NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

lunedì 21 maggio 2018

Stalin chiese a Pio XII l’ambasciata in Vaticano


I colloqui segreti tra Urss e Santa Sede

Josip Stalin, il dittatore comunista che perseguitava i cristiani, Pio XII, il Papa anticomunista. Nel febbraio 1952, in piena Guerra fredda, il leader sovietico avrebbe tentato un riavvicinamento tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica. Una trattativa ufficiosa e ancora embrionale, che si sarebbe protratta fino all’inizio del marzo 1953, quando il leader sovietico morì, con il conseguente naufragio del progetto. 
Colloqui informali avvenuti in gran segreto, nella residenza di Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, con l’interessamento del Re in esilio Umberto II. 
È quanto emerge da un verbale di 40 cartelle, fino ad oggi inedito, dove sono messi nero su bianco i resoconti dei colloqui che attestano l’offerta di Stalin. Per l’Unione Sovietica i contatti erano condotti dallo storico comunista Ambrogio Donini, studioso delle religioni, ambasciatore italiano in Polonia nel 1947, senatore della Repubblica eletto nelle liste del Pci dal 1953 al 1963. Per il Vaticano c’era il gesuita padre Giacomo Martegani, direttore della Civiltà Cattolica, che incontrava Papa Pacelli due volte al mese per ragioni d’ufficio.

[...]

Dal verbale emerge che Umberto II era al corrente della trattativa. Informato di tutto era anche l’arcivescovo di Genova l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, uno dei cardinali più vicini a Pio XII.  









Carlo Alberto: Presentazione di due volumi nella mostra "Il Re nuovo"



Nell’ambito della mostra, Giovedì 24 maggio, alle ore  17,00 a cura di Luca Leoncini,  Direttore delle Collezioni del Palazzo Reale e di Francesco Perfetti,  storico di chiara fama, verranno presentati i Volumi:

Il Re Nuovo,  Carlo Alberto ed il Palazzo Reale di Genova, Catalogo della Mostra
e
Niccolò Rodolico, Carlo Alberto Nino Aragno Editore,  2018

Niccolò Rodolico (1873 – 1969) è stato un insigne storico, docente all’Università di Messina e poi a quella di Firenze, Accademico dei Lincei. A lui è dedicato un Liceo in Firenze.
Ha studiato in modo particolare la vita e l'opera di Re Carlo Alberto.
Il Re Umberto II  lo nominò per i suoi meriti scientifici, membro della Consulta dei Senatori del Regno e gli attribuì l'Ordine Civile di Savoia.

Il Palazzo Reale di Genova è vicinissimo alla Stazione di Genova Principe.

domenica 20 maggio 2018

150° anniversario della costituzione del Reggimento Corazzieri


Aggiungi didascalia
Era il 7 febbraio 1868 quando, per ordine del Ministero della Guerra, vennero concentrati a Firenze 80 Carabinieri a cavallo destinati come scorta d’onore al corteo reale che doveva formarsi allorquando la Principessa Margherita di Savoia, andando in sposa al Principe Umberto, sarebbe entrata solennemente in città. I Carabinieri indossarono gli elmi e le corazze già impiegate alle nozze del Duca di Savoia. Questa volta, però, lo squadrone non venne subito disciolto ma destinato alla guardia dei reali appartamenti e scorta d’onore alla persona del Re. I singoli componenti dello speciale reparto dovevano possedere, oltre a peculiari doti fisiche di statura, particolare robustezza ed abilità nel montare a cavallo, distintissimi requisiti d’onore morale e disciplinare. Il Reparto assunse nel tempo varie denominazioni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, all'esito del referendum istituzionale, Umberto II sciolse i Carabinieri Guardie del Re dal giuramento alla sua persona ma non da quello di fedeltà alla Patria. Deposta momentaneamente la tradizionale corazza e sotto il nome di Squadrone Carabinieri a cavallo, il Reparto proseguì nell'attività di guardia al capo provvisorio dello Stato. L’11 maggio 1948, in occasione dell’insediamento del Presidente Enaudi, venne deciso che i Carabinieri Guardie riassumessero la loro primitiva veste e denominazione. Nei decenni successivi vi furono ulteriori modifiche nell'articolazione e lo Squadrone diventò prima Gruppo Squadroni e poi Comando Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica. Nel 1990 assunse rango reggimentale con il nome di Reggimento Carabinieri Guardie della Repubblica ed il 24 dicembre 1992, con Decreto del Presidente della Repubblica, venne fissata l’attuale denominazione del Reparto in Reggimento  Corazzieri.

La bellissima foto viene pubblicata grazie alla cortesia dell'Amministratore della pagina facebook Grigio Verde

Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 5

Precisazioni sulle responsabilità:


Lettera del Segretario Generale del P.D.I. all’on. Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio:

