sanguinoso avvento del comunismo, la Russia divenuta Unione Sovietica, esce dal concerto europeo, ne diventa estranea, anzi avversaria, costituisce una alternativa ed una minaccia alle altre potenze ed anche quando deve nuovamente allearsi nel 1941 con Regno Unito e Stati Uniti, per respingere l’offensiva hitleriana, dopo l’ alleanza del 1939, e vinta la guerra allarga il suo potere dispotico sull’Europa Orientale compreso anche parte della Germania ponendosi dovunque nel mondo,come rivale degli USA, divenuti potenza egemone dell’Occidente.
La caduta del regime sovietico, nel 1991, perciò ha riaperto la possibilità di questi rapporti, anche se dobbiamo riconoscere la difficoltà, dopo 74 anni di comunismo, di una vita parlamentare e democratica eguale a quella dei principali paesi europei. Inoltre per capire il suo attuale nazionalismo è da considerare lo “shock” subito dal normale cittadino russo, dopo il 1991, con la libertà ed indipendenza ripresasi dalle tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia,Lituania, che avevano vissuto appena un ventennio da stati sovrani dal 1918 al 1939, la indipendenza di alcuni antichi stati caucasici cristiani, nonché delle repubbliche mussulmane, vecchio frutto delle conquiste zariste, il distacco successivo, ancor più doloroso, della Ukraina e le rivolte terroristiche e secessioniste della Cecenia, di fronte alle quali non poteva non esserci una durissima repressione da parte del governo.
E’ invece da apprezzare e sottolineare che in Russia, caduto il regime comunista, i resti della Famiglia Imperiale Romanov, lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra Fedorovna, lo Zarevic Alessio,di 14 anni, e le quattro principesse Olga, Tatiana, Maria ed Anastasia, sono stati dissepolti da Ekaterinburg, dove erano stati trucidati dai bolscevichi il 17 luglio 1918 e solennemente traslati e sepolti a San Pietroburgo, nella Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo,evento che andrebbe ricordato a questi loro amici italiani.
Su di un altro piano a non facilitare i rapporti si sono aggiunte più recentemente il distacco della Crimea dall’Ukraina, la lacerazione nella stessa Ukraina tra fautori della indipendenza e nostalgici dell’antica unione, alcuni attentati alla vita di oppositori della attuale presidenza, ma tutto questo se non va sottovalutato e se deve essere rimarcato, non può e non deve impedire il discorso a più largo raggio per il ritorno a rapporti amicali con la Russia, che non deve sentirsi assediata ad Occidente quando ha da sorvegliare migliaia di chilometri di frontiere ad Oriente.
Domenico Giglio
P.S. Il recente incontro ad Helsinski Trump - Putin potrebbe essere un inizio di distensione nella quale l’Unione Europea dovrebbe inserirsi

domenica 29 luglio 2018

Regina dell'eleganza

ABITI DI CORTE DI MARIA JOSÉ DI SAVOIA

Comunicato stampa Giunta regionale Valle d'Aosta


Castello Reale di Sarre dal 5 agosto al 23 settembre

L’Assessorato dell’Istruzione e cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta e il Comune di Sarre presentano al Castello Reale di Sarre, dal 5 agosto al 23 settembre 2018, l’esposizione Reine de l’élégance. Abiti di corte di Maria José di Savoia, realizzata grazie alla collaborazione con la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia di Ginevra e all’apporto delle delegazioni FAI della Valle d’Aosta e della Svizzera.


L’Amministrazione regionale — sottolinea l’assessore all’Istruzione e Cultura Paolo Sammaritani — con questo evento intende arricchire ulteriormente la proposta culturale del Castello Reale di Sarre, in quanto residenza musealizzata dedicata al rapporto tra Casa Savoia e la Valle d’Aosta, attraverso l’esposizione di preziosi abiti legati alla vita di corte e ai momenti più ufficiali di Maria José di Savoia. La sovrana, che nel corso dei suoi numerosi soggiorni estivi ebbe modo di affezionarsi al territorio valdostano e alle sue montagne, rimase nel cuore della popolazione locale, come dimostrato in occasione della sua ultima visita al castello di Sarre il 15 maggio 1998. Il castello diventa la sede più appropriata per raccontare sfumature di storia di Casa Savoia poco note ai valdostani, emblematiche di momenti di vita ufficiale e di eleganza regale.


