NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 17 marzo 2012

Casa Savoia e la classe operaia


Sul sito dedicato a Re Umberto II una bella intervista del 1953 di Mario Viana al Sovrano sui rapporti della Monarchia con i diritti dei lavoratori ed i cambiamenti sociali dell'800-'900.

Nella duplice ricorrenza della proclamazione del Regno d'Italia e del ventinovesimo anniversario della scomparsa del Re in esilio il nostro piccolo tributo alla memoria di Vittorio Emanuele III ed Umberto II. 



giovedì 15 marzo 2012

Agli spagnoli piace la monarchia. E anche Franco non dispiace...

Ben 7 spagnoli su 10 danno un giudizio positivo della monarchia e del Re Juan Carlos, nonostante gli scandali travolgano una parte della famiglia reale. In un referendum gli abitanti di un paese dell'Estremadura decidono di tenersi il nome dedicato a Francisco Franco.
Sette spagnoli su 10 considerano la monarchia un'istituzione positiva per il Paese e oltre 1 su 2 (56%) la giudica «vicina o molto vicina» alla gente. È quanto emerge da un sondaggio realizzato dall'Istituto di rilevamento DYM per il quotidiano di destra ABC, in uno dei momenti più difficili dei 36 anni di regno di Juan Carlos, a causa dell'inchiesta sulla presunta corruzione che vede imputato Inaki Urdargarin, il marito dell'infanta Cristina, secondogenita dei reali. Nonostante sia stato realizzato dieci giorni dopo l'interrogatorio fiume di Urdargarin del 6 e 7 marzo scorsi davanti al giudice istruttore di Palma de Maiorca, il sondaggio evidenzia che gli spagnoli conservano una buona immagine della monarchia. Per il 69% degli intervistati è un'istituzione «abbastanza o molto» impegnata nella democrazia; mentre per il 68% è «molto o abbastanza rispettata» a livello internazionale. Tuttavia, meno della metà degli spagnoli (47%) la considera un'istituzione moderna e quasi nella stessa percentuale (52%) gli intervistati la considerano simile alle altre monarchie europee, mentre solo per il 36% è migliore. Il re Juan Carlos continua a riscuotere ampi consensi. Il 77% degli spagnoli valuta positivamente il suo operato durante il mancato colpo di Stato del 23 febbraio del 1981; il 72% pensa lo stesso in relazione alla sua azione rispetto all'Eta basca; il 79% degli intervistati approva la risposta data dal re al presidente del Venezuela, Hugo Chavez, quando nel corso di un vertice latinoamericano gli disse: «Perchè non stai zitto?». L'opinione più negativa degli intervistati riguarda proprio le attivit… imprenditoriali del genero del monarca, Inaki Urdargarin, approvate solo dal 44% degli spagnoli e bocciate da un 42%. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli spagnolo, l'81%, sottolinea la buona immagine della Spagna proiettata da re Juan Carlos all'estero; mentre il 63% riconosce la sua funzione di 'arbitro' fra le istituzioni e la capacità di favorire l'unità fra gli spagnoli. Il fatto, infine, che la monarchia susciti un riconoscimento superiore a quello della figura del re, con una percentuale del 69% rispetto al 63%, sfata anche la convinzione che la Spagna sia 'juancarlista' più che genuinamente monarchica.
Se si tiene conto del forte sentimento antispagnolo e antimonarchico diffuso nella società basca e catalana, si comprende quanto il valore medio del 70% di gradimento nei confronti della monarchia di Madrid equivalga nella cosiddetta 'Spagna profonda' ad un 80% abbondante.

Come se non bastasse si moltiplicano in Spagna i segnali di rivendicazione del passato franchista. Il paese di Guadiana del Caudillo (Badajoz), nella regione orientale dell'Estremadura, conserverà il suo nome dedicato all'ex dittatore fascista Francisco Franco, nonostante la cosa violi la legge sulla "memoria storica" approvata recentemente dal parlamento spagnolo. Lo hanno deciso in un referendum gli abitanti del piccolo Comune, che conta complessivamente 2.530 persone. Degli 817 che si sono recati alle urne, 495 hanno votato a favore della conservazione del nome, mentre altri 310 hanno votato per la sola denominazione di Guadiana. La partecipazione al voto, non molto alta, è stata comunque superiore a quella delle ultime elezioni europee nonostante che i partiti di centrosinistra e sinistra, Psoe e IU, assieme all'Associazione per il recupero della memoria storica dell'Estremadura, avessero invitato a disertare il referendum. Una scelta estrema, quella degli abitanti del piccolo centro dell'Estremadura, ma in linea con una cultura reazionaria ampiamente diffusa che lega la monarchia con il vecchio regime all'interno di una mitologia nazionalista e sciovinista mai tramontata. E che anzi la galoppante crisi economica potrebbe riportare in auge. 

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/7469-agli-spagnoli-piace-la-monarchia-e-anche-franco-non-dispiace

mercoledì 14 marzo 2012

Sostenete ITALIA REALE



Nell’ambito del mondo monarchico italiano, il mensile "Italia Reale" che esce, ininterrottamente, da 40 anni, grazie all’impegno di un gruppo di volontari, attivi su tutto il territorio nazionale rappresenta un punto di riferimento costante per tutti coloro, monarchici e non, interessati alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra politica, alle nostre attività.
La pubblicazione è anche l’unica realtà monarchica ormai che, per quanto noto, esce regolarmente, a cadenza mensile, con 16 pagine dense di notizie, informazioni e proposte.


Per continuare a fare questo lavoro è però necessario che "Italia Reale" possa contare sull’aiuto economico di un numero maggiore di persone.


Pertanto chiunque condivida la necessità di non perdere tale nostro patrimonio culturale, consideri la possibilità di inviare un proprio contributo per il miglioramento della testata.   

Grazie!