Signor Presidente, il Consiglio dei Ministri ha questa sera approvato «a maggioranza » (con l’inserimento a verbale della formale protesta di uno dei ministri, uno schema il provvedimento che determina il funzionamento di un governo provvisorio repubblicano. Premessa di tale provvedimento è la proclamazione del risultato del referendum che dovrebbe essere fatta domani mattina dalla Cassazione, calcolando secondo l’arbitraria interpretazione della legge proposta dalla relazione del Governo la maggioranza in base ai voti validi e non agli elettori votanti. E’ mio dovere segnalarle, signor Presidente, le gravissime conseguenze di quanto stassera il suo governo ha deliberato. In sede giuridica appare manifesta la decisione di violare la legge sul referendum, preparata ed imposta dal suo stesso Governo. In sede politica la frettolosa costituzione del governo provvisorio repubblicano, generato nell’illegalità ed imposto con la forza delle armi equivale ad un colpo di stato che non può lasciare indifferenti gli undici milioni di monarchici che hanno partecipato alle votazioni,
confidando nella lealtà e nella legalità del governo, né quelle altre forze politiche, che verso di essi stanno convergendo. La situazione che si è già sviluppata nel mezzogiorno, contrariamente alla volontà dei dirigenti responsabili, è sufficientemente grave. E’ augurabile per la salvezza d’Italia che nuovi elementi non la rendano irrimediabile. Se sarà attuato quanto stasera il suo governo ha deciso, l’opera di pacificazione, alla quale per invito di Lei, signor Presidente, e conformemente al mio stesso desiderio, mi sono dedicato prima, durante e dopo le elezioni, sarebbe in ogni caso compromessa: niente e nessuno potrebbe evitare una dolorosa frattura dell’unita spirituale e forse della stessa unità politica della Nazione. In tali condizioni, signor Presidente, due provvedimenti a mio avviso si impongono per riportare ed assicurare la pace negli animi:
1° - Lasciare la Cassazione assolutamente libera, nella sostanza e nella forma, di determinare l'uso del «referendum » secondo la legge.
2° - Subordinare la formazione d’un eventuale governo provvisorio repubblicano ad un impegno solennemente preso da tutti i partiti e garantito internazionalmente di sottoporre ad un nuovo e regolare referendum il problema istituzionale.
Ho tentato inutilmente questa sera, di conferire con lei, signor Presidente, per esporle direttamente quanto forma oggetto di questa lettera, in relazione anche alle responsabilità che per il Governo e per Lei ne derivano.
Ma sopratutto intendevo, come intendo, fare appello alla Sua coscienza di cristiano, d'italiano e di democratico, perché alla nostra Patria siano evitate nuove iatture
8 giugno 1946.
ENZO SELVAGGI

sabato 19 maggio 2018

Piccolo grande Re


Vittorio Emanuele III - Un'altra storia

La storia di Vittorio Emanuele III è stata finalmente riscritta.

Questo libro, ora nella sua seconda edizione ampliata ed aggiornata,  costituisce infatti la prima biografia realmente revisionista sul conto del penultimo Re d’Italia. L’autore ha infatti inteso approfondire le ricerche su Vittorio Emanuele III, ricercando quelle verità, finora sconosciute, riguardo sia il personaggio storico, come anche relativamente all’uomo, nel tentativo di volerlo inquadrare storicamente ed umanamente nella maniera più serena e pertanto più obiettiva, scevra quindi da qualunque condizionamento politico.
 La pacata ricerca della verità, quindi, intesa come logica esattezza delle cose, è stato il motore principale di tale ricerca, ritenendo semplicemente corretto fornire finalmente una sorta di difesa, anche se solo virtuale, che appunto a Vittorio Emanuele III, in quel “processo” storico in cui, di fatto, non gli è mai stata davvero concessa e che lo vede nella figura di “imputato” quasi unico, oramai da 70 anni, per tutti gli eventi negativi derivanti dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale.
Già il titolo di questo libro lascia intendere che a Vittorio Emanuele III l’autore abbia saputo riconoscere dei meriti, oltre che sottolinearne ovviamente anche gli errori, sebbene umanamente comprensibili, proprio analizzandone il personaggio, iniziando dal punto di vista umano, prima ancora che da quello del Sovrano. Secondo tale orientamento, quindi, fatti noti come l’avvento del fascismo in Italia, la pretesa “complicità” con lo stesso Mussolini, il 25 luglio, l’8 settembre, il Regno del Sud, l’abdicazione, l’esilio, ma anche i difficili anni del primo novecento, il colonialismo, la prima guerra mondiale, il primo dopoguerra, il biennio rosso, sono stati descritti ed analizzati secondo una prospettiva diversa da quella massimamente diffusa, fornendo alla fine un’immagine molto più obiettiva e pertanto quasi irriconoscibile di Vittorio Emanuele III, il tutto al solo fine di rendere onore alle parole di Publio Cornelio Tacito quando affermava che “La Storia non è partigiana. La Storia non ha partito politico. La Storia è solo il tempo che viene narrato e descritto”.
Proprio il significato più puro di questa affermazione è stato il vero filo conduttore di questo, come di tutti gli altri lavori svolti finora dall'autore, nella sua veste di storico e di biografo di Casa Savoia.
Questa frase di Publio Cornelio Tacito, antica oramai di quasi 2000 anni, è stata quindi tenuta presente in ogni passaggio della stesura di questo libro incentrato sulla figura di Vittorio Emanuele III, cosa che finora pochissimi storici, ovvero autori di libri o articoli scritti sul suo conto, hanno dimostrato di aver saputo (o voluto) fare, preferendo, invece, spesso allinearsi ai dettami della storia cosiddetta “ufficiale”.
Nelle pagine di questo libro, l’autore ricorda spesso che Vittorio Emanuele III, durante il suo regno, ha dovuto affrontare eventi a dir poco determinanti, se non proprio assolutamente cruciali, per la vita e la storia d'Italia.
Vittorio Emanuele III, che il "mestiere di Re" (come egli stesso usava indicare il suo importante ruolo istituzionale)  proprio non avrebbe voluto farlo, si ritrovò invece a doverlo fare in un periodo tremendo ed a dover prendere quindi decisioni, spesso da egli stesso non condivise, ma comunque ritenute assolutamente necessarie per la vita e la sopravvivenza dello stesso Paese.
Naturalmente, non appena finita la seconda guerra mondiale, sappiamo tutti (e bene) che Vittorio Emanuele III è stato fin da subito il bersaglio preferito e condiviso da più parti (anche ideologicamente opposte) che hanno trovato comunque utile e conveniente riversare su di lui colpe vere o presunte, ma ad ogni modo senza mai dargli la giusta possibilità di replica.
È caratteristico di ogni tirannia la negazione del diritto, a partire proprio dalla negazione del diritto ad un giusto processo e pertanto a quello di una giusta difesa, da qualunque tipo di accusa; questo, purtroppo, è ciò che invece è avvenuto sul conto di Vittorio Emanuele III e che massimamente continua ad avvenire.
In questo libro Guglielmo Bonanno di San Lorenzo ha cercato quindi di scremare qualunque forma di condizionamento ideologico e/o politico e di adottare quindi la necessaria serenità nel ripercorrere, una dopo l'altra, le maggiori accuse rivolte a Vittorio Emanuele III nel corso di questi ultimi 70 anni circa, assumendone una ideale ed ipotetica "difesa" in quel processo storico che dura dal 1946 e che ha visto quest’ultimo unicamente nella figura di accusato, senza facoltà di replica.
Non è questo un compito facile per un autore, anzi. Proprio perché esseri pensanti, tutti noi siamo portati a modellare un fatto, un evento o un personaggio storico ai nostri desideri o talvolta ai nostri auspici. Proprio per questo motivo ogni passaggio di questo libro è stato oggetto di un’attenta valutazione, relativa proprio alla maggiore esattezza storica possibile (in virtù della documentazione in possesso) e della voluta moderazione, a partire dalla terminologia adottata, proprio per non dare all’insieme l’immagine di un testo orientato, come quasi sempre avviene invece quando si analizzano periodi storici o personaggi di una certa particolarità o importanza.
Da questo libro, di Vittorio Emanuele III ne emerge quindi la figura dell’uomo, prima ancora di quella del Re, assolutamente diversa da quella a cui siamo stati "abituati" a riferirci finora, tanto che a tratti appare quasi incredibile, quasi non si stesse parlando di lui, visto quanto finora è stato detto e scritto sul conto.
In estrema sintesi, in ogni momento della stesura di questo libro, si è voluto sempre tenere presente i concetti di esattezza storica, ritenuta a parere dell’autore, autentica conditio sine qua non, al fine di fare finalmente chiarezza su alcuni dei passaggi più importanti della nostra storia. Una chiarezza utile a tutti coloro che, senza odio e senza astio, hanno a cuore soltanto la Storia, quella vera.
Di grande interesse storico ed umano appare il nuovo capitolo inserito in questa edizione e relativo alle tristemente famose "leggi razziali", oggetto di autentico tormento interiore per il Re Vittorio Emanuele III che mai le volle e che, in ultimo, fu costretto a ratificare, in virtù di quanto spiegato, peraltro in forma assai precisa, dall'autore del libro.
Un volume, questo, indispensabile per poter avere una visione più ampia e trasparente del Re che regnò dal 1900 al 1946, nel periodo indubbiamente più difficile per il nostro Paese.