Per l’occasione, la Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, presieduta da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella, ha concesso in prestito una selezione di superbi manti e di splendidi abiti provenienti dal guardaroba dell’ultima Regina d’Italia, già esposti a Venaria reale, Parigi e Istanbul. Maria José aveva con il castello e con la comunità di Sarre un legame privilegiato, poiché dal 1936 al 1942 i Principi di Piemonte trascorsero la villeggiatura estiva nell’austera dimora di caccia di Vittorio Emanuele II e di Umberto I di Savoia.
Confezionati dalle più prestigiose case italiane secondo i dettami dell'ultima moda di Parigi, questi preziosi capi esaltavano il ruolo regale della sovrana e al tempo stesso attestavano sin da quell’epoca l’eccellenza dell’alta sartoria di cui ancora oggi l’Italia va fiera. Alcuni di essi furono fatti realizzare da Umberto II per dotare la futura sposa di un prestigioso corredo nuziale tutto “made in Italy”, di cui la Principessa si sarebbe fatta ambasciatrice nel mondo. Dopo l’esito del referendum a favore della repubblica, Maria José e Umberto lasciarono immediatamente l’Italia; partendo per l’esilio, e la “Regina di maggio” portò con sé gli abiti più belli del suo guardaroba, passati in seguito alla Fondazione ginevrina.
Oltre agli abiti di corte, in mostra si potranno ammirare anche la divisa da crocerossina di Maria José, che si adoperò per la riorganizzazione del Corpo Nazionale della Croce Rossa e durante la guerra prestò la sua opera presso i reparti italiani al fronte, e due uniformi degli uscieri di corte dell'epoca di Carlo Alberto.
Nel Cabinet des Estampes saranno esposte varie fotografie di Maria José a Sarre, sia del periodo d’anteguerra, sia delle visite ufficiali compiute nel 1989 e nel 1998. Al materiale iconografico si aggiungeranno alcuni documenti del carteggio privato tra Maria José e il parroco Aimé-Samuel Chatrian (1960-2004), donato di recente all’Académie Saint-Anselme, della quale Maria José era membro d’onore. Il canonico Chatrian ha intrattenuto fino all’ultimo stretti rapporti con la famiglia Reale: aveva presenziato, tra l’altro, al battesimo del principino Emanuele Filiberto IV e concelebrato le esequie di Umberto II nel 1983 e di Maria José nel 2001.
A corredo della mostra, curata da Sandra Barberi, è prevista la pubblicazione di una brochure illustrata trilingue.
Afferma nell’introduzione alla brochure Viviana Maria Vallet, responsabile dell’Ufficio Patrimonio storico-artistico della Soprintendenza regionale per i Beni e le attività culturali e dell’allestimento museale del castello di Sarre: Il rapporto tra i preziosi vestiti esposti e la dimora valdostana, molto amata dalla principessa, non è certamente diretto. Durante i soggiorni in Valle d’Aosta, nell’abbigliamento Maria José si mostra donna sportiva e moderna indossando abiti comodi e pratici, in grado di consentire libertà di movimento ma sempre contraddistinti dal suo stile e da un tipico tocco di charme: un cappello, una morbida stola o semplicemente un foulard.
Con questa iniziativa – spiega il Sindaco di Sarre Massimo Pepellin – il Comune di Sarre si propone di contribuire a far conoscere ai suoi concittadini, ai Valdostani e ai turisti le bellezze del suo castello, valorizzandone una delle caratteristiche che lo rende, assieme a Castel Savoia di Gressoney, unico in Valle d’Aosta: quella di essere "castello reale". L’amministrazione comunale intende a questo scopo dare risalto a momenti della vita dei personaggi di Casa Savoia che nel corso del tempo hanno utilizzato e abitato il castello, ricordando il forte legame che si era instaurato tra la dinastia sabauda e la cittadina di Sarre.
Sabato 4 agosto alle 18.00 avrà luogo l’inaugurazione della mostra, seguita da un aperitivo con accompagnamento musicale nel giardino del castello a cura della Pro loco di Sarre.
L’esposizione sarà aperta dal 5 agosto al 23 settembre 2018, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 (visita ogni mezz'ora, ultimo ingresso alle 18.30).
La mostra  temporanea Reine de l'élégance. Abiti di corte di Maria José di Savoia è compresa nel percorso di visita e nel biglietto d’ingresso al castello.
Si segnala inoltre che, per tutta la durata della mostra, nel museo parrocchiale di Sarre sarà esposta la pianeta donata da Umberto II nel 1978, per la celebrazione della messa di suffragio in occasione del centenario della morte di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Per ulteriori informazioni:
Castello Reale di Sarre
Tel. 0165.257539