ITALIA REALE MARZO 2012

Mensile di politica, cultura ed informazione

organo ufficiale dell'Alleanza Monarchica
ItaliaReale-Marzo-2012.jpg
E' online il numero di Italia Reale del mese di Marzo 2012, in formato PDF
(il giornale mensile di Alleanza Monarchica - Stella e Corona)
Per conoscere meglio ITALIA REALE potete richiedere una copia omaggio inviando una e-mail a italia-reale@libero.it
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Una lettera di Franco Ceccarelli a proposito dei "processi" a Casa Savoia

 Le colpe della storia e la monarchia

Gentile direttore,

con qualche ritardo sono venuto a conoscenza del “processo” cui qualcuno ha ritenuto di dover sottoporre i sovrani rappresentanti la cessata dinastia che ha unificato l’italia. Per me, che ancora ritengo che la storia sia una cosa seria, non pare che quell'iniziativa sia stata cosa molto seria. Debbo, ovviamente, attenermi per il giudizio a quanto leggo sul giornale, dal momento che non ero in aula, ma già da quel che scrivete, non si parte bene.
Infatti, proprio poiché ritengo che la storia sia una cosa seria, non si può affermare: che Vittorio Emanuele sia colpevole della schioppettata presa da Garibaldi all'Aspromonte. L’esercito per fermare l’eroe dei 1000, mica lo mandò il sovrano, lo mandò il governo. Il che, in una monarchia costituzionale come era il Regno d’Italia allora, era abbastanza ovvio. E detto per inciso, poi, meno male che lo fermarono.
Non si può dire, parlando dei moti di Milano, che questi si svolsero “ nell'autunno del 1898”, dal momento che si verificarono in maggio! Non è esiziale, ma induce a delle considerazioni sulla preparazione storica dei giudici e degli avvocati; non si può affermare che l’armistizio dell’8 settembre venne annunciato dopo che Vittorio Emanuele III era al sicuro a Brindisi. Molti dei drammatici eventi determinatisi dopo l’annuncio degli alleati a Radio Algeri, si verificarono proprio perché l’annuncio stesso venne anticipato di quattro giorni.
Non è cosa da poco, questa volta non solo storicamente. Basti pensare che, insieme a migliaia di soldati, caddero in mano tedesca due figlie del re (una di queste, la principessa Mafalda, morì in un campo di concentramento tedesco), il genero, conte Calvi di Bergolo, che rimase a Roma, le due duchesse d’Aosta, con i figli, liberate solo nel maggio del 1945.
Sia chiaro che la casa reale ha avuto le sue colpe, indiscutibilmente, ma di qui a farne il capro espiatorio di ogni nostro malanno nazionale, sin dal 1861, mi perdoni, mi pare troppo e storicamente improponibile.
Le colpe, nella storia come nella vita di ognuno di noi, non stanno mai, mai, da una parte sola. E’ come quando si divorzia: non è mai colpa di uno solo.
La ringrazio per l’attenzione ed il seguito che vorrà dare alla presente. E mi scuso per il tempo che le ho fatto perdere auspicando che, in futuro, ove sappia di similari eventi “processuali”, per favore, me lo faccia sapere. Di monarchici ce ne sono anche in Romagna.
Franco Ceccarelli

Al mio amico Franco: Grazie Fra'! 
Roberto

martedì 13 marzo 2012

C’E’ VOGLIA DI MONARCHIA IN EUROPA?

di Alberto Lembo
Nel corso degli ultimi due decenni sono accaduti in Europa fatti ritenuti prima impensabili che hanno riproposto l’istituzione monarchica o, almeno, un collegamento dei popoli con le loro dinastie storiche. Prima vi è stato il ritorno in una Bulgaria al collasso di Simeone II e la sua assunzione di poteri di governo, durata dal 2001 al 2005 (purchè, era stato “autorevolmente” avvertito, non pensasse ad una restaurazione monarchica), poi il ritorno di re Michele in Romania, con la restituzione dei beni confiscatigli nel 1947 e l’attribuzione di funzioni di rappresentanza pubblica anche a livello internazionale col titolo di “re”.
Nel 1993 Leka I, re degli Albanesi, proclamato sovrano da un governo anticomunista in esilio, risultò vincitore di unreferendum istituzione per il ristabilimento della monarchia nel 1997 ma, per “ordini superiori” i risultati furono truccati, come testimoniatomi anche da parlamentari italiani componenti della delegazione di osservatori internazionali dell’O.C.S.E. e, dopo un breve esilio, Leka è tornato a morire a Tirana nel 2011.
Non è Europa, ma vi siamo come forze di occupazione a sostegno di un governo fantoccio (altro che Quisling!) l’Afghanistan, dove il ritorno dall’esilio di Mohammed Zahir Shah nel 2002, accolto da tutte le componenti tribali come punto di riferimento unitario, forse l’unica soluzione pacificatrice possibile, non si concluse con la restaurazione della monarchia per la netta e pervicace presa di posizione degli U.S.A. che imposero la soluzione repubblicana in favore del loro uomo Karzai, accettando solo che al vecchio sovrano, tornato a risiedere nel suo palazzo, fosse riservato il titolo di “Padre della Patria” come ricompensa per il suo sacrificio. Re Zahir è morto nel 2007 e come vadano le cose in Afghanistan è cosa ben nota a tutti, nonostante la cappa di disinformazione stesa dalla N.A.T.O. e  dai suoi padroni.
Due fobìe prevalgono nei confronti dell’istituto monarchico: quella americana e quella massonica, che da sempre combatte i troni visti come un elemento di intralcio sulla via della “repubblica universale”. Questo pregiudizio è stato alla base del rovesciamento dei risultati del referendum istituzionale in Albania, del diktatnei confronti di Simeone II ed è oggi il motivo della disinformazione che oscura le notizie provenienti dalla Romania, dove manifestazioni popolari, caduto il governo, invocano il ritorno al potere di Michele I.
Negli ultimi mesi l’Ungheria, altro Stato dell’Unione europea, orfana della “Corona di Santo Stefano” dal1946, ha addirittura cancellato la parola “repubblica” dalla sua costituzione, sollevando un vespaio di polemiche tra i Soloni “democratici” e in Serbia un recentissimo sondaggio informa che la grande maggioranza del popolo, sottoposto ad ignobili umiliazioni e a mutilazioni territoriali chiederebbe il ritorno sul trono della propria dinastia. Non dimentichiamo, di passaggio, che il Regno del Belgio si è pacificamente trasformato in stato federale proprio per la garanzia data a fiamminghi e valloni, rivali da sempre, dalla presenza della monarchia al vertice. In Croazia il cemento è costituito non da una Dinastia ma dalla religione cattolica fortemente diffusa che ne ha difeso le particolarità anche durante il periodo comunista.
[...]