Per informazioni o per l'acquisto di questo volume, scrivere a libri@guglielmobonannodisanlorenzo.it

I nostri auguri agli sposi







...La Monarchia suscita legami affettivi, familiari, che rendono il senso dello stato più intimo, più facile a stabilirsi nelle coscienze.


Umberto

giovedì 17 maggio 2018

Enzo Tortora, a trent’anni dalla sua morte


 di Emilio Del Bel Belluz 

Sono passati ormai trent’anni dalla morte del grande scrittore e giornalista: Enzo Tortora. 
Una persona buona che il buon Dio aveva fatto nascere in questa difficile terra, per portare speranza. Enzo era un uomo dal cuore nobile, uno di quelle persone che hanno lasciato una scia da imitare con il nostro vissuto. Era seguito in televisione da milioni di persone che attendevano la sera per dimenticare l’asprezza della vita. 
Con il suo programma Portobello, sapeva donare momenti di serenità. La sua vita di uomo di spettacolo e di uomo sincero fu turbata dal suo arresto e da accuse davvero terribili. 
La notizia della sua vicenda giudiziaria riempì le pagine dei giornali ed i notiziari della televisione. Non riuscirò mai a cancellare dalla mia mente il volto disperato di Enzo con le manette ai polsi, e l’aria incredula di chi ha appena appreso di essere entrato in un incubo. 
Non credo vi sia maggiore disperazione nel vedersi accusare di qualcosa di cui non si è colpevoli. I suoi occhi avevano l’espressione di chi non riusciva a reagire per il colpo subito. 
Non potrò mai dimenticare la sua voce tremante legata alla terribile malattia che l’ ha portato in Paradiso. Il buon Dio l’ ha voluto tra i suoi angeli. Vorrei ricordare di lui, che era uno dei giornalisti tra i più raffinati e che aveva scritto pagine memorabili di pugilato. Questi articoli li ho trovati nelle raccolte del settimanale “ L’intrepido “. 
Mai potrò scordare il pezzo che scrisse sulla morte di Primo Carnera in quel lontano 1967, quando era giunto a Sequals per sapere qualche notizia su Primo che stava male. “Caro insostituibile Carnera. Ci ha insegnato tante cose. Che i valori veri, in fondo, sono sempre gli stessi : una terra, una casa, dei figlioli. In quel suo corpaccione enorme, alloggiava un angelo custode. Quando venne il suo momento, e il curato di Sequals arrivò (Carnera era credente, e buon cattolico), Primo disse: “Padre ho picchiato tanto, ma senza cattiveria ”. E’ vero. Picchiò come si può arare, picchiò come si può coltivare la terra . Per averne frutti. Ora non c’è più. Chissà che direbbe, di certa forza che oggi viene usata per altri fini. Lui che quando sentiva dire l”Italia”, si commuoveva come un bimbo. La amava tanto, da venirci a morire”. 
Un caro ricordo di lui risale pochi mesi prima del suo arresto, alla morte dell’ultimo Re d’Italia: Umberto II. Fu inviato da una televisione privata a fare la cronaca del luttuoso evento. Le parole di Tortora commuovono ancora adesso, basta ascoltarle con cuore. La sua tristezza per la morte del Re era evidente, si vedeva che il suo cuore era toccato da quella grande malinconia di vedere l’Italia assente a una cerimonia per la morte di un Re, che aveva trascorso 37 anni in un esilio doloroso e tremendo, esito di una crudele ingiustizia. 
Sono passati trent’ anni dalla morte di Enzo Tortora, il suo volto buono ha arricchito il paradiso, ma ha impoverito la terra. Ci manchi tanto, Enzo.

