Il Vaticano teme la caduta di Mussolini. Camera e Senato gli
confermano la fiducia. Croce vota a favore per atto «di dovere».
Nel discorso al Consiglio di maggioranza Mussolini ammette
il disagio morale nel quale si è venuto a trovare tanto il governo che il
partito in seguito al delitto, ma protesta contro le fantasticherie dei
giornali di opposizione, e chiama in proposito in suo soccorso un articolo
dell'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano che fra l'altro scrive:
«L'aspirazione della campagna di una parte della stampa è
tale che logicamente ci porta ad una sola conclusione: alla sparizione degli
uomini nei quali attualmente si impernia il potere politico; alla retrocessione
del fascismo dalla sua posizione di partito dominante alle elezioni generali
per la designazione dei nuovi uomini e dei nuovi partiti arbitri del domani.
«Si crede sempre nei limiti evidenti e incontrovertibili
della realtà politica odierna, possibile tutto ciò? Lo si crede attuabile senza
pericolo alcuno per la Nazione ?
Che seppure i più potessero rassegnarsi ad essere senz'altro travolti si può
pensare che vi si rassegni un partito fortemente organizzato e pronto a
reagire? E seppure esso consegnasse le armi e si arrendesse, quale il responso
delle urne? Non si aprirebbe forse il solito fatale salto nel buio? Queste inquietanti
domande sono nella mente e sul labbro dei più».
Indi Mussolini continua:
«Come avete visto c'è un programma del primo tempo, e cioè
modificazione della compagine nel Governo, c'è un programma del secondo tempo,
purificazione e selezione del partito. C'è un programma del terzo tempo: far funzionare
gli organi legislativi». Avverte che nello scioglimento del partito e della
milizia, sarà intransigente. «Il regime non si annulla e la milizia entrerà
presto a far parte dell'esercito e giurerà fede al Re», ed affaccia
l'eventualità di poter superare la crisi se le opposizioni «rendendosi conto
delle loro responsabilità verso le sorti della Patria, ritorneranno alla Camera
a darvi la loro opera di critica, di controllo, di opposizione, anche astiosa,
anche settaria, anche pregiudiziale, che noi dovremmo sopportare, tollerare,
talvolta anche incoraggiare perchè l'opposizione in quanto ci segnala certi
fatti, certe cose, può essere di utilità grandissima».
Alla fine del discorso viene votato per acclamazione un
ordine del giorno: «La maggioranza parlamentare, udite le dichiarazioni del
Capo del Governo, gli riconferma la sua piena fiducia e devozione». Commenta il
Corriere della Sera: «Quelli che da venti mesi vanno sostenendo questa verità,
per averla sostenuta sono stati ingiuriati, vilipesi, minacciati, dichiarati
nemici della Patria, parte putrida di una putrida palude che si chiama
l'Antinazione».
A dodici giorni dalla scomparsa di Matteotti si radunano a
Bologna 1200 sindaci, 300 rappresentanti dei fasci, 50 deputati ed acclamano un
messaggio di fedeltà al Duce: «Verrà la diana della riscossa; chi si avanza
verso il fascismo e verso Mussolini troverà sulla strada i nostri inesorabili manipoli».
Incoraggiato dalla solidarietà che si va delineando in suo favore e persistendo
la violenza dell'opposizione, Mussolini si decide ad applicare il decreto sulla
stampa che teneva in serbo da oltre un anno.
Il decreto sulla stampa era stato approvato all'unanimità
nel Consiglio dei Ministri dell'anno precedente, e cioè il 12 luglio del 1923.
