NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 6 settembre 2014

La Monarchia e il Fascismo - Ottavo capitolo - IV

Il Vaticano teme la caduta di Mussolini. Camera e Senato gli confermano la fiducia. Croce vota a favore per atto «di dovere».

Nel discorso al Consiglio di maggioranza Mussolini ammette il disagio morale nel quale si è venuto a trovare tanto il governo che il partito in seguito al delitto, ma protesta contro le fantasticherie dei giornali di opposizione, e chiama in proposito in suo soccorso un articolo dell'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano che fra l'altro scrive:

«L'aspirazione della campagna di una parte della stampa è tale che logicamente ci porta ad una sola conclusione: alla sparizione degli uomini nei quali attualmente si impernia il potere politico; alla retrocessione del fascismo dalla sua posizione di partito dominante alle elezioni generali per la designazione dei nuovi uomini e dei nuovi partiti arbitri del domani.

«Si crede sempre nei limiti evidenti e incontrovertibili della realtà politica odierna, possibile tutto ciò? Lo si crede attuabile senza pericolo alcuno per la Nazione? Che seppure i più potessero rassegnarsi ad essere senz'altro travolti si può pensare che vi si rassegni un partito fortemente organizzato e pronto a reagire? E seppure esso consegnasse le armi e si arrendesse, quale il responso delle urne? Non si aprirebbe forse il solito fatale salto nel buio? Queste inquietanti domande sono nella mente e sul labbro dei più».

Indi Mussolini continua:
«Come avete visto c'è un programma del primo tempo, e cioè modificazione della compagine nel Governo, c'è un programma del secondo tempo, purificazione e selezione del partito. C'è un programma del terzo tempo: far funzionare gli organi legislativi». Avverte che nello scioglimento del partito e della milizia, sarà intransigente. «Il regime non si annulla e la milizia entrerà presto a far parte dell'esercito e giurerà fede al Re», ed affaccia l'eventualità di poter superare la crisi se le opposizioni «rendendosi conto delle loro responsabilità verso le sorti della Patria, ritorneranno alla Camera a darvi la loro opera di critica, di controllo, di opposizione, anche astiosa, anche settaria, anche pregiudiziale, che noi dovremmo sopportare, tollerare, talvolta anche incoraggiare perchè l'opposizione in quanto ci segnala certi fatti, certe cose, può essere di utilità grandissima».

Alla fine del discorso viene votato per acclamazione un ordine del giorno: «La maggioranza parlamentare, udite le dichiarazioni del Capo del Governo, gli riconferma la sua piena fiducia e devozione». Commenta il Corriere della Sera: «Quelli che da venti mesi vanno sostenendo questa verità, per averla sostenuta sono stati ingiuriati, vilipesi, minacciati, dichiarati nemici della Patria, parte putrida di una putrida palude che si chiama l'Antinazione».

A dodici giorni dalla scomparsa di Matteotti si radunano a Bologna 1200 sindaci, 300 rappresentanti dei fasci, 50 deputati ed acclamano un messaggio di fedeltà al Duce: «Verrà la diana della riscossa; chi si avanza verso il fascismo e verso Mussolini troverà sulla strada i nostri inesorabili manipoli». Incoraggiato dalla solidarietà che si va delineando in suo favore e persistendo la violenza dell'opposizione, Mussolini si decide ad applicare il decreto sulla stampa che teneva in serbo da oltre un anno.
Il decreto sulla stampa era stato approvato all'unanimità nel Consiglio dei Ministri dell'anno precedente, e cioè il 12 luglio del 1923. Si tratta di un Regolamento che non limita ma sopprime addirittura la libertà di stampa. Esso sfugge al controllo del Parlamento e del Re con la sua apparenza di semplice regolamento dell'editto del 1848, in realtà violando lo spirito e sostituendo ad esso un arbitrio. Un giornale il cui gerente è stato diffidato due volte in un anno può vedersi privato del gerente. Ma il giornale non può uscire senza la firma di questo. Si è quindi alla mercè delle Prefetture. Non è più il gerente che dipende dal periodico, ma il periodico che dipende dal gerente. Così Mussolini elude lo Statuto con un semplice regolamento il quale non ha bisogno del voto del Parlamento. Del resto questo iniquo decreto è approvato dai liberali che dovrebbero essere fra i più tenaci oppositori. Alcuni giornali ammettono l'eccezionalitá della situazione e lo considerano un male necessario Le discussioni vertono specialmente stilla validità o meno del Decreto firmato dal Re nel luglio del 1923. Secondo le norme costituzionali esso era oramai scaduto, poiché condizione assoluta per la sua validità è quella relativa al dovere di presentarlo all'approvazione del Parlamento nella tornata immediatamente successiva. Il Re lo aveva concesso per servirsene in caso di indispensabile, eccezionale necessità. Anche i giornali dell'opposizione e fra questi il Mondo esprimono il dubbio che non si sia richiesto l'assenso del Sovrano per l'esumazione di un decreto scaduto. Così Egli non ha potuto esercitare quella valutazione politica di necessità ed urgenza in relazione ad un determinato momento che spetta al suo potere moderatore.