martedì 15 maggio 2018

Monarchici a Musumeci e Miccichè: “Tenete in vita la volontà del Re”


Oggi ricorre il 72 anniversario della promulgazione dello Statuto della Regione Siciliana. 
Re Umberto II, comprendendo bene la specialità e le specialità della Regione Siciliana volle, a seguito di un lavoro iniziato un anno prima, dare alla nostra regione la sua Carta. 
Una guida che se negli anni fosse stata onorata e seguita avrebbe certamente dato alla Sicilia una caratterizzazione diversa da quella di oggi. 
I monarchici siciliani affidano ai presidenti di Giunta regionale e del Parlamento il compito di valorizzare ogni articolo dello Statuto ammonendo che il rispetto della nostra Legge è la miglior difesa del futuro delle prossime generazioni. 
Buon lavoro dunque all’On. Micciché e all’On. Musumeci a cui è affidata la missione più ardua: tenere in vita la volontà del Re.
Michele Pivetti Gagliardi

Presidente Unione Monarchica Italiana per la Regione Siciliana


Fonte:
http://siciliainformazioni.com/redazione/819319/monarchici-a-musumeci-e-micciche-tenete-in-vita-la-volonta-del-re

Umberto I ed il colera del 1884: "Finalmente nu rre che vvene a muri cu nnui!"


di Angelo D'Ambra

E' ai più noto che Umberto I preferì essere a Napoli per portare il suo soccorso ai colerosi anzicchè presenziare ad una festa a Pordenone. Declinò l'invito all'evento friulano comunicando: "A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli".
Nei giorni successivi all'attentato di Gaetano Bresci, il conte Guglielmo Capitelli, avvocato e sindaco di Napoli dal 17 aprile 1868 al 25 settembre 1870, condivise con Sabatino Lopez, redattore del "Secolo XIX" e penna del "Telegrafo", un emozionato ricordo di Umberto I e del soccorso che prestò in prima persona in occasione dell'epidemia di colera a Napoli nel 1884.
Si legge nell’articolo riportato da Aldo Santini in "Centodieci anni della nostra storia": "Nel '68, quand'era Principe Ereditario, Principe di Napoli, Umberto tornò sposo nella reggia partenopea. Allora il Capitelli, ventisettenne, era sindaco. Salutò gli sposi alla stazione con poche parole. Umberto che aborriva i discorsi gli disse: 'Bravo,  soprattutto perché breve. Dia il braccio alla principessa'. Nella carrozza dei principi salirono anche il giovane sindaco e il giovane prefetto di Napoli che era Antonio Rudini, ventinovenne. I principi furono adorati a Napoli per la loro bontà. Davano pranzi, partecipavano agite, visitavano tutti gli istituti: la principessa andò persino alle scuole di Basso Porto, il principe sopportava gli odiati discorsi, la lettura di poesie. Ogni mercoledì, alla Reggia c'erano feste di ballo. E poco a poco, si amicarono alcuni appartenenti alla società borbonica."

[...]

dal sito http://www.historiaregni.it/


http://www.historiaregni.it/umberto-i-ed-il-colera-del-1884-finalmente-nu-rre-che-vvene-a-muri-cu-nnui/

domenica 13 maggio 2018

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II. Umberto a Fatima

Nell'anniversario dell'apparizione della Santa Vergine a Fatima riportiamo la lettera con la quale Re Umberto espresse i suoi sentimenti di fedele e di italiano all'Arcivescovo di Leiria - Fatima (Portogallo) che lo invitava in una posizione di privilegio per le celebrazioni del 1975, Anno Santo.



Abbiamo avuto un grande Re. Non c'era bisogno di conferme.

Fatima e Casa SavoiaAlfonso I d'Este

Alfonso I del Portogallo
di Cristina Siccardi

Pochi sanno che a Casa Savoia è legato anche il miracolo di Fatima.
Dobbiamo risalire al  XII secolo quando i lusitani ovvero i portoghesi avevano vinto i mori, che miravano alla conquista della penisola iberica. Alfonso I (1109-1185), detto il Conquistatore (Conte del Portogallo dal 1128 al 1139 e poi primo Re del Portogallo dal 1139 fino alla morte), affidò al suo eroico condottiero, Don Gonçalo, il compito di difendere il Paese dal pericolo islamico. Prima della decisiva battaglia di Ourique (26 luglio 1139), Alfonso stava pregando per la protezione del popolo portoghese, quando gli apparve una visione di Gesù Cristo sulla croce.
La guerra fu vinta e, in segno di gratitudine, il Re incorporò le cinque ferite di Cristo nella bandiera, inserendo cinque pallini bianchi all’interno dei cinque scudi azzurri, che rappresentano i cinque sovrani moreschi sconfitti proprio ad Ourique: piaghe e scudi sono tuttora presenti sul drappo portoghese. Quale premio per la vittoria ottenuta, il Re concesse al fedele Gonçalo il privilegio di scegliersi in sposa la giovane più bella fra le musulmane prigioniere e quest’ultimo elesse Fatima, nome assai noto fra gli islamici, perché appartenuto alla figlia di Maometto. Ma a Fatima venne imposta una condizione, che la giovane accolse benignamente: la conversione alla religione cattolica. Maestra e catechista fu la moglie di Alfonso I, Mafalda di Savoia, prima Regina del Portogallo.
L’unione fra il condottiero, conosciuto come Matamoros, e la bella Fatima durò poco: la sposa morì prematuramente e Gonçalo decise di ritirarsi a vita di preghiera e di penitenza nell’abbazia cistercense di Alcobaça, tra i figli di San Bernardo, abbazia fondata e donata a San Bernard de Clairvaux (1090-1153) dallo stesso Alfonso I. Don Gonçalo, al fine di avere un più vivo ricordo dell’amata sposa, ne fece trasferire la salma in una località vicina e che da lei prese il nome: Fatima.
Uno straordinario rinvenimento
Il 19 agosto 1999 è stata ritrovata, fra le antiche carte dell’archivio del monastero delle Domenicane di Alba (Cuneo), fondato dalla beata Margherita di Savoia, una straordinaria documentazione di cui si erano perse le tracce. Questi scritti rivelano che nel XV secolo Casa Savoia venne informata delle future apparizioni di Fatima e degli annunci mariani circa i castighi che si sarebbero abbattuti sull’umanità. Era il 16 ottobre 1454 quando, in questo monastero di Santa Maria Maddalena, una certa suor Filippina de’ Storgi (?-1454), prima di spirare, lasciò una profezia: la Madonna sarebbe apparsa a Fatima.