Le riflessioni di un monarchico sulla giustizia italiana

Dell'Utri. Il criminale. Il mafioso. Il colluso. L'anello di congiunzione tra Berlusconi e la mafia. Colui che introdusse lo stalliere mafioso in casa di Berlusconi . Quello che definì eroico il comportamento di uno che non accettava sconti di pena e facilitazioni pur di confermare accuse contro di lui.
Ho avuto voglia di gridare che una delle poche cose che mi piacciono della costituzione repubblicana è che un cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio, cioè fino alla Cassazione.
La corte di Cassazione cioè quella che cassa. Che cancella. Che depenna. Dal latino cassus : vano, inutile, senza effetto.
Bene, la Cassazione della repubblica ha sentenziato che nei confronti del cittadino dell'Utri il processo di appello non è stato svolto secondo i canoni del diritto. Che al cittadino imputato Dell'Utri , presunto innocente, ma condannatissimo anzitempo da tutta la stampa italiota e da tantissimi utenti di telefree non sono stati garantiti i diritti della difesa. Perfino quello del ragionevole dubbio che fosse innocente.
Mentre ancora faceva un po' di rumore una prescrizione giunta dal tribunale di Milano che, nonostante tutte le buone intenzioni di finire in tempo un processo che potesse nuocere abbastanza all'immagine di Berlusconi con una condanna, proprio non ce l'ha fatta e si è dovuto limitare a lasciare il cittadino Berlusconi, presunto innocente, nel limbo di quelli che l'hanno sfangata non per provata innocenza ma per scadenza dei termini.
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domenica 11 marzo 2012

Italia 61

di Domenico Giglio

La chiusura delle celebrazioni di « Italia '61 » ha posto fine ad uno stridente contrasto: quello tra il clima morale, gli uomini, gli ideali di un secolo fa, magistralmente rievocati nella mostra storica a Palazzo Carignano, e gran parte della realtà odierna, particolarmente nei suoi aspetti politici così lontani dagli insegnamenti e dalla tradizione del Risorgimento, mentre il calore patriottico fortissimo raggiunto nei raduni nazionali, tenuti quest'anno a Torino, da alpini, bersaglieri, artiglieri, fanti e marinai d'Italia ha invece dimostrato che, fortunatamente, nell'anima popolare il Risorgimento non è passato invano e che le forze armate sono state effettiva scuola di unità in un popolo, come il nostro, per millequattrocento anni diviso, smembrato, invaso per la sua estrinseca debolezza e spesso per le sue interne inimicizie, funzione questa delle forze armate che già sessant'anni or sono riconosceva Giustino Fortunato, uomo di destra, ma non certo militarista scrivendo: « ... (l'Esercito) in Italia è scuola di civiltà, è l'unità medesima se è vero, come io credo che niente abbia (dell'esercito) giovato e niente giovi più ad inspirarne il concetto nei cuori e nelle volontà delle moltitudini... »

Abbiamo detto diversità di clima specie nel mondo politico e ancor più nel mondo della cultura, tra gli intellettuali, che furono invece nell'ottocento alla avanguardia del movimento di riscossa nazionale, chi con la parola, e chi anche, e furono i più, con l'azione: oggi a parte le interpretazioni e deformazioni che del Risorgimento hanno dato e danno continuamente i marxisti, solo pochi esponenti qualificati di questo mondo, e cioè alcuni storici di chiara fama hanno trovato nelle loro rievocazioni e commenti alle vicende risorgimentali accenti di nobile fierezza nazionale, di vibrante sentimento unitario ed hanno saputo con obiettività, parliamo qui di quelli di notori sentimenti repubblicani, riconoscere il peso determinante avuto dalla Monarchia nel processo formativo dello Stato unitario. Questo silenzio, quando non poi l'irosa negazione dei più, potrebbe farei ritenere ormai sorpassata e non più valida la lezione del Risorgimento e ciò potrebbe anche essere vero se il nostro Risorgimento fosse stato un fatto puramente diplomatico e militare, quale fu pochi anni dopo in Germania la nascita del primo Reich, opera degli junker prussiani Bismark e Moltke. Ma il Risorgimento italiano fu qualcosa di diverso, diciamo pure qualcosa di più del fatto diplomatico e militare, fu un fatto di profondo significato civile che affondò le sue radici nel pensiero e nella cultura di almeno un secolo, per non risalire ai vaticinii di Dante, ed a quelli di Machiavelli ebbe poi una altissima carica ideale, tale da riunire ad un unico scopo e sotto un'unica bandiera gli uomini dalle ideologie e dalle provenienze geografiche e sociali più disparate, ed una sua profonda moralità, costituendo per molti il riscatto e l'Indipendenza della Patria una seconda religione e per altri addirittura l'unica: fu la porta per il progresso economico e sociale aperta da un regime liberale, giovane d'anni, ma maturo di pensiero, fu la strada per la modernizzazione di secolari e decrepite strutture tracciata senza sconvolgimenti da e in una democrazia progressivamente allargatasi nelle coscienze e nel suffragio. Lo stesso « primato degli italiani » che grandi spiriti come Gioberti e Mazzini, sia pure in forme diverse avevano auspicato e propugnato, era primato, era missione (« la Terza Roma ») di rinnovata civiltà e non di predominio egemonico ed a tale primato la nuova Italia mirò, sia pure non con quella costanza ed immediatezza che molti speravano, nei campi Più vari, dalle scienze alle generose esplorazioni.

