Compiacimento di Benedetto Croce per il fascismo, « nuovo primato d'Italia ».
Per intendere bene la situazione politica del momento, cioè per determinare il giusto valore del fenomeno fascista nel quadro non solo della Nazione ma anche dell'Europa, è bene rileggere, a tanti anni di distanza, il discorso pronunciato da Benedetto Croce (29 giugno 1925) al Consiglio Nazionale del Partito Liberale. Egli, dopo aver detto che bisogna rendere giustizia all'avversario, continua: « Orbene, o signori, noi non vorremmo negare che ciò che è accaduto e accade ora in Italia abbia il suo significato e la sua obiettiva giustificazione, e non ci terremo paghi di attribuirlo semplicemente a stravaganze e a cattiveria dei singoli: stravaganza e cattiveria che ben possono essere notati e rimproverati a questo od a quello individuo, ma che non bastano a spiegare un
storico. E tutti noi conosciamo le condizioni di fatto, non tanto sociali, quanto parlamentari che produssero in Italia il movimento fascistico e che lo fecero a molti, o almeno a molti di noi, accogliere come una crisi che speravamo benefica e come tutte le crisi benefiche, passeggera ».
«Ma quello che io vorrei che si tenesse a mente, è che la malattia e la crisi, e la nuova malattia prodotta dalla crisi, non è cosa particolare dell'Italia, si invece generale di tutta la vita europea. In proposito sono stati scritti già in Germania, in Inghilterra, in Francia ed anche in Italia moltissimi volumi. Il regime liberale fu, prima della guerra, in grande difficoltà per l'enorme accrescimento delle forze che lo contrastavano; sopra tutto per effetto del socialismo, e dell'antisocialismo delle tendenze antiliberali, che erano negli ideali e nella pratica del socialismo, e di quelle antiliberali delle nuove forze e dei nuovi aggruppamenti d'interessi capitalistici, per lo antiliberalismo dell'offesa e per quello della difesa. La guerra dapprima e le convulsioni che l'hanno seguita, più o meno gravi, dappertutto, non potevano non rendere più acute quelle difficoltà, e, passando dalle teorie ai fatti, spingere a trovare vie d'uscita fuori del regime liberale. E questo è stato tentato o provato in modo più o meno frammentario in tutti i paesi, ma in modo integrale in alcuni, tra i quali, nell'Europa occidentale, ha preso il primo posto la nostra Italia. E quasi io, nel dire ciò, non riesco a comprimere del tutto un certo compiacimento patriottico per questo nuovo primato d'Italia ».
Intanto, mentre, la maggior parte degli organi dell'Aventino sostengono che questo ha oramai esaurito tutti i mezzi di opposizione viene posto il problema della coesistenza o meno dell'azione. I massimalisti votano una mozione con la quale escono dal blocco delle opposizioni e dopo avere detto che il fascismo è «arrivato al potere grazie all'acquiescenza ed all'appoggio delle forze statali e dei partiti tradizionali della borghesia italiana» affermano che il regime «si è oggi rafforzato per la stessa acquiescenza con cui le medesime forze e gli stessi partiti hanno consentito che l'apparato istituzionale dello Stato italiano venisse man mano spogliato dalle sue caratteristiche per trasformarsi in uno strumento di dittatura di un partito». La mozione riconosce che la secessione parlamentare si è purtroppo isterilita in un gesto negativo, e dichiara di riprendere la piena libertà d'azione. In un solo punto gli aventiniani concordano fra di loro: nella indecisione se dimettersi da deputati o tornare nell'aula.
In seguito alle elezioni amministrative di Palermo sì dimette da deputato l'on. Orlando che ha con sè la solidarietà dei combattenti. Ma il suo gesto rimette in discussione la polemica fra giornali della opposizione e quelli fascisti, e l'Impero scrive: «Se Orlando fu il Presidente della Vittoria, ma non per merito suo, è anche stato il responsabile di Caporetto». Le dimissioni di Orlando sono comunque considerate un atto di diserzione in un momento in cui l'opposizione ha bisogno di solidarietà, mentre nel fascismo, specialmente in quello bolognese che è sempre stato la spina dorsale del regime, si delineano gravi dissidi: viene espulso l'on. Oviglio, sospeso lo avvocato De Cinque. La crisi è tanto grave che è indetta a Roma una riunione alla quale interviene lo stesso Mussolini, anche per placare il grave contrasto sorto fra Arpinati e Farinacci.

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