[...]


sabato 12 maggio 2018

L’abbazia di Altacomba



di Elena Falletti

La Reale Abbazia di Altacomba ha sede in un medioevale convento d’inizio XII secolo, nel Dipartimento francese della Savoie. Le origini risalgono ad una comunità religiosa di monaci cistercensi dell’Abbazia di Clairvaux, che avevano aderito alla regola benedettina di san Bernardo e intorno al 1100 si erano stabiliti in un vallone alto (alta comba, haute combe), su una montagna adiacente al lago del Bourget, allora chiamato Lago di Chatillon.


Da Altacomba a Fossanova

Dopo il 1139, essendo abate Amedeo di Clermont d’Hauterives, cugino di Amedeo III di Savoia, ebbe luogo la traslazione dei monaci dalla riva orientale a quella occidentale del lago, in territorio del conte di Savoia e precisamente a nord del Mont du Chat, in località Charaya o Charve. Sorse così la nuova Abbazia, costruita seguendo le regole architettoniche cistercensi, prendendo il nome della precedente sede abbandonata ovvero Nostra Signora di Altacomba. Pochi anni dopo l’edificazione, sorse la “figlia” italiana, l’abbazia di Fossanova, nel Lazio, la cui costruzione durò dal 1163 al 1208: perfetto esempio del primo stile gotico italiano, peraltro forma di transizione dal romanico al gotico.

Amedeo III, partito nel 1147 per la seconda Crociata, lasciò il figlio Umberto III sotto la protezione dell’abate Amedeo, diventato Vescovo di Losanna. Il nuovo conte, legatosi affettivamente ad Altacomba, volle essere qui sepolto dopo la morte, avvenuta nel 1189. I conti di Savoia del XIII e del XIV secolo seguirono il suo esempio. Mentre Altacomba riceveva concessioni di terre e di diritti, i suoi abati divennero consiglieri influenti dei principi sabaudi. Predilezione speciale ebbe per questo sacro luogo il conte Aimone, che, verso il 1340, fece costruire la cappella denominata di Savoia, nella cui cripta furono raccolte le tombe dei suoi predecessori. Autore della cappella fu l’architetto Jean de Breclesent ed in essa trovarono dimora le sculture di Nicolas de Neufchâteau e i dipinti di Giorgio dell’Aquila e Jean de Grandson, firmatari di una vivace decorazione a croci bianche in campo rosso, rappresentante lo stemma comitale.

[...]

venerdì 11 maggio 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 4

Sembrano queste, oggi, delle bestemmie, ma allora passavano sotto il nome di filosofia dell’autorità o della volontà e avevano il favore della stampa e del pubblico. E ancora oggi questo metodo si applica a tutto lo spazio
del pianeta dall’Adriatico al Pacifico. I fatti del 1922 sono ormai passati dalla cronaca alla storia. Essi sono stati qualificati e registrati nei testi di storia italiani estranieri. Non guardiamo ai testi del fascismo, ma a quelli dell’antifascismo.

Il senatore Carlo Sforza in un suo libro (1) scrive: «Fu la fine della breve luna di miele tra l'Italia e il fascismo. Questa luna di miele ci fu, anche se passionati scrittori antifascisti la negarono: pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi».

Come poi lo stesso Sforza, nello stesso libro, a breve distanza da questo periodo che abbiamo riferito, trascenda a parlare di tradimento regio (che avrebbe cagionato l’ascesa del fascismo al potere) è inesplicabile.
Ma che tradimento regio se, come dice lo scrittore, vi era una luna di miele fra l'Italia e il fascismo e se Mussolini fu accompagnato da voti di successo così numerosi che pochi uomini hanno avuti? Dunque Carlo Sforza condanna da sé la triste frase del tradimento.

Guardiamo ora agli esponenti maggiori della politica del tempo: chi di essi ha mai accusato il Sovrano di avere (dopo esaurita tutta la gamma parlamentare) chiamato al Governo Mussolini, per dare veste legale al tentativo rivoluzionario e restituire la pace alla Nazione? È inutile citare dalla stampa italiana di quei giorni traboccante d’entusiasmo, di patriottismo e di enfasi. A Roma erano per il fascismo nascente tutti i giornali.

Questo era il clima italiano che circondava il Re. Quanto ai giornali stranieri, citeremo per tutti un commento del Times, del 18 novembre 1922, all’indomani del discorso di Mussolini al Parlamento: «L’elevazione del fascismo è la conseguenza naturale della degradazione progressiva del sistema rappresentativo a Roma. Le dichiarazioni di Mussolini hanno il tono dei discorsi di Cromwell ».