Lo stesso, sviluppo e potenziamento dell'Esercito e della Marina, oltre a sconsigliare e scongiurare i persistenti timori di gelosie francesi e di rivincite austriache (von Conrad, capo di stato maggiore dell'esercito austriaco, ancora nel 1908, malgrado la Triplice Alleanza e mentre l'Italia era in lutto per il terremoto di Reggio e Messina pensava ad una spedizione punitiva contro di noi) servì, particolarmente nel caso della flotta, a far conoscere, rispettare e se del caso temere la nuova Nazione (vedi le riparazioni e le scuse degli Stati Uniti per il linciaggio di undici nostri connazionali avvenuto nel 1891 a New Orleans, riparazioni che oggi non siamo ancora riusciti ad ottenere dal Congo per il massacro di Kindu!), perchè i profeti e le nazioni disarmate, finchè nel mondo la forza varrà purtroppo più del diritto, sono destinati ad essere sconfitti!

Dunque dal moto risorgimentale uscì uno Stato ed una Nazione, nazione e stato che hanno già retto per un secolo, malgrado il diverso avviso e l'iniziale sabotaggio, degli ambienti temporalisti e legittimistici italiani (usiamo questo ternimie in senso puramente geografico, come oggi parliamo di partito comunista « italiano »). Fulcro di questo Stato e di questa Nazione fu la Monarchia Sabauda: la sua caduta nel 1946 ha ridato vigore alle forze antirisorgimentali e logicamente antiunitarie ed antinazionali, ed alle peggiori tendenze dell'Ita, lia pre-unitaria, ha tolto al popolo quel centro ideale ed allo stesso tempo reale, visibile che umanizzava lo Stato, che riassumeva in sè quei valori spirituali e morali, che nobilitano la vita ed i doveri del cittadino verso lo Stato, ne fortificano la fedeltà, ne consacarno i diritti.

A questo punto non ripeteremo la sacrosanta ma sterile querela di tanti   benpensanti contro l'attuale malcostume, facendo i monotoni laudatores  temporis acti e respingendo il  presente in attesa, di un futuro migliore che, non si sa per opera di chi e come dovrebbe venire, ma ribadiremo l'impegno  di operare politicamente, nel presente, in questo momento storico con i mezzi, gli strumenti che i tempi richiedono, perchè questo mutamento avvenga, attenti a non dimenticare i problemi di oggi, a non apparire negatori delle conquiste di ordine materiale  cui anche in questi anni si è faticosamente pervenuti, convinti del dovere di dare al presente un'anima, uno scopo non unicamente utilitaristico una serietà, un senso delle cose non particolaristico, una mentalità non settaria, regolandoci insomma come si regolarono Vittorio Emanuele II e Cavour. E ciò significa dinamismo, duttilità elasticità mentale -precedente i tempi, non farsi prendere da alcun problema mettersi alla testa e mai in coda per non essere distaccati o trascinati in movimenti di pensiero, ai movimenti di massa indirizzandoli e risolvendoli nella legge e nella ordinata libertà che favorisce, non nega qualsiasi conquista di democrazia politica economica sociale, ma respinge la demagogia e la violenza sovvertitrice
che dalla forza e sulle piazze crede di imporre la  sua volontà.

Risorgimentali quindi e questo spieghi la nostra avversione storica ed attuale a quei movimenti che il Risorgimento negano, o peggio ancora rinnegano, ed anche a quelli che credettero o credono  far grande e rispettata l'Italia, dimenticando come l'Italia nacque e prosperò cioè, per voto di plebisciti, confermato nel Parlamento, per l'adesione crescente del popolo alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, adesione che si ridusse, ma non, disparve nemmeno il 2 giugno 1946 nell'ora triste del «tolle, tolle », e che noi dobbiamo ricreare, folta e copiosa.

giovedì 8 marzo 2012

Una nuova moda: il processo ai Savoia

Assistiamo da tempo ad un curioso fenomeno: quello dei processi ai Savoia. Ha incominciato qualcuno come Del Boca, è stato contagiato uno stravagante consigliere comunale di Gaeta ed adesso assistiamo a quest'altra  novità nella Romagna, che per lo meno, a sua discolpa, ha un'antica tradizione in fatto di diffusione delle idee repubblicane. Ci piacerebbe essere invitati una volta ad assistere a questi processi per poter dire la nostra e credo che saremmo ben documentati sull'argomento.
Documentazione che invece non sembra presa in considerazione da chi ha tenuto questo ennesimo "processo", o, perlomeno, da chi ne ha riportato  le motivazioni della sentenza nell'articolo che segue.
Lo staff



“Processo ai Savoia”, anche Pennabilli condanna la dinastia sabauda

PENNABILLI. Si è concluso con un verdetto di condanna il “Processo ai Savoia” celebrato domenica scorsa nella splendida cornice del teatrino della Vittoria. Il processo, organizzato da Pro loco e amministrazione comunale, ha visto alla presidenza della giuria l’avvocato Lorenzo Valenti, sindaco di Pennabilli. Il pubblico che ha votato a scrutinio ha condannato i Savoia senza possibilità: nel segreto dell’urna in 44 hanno bandito la dinastia sabauda mentre in sedici si sono espressi per l’assoluzione. Il pm della requisitoria che sosteneva l’accusa per la condanna dei Savoia è stato impersonato dal giornalista Pietro Caruso, redattore del Corriere Romagna e direttore della rivista di cultura “Il pensiero mazziniano”, mentre la toga della difesa l’ha rivestita Salvatore Di Grazia, avvocato riminese.
Il dibattimento non è stato privo di colpi di scena: Caruso ha portato tre principali motivazioni della condanna nei confronti di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia ma anche il mandante morale e politico del ferimento (con intenzione mortale) di Giuseppe Garibaldi il 29 agosto sull’Aspromonte, di Umberto I che consentì al generale regio Vincenzo Bava Beccaris di cannoneggiare, alzo zero, la folla del proletariato milanese durante l’autunno del 1898 provocando 80 morti, 450 feriti, 1.400 arresti e insignì il generale sanguinario delle alte onorificenze della dinastia e del merito civile. Infine, facile argomentazione, l’accusa contro Vittorio Emanuele III si è appuntata sulla sua condiscendenza verso la marcia su Roma, vero colpo di Stato che concesse immediatamente dopo il potere Mussolini senza neppure passare dalle elezioni, per includere la firma alle leggi razziali anti ebraiche e la vergognosa gestione dell’armistizio con gli alleati firmato il 3 settembre e comunicato l’8 settembre del 1943 non prima che il re d’Italia fosse al sicuro a Brindisi. Brillante la difesa dell’avvocato Di Grazia, abile la strategia difensiva verso Carlo Alberto, il re triste, forte la tutela della tradizione risorgimentale di Vittorio Emanuele II e richiami de amicisiani per Umberto I, ma Vittorio Emanuele III era indifendibile. E con ironia, a conclusione dei verdetti l’avvocato riminese ha commentato la sentenza predendo in prestito una celebre frase di Ettore Petrolini: «A me mi ha rovinato la guerra».