Si tratta di un Regolamento che non limita ma sopprime addirittura la libertà
di stampa. Esso sfugge al controllo del Parlamento e del Re con la sua apparenza
di semplice regolamento dell'editto del 1848, in realtà violando
lo spirito e sostituendo ad esso un arbitrio. Un giornale il cui gerente è
stato diffidato due volte in un anno può vedersi privato del gerente. Ma il
giornale non può uscire senza la firma di questo. Si è quindi alla mercè delle
Prefetture. Non è più il gerente che dipende dal periodico, ma il periodico che
dipende dal gerente. Così Mussolini elude lo Statuto con un semplice
regolamento il quale non ha bisogno del voto del Parlamento. Del resto questo
iniquo decreto è approvato dai liberali che dovrebbero essere fra i più tenaci
oppositori. Alcuni giornali ammettono l'eccezionalitá della situazione e lo
considerano un male necessario Le discussioni vertono specialmente stilla
validità o meno del Decreto firmato dal Re nel luglio del 1923. Secondo le
norme costituzionali esso era oramai scaduto, poiché condizione assoluta per la
sua validità è quella relativa al dovere di presentarlo all'approvazione del
Parlamento nella tornata immediatamente successiva. Il Re lo aveva concesso per
servirsene in caso di indispensabile, eccezionale necessità. Anche i giornali
dell'opposizione e fra questi il Mondo esprimono il dubbio che non si sia
richiesto l'assenso del Sovrano per l'esumazione di un decreto scaduto. Così
Egli non ha potuto esercitare quella valutazione politica di necessità ed
urgenza in relazione ad un determinato momento che spetta al suo potere
moderatore.
Intanto Mussolini incita i fascisti a «vivere
pericolosamente » ma al contrario chi vive in queste condizioni sono proprio le
opposizioni!
Al Senato - dove sembra che si voglia tenere un
atteggiamento di benevolo riserbo nella discussione sul discorso della Corona -
continuano le affermazioni di lealismo ma anche di critica aperta. Maffeo
Pantaleoni dice che «il Governo è stato nella sventura più grande che nel
trionfo» e lamenta che per il delitto Matteotti «si sia fatto un chiasso
maggiore che per la crocifissione di Cristo». Tanari ottiene un vero successo
quando accenna a delitti di ferocia superiore compiuti dall'estremismo rosso: e
perché non si equivochi su questo punto ricorda come il delitto di Bologna di
palazzo d'Accursio, ben diversamente dall'altro recentissimo, fu coperto
dall'omertà di tutto un partito; e si irrideva a chi insorse quando si
compirono nefandi delitti, quando si gettarono nei forni due giovani...
Caratteristico, sintomatico, eloquente è il discorso del
senatore Abbiate il quale dopo una severa critica all'operato del ministero
dichiara testualmente: «Io non vorrei vedere oggi al banco del governo le
opposizioni; non è la loro ora, non potrebbero immediatamente avere quella
serenità di spirito che è assolutamente necessaria per un'opera di concordia».
Laconclusione dell'oppositore senatore Abbiate è accolta da una ovazione durata
qualche minuto.
Il senatore Albertini pronuncia un discorso che si potrebbe
chiamare «al di sopra della mischia» e nel quale ammette: «Nella classe
borghese dirigente così la condanna del passato come l'esaltazione del presente,
hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce
di chi non si associava al coro, quasi unanime delle approvazioni. Sì, il
regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente
aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili
dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e
private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei
governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo
l'incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa e molto
altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione».
Nega però che il fascismo sia riuscito a risolvere altri problemi,
fra questi quello più importante di ordine eminentemente politico-morale: « far
uscire il paese, le masse i partiti, i sindacatati, gli individui, dalla illegalità
per imporre a tutti il rispetto della legge ». Ed
avviandosi alla fine egli si domanda: « E' dalla Monarchia,
è dai Parlamento è, dal Governo che il Par
lamento che noi ripetiamo la nostra la norma di vita
politica, o dai manipoli r dai loro comandanti danti?
». Il discorso, sereno nella critica ed elevato nel tono polemico benché di
decisa opposizione al governo è salutato alla fine da vivissimi applausi e congratulazioni.