Incominciavano subito all’estero le amplificazioni rettoriche, le prime raffigurazioni eroiche di cui avremo piene e infastidite le orecchie sino alla Conferenza di Monaco (settembre 1938). E veniamo ora agli scrittori antifascisti. Prendiamo Luigi Salvatorelli nel suo libro Vent’anni tra due guerre. Si legga nel cap. 1, tutto il paragrafo: «L'Italia: avvento del fascismo (pag. 59). Il più ortodosso degli scrittori fascisti potrebbe sottoscriverlo. Non vi  si trova ombra di dubbio sulla piena legittimità e sulla necessità storica del movimento fascista, sulla perfetta ortodossia costituzionale della crisi del 1922 nei rapporti tra Governo e Parlamento, tra Parlamento e Sovrano. Del socialismo è detto che esso si rivelò effettivamente incapace di fare la rivoluzione; di Mussolini si parla come di un dominatore per le sue doti eccezionali per la propaganda e l’azione; del fascismo al potere si ricorda l’opera di riorganizzazione e trasformazione dello Stato e la politica estera «fatta gelosa del prestigio italiano e rivolta a far valere la voce dell'Italia nelle competizioni internazionali».

Passiamo ora al Sommario della Storia d’Italia e al Profilo della Storia d’Europa dello stesso Salvatorelli sulla cui opera insistiamo perché egli è il più severo degli intellettuali antifascisti ed ha pronunciata tendenza repubblicana. L’autorevole storico tralascia ogni aggettivazione favorevole al fascismo, ma si guarda anche da ogni critica. Nel Profilo della Storia d’Europa descrive anche l’estendersi della forma autoritaria a quasi tutti i paesi d’Europa e con ciò riconosce implicitamente l’essenza profonda del movimento fascista e il suo carattere storico. A mano a mano il sistema autoritario passò dall’Italia alla Spagna, con la dittatura De Rivera (1923); e poi al Portogallo (1926) e, insieme, alla Polonia (maggio 1926). E ancora alla Lituania, alla Turchia, alla Jugoslavia, alla Bulgaria, alla Grecia. Infine esso si diffuse e prese maggior vigore in Germania. Tutta l’Europa fu attorno al 1935, autoritaria o semiautoritaria. La democrazia parlamentare rimase una eccezione. Parlare senza una esatta cognizione e comprensione, a distanza di un quarto di secolo, di un tale fenomeno divenuto da italiano europeo, e poi mondiale causa i fatti dell’Asia Orientale (Cina, Giappone, Manciukuo) e della America del Sud; parlarne svalutandolo e facendo credere che da noi il Re, lui solo, poteva e doveva stroncarlo, come se fosse semplice ed agevole cosa; tutto ciò è prova di ottusa passione politica che oscura la mente e il raziocinio.

Nel terzo volume della mirabile Storia di Europa H. A. L. Fisher, un autore inviso al fascismo che ne sequestrò tutta l’opera, il capitolo finale descrive le «nuove dittature e le vecchie democrazie». Scompare, dice l'autore « nella mentalità media dell’uomo comune la vigorosa fede nella libertà civile e nella persuasione pacifica, caratteristica del secolo diciannovesimo». Il pensiero di Fisher s’incontra qui con quello di Croce. Ognuno può rilevare che ci troviamo dinnanzi ad un grave  fenomeno di decadenza della civiltà europea che coincide con la prima guerra mondiale. Mentre le nazioni del Continente sembravano raggiungere le più alte vette del benessere e del progresso, la loro concorrenza mercantile, industriale e coloniale preparava l’urto degli opposti imperialismi. Nello stesso tempo lo stesso progresso del capitalismo eccitava il moto della rivoluzione sociale. La guerra imperialista esplodeva nel 1914; la guerra sociale nel 1917, in Russia. Da allora, né i paesi europei, né il mondo intero hanno avuto più pace. La prima guerra mondiale sembrava avere affermato i principi ei diritti delle nazionalità ed ha invece portato, dopo un ventennio, alla distruzione dei piccoli Stati. Il conflitto non risoluto nel 1914 -918, tra Germania e Inghilterra, si è rinnovato nel 1939 e di nuovo tutti i popoli sono stati coinvolti nel tremendo urto. La conclusione si è avuta ora e il wilsonismo e i suoi diritti delle nazioni, sono stati sostituiti con l'equilibrio temporaneo e molto instabile dei grandi imperi. L’Europa è divenuta zona d’influenza del gruppo anglosassone e del gruppo sovietico. La rivoluzione sociale, rimasta in posizione di attesa in questo quarto di secolo, ha trovato ora, nella Russia vittoriosa, i milioni di baionette per traboccare ad occidente e nell’Asia orientale. Ma il mondo occidentale, rifugiato negli Stati Uniti di America, ha trovato nella grande industria e nella ricerca scientifica la sua difesa e probabilmente i mezzi per ottenere, in un possibile conflitto, l’incontrastato dominio ecumenico. Entro questo grande quadro bisogna porre la crisi del fascismo e la vittoria dell’antifascismo. I piccoli  uomini che oggi ritengono in Italia di fare con il sussidio di una legittima reazione storica, cieche e continue vendette, nient’altro che vendette, commettono un grave errore. Non si costruisce con l’odio quel che è andato distrutto per l’urto di forze cosmiche estranee ed esterne alla vicenda italiana.  Quella confortevole Europa, quella dolce Italia del periodo
liberale, che aveva, nella borghesia delle professioni, la sua classe dirigente vivamente satireggiata nella stampa ma, infine, allegramente sopportata, non ritornano con la guerra civile e con la guerra sociale, con i campi di concentramento e i campi di confino, con la minaccia di nuove rivoluzioni, di nuove esplosioni e di nuove esperienze. La grossolanità politica e l’ignoranza degli uomini nuovi; lo spirito alacre di vendetta dei settuagenari e degli ottuagenari (solo Croce, Orlando, Nitti e Bonomi hanno conservato con la dignità della cultura, l’elevatezza dello spirito e la superiorità dell'apostolato civile) minacciano di distruggere il consorzio italiano assai più della tetra stupidità del fascismo e della stessa imponente coalizione nemica. E vediamo come il Fisher studia il fascismo nel generale quadro europeo della caduta del liberalismo. Dopo aver riprodotto molteplici giudizi sull’inizio del fascismo, vediamo altri importanti giudizi sul suo svolgimento, sul suo sviluppo fino alla decadenza.