http://www.corriereromagna.it/rimini/valmarecchia/2012-03-06/%E2%80%9Cprocesso-ai-savoia%E2%80%9D-anche-pennabilli-condanna-la-dinastia-sabauda

mercoledì 7 marzo 2012

Gustavo Fabbri. Un monarchico illustre.

Monarchico di purissima fede, difese questa idealità, prima nella Consulta Nazionale, dove rappresentava la monarchica Concentrazione Democratico-Liberale di Alberto Bergamini, e poi nell'Assemblea Costituente, quale deputato del Blocco Nazionale della Libertà, che raggruppava in un unica lista i movimenti e partiti decisamente monarchici, quali il PDI e la già nominata Concentrazione Demoliberale. In questa Assemblea, quale componente della Commissione del 75, che doveva elaborare la nuova carta costituzionale (mai poi sottoposta a referendum popolare per l'approvazione, come un'autentica democrazia avrebbe dovuto fare!), l'avv. Fabbri si trovò, quasi da solo a dover fronteggiare i repubblicani più accaniti e faziosi, ma grazie alla Sua preparazione giuridica ed al Suo irreprensibile passato antifascista, varie volte riuscì ad attenuare gli articoli e le disposizioni più vessatorie nei confronti dei Savoia, ed anche quando fu sconfitto dal numero che non conosceva ragioni, sempre uscì moralmente vittorioso e con intatta fierezza ideale rese coerente testimonianza della Sua fede nei valori della libertà e della Democrazia, ai quali aveva sempre creduto ed ai quali non venne mai meno.


Fece parte fin dalla fondazione del P.N.M., che dopo il referendum aveva generosamente rialzato la bandiera della rivendicazione monarchica ricoprendo la carica di componente la Giunta Esecutiva del Partito fino alla scomparsa dello stesso, e fu tra quelli che sempre si opposero, per motivi ideali, alla alleanza con il M.S.I. Non aderì al nuovo P.D.I., sorto dalla fusione tra il P.N.M. ed il P.M.P., non approvando la soppressione dell'attributo «monarchico», ed in tale occasione, senza clamori e pubblicità, ma con la discrezione e la modestia che lo avevano sempre distinto, indirizzò una nobilissima lettera all'on. Covelli, segretario del P.N.M., nella quale lettera ancora una volta si rivelavano le doti di signorilità, dirittura e galantomismo, che avevano sempre uniformato la Sua vita. 
L'onorevole Gustavo Fabbri si spense a Roma l'8 Gennaio del 1962.

Roma. Le fotografie della storia d’Italia al Quirinale: la Monarchia

“ll Quirinale dall’Unità d’Italia ai nostri giorni” è la mostra sui 150 anni aperta dal 30 novembre 2011 al 17 marzo 2012 tra il Cortile d’Onore e le sale del Piano Nobile del palazzo presidenziale. Due le prospettive, storico-documentaria e artistica. Della prima la fotografia fa la parte del leone, insieme a documenti e cimeli, nelle fasi della vita nazionale che sono la storia del Quirinale, oltre che dell’Unità d’Italia: la monarchia prima e durante il ventennio fascista, la transizione con la Costituente e il Referendum, la Repubblica con uguale spazio espositivo per ogni Presidente.


E’ una grande mostra allestita da Luca Ronconi e curata da Louis Godart, il consigliere della Presidenza della Repubblica per il patrimonio culturale, con Paola Carucci, promossa dal Segretariato generale della Presidenza e organizzata con Civita, insieme hanno realizzato anche il Catalogo in due volumi più uno su La Regina Margherita e la Biblioteca del Quirinale.
Grande ma semplice, per così dire, con un allestimento non invasivo per non oscurare l’altro oggetto dell’esposizione, oltre alle vicende storiche e politiche evocate: il Palazzo del Quirinale con i saloni sontuosi, gli affreschi e gli arazzi, i dipinti da pinacoteca e gli arredi fantasmagorici.
[...]
http://fotografia.guidaconsumatore.com/002072_roma-le-fotografie-della-storia-ditalia-al-quirinale-la-monarchia/

martedì 6 marzo 2012

Napoli, un grande regno che finì suicida

Una veduta del Palazzo Reale di Napoli, costruito a partire dal 1601, in una tela di Angelo Maria Costa del 1696

In un libro di Gianni Oliva la "storia negata" dei Borbone: al tempo dei Lumi il loro Stato era più avanti di Torino

MARIO BAUDINO
torino
"La storia dal punto di vista dei vincitori è sempre arrogante, quella dal punto di vista dei vinti è rancorosa»: così Gianni Oliva, storico dei Savoia e degli Alpini, ma anche fra i primi a indagare senza complessi la tragedia delle foibe quando non era considerato affatto opportuno parlarne, lancia una provocazione che ha per titolo Un regno che è stato grande , in libreria da oggi per Mondadori. È un libro dedicato al Regno della due Sicilie, alla «storia negata dei Borboni», che ne ricostruisce la vicenda dal 1734, quando le «ardite combinazioni della diplomazia europea» fanno sì che Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e della seconda moglie Elisabetta Farnese si ritrovi a capo di un regno nuovo di zecca, fino ovviamente al 14 febbraio 1861, quando Francesco II e la regina Maria Sofia abbandonano Gaeta - assai poco rimpianti - su un piroscafo francese che li porterà nello Stato Pontificio.