Intanto Mussolini incita i fascisti a «vivere pericolosamente » ma al contrario chi vive in queste condizioni sono proprio le opposizioni!
Al Senato - dove sembra che si voglia tenere un atteggiamento di benevolo riserbo nella discussione sul discorso della Corona - continuano le affermazioni di lealismo ma anche di critica aperta. Maffeo Pantaleoni dice che «il Governo è stato nella sventura più grande che nel trionfo» e lamenta che per il delitto Matteotti «si sia fatto un chiasso maggiore che per la crocifissione di Cristo». Tanari ottiene un vero successo quando accenna a delitti di ferocia superiore compiuti dall'estremismo rosso: e perché non si equivochi su questo punto ricorda come il delitto di Bologna di palazzo d'Accursio, ben diversamente dall'altro recentissimo, fu coperto dall'omertà di tutto un partito; e si irrideva a chi insorse quando si compirono nefandi delitti, quando si gettarono nei forni due giovani...

Caratteristico, sintomatico, eloquente è il discorso del senatore Abbiate il quale dopo una severa critica all'operato del ministero dichiara testualmente: «Io non vorrei vedere oggi al banco del governo le opposizioni; non è la loro ora, non potrebbero immediatamente avere quella serenità di spirito che è assolutamente necessaria per un'opera di concordia». Laconclusione dell'oppositore senatore Abbiate è accolta da una ovazione durata qualche minuto.
Il senatore Albertini pronuncia un discorso che si potrebbe chiamare «al di sopra della mischia» e nel quale ammette: «Nella classe borghese dirigente così la condanna del passato come l'esaltazione del presente, hanno trovato finora echi di consenso imponenti che rendevano stonata la voce di chi non si associava al coro, quasi unanime delle approvazioni. Sì, il regime fascista ha assicurato all'Italia un ordine esteriore al quale ardentemente aspiravamo: ha fatto cessare gli scioperi generali, le interruzioni continue, intollerabili dei servizi pubblici; ha ristabilito la disciplina nelle aziende pubbliche e private; ha continuato con successo l'opera di restaurazione finanziaria dei governi anteriori raggiungendo il pareggio; ha seguito, specialmente dopo l'incidente di Corfù una direttiva di politica estera sana e coraggiosa e molto altro di buono e vantaggioso ha fatto per la nazione».
Nega però che il fascismo sia riuscito a risolvere altri problemi, fra questi quello più importante di ordine eminentemente politico-morale: « far uscire il paese, le masse i partiti, i sindacatati, gli individui, dalla illegalità per imporre a tutti il rispetto della legge ». Ed
avviandosi alla fine egli si domanda: « E' dalla Monarchia, è dai Parlamento è, dal Governo che il Par
lamento che noi ripetiamo la nostra      la  norma di vita politica, o dai manipoli r dai loro comandanti    danti? ». Il discorso, sereno nella critica ed elevato nel tono polemico benché di decisa opposizione al governo è salutato alla fine da vivissimi applausi e congratulazioni. Achille Loria fa un discorso tecnico, sulle assistenze sociali e nemmeno accenna né alle violenze, né al delitto Matteotti. Anche il senatore Lusi(11101i parla contro, ascoltato dall'assemblea, ma poi finisce per votare in favore.