«La paura del contagio russo - scrive l’autore inglese - influì profondamente sulla politica italiana. Anche qui si ebbe, alla fine della guerra, un sentimento generale di stanchezza o di delusione. Era convinzione comune che l'Italia avesse sofferto molto per ottenere pochissimo. Già prima della guerra vi era stata in Italia una grande propaganda rivoluzionaria che aveva poi contributo alla débàcle di Caporctto: e quando finalmente giunse la vittoria c non ebbe altro risultato che nuove tasso, prezzi alti e scarsità di carbone, gli operai italiani si chiesero in che tanti sforzi avevano giovato al paese. Uno stato di animo di aspra ostilità contro il Governo esistente si diffuse tra gli operai delle fabbriche dell'Italia settentrionale. Il nome di Lenin era popolare, il ritratto del profeta russo circolava, gli scioperi si susseguivano. Vecchi soldati, reduci della guerra, venivano ingiuriati per la via. Essendo il Parlamento eletto con la rappresentanza proporzionale, i gruppi politici erano molti e i ministri debolissimi. Regnava libertà di linguaggio e di discussione, ma il Governo non aveva qualità capaci di conquistare l’opinione pubblica... Quest'apparente dispersione e paralisi delle forze nazionali spiega la meteorica fortuna di Benito Mussolini ». Qui l'autore descrive il periodo socialista di Mussolini per poi parlare del suo interventismo e dell'azione successiva.
Egli (Mussolini) «uscì alla fine della guerra ardente di patriottismo, condottiero di fortuna, pronto, violento,  limpido, non alieno da alcuna violenza, cospiratore nato. Nei soldati reduci dalla guerra, feriti dall'indifferenza del paese, il partito trovò i suoi militi. Il 28 ottobre 1922 marciava su Roma e, conservando il primato nominale del Re, assumeva la direzione dello Stato».

(1) Carlo Sforza: L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi. Mondadori, Roma, 1944.

mercoledì 9 maggio 2018

9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia.

Riproponiamo il testo della conferenza tenuta il 4 Febbraio dall'Ingegnere Giglio, presidente del Circolo Rex, assolutamente esaustiva per quanto riguarda gli eventi che oggi ricorrono.



L'inizio dell'esilio di Re Vittorio Emanuele e della Regina Elena


Il 9 Maggio del 46, dopo l'abdicazione in favore di Re Umberto, Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena iniziano il loro esilio, terminato solo da pochi mesi.

Ricordiamo l'evento con la testimonianza di Don Arcangelo Mosconi, Cappellano della R.N. "Duca degli Abruzzi"

dal settimanale Candido n.38, 1958 


“Arrivati ad Alessandria il Re passò in rivista per l’ultima volta l’equipaggio: il suo volto era teso nello sforzo di trattenere le lacrime, la Regina piangeva e molti uomini dell’equipaggio avevano gli occhi lucidi”