Non è un libro «revisionista», nel solco di quella pubblicistica cosiddetta neoborbonica che l’anno scorso ha avuto un certo successo dipingendo un Meridione avanzato, ricco, prospero, una sorta di Paese del bengodi saccheggiato dal Nord e ridotto in una situazione di sfruttamento, povertà, disordine sociale. Oliva, semplicemente, riparte dai dati di fatto, e da opere non certo inclini alla propaganda come la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce. Ne esce un quadro tra luci e ombre, dove però alcuni aspetti essenziali vengono rimessi a fuoco al di là di una certa «vulgata» nordista: per esempio, la grande stagione che nel Settecento fece di Napoli una metropoli internazionale, e del regno addirittura una speranza per i primi intellettuali che sognavano un’Italia unita.

[...]

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/il-libro/articolo/lstp/445243/

lunedì 5 marzo 2012

Una mostra per onorare i "7 marinai" di Gaeta nel 1945 individuarono la salma della principessa Mafalda di Savoia sepolta in una fossa comune a Buchenwald



Il Faro on line - 
Nel maggio del 1945, 7 marinai di Gaeta internati nel campo di concentramento di Bukenwald, Corrado Magnani, Giovanni Colaruotolo, Antonio Mitrano, Antonio Ruggieri, Erasmo Pasciuto, Giosuè Avallone ed Apostolo Fusco, mettendo a repentaglio la propria vita, riuscirono ad individuare, recuperare e dare degna memoria alla salma della principessa Mafalda di Savoia contessa d’Assia.  La secondogenita del re d'Italia Vittorio Emanuele III, dopo l'8 settembre del 1943 venne fatta arrestare dal Comandante dell'SD e della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, ed internata nel lagher nazista di Buchenwald. Nell'agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il campo di concentramento e la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta. Mafalda di Savoia riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti ed agonia, Mafalda morì dissanguata, nella notte del 28 agosto  del 1944. Il suo corpo, grazie all’intervento di un sacerdote boemo del campo, padre Tyl, non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Solo un numero: 262 identificava il cadavere di una donna. Trascorsi alcuni mesi, i sette marinai di Gaeta, tra mille difficoltà e rischiando la loro vita, individuarono nel campo la sua tomba anonima e realizzarono una lapide riportando il nome della principessa Mafalda di Savoia contessa d'Assia. Oggi sono due i superstiti di questo nobile gesto che i discendenti della principessa Mafalda hanno voluto onorare incontrandoli e ringraziandoli personalmente, si tratta dei marinai Apostolo Fusco e Giosuè Avallone. Quest'ultimo, che ha presenziato all'inaugurazione della mostra organizzata dall'ANMI di Gaeta col patrocinio dell'Assessorato alla cultura del Comune di Gaeta, con la voce rotta dall'emozione ha ricordato questo eroico gesto come un atto dovuto e finalizzato all'amor di Patria di cui i marinai sono degni testimoni. "Non potevano lasciare nella fossa comune il corpo della Principessa Mafalda, figlia del Re Vittorio Emanuele e come noi italiana. Noi marinai - ha commentato Fusco - siamo nati per servire la Patria, sempre".
Andrea Brengola

http://www.ilfaroonline.it/2012/03/03/gaeta/una-mostra-per-onorare-i-7-marinai-di-gaeta-25091.html

Eugenio di Savoia – il Prinz Eugen – il salvatore di Torino.

Ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciavano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati da Eugenio di Savoia, il Prinz Eugen. Correva l’anno 1706 e il Piemonte era invaso dalle truppe franco-spagnole, nostre nemiche durante la guerra di successione per il trono di Madrid.
Intorno alle mura della nostra città, chilometri di trincee erano stati scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato.
I giorni 6 e 7 settembre ci fu l’attacco rabbioso degli uomini del principe Eugenio con violenti assalti di fanteria prussiana e cariche di cavalleria che come fiumi in piena travolsero accampamenti e compagnie avversarie. Le baionette affondavano nelle pance francesi e le sciabole mozzavano teste spagnole, mentre il concerto malvagio dell’artiglieria faceva sentire i suoi tuoni.
Torino fu liberata dal cappio dell’assedio e i suoi eroi, il duca Vittorio Amedeo II e il Prinz Eugen entrarono in trionfo da Porta Palazzo e il Duomo ringraziava il cielo con le note del Te Deum.
La battaglia fu vinta dai sabaudi per varie ragioni; una di esse fu l’indiscutibile abilità bellica di Eugenio di Savoia, uno dei protagonisti più celebri e in gamba dei campi di battaglia europei a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, periodo di odi dinastici, scontri orientali con i sempre turbolenti turchi e lotte per l’egemonia sul continente mai in pace.
Eugenio è considerato da molti storici come l’ultimo grande capitano di ventura, un mercenario nobile, un condottiero fedele alla casata degli Asburgo (e generosamente ripagato per i suoi sforzi ) che dalla Vienna imperiale resisteva salda in Mitteleuropa alle dolorose spallate degli ottomani da meridione e da Louis XIV da occidente.
Nato nella Parigi del Re Sole, fu decisa per lui la carriera religiosa dall’indiscutibile volere dell’odiato monarca francese, suo tutore. Eugenio, che infine preferì la strada delle lame e del sangue ad una vita di Pater Noster e ostie, fuggì dalla Francia mascherato da donna per riparare presso la protezione
austriaca di Leopoldo d’Asburgo.
Per il giovane guerriero incominciarono i rulli di tamburo da guerra. Battezzò l’acciaio della spada con il sangue turco nella battaglia di Vienna, dove mostrò subito la propria concezione dell’arte bellica: in prima fila a spronare i suoi uomini alla carica e non come altri generali più oziosi che consideravano la guerra come una comoda partita a scacchi da condurre tra gli agi della propria tenda.
Pare che quando andava all’assalto, il suo volto si dipingesse di una smorfia feroce ipnotizzata dalla morte e che incitasse i suoi con grida e imprecazioni, seguito dai suoi sanguinari cani da caccia che si lanciavano eccitati nel macello.
Nelle sue discese in campo venne ferito più volte e in uno scontro coi francesi sul Reno si beccò persino una pallottola in testa che non gli fu però fatale. A Zenta, nel 1697, con un esercito di mercenari un po’ scalcagnato, riuscì a circondare i giannizzeri, che erano le truppe d’elite del Sultano Ottomano, e li massacrò a decine di migliaia. Freddo e risoluto, amava nei momenti di difficoltà in mezzo alla baraonda della lotta sniffare tabacco, di cui le sue narici erano ghiotte.
La sua capacità strategica dettò il corso della storia quando insieme all’amico inglese duca di Malborough affrontò i francesi nella vittoriosa battaglia di Blenheim che di fatto bloccò l’avanzata del nemico fino a Vienna. Una campagna militare che se fosse riuscita, avrebbe cambiato inesorabilmente i destini d’Europa e i suoi assetti di potere.
L’armata del principe fu un vero e proprio esercito internazionale, europeo. Tra i ranghi marciavano e combattevano italiani, tedeschi, spagnoli, svizzeri, francesi, slavi, ungheresi.
Terribile fu l’esperienza della carneficina di Malplaquet, o battaglia dei due re, in Belgio. Sul campo rimasero circa 30.000 uomini. La vittoria fu di nuovo dalla parte di Eugenio; però a quale prezzo! Le truppe imperiali erano ridotte così male che non riuscirono a inseguire i francesi perché semplicemente crollarono sul terreno, esauste dopo ore di botte da orbi senza tirar fiato. Un generale inglese, tale Lord Orkney, disse su quel giorno: “Prego Iddio che questa sia la mia ultima battaglia” .
Tra una ferita e una carica di cavalleria, il Prinz Eugen ebbe anche tempo per spendere parte delle immense ricchezze e bottini accumulati in anni di avventure. Si fece costruire un lussuosissimo castello a Vienna, il Belvedere, che riempì di opere d’arte e volumi preziosi che amava leggere. Nel parco volle pure un ricco giardino zoologico con più di cinquanta specie esotiche tra cui gli amatissimi leoni. Nonostante avesse scherzato con la morte in innumerevoli occasioni, morì in poltrona, addormentandosi per sempre una mattina di aprile del 1737.
Una volta Eugenio di Savoia, il salvatore di Torino, così si rivolse alla giovane Maria Teresa, la futura imperatrice d’Austria: “La pace, mia cara bambina, è meglio di ogni altra cosa al mondo. Tuttavia per difenderla, occorre essere disposti anche a fare la guerra”.