li più aggressivo è stato quello del senatore Sforza, di cui diamo i passi più salienti che sì riferiscono al fallo Matteotti: « ... qui vi è un delitto organizzato al seguito di altri delitti rimasti impuniti - da uomini installati al centro stesso del governo, e da gerarchi supremi di un partito che la teoria nazionalfascista dichiara essere una sola e identica cosa con la sacra entità della Patria. Delitto commesso da gerarchi che ingannavano il loro «duce » con le proprie criminose attività?». L'on. Sforza fa un elenco di crimini rimasti impuniti e soggiunge: «Andate a sfogliare adesso l'organo personale del Presidente del Consiglio e per ognuno di questi delitti non troverete che scusanti per gli aggressori ed irrisioni e ingiurie e nuove precise minacce per le vittime». Tira in ballo il bastone austriaco, gli Este, i Lorena, i Borboni, suscitando le proteste dell'assemblea. «Gli è che il fascismo è uno stato d'animo, per alcuni lati spiegabilissimo ma senza una teoria positiva di pensiero e quindi colla possibilità di sussistere solo in un'atmosfera di prestigio o di terrore indiscussi (commenti). Il fascismo poteva combattere molte lotte, ma una battaglia di critica intellettuale non poteva combatterla. Ed è questo o signori, che è stato il segnale della morte di Matteotti. Egli era il più ardente, il più appassionato, il più documentato degli oppositori. Fu soppresso, la discussione era vietata.
« Gli assassini e i loro mandanti si sbagliarono solo perché constatata la tacita passività del paese di fronte a tanti precedenti delitti, contarono anche questa volta di farla franca. Invece l'Italia si svegliò inorridita. E Matteotti, o signori, vince morendo! (proteste, rumori). Lasciando il delitto alla magistratura le accuse di affarismo non possono essere chiarite che da un'inchiesta parlamentare. Finché non vi si giunga, la coscienza pubblica rimarrà profondamente turbata anche dai dubbi - che son poi certezze - sulla corruttela che dilaga ». Così conclude: «La Patria che salvammo al Piave, o signori, era la Patria di tutti!». Il discorso di Sforza, frequentemente interrotto, è alla fine coperto da rumori altissimi.
Procedutosi alla votazione di un ordine del giorno del senatore Melodia, il Senato accorda a Mussolini la fiducia (1).

Votanti: 252; favorevoli: 225; contrari: 21; astenuti: 6. (26 giugno 1924).

Vota a favore del governo anche Benedetto Croce.

Appena proclamato il risultato suddetto, il Presidente mette ai voti l'indirizzo di risposta al discorso della Corona. E' approvato per alzata.
Il Croce, interrogato, a proposito del suo voto di fiducia a Mussolini, dal Giornale d'Italia, dopo aver detto che il delitto Matteotti è «la conseguenza di un errato indirizzo del fascismo», così continua: «Non si poteva aspettare e neppure desiderare, che il fascismo cadesse di un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono, come ogni animo equo riconosce.. Si avanzò col consenso e fra gli applausi della Nazione. Sicchè, per una parte, c'è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e di non ritornare alla fiacchezza e all'inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall'altro c'è il sentimento che gli interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono per una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra».
«Bisogna dunque dare tempo allo svolgimento del processo di trasformazione del fascismo. E' questo il significato del prudente e patriottico voto del Senato». Croce così difende il suo voto di fiducia: «Vi sono voti che si danno come di slancio ed altri che si danno dopo avere lungamente ponderato il pro ed il contro: voti di entusiasmo e voti di dovere. Per me quel voto di fiducia è stato un voto di dovere».
Dunque Croce votava in favore di Mussolini e lo difendeva proprio quando l'Aventino lo accusava di essere il mandante dell'assassinio di Matteotti.

(1) Hanno votato No, cioè contro il governo Abbiate, Albertini, Auteri Berretta, Berenini, Bergamini, Bollati, Credaro, Della Torre, Farra, Faelli, Giacomo Ferri, Fradeletto, Loria, Pais, Ruffini, Sanarelli, Sforza, Taddei, Valenzani, Venzi, Volterra.

Si sono astenuti Grassi, Martinez, Martino, Molmenti, Mortara, Pozzo.


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