Re Vittorio Emanuele con il comandante della Nave
II 9 maggio 1946, l’allora Capitano di Vascello Aldo Rossi, Comandante dell'incrociatore «Duca degli Abruzzi», sul quale ero imbarcato in qualità di cappellano militare, chiamò a rapporto tutti gli ufficiali e ci comunicò che si sarebbero salpate le ancore per una missione molto importante. Con la nostra unità le Loro Maestà il Re e la Regina avrebbero raggiunto Alessandria d’Egitto. Alle 19,11, infatti, la nave si fermò al largo, di fronte a Villa Maria Pia, e quasi subito dal piccolo molo si staccò un motoscafo a bordo del quale erano il Re, la Regina, il Conte Calvi di Bergolo e la contessa Jaccarino Rochefort.
Sull’imbarcadero rimase un piccolo gruppo di persone, tra cui Re Umberto, che a tratti alzavano la mano in segno di addio. Ben presto il motoscafo raggiunse l’incrociatore e il Re salì a bordo. Tutto l’equipaggio era schierato sulla tolda, il silenzio era solenne.
Il Re era in borghese e non appena mise piede sulla nave si tolse il cappello e rimase per un attimo fermo a guardare la bandiera che sventolava sul pennone. Poi passò in rivista i marinai, e agli ufficiali strinse uno per uno la mano, senza dire parola. Quando fu avanti q me vidi che i suoi occhi erano velati e che certo faceva sforzi per non dare sfogo a tutta la sua commozione.
Non era quella la prima volta che avevo l’onore di vedere Sua Maestà Vittorio Emanuele. Per lui e per la Sua Augusta consorte avevo infatti già celebrato due volte, nella piccola cappella di Villa Maria Pia, la Santa
Messa. A quel tempo io ero ricoverato nell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, nel braccio che era stato concesso alla Marina. Mi ero ammalato di malaria e restai degente per alcuni mesi. Fu quando cominciai la convalescenza che un giorno, dai padri Vocazionisti, mi venne offerto d’andare a celebrare la Santa Messa nella Villa dove risiedevano le loro Maestà. Accettai con grande entusiasmo. Per due volte quindi mi incontrai, nel salotto antistante la cappella e dove io mi preparavo al mio uffizio, con la Regina Elena la quale aveva la bontà di intrattenersi con me.
Una volta vennero con Lei anche i figli della Principessa Maria di Borbone-Parma ed io notai che essi tenevano compuntamente in mano il libriccino della Messa. «Come sono bravi questi piccoli», dissi dando loro un buffetto sulla guancia. E la Regina mi rispose: «Oh, non sanno ancora leggere, ma io desidero che imparino sin d’ora a seguire la Santa Messa col loro libriccino delle preghiere ». Per tutta la durata della celebrazione la Regina restava inginocchiata ed una volta che alla Messa assistette anche il Principe di Borbone, marito della principessa Maria, Io sentii rispondere con voce ferma a tutte le domande che io ponevo, anche se non era lui che serviva.
Tenente Don Arcangelo Mosconi, da Fondi (Lt)
Una terza Messa di fronte al Re e alla Regina la celebrai sul «Duca degli Abruzzi», durante il viaggio verso Alessandria d’Egitto. L’altare era stato eretto nella Santa Barbara, la zona sacra della nave, dove si conserva la bandiera da combattimento. Era la domenica di Pentecoste.
II giorno dopo avremmo gettato le ancore nel porto egiziano. Anche quella volta la Regina rimase per tutto il tempo inginocchiata e ci fu un momento in cui direi proprio di averla sentita piangere sommessamente.
II viaggio durò tre giorni, e durante quel periodo il Re salì varie volte sulla coperta per intrattenersi con il comandante o con gli ufficiali. Il primo giorno era rimasto a lungo à guardare Napoli che spariva lentamente alla vista, poi si era anche soffermato ad osservare la costa calabra che a poco a poco, sfilando davanti alla nave, si allontanava sempre più da essa e aveva indicato vari punti di riferimento dando prova di conoscere la sua Patria quasi palmo a palmo. Un giorno l’aveva poi dedicato alla visita minuziosa della nave. Era salito e sceso dappertutto, anche nella sala macchine, interessandosi del loro funzionamento e dimostrando anche qui di conoscere tante cose, quasi quanto un marinaio.
La Regina, invece, restò sotto coperta. Solo una volta, ricordo, la vidi seduta a poppa in uno spazio che era stato liberato proprio per Lei, conversava con la contessa Jaccarino Rochefort. Mi pare anche che lavorasse a maglia, per passare il tempo.
Il terzo giorno, quello dopo Pentecoste, come ho già detto, Alessandria d’Egitto apparve all’orizzonte. Il Re guardò a lungo quella bianca città che si avvicinava. Certo, pensando che lì, ora, avrebbe trascorso il resto
della sua vita, riandò in quel momento ai luoghi che aveva più cari in Italia. Il porto era pavesato a festa, come se il Re fosse giunto per una visita ufficiale. Anche tutte le navi alla fonda alzavano il gran pavese e quando il «Duca degli Abruzzi» accostò spararono le salve di saluto.
Venne così il momento in cui il Re dovette congedarsi dall’equipaggio, che era di nuovo tutto schierato sul ponte irrigidito sull’attenti. Ancora una volta Egli passò quindi davanti ai marinai e agli ufficiali, ma ora il suo passo era più lento. Come se avesse voluto fissarsi bene negli occhi tutti quei volti italiani che vedeva per l'ultima volta. Agli ufficiali strinse la mano in silenzio, credo che in quel momento non avrebbe potuto articolar parola. Il suo volto era teso nello sforzo di trattenere le lagrime. La Regina invece piangeva senza potersi frenare e con lei piangeva la contessa Jaccarino che le stava sempre al fianco. E anche tanti uomini dell’equipaggio, anche quelli che ne avevano ormai viste di tutti i colori e si poteva pensare avessero il cuore indurito, avevano gli occhi lucidi.
Prima di scendere dalla scaletta il Re si volse verso la bandiera e rimase li, sull'attenti, per qualche minuto a fissare quel tricolore che sventolava.  
I Sovrani scendono dalla scaletta della R.N. "Duca degli Abruzzi"
Poi scese nel motoscafo personale di Re Faruk, con il quale il sovrano d'Egitto aveva mandato a prenderlo. Faruk in persona lo aspettava sul molo per riceverlo non come un Re in esilio ma come un amico che viene in visita.
Non rividi mai più le Loro Maestà. Feci invece, sempre sul «Duca degli Abruzzi», ancora un viaggio, questa volta però verso il Portogallo, in compagnia della Regina Maria Josè, dei suoi bimbi, del Duca di Genova e del Duca di Ancona.
Partimmo dal molo San Vincenzo di Napoli che era mattina presto. I bambini dormivano quasi ancora ed erano portati in braccio dalle governanti. lo mi intrattenni poi spesso con loro durante la traversata, facendoli divertire con innocenti giochi con le carte, ed essi stessi ne insegnarono altri a me. Ricordo che Maria Gabriella era sempre la più triste. Non rideva se non forzatamente, e un giorno che le chiesi il perché di quella sua mestizia mi rispose: «Non voglio andare via dalla mia Patria». La governante mi disse anche che la piccola di notte non dormiva, tanto era assillata dal pensiero di doversi allontanare dalla sua Italia.
Dissi anche una Messa alla presenza della Regina Maria Josè e dei Duchi, e il Duca di Genova anzi mi aiutò personalmente a preparare l’altare, dimostrando una perfetta conoscenza del Rito. Quando gettammo l’ancora sul fiume Tago e venne anche qui il momento dell’addio la commozione pervase di nuovo tutti, e l’ultimo ricordo che ho è quello delle piccole figlie di Re Umberto che dal motoscafo si voltavano verso la nave  sventolando i loro fazzoletti in segno di saluto.
Cappellano Tenente don Arcangelo Mosconi