Napolitano La corte di Re Giorgio è infinita: costa 7 volte quella della Regina d'Inghilterra

Napolitano La corte di Re Giorgio è infinita: costa 7 volte quella della Regina d'Inghilterra

Napolitano La corte di Re Giorgio è infinita: costa 7 volte quella della Regina d'Inghilterra

In sei anni i costi del Quirinale sono saliti di 12 milioni di euro. E il Capo dello Stato ha anche aumentato il numero dei componenti dello staff.

Le cifre dei comunicati ufficiali sono mirabolanti ogni anno. Se si presta attenzione al segretario generale del Quirinale, Donato Marra, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avrebbe un destino già segnato: sarà sua la poltrona di Sergio Marchionne in Fiat-Chrysler. Perché è sicuro: un manager così, capace di rivoltare come un calzino i conti del Quirinale, di risparmiare 60,5 milioni di euro (comunicato Quirinale del 12 febbraio scorso), di mandare a casa 394 dipendenti (stesso comunicato) senza che Susanna Camusso aggrotti un sopracciglio e senza nemmeno gli accordi di Pomigliano, dove mai lo puoi trovare?

Lasciata passare l’euforia delle autocelebrazioni quirinalizie, Libero è andato a spulciare i conti veri del Quirinale. Scoprendo tutt’altra realtà. Che peraltro fa sobbalzare sulla sedia quando è messa a confronto con i conti del presidente della Repubblica più importante d’Europa (Nicolas Sarkozy) e con la monarchia più potente e tradizionale del vecchio continente (quella della Regina Elisabetta di Inghilterra). Se gli altri hanno dei re, guardando solo quanto si spende, in Italia è certo che abbiamo un imperatore. Che - propaganda a parte - è sempre più costoso.
Già perché la sorpresa è quella. La fiction dei risparmi del Quirinale non trova corrispondenza nei numeri della realtà. L’anno dell’addio di Carlo Azeglio Ciampi - il 2006 -  il Quirinale aveva un fondo di dotazione di 216 milioni di euro. Nel 2012 sarà di 228 milioni di euro. Se la matematica non è un’opinione, si tratta di 12 milioni di euro in più. Quando si taglia la spesa, questa si riduce, non aumenta. I 60,5 milioni di risparmi calcolati da Napolitano sono quello che grazie a un trend di spese pazze, il Quirinale avrebbe pensato di spendere di più, e che invece non ha osato buttare via dalla finestra come era costume. Lodevole intento, ma non si tratta di una riduzione dei costi. Il complesso di spese per la monarchia inglese nel 2006 contava su una dotazione pubblica (fra contributo diretto e prestiti) di 38,5 milioni di euro. Oggi quella somma è di 34,2 milioni di euro. Questa è una riduzione di spesa vera. Nello stesso periodo dunque la Regina Elisabetta è costata ai contribuenti inglesi l’11,1% in meno, mentre il presidente Napolitano è costato ai contribuenti italiani il 5,5% di più. Anche la dotazione dell’Eliseo è cresciuta nello stesso periodo. Era di 108,9 milioni di euro, ed è diventata di 110,6 milioni di euro. In percentuale significa un rincaro dell’1,5%, e cioè una crescita di costi quasi quattro volte inferiore a quella del Quirinale.
Di vero nelle celebrazioni del Colle c’è solo la riduzione numerica del personale. Che è consistente, essendo passata dai 2.158 dipendenti dell’ultimo anno di Ciampi agli attuali 1.787 dipendenti. Però è a stata a doppia velocità: grazie al blocco del turn over e alla riduzione del personale militare e di ruolo e dei comandi da altre amministrazioni, il totale si è ridotto. È  aumentato però il personale a contratto legato al mandato del presidente della Repubblica (in sostanza il suo staff): da 85 a 103. Il numero è clamoroso, perché è il doppio dello staff della Regina di Inghilterra (49) e superiore del 25% allo staff del presidente francese (78). Anche il totale - ridotto - del personale della presidenza della Repubblica italiana è clamoroso quando viene messo a confronto con la monarchia inglese (423 dipendenti fra Regina, addetti alle proprietà immobiliari della Corona e impiegati nelle compagnie di trasporto reali) e con lo stesso Eliseo (943 dipendenti).
Nonostante la riduzione numerica, fra Ciampi e Napolitano è riuscita ad aumentare anche la spesa per il personale, passata da 205,8 a 221 milioni di euro. Gli stipendi in sé sono diminuiti (da 134,6 a 132,8 milioni di euro), ma sono aumentati i contributi previdenziali e assistenziali (da 71,2 a 88,2 milioni di euro). Anche qui salta all’occhio una differenza sorprendente con la monarchia inglese e con la presidenza francese. Ogni dipendente del Quirinale costa mediamente 123.670 euro all’anno. È quasi il doppio dei 74.160 euro che spende per dipendente l’Eliseo, ed è esattamente il triplo di quanto costa ogni dipendente della casa reale inglese: 43.546 euro. Se per il Quirinale si dovesse usare lo stesso confronto internazionale fatto per politici e manager pubblici, bisognerebbe dimezzare gli stipendi con effetto immediato. Peraltro - a parte la volenterosa notarella emessa ogni anno dal segretario generale Marra (con perimetro spesso differente e non confrontabile con gli anni precedenti) -  il Colle più alto della politica italiana ha un altro primato assoluto in Europa: è l’istituzione meno trasparente che esista. L’Eliseo trasmette i suoi conti dettagliati alla Corte dei Conti francese, che pubblica ogni anno un rapporto a disposizione di tutti. La Regina di Inghilterra pubblica ogni anno un rapporto di oltre un centinaio di pagine con tutti i conti e le spese della monarchia. Si trovano tutti gli stipendi del suo staff, si racconta che è stato restaurato perfino il water della toilette reale, e quanto è costato. Sono indicati costi e consumi volumetrici di gas, elettricità, combustibile. È  indicato con i costi nel dettaglio ogni volo o treno preso dalla Regina, dal suo staff e dai membri della famiglia reale per spostamenti dentro e fuori il Paese.