Achille Loria fa un discorso tecnico, sulle assistenze sociali e nemmeno
accenna né alle violenze, né al delitto Matteotti. Anche il senatore
Lusi(11101i parla contro, ascoltato dall'assemblea, ma poi finisce per votare
in favore.
li più aggressivo è stato quello del senatore Sforza, di cui
diamo i passi più salienti che sì riferiscono al fallo Matteotti: « ... qui vi
è un delitto organizzato al seguito di altri delitti rimasti impuniti - da
uomini installati al centro stesso del governo, e da gerarchi supremi di un
partito che la teoria nazionalfascista dichiara essere una sola e identica cosa
con la sacra entità della Patria. Delitto commesso da gerarchi che ingannavano
il loro «duce » con le proprie criminose attività?». L'on. Sforza fa un elenco
di crimini rimasti impuniti e soggiunge: «Andate a sfogliare adesso l'organo
personale del Presidente del Consiglio e per ognuno di questi delitti non
troverete che scusanti per gli aggressori ed irrisioni e ingiurie e nuove
precise minacce per le vittime». Tira in ballo il bastone austriaco, gli Este,
i Lorena, i Borboni, suscitando le proteste dell'assemblea. «Gli è che il fascismo
è uno stato d'animo, per alcuni lati spiegabilissimo ma senza una teoria
positiva di pensiero e quindi colla possibilità di sussistere solo in
un'atmosfera di prestigio o di terrore indiscussi (commenti). Il fascismo
poteva combattere molte lotte, ma una battaglia di critica intellettuale non
poteva combatterla. Ed è questo o signori, che è stato il segnale della morte
di Matteotti. Egli era il più ardente, il più appassionato, il più documentato
degli oppositori. Fu soppresso, la discussione era vietata.
« Gli assassini e i loro mandanti si sbagliarono solo perché
constatata la tacita passività del paese di fronte a tanti precedenti delitti,
contarono anche questa volta di farla franca. Invece l'Italia si svegliò
inorridita. E Matteotti, o signori, vince morendo! (proteste, rumori).
Lasciando il delitto alla magistratura le accuse di affarismo non possono
essere chiarite che da un'inchiesta parlamentare. Finché non vi si giunga, la
coscienza pubblica rimarrà profondamente turbata anche dai dubbi - che son poi
certezze - sulla corruttela che dilaga ». Così conclude: «La Patria che salvammo al
Piave, o signori, era la Patria
di tutti!». Il discorso di Sforza, frequentemente interrotto, è alla fine
coperto da rumori altissimi.
Procedutosi alla votazione di un ordine del giorno del
senatore Melodia, il Senato accorda a Mussolini la fiducia (1).
Votanti: 252; favorevoli: 225; contrari: 21; astenuti: 6.
(26 giugno 1924).
Vota a favore del governo anche Benedetto Croce.
Appena proclamato il risultato suddetto, il Presidente mette
ai voti l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. E' approvato per
alzata.
Il Croce, interrogato, a proposito del suo voto di fiducia a
Mussolini, dal Giornale d'Italia, dopo aver detto che il delitto Matteotti è «la
conseguenza di un errato indirizzo del fascismo», così continua: «Non si poteva
aspettare e neppure desiderare, che il fascismo cadesse di un tratto. Esso non
è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto
molto di buono, come ogni animo equo riconosce.. Si avanzò col consenso e fra
gli applausi della Nazione. Sicchè, per una parte, c'è, ora, nello spirito
pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e di
non ritornare alla fiacchezza e all'inconcludenza che lo avevano preceduto; e
dall'altro c'è il sentimento che gli interessi creati dal fascismo, anche
quelli non lodevoli e non benefici, sono per una realtà di fatto, e non si può
dissiparla soffiandovi sopra».
«Bisogna dunque dare tempo allo svolgimento del processo di
trasformazione del fascismo. E' questo il significato del prudente e
patriottico voto del Senato». Croce così difende il suo voto di fiducia: «Vi
sono voti che si danno come di slancio ed altri che si danno dopo avere
lungamente ponderato il pro ed il contro: voti di entusiasmo e voti di dovere.
Per me quel voto di fiducia è stato un voto di dovere».
Dunque Croce votava in favore di Mussolini e lo difendeva
proprio quando l'Aventino lo accusava di essere il mandante dell'assassinio di
Matteotti.
(1) Hanno votato No, cioè contro il governo Abbiate,
Albertini, Auteri Berretta, Berenini, Bergamini, Bollati, Credaro, Della Torre,
Farra, Faelli, Giacomo Ferri, Fradeletto, Loria, Pais, Ruffini, Sanarelli,
Sforza, Taddei, Valenzani, Venzi, Volterra.
Si sono astenuti Grassi, Martinez, Martino, Molmenti, Mortara,
Pozzo.

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