di Franco Bechis

Delegazione ligure del Centro Pannunzio a Torino per ricordare Amedeo d’Aosta


Albenga.

Una delegazione ligure parteciperà alla manifestazione nazionale promossa dal Centro  Pannunzio a Torino  in ricordo della morte in prigionia del Duca Amedeo d’Aosta, eroe dell’Amba Alagi, morto ad appena 44 anni a Nairobi.

Lunedì 5 marzo, alle ore 18, al centro Pannunzio (Via Maria Vittoria, 35H), lo storico  Gianni Oliva, in occasione del 70°anniversario della morte, parlerà di “Amedeo Duca d’Aosta, eroe dell’Amba Alagi”.


Dichiara il promotore prof. Pier Franco Quaglieni, direttore generale del Centro Pannunzio: “È un omaggio ad un  Savoia che non è fuggito ed ha condiviso la prigionia  con i suoi soldati, dopo aver resistito eroicamente sull’Amba  Alagi. Noi che condanniamo con fermezza il colonialismo di Mussolini e l’impresa d’ Etiopia, non possiamo non  rendere omaggio  al Duca  che seppe farsi amare dai suoi sudditi africani ,dimostrando un’umanità eccezionale, ispirata a valori cristiani”. Che aggiunge: “Abbiamo volutamente scelto uno storico come Gianni Oliva,autore di un libro sui Savoia-Aosta, docente alla scuola ‘applicazione ed arma, ma soprattutto non certo di tendenze filo sabaude, per evidenziare il valore storico del Principe che ricordiamo, al di là delle appartenenze politiche. Appare quasi incredibile che i pallidi e nostalgici  sostenitori attuali di quel poco che rimane di casa Savoia non si siano accorti del 70° della morte di un grande Savoia  paragonabile al Principe Eugenio o a Vittorio Amedeo II. Forse proprio le sproporzioni con il presente li inducono ad un doveroso silenzio”.

http://www.liguria2000news.com/delegazione-ligure-del-centro-pannunzio-a-torino-per-ricordare-amedeo-daosta.html

Le Signore di Casa Savoia.

Storie di donne di Casa Savoia da Palazzo Reale e Racconigi ad Agliè.


In occasione della Festa della Donna: il Palazzo Reale di Torino, il Real Castello di Racconigi e il Castello Ducale di Agliè proporranno al pubblico dei percorsi di visita che racconteranno i luoghi, il tempo e le vite di alcune tra le maggiori figure femminili della storia di Casa Savoia; un viaggio attraverso le pieghe della storia dal XVIII al XX secolo. Raffinate intellettuali liberali; figure tragiche travolte dai venti rivoluzionari, donne filantrope ed energiche amatissime dai propri sudditi, o semplicemente molto belle che fecero della rappresentazione del sé un ideale estetico di vita.
La carrellata di dame comincia a Palazzo Reale con la principessa Felicita di Savoia, Maria Laetitia duchessa d’Aosta e la regina Elena del Montenegro; al Real Castello di Racconigi si parlerà di Josephine di Lorena Armagnac, della regina Maria Teresa d’Asburgo Lorena, della regina Maria Adelaide d’Asburgo Lorena e della regina Elena del Montenegro che con il re Vittorio Emanuele III e i principini trascorreva i periodi di villeggiatura nell’amata Racconigi . Al Castello di Agliè s’incontreranno la duchessa Maria Anna del Chiablese, la regina Maria Cristina di Borbone Napoli, la regina Margherita di Savoia e la duchessa di Genova Isabella di Baviera.
Per questo evento le tre Residenze Sabaude indicono un concorso che vedrà in palio dei preziosi volumi d’arte. Per ciascuna residenza sono previste 3 estrazioni, il concorso sarà in vigore dall’ 8 marzo al 11 marzo 2012.  

Redattore: PAOLA CREMILLI

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_245391982.html